Abreazione (Abreagieren)
Reazione emotiva grazie alla quale l’individuo può liberarsi dell’ influenza psichica d'un evento traumatico. Questa reazione può sia far seguito all'evento, sia al contrario essere espressa in seguito anche a distanza di molto tempo. In questo caso, l’individuo sarà stato obbligato a reprimerla per delle cause che possono essere esteriori o interiori a lui stesso. L'abreazione sopprime o attenua l'effetto patogeno dell'evento traumatico. Essa può essere ottenuta grazie all'azione d’una psicoterapia quand’essa non ha potuto prodursi al momento stesso dell'evento. In quanto scarica emozionale ha funzione catartica.
Atto mancato (Fehlleistung)
È un atto per il quale un soggetto sostituisce malgrado sé a una intenzione esplicitamente mirata un’azione o un condotta totalmente imprevista. Questo termine non designa l'insieme dei fallimenti della parola, della memoria o dell'azione, ma le condotte in cui il soggetto riesce abitualmente, e in cui egli tenta d'attribuirne lo scacco a una disattenzione o al caso. Freud ha dimostrato (Psicopatologia della vita quotidiana,1901) che gli atti mancati sono, come i sintomi, delle istanze di compromesso, tra l’ intenzione cosciente del soggetto e il rimosso.
Freud sottolinea che tali atti intervegono sempre in uno scambio tra due pericoli. Fehlleistung (azione manchevole) è il termine usato da Freud. Nel mondo anglosassone si usa anche il termine "paraprassia", dal greco parapraxis.
Acting out (Agieren)
Questo termine, impiegato in psicoanalisi, designa un comportamento impulsivo in rottura con il comportamento generale abituale del soggetto e relativamente isolabile nella sua attività. Esso prende spesso una forma etero o autoagressiva. Nell’insorgere di tale comportamento, lo psicoanalista vede l’emergere del rimosso. Quando sopravviene durante il corso d’una analisi, sia nel corso d’una seduta o fuori di essa, sembra essere in rapporto con il transfert e, più precisamente, come un tentativo di misconoscerlo.
Il termine inglese acting out è stato adottato da alcune correnti della psicoanalisi (Lacan). Il suo equivalente generale nella lingua francese è quello del «passaggio all’atto», che ha però l’ inconveniente d'essere utilizzato in clinica psichiatrica dove è inteso come un atto impulsivo, violento, aggressivo, delittuoso (assassinio, suicidio, raptus sessuale, etc.), il soggetto passando da una tendenza alla realizzazione dell’atto stesso.
Un tal uso in psichiatria non comporta alcun riferimento alla dimensione del transfert che, sola, interessa i psicoanalisti. Per costoro, in effetti, il terreno del transfert nell'analisi s'oppone al ricorso all’ acting out e apparve come un tentativo di rottura della situazione analitica. La questione che si pone è dunque quella dell'interpretazione da dare all’ acting out nel transfert. Freud sottolineava già la tendenza di certi pazienti a «mettere in atto», fuori dall'analisi, le reazioni pulsionali risvegliate da quest’ultima. Per lui, un tale comportamento del soggetto dimostra che egli non ha del tutto distinto i fenomeni di ripetizione nel transfert da quelli dell'acting out. Il soggetto che mette così in atto dei conflitti fuori dalla cura si mostra meno accessibile alla presa di coscienza del loro carattere ripetitivo «Non è per nulla desiderabile che il soggetto fuori dal transfert metta in atto invece di ricordarsi", dice Freud in Introduzione alla Psicoanalisi.
Cos’è dunque un atto per un soggetto?
J. Lacan, nel suo "Seminario X" (1962-1963) su «l'Angoscia», distingue il «passaggio all’atto» da l'acting out facendo riferimento a due osservazioni cliniche di Freud: Dora (1905) e Psicogenesi d'un caso d'omosessualità femminile (1920). L'acting out vi è descritto come la condotta d'un soggetto, data all’altro cui è rivolta per essere decifrata. Colui che agisce non parla a nome proprio, non sa ciò che mostra, come non percepisce il senso di ciò che svela. È all'altro che spetta di decifrare il suo atto. È il sopraggiungere d’un colpo di follia destinato ad attenuare un’angoscia troppo violenta. È una messa in scena sia del rigetto dell'angoscia che potrebbe scaturirne dai detti dell'altro,sia come il disvelamento di ciò che l'altro non intende, una sorta di falso reale che prende il posto d'un impossibile dire.
Nella cura stessa, l'acting out può rivelare l'esistenza d’una impasse, d’una défaillance dell'analista nel sostenere il ruolo che occupa, d’una modificazione della sua posizione nel transfert . Se non è possibile all'analista interpretare l'acting out in se stesso, è di sua competenza fare ogni sforzo per permettere al paziente d’inserirsi di nuovo nel discorso per passare a un comportamento pericolosamente impulsivo.
Affetto (Affekt)
Termine della psicologia tedesca definito da Wundt come un sentimento, una scarica emozionale più o meno intensa, gradevole o penosa, che trova la sua origine in una rappresentazione mentale; un processo psichico provocato da un oggetto esterno o da una associazione d'idee.
Per Freud, nella sua teoria delle pulsioni, ogni pulsione comporta due versanti: la rappresentazione inconscia, e l'affetto cui è legata. L'affetto è l'aspetto qualitativo della quantità d'energia pulsionale investita nella rappresentazione. Senza l’affetto noi non 'avremmo alcuna via d'accesso alla pulsione.
Nei suoi primi lavori sull'isteria, Freud avanza l’ipotesi che la causa del sintomo è un trauma sessuale che non ha potuto esprimersi sul momento attraverso una scarica affettiva appropriata. Questo ricordo traumatizzante dovrà essere rammemorato durante il corso della cura; con esso la reviviscenza e l’espressione dell'affetto bloccato comporteranno la scomparsa del sintomo.
La nevrosi avrebbe dunque per origine una riparazione della rappresentazione e dell'affetto. Quest’ultimo subirà uno dei tre destini seguenti: sarà convertito in sintomo somatico nel caso dell'isteria, sarà spostato su un’ altra rappresentazione più anodina nel caso della nevrosi ossessionale, o completamente trasformato nel caso della melanconia o della nevrosi d'angoscia. (Lettera n° 42, 21 maggio 1894, a W. Fliess)
Successivamente Freud parlerà di «quantum d'affetto» per meglio segnare il ruolo economico dell'affetto come manifestazione d’una quantità d'energia pulsionale sessuale investita. Il termine affetto non designa dunque più solamente una tonalità emozionale, ma una componente autonoma della vita pulsionale.
L'esempio della nevrosi traumatica illustra la maniera in cui la repressione d'un importante quantum d'affetto accompagnato dalla rappresentazione d'un pericolo di morte imminente può provocare l'angoscia e la malattia. Si tratta più spesso d'un trauma arcaico sopravvenuto nella relazione precoce madre/bambino e che si riattualizza in questo tipo di nevrosi.
Aggressività (Aggression, Agressivität)
In psicologia, in psicoanalisi e in psicologia sociale, l'aggressività designa ogni tendenza mirante, con qualsiasi mezzo e sotto qualsiasi forma, a causare un torto a un individuo, un gruppo o a ciò che li rappresenta (violenza simbolica).
Ogni comportamento competitivo non è necessariamente aggressivo: volere primeggiare non può realizzarsi che a detrimento altrui; ma questa volontà diventa una condotta aggressiva se il dispiacere altrui, la sua umiliazione, il suo dolore intervengono, coscientemente o no, nella motivazione dell'ambizioso. I comportamenti aggressivi prendono delle forme innumerevoli, in cui la violenza fisica non è che quella più appariscente. Li si ritrova all'opera nell'ironia, nei motti di spirito caustici, in certe «farse». Detti comportamenti possono anche dissimularsi dietro la facciata sussiegosa di ogni forma d'autorità sociale che conferisce a un individuo un potere su un altro. A fianco di forme aperte di aggressività, occorre dunque saper discernere le sue manifestazioni oblique.
D'altra parte, l'aggressività può essere diretta o indiretta. Un impiegato al quale il suo superiore fa un cazziatone può replicare con la collera (aggressività diretta, ossia diretta contro l’origine stessa del dispiacere). Ma in molti casi le barriere sociali che inibiscono questa forma d'aggressività condurranno l’individuo frustrato a scaricare la propria aggressività per esempio su un collega (aggressività indiretta). L'importanza degli effetti dell'aggressività collettiva che fanno sì che la storia umana sia costellata da una sequela di massacri sarà evocata qui a titolo rammemorativo. Si comprende in questo ambito di condizioni che la domanda: da dove viene l'aggressività umana? sia in primo piano nelle ricerche attuali (vedi RenéGirard). Si converrà che questa domanda molto antica viene a essere rinnovata dai lavori delle scienze umane e che il problema viene posto sotto la forma: l'aggressività è un istinto?
Eros e Thanatos
La storia della psicoanalisi freudiana è la storia della scoperta progressiva dell'importanza dell'aggressività nello studio delle condotte umane. Nel periodo che va fino al 1920, Freud non conobbe che due istinti umani fondamentali: l'istinto sessuale e l'istinto di conservazione. Egli si imbatterà tuttavia nel problema dell'aggressività nella resistenza ostile che oppone il malato al suo analista, nel sogno e soprattutto nel fenomeno dell'ambivalenza, ossia nel fatto che l’amore e l’odio coesistono in ogni relazione con un oggetto e si trasformano facilmente l'uno nell’altro. Ma i comportamenti aggressivi vanno allora ricondotti ai due istinti fondamentali della libido e dell'autoconservazione .
Dopo il 1920, Freud si allineerà all'ipotesi di Adler del 1908, secondo la quale esisterebbe una pulsione distruttrice autonoma che egli chiamerà istinto di morte. Più ancora: la dualità pulsione di vita-pulsione di morte prenderà, nella teoria esplicativa, il posto della coppia fame-amore. Perché questo cambiamento? Ciò avvenne quando Freud fu condotto a studiare da vicino, nel masochismo e nel sadismo, le molteplici combinazioni dell'aggressività e della sessualità. La sua grande scoperta in questo ambito è che il masochismo viene prima, che esiste nell'uomo un bisogno fondamentale d'autopunizione che diventa aggressività rivolgendosi contro altri: «Tutto ciò avviene come se noi fossimo costretti, per non cedere alla tendenza d'autodistruzione, per evitare la nostra distruzione, a distruggere uomini e cose. Triste constatazione per lo studioso dei costumi!» (Nuove conferenze sulla psicoanalisi.)
Occorre andare così lontano? L'esistenza d'un istinto di morte sarà constatata all’interno della scuola freudiana stessa e soprattutto presso i psicosociologi anglosassoni.
Frustrazione e aggressività
Nel 1957, a seguito dei numerosi lavori sperimentali condotti dal «gruppo di Yale» dopo il 1939, uscì una tesi di Dollard, Doob e Miller, Frustrazione e aggressività, che ebbe un’eco notevole. Gli autori vi trattavano i comportamenti aggressivi come delle reazioni a delle frustrazioni. Si chiama frustrazione, in psicologia dinamica, ogni ostacolo ivi compreso il soggetto medesimo, frapposto alla soddisfazione d'un desiderio. La tesi degli autori è radicale: «L'esistenza d'un comportamento aggressivo presuppone sempre l'esistenza della frustrazione e, inversamente, l'esistenza della frustrazione conduce sempre a qualche forma d'aggressione ». Essi studiarono con precisione la connessione tra l’ intensità della frustrazione e quella della risposta aggressiva, gli effetti d'inibizione delle sanzioni sociali sull'aggressività, ecc. Sotto questa forma radicale, la tesi fu criticata. Il grande sperimentatore Kurt Lewin dimostrò che gli individui reagiscono molto differentemente alla frustrazione e che questa può tanto condurre alla passività rassegnata quanto all'aggressività. Fu stabilito (Miller medesimo dovette convenirne in seguito) che l'aggressività non era che una delle risposte possibili alla frustrazione e che ne esistevano altre.
Una nuova saggezza?
Sembra troppo presto per troncare il dibattito concernente un eventuale istinto di morte. Ma si vede chiaramente la sfida filosofica d’una tale discussione . Se Freud ha ragione, l'uomo è naturalmente aggressivo e crudele, e nessuna riforma di struttura, nessuna rivoluzione modificherà mai questo dato di fatto. Se si ammette al contrario che l'aggressività non è che una reazione a una frustrazione , ossia a una situazione essenzialmente modificabile, si può pensare a una società dove le frustrazioni saranno, non certo inesistenti (che sarebbe a sua volta utopico e disastroso per la formazione della personalità umana), ma tollerabili, a misura della nostra natura.
Comunque sia, è chiaro che nessuna società può consentire che certe forme d'aggressività abbiano libero corso. Da qui sorge il problema pratico: l'aggressività umana può essere governata? Alla luce dei progressi delle scienze umane, la risposta si è fatta molto prudente. È chiaro che le esortazioni all'«amore del prossimo» si sono rivelate poco efficaci nel passato. Di converso, due vie si sono aperte per giungere a un suo relativo governo: la simbolizzazione e la sublimazione .
È ben noto che i giochi dei bambini girano attorno alla guerra e alla morte. Ma anche i loro disegni, o le storie che amano raccontarsi. Si tratta d’una scarica permanente sotto forma simbolica della propria aggressività. Questa scarica non deve essere repressa, ma mantenuta sotto la sua forma simbolica. Sotto il nome di sublimazione, Freud aveva descritto come la libido poteva prendere delle forme non sessuali, socialmente valorizzate, quali l'attività artistica o la ricerca intellettuale. Sembrò sempre più che questo concetto potesse applicarsi altrettanto bene all'aggressività. Il tema generale è di trasformare un’aggressività socialmente nociva in una emulazione utile. Tutto ciò è ben operante in molte professione e ci si può chiedere se certe grandi realizzazioni culturali non abbiano trovato la loro energia in un enorme «recupero» d'aggressività. L'alchimia moderna delle trasmutazioni affettive, attraverso un’ «astuzia » notevole, metterebbe così Thanatos al servizio stesso della vita. Al futuro spetta dire in quale misura questo programma è efficacemente realizzabile, per il bene – e forse anche – per la sopravvivenza dell’umanità.
Ambivalenza (Ambivalenz)
L'ambivalenza è costituita dalla presenza simultanea di sentimenti opposti nella relazione che un soggetto intrattiene con un oggetto, per esempio l’amore e l’odio, il desiderio e il timore, l'affermazione e la negazione .
Il termine fu preso in prestito da Freud a Bleuler, per il quale l'ambivalenza è un sentimento caratteristico della schizofrenia. Egli ammette tuttavia l’esistenza d’una ambivalenza normale e Freud fece ricorso in seguito a questa nozione, sottolineandone l'importanza in differenti registri del funzionamento psichico. Il termine apparve nella sua opera per la prima volta nella Dinamica del transfert (1912).
Freud lo utilizza a proposito del fenomeno del «transfert negativo». Ma l’idea dell'esistenza simultanea dell’amore e dell’odio, per esempio, si incontra in precedenti opere. Nell'analisi del Piccolo Hans e dell’Uomo dei topi , Freud enuncia già, in effetti: «Una battaglia , presso gli innamorati, tra l’amore e l’odio che sono diretti verso la stessa persona.»
Nel 1915 ("Pulsioni e destino di pulsioni", in Metapsicologia), Freud evoca l’ambivalenza a proposito dell'opposizione tra attività e passività: «La mozione pulsionale attiva coesiste con la mozione pulsionale passiva.» Ma è soprattutto in certe patologie (psicosi, nevrosi ossessionale) e in certe situazioni (lutto, gelosia) che l'ambivalenza può apparire, caratterizzare certi stadi dell'evoluzione libidinale, dove amore e odio dell'oggetto coesistono (stadio sadico-orale e e stadio sadico-anale). La nozione d'ambivalenza è fondamentale in psicoanalisi. Secondo Melanie Klein, la pulsione non può che essere ambivalente: l'«amore» dell'oggetto non agisce senza la sua distruzione. L'ambivalenza appare allora come inerente all'oggetto medesimo; il soggetto lotta contro simile sentimento declinando l'oggetto in «buono» e «cattivo» oggetto, perché un oggetto che fosse totalmente buono o a maggior forza cattivo sarebbe intollerabile.
Occorre allora sapere se è possibile rendere conto della nozione d'ambivalenza, di postulare, come ci ha proposto Freud a proposito della sua teoria delle pulsioni, un dualismo fondamentale. Per Freud, la coppia amore-odio si spiegherebbe, per esempio, a partire dalla loro evoluzione specifica; l’odio trovando la sua origine nelle pulsioni d'autoconservazione, e l’amore nelle pulsioni sessuali.
L'opposizione freudiana delle pulsioni di vita e delle pulsioni di morte della seconda topica metterebbe così in luce l'ambivalenza esistente nel meccanismo pulsionale.
Alla fie della sua vita, Freud accorda all’ambivalenza un’estrema importanza. Così, il conflitto edipico è considerato come conflitto d'ambivalenza. La sua dimensione principale apparve, in effetti, come l'opposizione tra «un amore ben radicato e un odio non meno giustificato, diretti tutti e due verso la stessa persona».
La concezione di Freud perviene finalmente a considerare che il punto d'ancoraggio del conflitto risiede nella dinamica pulsionale. Occorre dunque cercare dietro il conflitto difensivo le contraddizioni proprie alla vita pulsionale stessa.
Angoscia (Angst)
Reazione affettiva emessa o fissata dal profondo, o di fronte a un pericolo la cui l'origine è soprattutto interiore. È detta anche ansia .
L'angoscia ha manifestazioni in numerosi malesseri fisici: costrizione epigastrica (il “peso allo stomaco”), laringitica, oppressione respiratoria, accelerazione del ritmo cardiaco, sudori. A livello patologico, l'angoscia si incontra nelle psicoastenie, nelle nevrosi d'angoscia, nella melanconia, ecc.
La paura e l'angoscia
Occorre innanzi tutto distinguere l'angoscia dalla paura. La paura è un’emozione che tende a mobilitare le risorse del soggetto davanti a un pericolo nettamente cosciente, reale o prevedibile, al quale occorre reagire per superarlo. L'angoscia è una paura senza oggetto o meglio in cui gli effetti sono manifestamente sproporzionati alla realtà del pericolo. L'angoscia è più generica, più confusa, legata a un sentimento diffuso d'insicurezza; essa non consente di fronteggiare la minaccia. Un cavaliere può avere paura dei movimenti bruschi del cavallo; ma il piccolo Hans di cui Freud ci ha descritto il trattamento clinico in uno dei suoi Casi clinici, che non esce più di casa per paura di incontrare un cavallo, è un angosciato. L'angoscia può essere «flottante», pronta ad alimentarsi di qualsiasi pretesto, o al contrario «fissata» su un oggetto o un essere particolare.
Freud fu il primo a porre con rigore la domanda: di cosa l'ansioso ha realmente paura? Nel dettaglio, la risposta esigerebbe la chiamata di quasi tutte le scoperte psicoanalitiche; riassunta, essa riguarda una affermazione paradossale: l'ansioso ha paura di se stesso, dei conflitti interiori che lo lacerano e che egli non riesce a controllare.
In un primo tempo, Freud descrive l'angoscia come il prodotto d’una aggressività o d’una sessualità rimossa: «La libido insoddisfatta si trasforma direttamentee in angoscia.» Egli fa l’esempio ben noto dell’agorafobia (angoscia di trovarsi in un luogo pubblico, uno spazio vuoto, una piazza) la quale è spesso legata al timore incoscio di non poter resistere alle tentazioni sessuali. Il malato opera così uno spostamento sottile trasferendo su un oggetto esterno il timore che egli prova davanti alla «propria libido»; egli tenta di liberarsi da un' angoscia interiore facendo di essa la semplice paura d'un oggetto esterno. Si sottolinea che, in questa prima teoria, l'angoscia è il puro effetto d’una situazione conflittuale, da dove il nome d'angoscia automatica che Freud le attribuirà. In seguito (dopo il 1926), Freud scoprì che l'angoscia può prendere delle forme ancora più sottili e divenire funzionale, ossia utile; d'angoscia automatica, essa diventa allora segnale d'angoscia. Il suo meccanismo è il seguente: quando un soggetto che s’è già trovato in una situazione di conflitto interiore in cui già fu vinto dalla forza dei suoi istinti aggressivi o sessuali si ritrova (o immagina di ritrovarsi) davanti a una situazione analoga, egli rivive in maniera attenuata l’angoscia che egli aveva allora già sentita e mobilita contro il pericolo ogni energia psichica di cui dispone. L'angoscia gioca allora il ruolo d'un vero «segnale d’allarme» che permette all’ Io di difendersi efficacemente contro il proprio inconscio. Ricordiamo che la difesa è l'insieme dei processi, generalmente inconsci, utilizzati dall’Io per mantenere la propria integrità.
Su tutt’altro piano di quello di Freud, fedele tutta la sua vita al determinismo psichico il più rigoroso, l'angoscia può essere considerata come il segno della nostra libertà. Alcuni pensatori cristiani come Sant’Agostino, Lutero e soprattutto Kierkegaard avevano distinto il timore di Dio da tutte le paure umane. Sulla loro scia, ma sul piano d’una concezione atea del mondo, si troverà questa interpretazione propriamente metafisica dell'angoscia presso il filosofo tedesco Heidegger, in Essere e Tempo (1941). Mentre la paura designa un evento del mondo in cui la minaccia è posta come possibile, l'angoscia è una messa in questione dell'esistenza umana stessa (Dasein ) in quanto essa è la fonte di ogni significato e di ogni progetto. Nell'angoscia, l'esistente (Sein) fa l’esperienza di un isolamento assoluto, della sua deiezione nel mondo, del suo abbandono nel mondo delle cose e può, grazie a essa, accedere per mezzo di un soprassalto decisivo a una «libertà appassionata», scevra dalle illusioni dell'opinione (Doxa), a un’ esistenza « autentica » dove l'uomo si pone in ogni istante del tempo di fronte alla propria morte.
Apparato psichico (Psychischer, seelischer Apparat)
Questo termine, in psicoanalisi, designa la configurazione della struttura costitutiva del funzionamento dei processi inconsci. Di seguito esponiamo tutto il difficile percorso intrapreso da Freud per dare conto dei precisi fatti e processi mentali da egli scoperti (inconscio, pulsioni ecc).
Ci si può chiedere che cosa significhi il fatto di trattare lo psichismo (il complesso di attività e fenomeni di natura psichica) come apparato. L’idea sembra in effetti legata alla necessità della rappresentazione, particolarmente di rappresentazione scientifica. Dal punto di vista freudiano, si tratta di tentare di rappresentarci ciò che non si rappresenta da sé, ma che produce i suoi effetti e le sue conseguenze sotto forma di sintomo, di patologia, o semplicementee di meccanismo ordinario. Altrimenti detto, secondo un tale punto di vista, ciò che costituisce il sintomo psichico ci resta ignoto, ma questo ignoto può rappresentarsi in un apparato sul quale è possibile immaginare degli esperimenti di pensiero e l’operare psichico stesso. È ciò che dice Freud nel suo Compendio di psicoanalisi (1938), che costituisce il suo ultimo lavoro rimasto incompiuto: «Noi ammettiamo che la vita mentale è la funzione d'un apparato al quale noi attribuiamo estensione nello spazio e l'assemblaggio di numerosi pezzi, che noi rappresentiamo dunque alla maniera d'un telescopio, d'un microscopio, ecc. La costruzione coerente d’una tale rappresentazione è, malgrado l'approssimazione già tentata, una novità scientifica.» L'apparato rappresenta dunque ciò che noi non conosciamo, ma non fino al punto di non immaginarlo.
La nozione d'apparato psichico è presente in tutta l’opera di Freud; le macchine cui Freud allude per chiarire il suo pensiero sono semplici, come quelle ottiche. È attorno all’idea elementare di macchina che Freud ha elaborato questa macchina più complicata che gli ha chiamato « apparato psichico », che egli utilizza per confortare la sua scoperta dell'inconscio e che, in questo senso, costituisce, come è possibile dire, l'apparato della psicoanalisi, lo stesso campo analitico.
L'apparato linguistico
Nel 1891, Freud pubblica Come intendere le afasie. Studiando in maniera critica l’insieme della questione sul piano neuropsicologico, egli rifiuta l’idea d’una localizzazione settoriale della funzione del linguaggio a favore d’una localizzazione globale, che egli chiama «apparato linguistisco». Tra questa localizzazione cerebrale del linguaggio e la dimensione simbolica del discorso e del significato si fa strada un legame che egli chiama inconscio, che l'apparato psichico, per il suo funzionamento, va a elaborare. È nel Progetto d’una psicologia scientifica (1895) che Freud definisce la prima costruzione d'un tale spazio per l'inconscio .
Abbozzo d'un apparato della memoria
Un tale tentativo non avrà altro scopo che di «fornire una spiegazione della memoria». Ora la difficoltà a spiegare il funzionamento della memoria riguarda «la sua capacità di immagazzinare pur restando ancora recettiva», che presuppone la concezione d'un sistema che sia capace di registrare e restare ancora recettivo. C’è una sorta di sfida, quella d'immaginare la natura d'un meccanismo che oltrepassa la nostra comprensione, e di pensare un apparato per rappresentarlo.
Freud, per rispondere a questa domanda, distingue numerose categorie di neuroni, in cui alcuni si incaricano delle registrazioni mnestiche, mentre gli altri restano immobili e assicurano la recettività permanente. Egli distingue egualmente dei tipi differenti di funzionamento di questi neuroni che corrispondono a diverse modalità di «elaborazione» che conducono a una differenziazione dei processi primario e secondario nel funzionamento psichico. Conviene aggiungere che nel Compendio, Freud dice che l'apparato psichico tende allo scarico, ossia che esso tende a svuotarsi della propria energia, che egli chiama «principio dell’inerzia dei neuroni», principio costantemente sconvolto da altri elementi, ciò che costringe il sistema neuronico a rinunciare alla propria tendenza originaria all'inerzia.
La macchina di scrittura
A questi due apparati, fondatori dell'apparato psichico (apparato linguistico e apparato neuronico), viene ad aggiungersi la "macchina di scrittura" descritta nella lettera di Freud a Fliess n° 52 del 6 dicembre 1896, dove vengono processate le percezioni , i segni, le tracce inconsce, le rappresentazioni verbali, la coscienza. Freud affermò in questo testo che non c’è una sola memoria, ma numerose, disposte in differenti generi di segni «Quante sono tali iscrizioni, non lo so. Almeno tre, verosimilmente di più…»
L'interpretazione dei sogni (1900)
Il capitolo VII di quest’opera costituisce la presentazione più completa di Freud dell'apparato psichico, «rappresentazione figurata dello strumento che serve alla funzionalità psichica». Si tratta d'un modo di procedere caratterizzante un apparato composto da differenti istanze. È così che si chiamano ormai le differenti località psichice. L’aspetto logico-mentale, qui, ha rimpiazzato l'anatomia. Come dice Freud, «noi lasceremo completamente da parte il fatto che l'apparato psichico di cui si discute ci è egualmente noto come base anatomica, e noi eviteremo accuratamente la tentazione di determinare la località psichica in qualche modo anatomica. Noi resteremo sul terreno psicologico e non pensiamo di seguire l'invito postoci a raffigurare lo strumento che serve alle operazioni psichiche alla maniera d'un microscopio o d'un apparecchio fotografico e così di seguito. La localizzazione psichica corrisponde allora a un luogo all’interno d'un apparato, dove s’è prodotta una delle tappe precedenti l'immagine».
L'orientamento
L'apparato psichico è dunque la rappresentazione dello strumento psichico medesimo, rappresentazione destinata a comprendere la costruzione di ciò che questo apparato ha in se stesso d’ignoto. Questa dimensione d’ignoto è sottolineata da Freud (Compendio): «Di ciò che noi chiamiamo la nostra psiche (vita mentale) noi conosciamo due cose: 1) l'organo corporeo, la scena dove si manifesta . 2) i nostri atti di coscienza, che ci sono dati immediatamente. Non è dato possibile dire altro.» Oltre le due cose anzidette, tutto ci è sconosciuto. L'apparato psichico è un assemblaggio d'elementi (istanze, sistemi) che sono orientati nello spazio e nel tempo. L'attività va da un estremo all'altro, da un limite all'altro, dal sensibile al mobile, dall’eccitazione all'innervazione. Esso si comporta come un arco riflesso. «Il processo riflesso resta così il modello di ogni operazione psichica.»
Sopraggiunge allora una prima differenziazione: la percezione lascia una traccia mnestica nell'apparato. È la memoria. Ma ancora, come la memoria può conservare delle tracce e restare vergine? A questa difficoltà già evocata nel Compendio risponde la distinzione tra i differenti sistemi che compongono l'apparato: davanti, un sistema che riceve le percezioni , senza conservare tracce, dunque provvisto di coscienza ma sprovvisto di memoria. Dietro, un altro sistema che trasforma in tracce le eccitazioni, dunque provvisto di memoria ma sprovvisto di coscienza. Così l'apparato psichico funziona secondo un principio che definsice la divisione dell'operazione psichica nella quale memoria e coscienza si escludono. La memoria è dunque, per principio, inconscia. Ricordiamo a questo riguardo l'apporto della lettera n° 52 di Freud a Fliess, da dove si desume che non c’è una sola memoria, ma numerosi sistemi di memoria, l’ultimo, solo, pertarà il nome d'inconscio .
La sfida della teoria freudiana dell'apparato psichico è fondamentale poiché ha per scopo di rendere credibili delle ipotesi nuove relative alle diverse modalità del lavoro psichico per giungere alla comprensione del meccanismo dell’apparizione delle psiconevrosi.
Con l'Interpretazione dei sogni, Freud ci ha descritto l'apparato psichico come costituito dall’ articolazione di tre istanze: Inconscio, Preconscio, Conscio, che sono state designate come la prima topica. Quando egli stesso la sostituisce con la seconda topica: l’Es, l’Io, e il Super-Io, nel 1923, il sostrato formale resta. È la ragione per la quale il Compendio di psicoanalisi, opera ultima e incompiuta di Freud che esce nel 1938, riprende nel suo capitolo primo intitolato «l'Apparato psichico» la forma generale dell'apparato che dà alle costruzioni teoriche il loro valore rappresentativo, ma ad esso conferendo la materia di nuove istanze. L'apparato psichico sembra così costituire il quadro stesso del pensiero teorico e dei costrutti destinati ad approcciare l’ignoto da presso.
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