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L'altro volto di Casanova
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Perché Giacomo Casanova ha destato così poca attenzione in Inghilterra? Che io sappia, a parte il saggio di Havelock Ellis, non esiste su di lui un solo studio che sia veramente serio; e quel saggio stesso non va molto lontano nello studio del tema. Il libro di S. Guy Endore, che pure nel suo genere è un buon lavoro, è soltanto una biografia divulgativa. Eppure il cavaliere di Seingalt fu un uomo assai notevole, che aveva qualcuna delle qualità degli uomini grandi. Il principe di Ligne metteva il suo nome accanto a quelli di Luigi XV, Federico il Grande, Beaumarchais, d'Alembert e Hume, fra gli uomini più interessanti che aveva conosciuto, e in realtà il grande imbroglione appartiene proprio a quella compagnia.
A leggere le Memorie di Casanova, all'inizio lo si giudica un autore divertente ma di poco valore. Eppure si finisce con l'essere veramente colpiti da lui.
Casanova apparteneva ad un tipo che fu molto comune nell'America fiorente degli anni 1920-1930.
Ai nostri giorni, avrebbe potuto fare la carriera di un Rothstein o di un Nicky Arnstein o di un Dapper Don Tourbillon, ma avrebbe superato di gran lunga la sfera di quegli uomini, e avrebbe sentito per loro il disprezzo e il fastidio che provò per Saint Germain o per Cagliostro. Perchè Casanova apparteneva ai bassifondi soltanto per metà: viveva per metà nel buio, per metà nella luce. Ma quella parte di lui che era sana e migliore era sempre malsicura perché era edificata sulla furfanteria: donde il suo seguito di disavventure e il senso finale di insoddisfazione della sua vita. Casanova era un uomo scontento, non riuscì mai a far tornare i conti della propria vita. E leggere di lui ci dà un senso di scontentezza.
Vi è un genere sano di grossolanità, che non è incompatibile con l'opera più perfetta e con la vita più scrupolosamente ordinata: la grossolanità dell'elemento animale, e della lotta corpo a corpo con l'esistenza, che può nutrire un'opera e una vita. E vi è un genere insano di grossolanità che rovina tutto, anche se un uomo è dotato di genuine qualità superiori. La grossolanità di Casanova era del tipo insano. Egli venne fuori dal mondo degli attori veneziani, e non seppe mai con certezza se sua madre, figlia di un calzolaio, l'avesse avuto da un nobile rovinato datosi al palcoscenico e divenuto suo marito, o dal gestore del teatro in cui ella recitava. Casanova non riuscì mai a liberarsi da una qualche eredità di squallore morale, un'eredità che fece scempio di lui per tutta la sua vita, assai più profondamente che alcuna di quelle malattie che furono i suoi tormenti puramente superficiali.
Ma le qualità superiori di un uomo simile debbono continuamente tenersi affilate contro i pericoli che di continuo egli incontra, i pericoli che non può mai evitare perchè sono parte di se stesso. Il dramma della carriera di Casanova crea nel lettore una tensione che è insieme eccitante e faticosa, perché la sua intelligenza altamente sviluppata, il suo talento di attore sulla scena della vita, sono sempre sospesi sull'orlo di un pozzo nel quale il buon gusto, la morale, l'ordine sociale, l'ordine del mondo dell'intelletto possono tutti perdersi in mezzo al fango. E tuttavia anche quando egli s'è lasciato sdrucciolare fino al fondo, le sue facoltà rimangono chiare; e per questo suscita il nostro rispetto.

Il problema della sincerità di Casanova nel riferire questo o quell'episodio della sua vita è stato discusso a non finire, e gli sono state contestate moltissime trascuratezze. Ma che egli abbia falsificato la realtà inconsciamente o deliberatamente, ciò non cambia molto le cose. A suo modo, Casanova diceva la verità; si può dire anzi che uno dei suoi tratti più ammirevoli (come scrittore, non come uomo) era precisamente la sua fedeltà al vero. Egli può avere inventate alcune delle avventure delle Memorie, e nondimeno il suo racconto è fedele alla realtà. Qualcuno ha detto che se le Memorie sono veramente un romanzo, allora Casanova è il più grande romanziere che sia mai visto. Personalmente, era terribilmente vanitoso, ma come biografo di se stesso certo non si risparmia più di qualunque altro autobiografo. Non è vero, come vorrebbe la leggenda, che egli si rappresenti come un facile trionfatore su un numero incalcolabile di donne compiacenti. Al contrario, dedica talvolta la parte migliore di un volume a un resoconto dettagliato di qualche assedio in cui ha ricevuto una sconfitta ignominiosa. L'intenzione fondamentale di Casanova non è tanto di glorificare se stesso, quanto di raccontarci una storia stupefacente che illustri il comportamento delle persone, il modo in cui la vita funziona.
Quando altri scrittori imitano Casanova, il più delle volte lo sentimentalizzano, lo romanticizzano. Ma la grande virtù di Casanova è il suo atteggiamento spietato contro le convenzioni sentimentali o romantiche. Ricordo un tentativo di dramma popolare fondato sull'episodio casanoviano di Henriette. Henriette, nelle Memorie, è una ragazza francese scappata di casa in abiti maschili, che il giovane Casanova incontra nel corso dei suoi viaggi. È la prima fanciulla francese che conosca, la prima jeune file spirituelle; e l'avventura d'amore con lei ha una freschezza e una serietà, quasi una qualità estatica, che nessun amore precedente ha mai avuto e che Casanova non ritroverà mai più. Egli ha del denaro, a quel tempo, e può comprare ad Henriette un intero guardaroba di graziose vesti. Vanno insieme à Parma e là vivono con stile. Casanova si procura un palco all'Opera, vanno a godersi il fresco nei giardini pubblici insieme alla famiglia reale, finché la ragazza viene riconosciuta da un cortigiano, ed è obbligata a tornare a casa. Il racconto che Casanova fa di quest'episodio è una delle storie d'amore piu suggestive di ogni letteratura. Quando egli ed Henriette sono costretti infine a separarsi, a Ginevra, egli s'accorge che la ragazza ha scritto col suo diamante sul vetro della finestra, nella loro stanza alla locanda: « Anche di Henriette ti dimenticherai. » Ora quel lavoro teatrale moderno di cui parlavo sfruttava questa delicatissima storia, e le appiccicava un seguito convenzionale della stessa stoffa di tutto il resto: Casanova, molti anni dopo, torna alla locanda e vi trova Henriette invecchiata e con un figlio, che risulta figlio di Casanova.
Ma quel che avviene nelle Memorie è ben diverso. Casanova torna veramente alla locanda, quando è già un uomo di mezza età, abbandonato dalla fortuna, e con una deprimente infezione venerea. Egli ha davvero dimenticato di essersi trovato lì una volta con Henriette, e non riconosce nemmeno la loro stanza, finché non s'accorge dello scritto sul vetro della finestra: « Ricordando in un baleno il momento in cui Henriette aveva scritto quelle parole tredici anni prima, sentii rizzarmisi i capelli sulla testa... Caddi su una sedia, sbigottito... Paragonando ciò che ero adesso a ciò che ero stato allora, dovetti riconoscere che ero meno degno di possederla. Sapevo ancora amare, ma capii di non avere più la delicatezza che avevo in quei tempi giovanili, non i sentimenti che giustificano veramente il trasporto dei sensi, non le stesse maniere tenere, né infine una certa probità che si estende perfino alle debolezze di un uomo; ma ciò che mi terrorizzò fu il dovere riconoscere che non avevo più lo stesso vigore. »
Anni dopo, mentre viaggia in Provenza, gli si rompe la carrozza nel mezzo della notte, e qualcuno che abita vicino alla strada gli dà ospitalità. La pa-drona di casa nasconde il viso nel cappuccio che ha portato all'aperto poi, appena entrati, accusa una storta alla caviglia che la costringe a mettersi a letto, sicché Casanova può soltanto visitarla nella sua stanza, e parlare con lei attraverso le cortine del letto. Solo quando s'è rimesso in viaggio egli scopre che la contessa è Henriette: ella si è tanto ingrassata che non può soffrire di essere vista da lui. Ma Casanova ha portato in viaggio con sè una viziosa ragazzetta veneziana dalle capacità bisessuali, e la contessa intraprende un flirt con lei e infine si porta a letto la ragazza. Questo è tutto ciò che la vita ha lasciato del loro romanzo.
Il vero tema di Casanova è la molteplicità delle cose che una vita può contenere, le molte parti che un uomo può interpretare, i mutamenti che il tempo produce. Non ho mai letto un libro, autobiografia o romanzo, che dia così pienamente il senso della vita, non conosco libro che esprima così potentemente le ritmiche ricorrenze che il carattere produce nel destino di un uomo. Le avventure di Casanova sono sempre diverse e sempre la stessa cosa: arriva in qualche nuovo posto, si afferma, ottiene brillanti successi in società o compie qualche impresa mirabolante, i suoi doni e le sue qualità migliori trovano pieno sfogo, poi gli capita di strafare nel suo gioco, o di mettere un piede in fallo, o qualcuno scopre qualcosa di brutto sul suo conto, e Casanova è costretto a svignarsela. C'era qualcosa in lui, forse, che a lungo andare lo rendeva intollerabile. E le sue avventure amorose anch'esse hanno un loro schema; quando le implicite responsabilità cominciavano a pesargli egli trovava marito alla donzella, se gli riusciva; altrimenti, lasciava che l'affare si spegnesse da sè, con delicatezza.
La prima parte della narrativa è gaia e divertente  ha la vivacità del carnevale veneziano; l'ultima parte, per quanto raccontata nel modo rapido e asciutto del Settecento, è triste, di una tristezza quasi intollerabile. Casanova, probabilmente, non trovò mai la forza di arrivare alla fine. Il manoscritto che possediamo non copre tutto quanto il periodo indicato nel titolo: si ferma mentre egli è in viaggio per tornare a Venezia, ma non lo porta al di là di Trieste. Casanova era stato bandito dall'Inquisizione, e gli era stato concesso di fare ritorno alla città natale al patto che facesse la spia per conto degli Inquisitori. Questo fu l'episodio più umiliante della sua vita; e incidentalmente egli è venuto notando più di una volta che non è sicuro di avere il coraggio di condurre a termine quel suo progetto originario, di scrivere la propria vita fino all'anno 1797. Ma forse egli è caduto in un lapsus freudiano, nell'omettere due capitoli verso la fine. I due capitoli mancavano nel manoscritto di Brockhaus, ma furono ritrovati più tardi a Dux da Arthur Symons; ed essi contengono, manco a dirlo, lo squallido climax dell'avventura di Casanova con due ragazze, che egli ha cercato di lavorarsi adoperando un suo vecchio e ben sperimentato metodo: s'era accorto che si può fare molta strada, con le ragazze, portandole a coppia ad una festa mascherata; ma questa volta le due colombe non erano cadute, e Casanova, prima che la sera si concludesse, era stato malmenato senza pietà dalla gente in maschera.
Eppure nel suo estremo asilo a Dux, dove il suo protettore lo lasciava solo per lunghi periodi e i servitori gliene facevano ogni giorno di cotte e di crude, e dove egli talvolta meditava il suicidio, Casanova riuscì a vergare la più gran parte della sua storia; ed è una delle espressioni letterarie più notevoli della vita personale di un uomo come appare a lui stesso nell'atto di viverla. Con tutte le sue passioni: bei pranzi, donne attraenti, spassi; e le gioie dei viaggi, le gioie della lotta per sostenere il proprio orgoglio, la gioia di conquistare ricchezza e considerazione, di conquistarsi la propria libertà personale. In quel resoconto della fuga dai Piombi di Venezia, che egli abbia inventato o meno tutta la storia, vi è qualcosa di piò di un mero racconto d'avventura: Casanova ne ha fatto l'espressione elettrizzante dell'odio che lo spirito umano ha, per le prigioni, della volontà di essere liberi che si scatena malgrado le rimostranze della ragione (e la ragione è quel vecchio conte esterrefatto, che rifiuta di unirsi agli altri e continua a ripetere loro i motivi per cui l'impresa non può riuscire).
Vi è anche la passione dell'intelletto: il gran contastorie amava la conversazione con uomini come il D'Alembert e Voltaire; e il gran giocatore era un matematico dilettante. E quando non c'è più modo di avere pranzi lussuosi, l'amore delle donne, quando non si hanno più compagni pronti ad ascoltare con ammirazione le proprie storie, quando non si può più viaggiare in cerca di fortuna, uno può ricorrere almeno alle proprie risorse intellettuali e mettersi a lavorare su dei problemi e scrivere le proprie memorie; può mettere alla prova ancora una volta i propri nervi e la propria forza, scrivendo della vita come uno l'ha trovata, con tutti i suoi capovolgimenti e i suoi scandali, scrivendo del proprio carattere impossibile e di tutto il resto. La stesura delle Memorie fu davvero una vittoria dell'intelletto e dello spirito. Di solito, i farabutti come Casanova non lasciano una testimonianza di se stessi, e se lo fanno, si affannano a dichiarare la propria aderenza all'etica della gente per bene. In parte questo è anche vero, e lo vedremo subito, per l'autobiografia di Casanova; ma quando egli ha fatto tutte le sue riverenze alle autorità stabilite, la vita stessa, nel suo libro, si rivela estranea a ogni legge, proprio come, l'autore. Nella prefazione egli confessa che pelare un imbecille, in fin dei conti, gli sembra un'azione che non può non tornare ad onore; e nel leggerlo, arriviamo al punto di sentirci noi stessi irritati quando coloro che Casanova ha designato a proprie vittime riescono a sfuggire alle sue truffe. Egli temeva, disse, che le Memorie riuscissero « par trop cyniques», per mai poter pensare a una pubblicazione. E in parte aveva ragione, sembra: il manoscritto originale è ancora rinserrato nei sotterranei di Brockhaus a Lipsia, e nessuno sa ciò che può avere omesso chi ne curò la pubblicazione.
Le Memorie, dunque, richiesero il coraggio di un punto di vista individuale, e richiesero una capacità di sentimento. Quale romanziere o poeta ha reso meglio di Casanova la gloria effimera della vita personale? La gaiezza, la spontaneità, la generosità della gioventù; gli alti e bassi dell'età di mezzo, quando il nostro carattere comincia a dominarci e siamo co-stretti a venire a patti con esso; i terribili vuoti degli anni più tardi, quando ciò che è perduto è perduto. Tutto ciò che una vita di tal genere può contenere, Casanova lo mise nella sua storia. E quanta parte del mondo! Il Settecento come non si ritrova in nessun altro libro; la vita sociale da cima a fondo, l'Europa dall'Inghilterra alla Russia; una varietà di caratteri più brillante di quel che si possa trovare in alcun romanzo del Settecento.
Ma gli interessi di un uomo simile sono limitati. Casanova sapeva meglio di tutti come andasse il mondo e come andassero le proprie personali vicissitudini. Ma aveva pochissima fantasia per intuire più ampiamente la vita della società. Egli vide la corruzione del vecchio regime in Francia e fece su di esso i suoi commenti dopo la Rivoluzione, ma non era mai stato fra coloro che desideravano veder sparire il vecchio regime. Al contrario, come un Rothstein, egli era soddisfatto del mondo come lo trovava. Sebbene l'Inquisizione l'avesse quasi fatto fuori, non cessò mai di trattarla con rispetto e nei suoi ultimi tempi di sfortuna fu disposto a diventarne spia e dare informazioni a quei censori (ma in modo non troppo efficace, sembra) sull'uso di modelli nudi nelle scuole d'arte veneziane, e sui libri indecenti o empii nelle biblioteche. Sebbene altre volte egli si fosse chiamato « filosofo » e nei suoi scritti speculativi avesse vagamente preannunciato il Darwin, non aveva mai criticato la Chiesa o lo Stato. Egli accettò tutti i valori  terreni del tempo: le gerarchie, le istituzioni, le dominazioni. Non pose mai in dubbio, non protestò mai, difese il suo onore secondo il codice dell'onore, ma non sollevò mai in nessun campo un problema più vasto a cui appellarsi come principio. L'originalità di Casanova fu generalmente limitata ad una sorta di sfrontatezza personale, che avendo resistito tutta la vita malgrado i suoi ripetuti tentativi di riformarla, finì con l'acquistare nelle sue Memorie una sorta di dignità intellettuale, quand'egli s'accorse infine che tutta la sua lotta per farsi un posto nella società era stata inutile e che quella era la sola compagna che gli restasse nella solitudine di Dux.
Uomo di intelligenza superiore, come ben sapeva di essere, aveva sempre mirato alle buone cose del mondo attenendosi al giudizio che ne davano i ricchi e i potenti. Ciò che voleva veramente, si capisce, era qualcosa di diverso da ciò che quelli volevano. Non sembra che si preoccupasse d'una sistemazione sociale o di una sicurezza finanziaria per se stesse: ciò che amava era l'avventura del sostenere una  parte, del creare una situazione teatrale; mentre i ricchi e i potenti desideravano soltanto di seguire la loro routine.  E tuttavia il suo dramma era di solito concepito in termini dei loro valori. Era la parte di lui più scadente, il lacchè sepolto in lui, che non sapeva mirare oltre le consuetudini dei suoi padroni.
E questa è in parte la spiegazione del fatto che Casanova abbia destato, relativamente, così poca seria attenzione. Fra gente inglese, naturalmente, è la sua scandalosa riputazione che ne ha fatto praticamente un tabù, sicché egli resta in genere sconosciuto al pubblico inglese, tranne che in volumi di estratti di carattere erotico in certe collezioni di classici della pornografia. Ma in genere si può dire che quanto vi è di buono in lui rende un lettore serio troppo imbarazzato, e quanto vi è di inferiore lo disgusta troppo, perché Casanova possa mai essere accettato come un classico. Vi è tutta una legione di studiosi di Casanova sul continente, ma i casanovisti sembrano quasi appartenere alla categoria dei collezionisti di francobolli o di monete, o di quelli che dedicano tutta la loro vita a cercare un tesoro spagnolo sepolto. Essi si preoccupano soprattutto di verificare le date e di stanare delle identità. Casanova, affascinante com'è, non conduce a nulla che sia più ampio di se stesso.
Paragonatelo a Rousseau, per esempio. Rousseau era un uomo assai meno attraente, e le sue Confessioni sono infinitamente meno leggibili delle Memorie di Casanova. Nei suoi momenti migliori, almeno per il mio gusto, egli resta sempre piuttosto senza fragranza, piuttosto svizzero. Eppure il figlio dell'orologiaio di Ginevra, in una situazione non dissimile da quella di Casanova (egli pure era stato un vagabondo, un ladro, un parassita dei grandi, e aveva sofferto come apprendista tartassato e come servo nelle case dei ricchi), riuscì a dare ai suoi disagi un significato più ampio. Casanova sapeva mostrare una notevole forza di carattere nell'obbligare i grandi a trattarlo da pari, conte quando costrinse il conte Branicki a battersi con lui e poi divenne suo amico; ma non sembra che gli sia mai successo di dire, a lui figlio di guitti, quando la sfortuna lo coglieva nelle sue belle vesti da aristocratico: « Io faccio il gran signore molto meglio di voi stessi, perché ho la per-sonalità e la fantasia e il cervello per creare un gran signore così splendido, come voi stupida società convenzionale non avete mai sognato, e quindi sono su-periore a voi, e quindi non ho bisogno di competere con voi! » Mentre Rousseau giunse infine alla conclusione che l'epoca andava male, se Rousseau andava male. Dal momento della sua improvvisa rivelazione, mentre si trovava in via per visitare Diderot a Vincennes, che l'uomo è per natura buono e che erano soltanto le istituzioni a corromperlo, e che tut-te le sue miserie erano dovute non alle proprie aberrazioni e ai propri difetti ma ai peccati della società che l'aveva educato  da quel momento Rousseau tenne fermo alla sua idea, al prezzo di ritirarsi dalla società, di esiliarsi da quei circoli in cui gli altri filosofi del Settecento avevano trovato un benvenuto così gradevole e un'attenzione così benevola.
Direte che fu il carattere neurotico di Rousseau a impedirgli di andare d'accordo con gli altri, e che egli si rifece facendo una paternale alla società; e direte che Casanova aveva almeno altrettanta ragione quando attribuì le proprie disgrazie ai propri errori. Ma resta il fatto che Rousseau, partendo dal proprio caso individuale, arrivò ad una verità generale, e malgrado tutte le sue avventure ignominiose, ebbe il coraggio e la dignità di esserne consapevole. Egli appartenne a quella classe di pensatori che si oppongono alla filosofia dominante nel loro tempo, coscien-ti di avere alle spalle una massa informulata e urgente di sentimenti generali, e che finiscono con l'affermarsi essi stessi come dei portavoce dell'epoca che segue alla loro epoca.
Una volta, Casanova andò a visitare Rousseau nel suo ritiro, in compagnia di una nobil dama. I visitatori lo giudicarono privo di affabilità, e non riuscirono ad esserne particolarmente illuminati, per quanto Casanova ammettesse che Rousseau aveva parlato con intelligenza. Madame d'Urfé lo giudicò uno zotico, e quando se ne furono andati ambedue risero di lui.
Casanova, ignorando le sue molte umiliazioni, tentava ancora di infrangere la consegna alle porte dell'aristocrazia, quando già Rousseau, con tutta la sua goffaggine, era riuscito ad afferrare la leva della Rivoluzione.

Edmund Wilson (tratto da "La ferita e l'arco", Gazanti, Milano 1973. Trad. Nemi D'Agostino)
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Giorgio Albertazzi ne
"Il ritorno di Casanova"
di Tullio Kezich da Arthur Schnitzler


Locandina spagnola del film di Ettore Scola "La nuit de Varennes" (titolo italiano:"Il mondo nuovo"), dove appare un vecchio e cadente Casanova magistralmente interpretato da Marcello Mastroianni.
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