Après-coup (la teoria dell') - (nachträglich in ted.) - ( "Dopo il fatto", "posteriormente", in it.).
Freud utilizza questo termine (nachträglich) in relazione alla sua concezione della temporalità e causalità psichiche: dalle impressioni dovute a delle esperienze vissute, le tracce mnestiche sono ulteriormente rimaneggiate in funzione di nuove esperienze vissute in un altro stadio dello sviluppo psichico, e possono allora prendere un nuovo senso e comportare un dato effetto psichico.
La nozione d'après-coup in Freud
La nozione d'«après-coup» fa parte dell'apparato concettuale di Freud. Jacques Lacan non ha mancato d'attirare l'attenzione sulla sua importanza. Occorre ricordarne il senso e l'interesse circa la concezione freudiana della temporalità e della causalità psichiche.
Inizialmente, Freud osservò che gli eventi passati sono rimaneggiati dal soggetto «après-coup», ossia dopo il loro prodursi e che è questo rimaneggiamento che dà loro un senso, una efficacia o una dimensione patogena. Così, egli scrisse a Fliess: «Io lavoro all'ipotesi che il nostro apparato psichico è formato da stratificazioni: i materiali presenti sotto forma di tracce mnestiche subiscono un po’ alla volta, in funzione di nuove condizioni, una riorganizzazione, una riscrittura .»
Altrimenti detto, dell’esperienze vissute in un momento dato possono in quel momento non comportare alcun effetto immediato notevole; ma possono in seguito, in un successivo momento, prendere valore di trauma. Freud, con le sue pazienti isteriche, ha mostrato in effetti come una scena vissuta precocemente (ossia prima della pubertà), in modo neutro, potrà tuttavia provocare un trauma quando, per esempio, un secondo evento, vissuto questa volta dopo la pubertà, avrà dato un senso nuovo alla prima scena, e scatenato da questo fatto un aspetto sessuale spiacevole.
Questa concezione freudiana dell’«après-coup» chiede qualche osservazione: 1) da una parte, non è il vissuto in generale che è rimaneggiato après-coup, ma precisamente ciò che nell'evento non ha potuto prendere senso al momento in cui ha avuto luogo, a causa d’una maturazione psichica inadeguata; 2) il rimaneggiamento in questione è scaturito dal sopraggiungere d'eventi che, a causa della maturazione organica del soggetto, gli permettono d'accedere al loro significato; 3) l'evoluzione della sessualità favorise il fenomeno dell’«après-coup», avendo il soggetto accesso, dopo la pubertà, alla capacità di cogliere la connotazione sessuale d’una esperienza vissuta, che fa risuonare après-coup (dopo il fatto) in lui il significato, sessuale tuttavia, d’una scena vissuta un’altra volta e che era restata per lui senza significato particolare.
Il sopraggiungere della pubertà per un soggetto rende in effetti l'emozione sessuale possibile, emozione che il soggetto penserà legata al secondo evento, mentre, in realtà, è provocata dal ricordo del primo. È, ci dice Freud, in questo «ritardo della pubertà» caratteristico della sessualità umana che il rimosso trova la sua origine. «Ogni adolescente ha delle tracce mnestiche che non possono essere comprese da lui che con il sopraggiungere delle sensazioni propriamente sessuali.» In una tale prospettiva, è solamente la seconda scena che dà alla prima il suo potere patogeno: «Un ricordo è rimosso, e non è diventato trauma che après-coup.» Questa nozione è dunque legata alla concezione freudiana della della seduzione ( elaborata da Freud verso il 1895 e abbandonata in seguito), secondo la quale il ricordo delle scene reali di seduzione subite (passivamente) dal bambino per mano delle manovre sessuali fatte da un adulto, gioca un ruolo determinante in seguito nell'eziologia delle nevrosi.
L'Uomo dei lupi
Nella sua analisi dell’Uomo dei lupi (Casi clinici), il processo dell’après-coup è costantemente invocato ma spostato nei primissimi anni dell’infanzia. L'Uomo dei lupi non comprese il coito (dei suoi genitori ) «che all'epoca del sogno, a 4 anni, e non all'epoca in cui l’osservò, a un anno e mezzo. Egli raccolse le impressione che potè comprendere après-coup, all'epoca del sogno, grazie al suo sviluppo, la sua eccitazione sessuale e la sua ricerca sessuale». È il sogno (a 4 anni) che ha conferito all'osservazione del coito (a un anno e mezzo) una efficacia après-coup. Senza dubbio Freud ha ammesso che la ricostruzione dall'Uomo dei lupi della «scena primitiva», ossia il coito dei suoi genitori, poteva essere stata costruita dal soggetto medesimo sotto forma di fantasmi, ma ha sempre mantenuto nella sua opera l’ idea che la percezione aveva almeno fornito degli indizi, delle tracce di realtà.
La nozione «d'après-coup» è dunque fondamentale nell'opera di Freud. Essa impedisce in effetti ogni concezione sommaria della spiegazione analitica, in cui i detrattori si sono compiaciuti nel dire che essa non avrebbe altro effetto che di ridurre al passato infantile ogni azione o ogni desiderio umano, facendo degli analisti dei ciarlatani per i quali ogni destino dell'uomo sarebbe giocato nei primi mesi, se non nei primi istanti della vita intra-uterina.
Associazione (Assoziation)
Chiave di volta del principio della cura in psicoanalisi, l'associazione d'idee, detta anche "associazione libera", fa riferimento alla regola fondamentale che consiste, per il paziente, a esprimere tutti i suoi pensieri in maniera spontanea, senza discriminazione di sorta. Per questa via, egli eliminerà dal suo pensiero le scelte volontarie (costituite dalla «seconda» censura tra il livello conscio e il preconscio), togliendo tramite la casualità delle associazioni le sue difese inconsce, sottomesse queste alla «prima» censura tra il preconscio e l'inconscio.
Tecnica d'investigazione della psiche, questa espressione definsice ciò che struttura di fatto la relazione analitica; la regola dell'«attenzione flottante» è per altro verso il suo corollario più esatto dal lato dello psicoanalista.
Freud, ne elaborò il concetto, lavorandoci dal 1892 al 1898. L'associazione libera resta costitutiva della storia del movimento psicoanalitico e della teorizzazione dell'inconscio.
Inizialmente influenzato dai lavori di Charcot alla Salpêtrière, dove s'interessa all’ ipnosi e all’ isteria, Freud assiste ai primi esperimenti di Bernheim, che lavorava sulla suggestione ipnotica. Questa consisteva nel suggerire al paziente, messo sotto ipnosi, degli atti da compiere al risveglio. Poi, attraverso un questionario postipnotico, si riusciva a far dire al paziente tutto ciò che era successo. Da ciò discende, oltre alla nozione d'inconscio, l’idea d’una possibile influenza che lo stato conscio può, giustamente, ricevere dagli elementi emersi dall'inconscio. È in funzione di questo modello stesso che Breuer e Freud pubblicano nel 1895 Gli studi sull'isteria, dove essi scrivono specialmente che l'isterico soffrirebbe di «reminiscenze», ossia di ricordi inconsci. La guarigione riscontrata da Freud riposa sul fatto che, essendo il sintomo costitutivo dell'amnesia, d’una «lacuna », d'un «vuoto», colmare quest’ ultimo con una parola è sopprimere il sintomo in questione.
Questa suggestione postipnotica resta un processo penoso, secondo l’espressione stessa di Freud, nella misura in cui era necessario esercitare una pressione non trascurabile sui malati perché essi pervenissero a richiamare i loro ricordi. Prova ne era che, da una parte, i ricordi dimenticati non erano certamente perduti, ma che, d'altra parte, esisteva una forza che impediva loro di divenire coscienti. Questa nozione di resistenza fonda la concezione dei processi psichici nell'isteria e in maniera più generale, accredita l’ idea del processo del rimosso come correlata alla nozione di resistenza. Freud ne vede la spiegazione nella dicotomia dei due sistemi psichici, conscio e inconscio, posti in una relazione dinamica d'opposizione.
Nell'evoluzione delle sue ricerche, Freud è colto dal dubbio della pertinenza delle idee sorta, su sua sollecitazione, presso la paziente, in ragione dello scarso rapporto che queste idee sembrano avere con gli eventi, e soprattutto in ragione del fatto che i suoi malati non gradivano questo processo di rammemorazione. Rispetto ai lavori di C.G. Jung e dei suoi allievi (la scuola di Zurigo), Freud sottolinea l’interesse del determinismo psichico, e che un’ idea sorgente nella coscienza d'un malato, svegliata dalla concentrazione della la sua attenzione, può essere del tutto arbitraria e sotto la dipendenza della resistenza che s'oppone al passaggio alla coscienza degli elementi rimossi. Il motto di spirito rappresenta per altro verso per Freud il prototipo stesso d’una affinità tra le ragioni iniziali che fanno sorgere un’idea nella coscienza d'un malato durante il corso d'un interrogatorio e il pensiero sostitutivo riguardante il motto di spirito. È senza dubbio in parte questa coincidenza tra resistenza e amnesia che lo condurrà ad abbandonare l'ipnosi e i suoi processi catartici a favore dell’associazione libera della parola restituita ai pazienti. (Si parlarerà di talking-cure o «cura della parola».)
L’associazione libera riposa sul concetto d'associazione secondo il quale un ‘ «idea che sopraggiunge, spontanea» rinvia in realtà, sempre, ad altri elementi. Si tratta di serie associative in relazione diretta con tracce mnestiche e l'organizzazione tipica della memoria, da Freud stesso qualificata come «archiviazione ». È da notare che questo «gioco» della memoria non ha per niente carattere aleatorio; al contrario, la possibilità d'accesso alla coscienza, la variabilità del meccanismo di rammemorazione sono sotto la dipendenza diretta dei conflitti difensivi propri a ogni individuo.
A questo dispositivo tecnico fondamentale per sondare l'inconscio che è l’associazione libera come strumento d’accesso alle tracce del «complesso rimosso», s’aggiungono la tecnica dell'interpretazione dei sogni e lo studio e la messa in valore degli atti mancati (errori e lapsus).
Attenzione fluttuante (Gleichschwebende Aufmerksamkeit)
Per Freud, questo termine designa la maniera in cui l'analista deve ascoltare il suo paziente non privilegiando nell'ascolto alcuno degli elementi particolari del suo discorso. Ciò implica che l'analista lascia funzionare la propria attività inconscia nella maniera più libera possibile, sospendendo ciò che abitualmente cattura la sua attenzione. «Noi non dobbiamo assegnare importanza particolare a niente di ciò che ascoltiamo, e conviene che noi prestiamo a tutto la stessa attenzione fluttuante.» Freud ci dice ancora: «Allo stesso modo che il paziente deve raccontare tutto ciò che gli passa per la mente eliminando ogni obiezione logica o affettiva che lo spingerebbe a scegliere, ugualmente il medico deve mettersi in condizione d'interpretare tutto ciò che egli ascolta al fine di scoprire tutto ciò che l'inconscio dissimula, e ciò senza sostituire la propria censura alla scelta alla quale il paziente ha rinunciato» (La Tecnica psicoanalitica, 1912).
Il fondamento teorico di questo concetto apparve chiaramente se si riguarda la questione in rapporto a chi è sottoposto all’analisi e al quale è proposta, nella cura, la regola dell’associazione libera: in effetti, è dietro gli elementi in apparenza insignificanti che possono spesso dissimularsi i pensieri inconsci più importanti, ed è così che attraverso diverse deformazioni affiorano le strutture inconsce. Dal lato dell'analista, questa teoria pone egualmente delle domande: può, egli stesso, tentare di sopprimere l'influenza che potrebbero esercitare sul suo inconscio i propri pregiudizi, idee, o anche le difese inconsce? Per Freud tuttavia, lo scopo nell'analisi sarebbe d'ottenere una vera comunicazione dell'inconscio con l’ inconscio: «l'inconscio dell'analista deve comportarsi, riguardo dell'inconscio emergente del malato, come l'ascoltatore telefonico riguardo al microfono», ciò che Teodor Reik chiamerà in seguito «ascoltare con il terzo orecchio».
La regola dell'attenzione fluttuante apparve infatti come une regola ideale ma si scontrò nella pratica con delle contraddizioni: come concepire in effetti che in un momento dato l'analista possa pervenire a una interpretazione senza privilegiare i pensieri consci o inconsci? Freud ha condotto molto lontano la sua ricerca su questo punto scrivendo che: «… ognuno possiede nel proprio inconscio uno strumento con il quale egli può interpretare l’esperienza dell'inconscio presso gli altri», e ancora «l'inconscio d'un soggetto può reagire direttamente su quello d'un altro senza che ci sia passaggio nel conscio. Ciò richiede una investigazione più serrata, particolarmente per decidere se l'attività preconscia vi gioca un ruolo o no. Ma descrittivamente parlando, il fatto è incontestabile» (L'Inconscio, 1915).
Autoanalisi (Selbstanalyse)
L'autoanalisi è una investigazione di se stessi con se stessi, condotta in maniera sistematica con l'utilizzazione di certi processi del metodo psicoanalitico: associazioni libere, analisi dei sogni, interpretazione d'azioni e di condotte, ecc. Il termine designa inizialmente il periodo storico (1895-1901) durante il quale Freud elabora i fondamenti della psicoanalisi; egli farà in seguito riferimento a una sezione della tecnica analitica che resta attualmente controversa.
Non esiste alcun testo di Freud relativo all'autoanalisi. Semplicemente egli vi fa spesso allusione riferendosi alla propria esperienza: « La mia autoanalisi, la cui necessità m'apparve ben presto, in piena chiarezza, fu compiuta sulla scorta d’una serie di miei sogni, che mi condussero attraverso tutti gli eventi della mia infanzia; e io sono sempre dell’avviso oggi che questa sorta d'analisi può essere sufficiente a qualsiasi buon sognatore, e non troppo anormale.»
Se è vero che un tale metodo gli parve inizialmente fondato, in altri passaggi Freud si mostrò più cauto sulla portata dell'autoanalisi. Così, egli scrisse a Fliess: « La mia autoanalisi resta interrotta. Ne ho adesso compreso la ragione. È che io non posso analizzare me stesso che servendomi delle conoscenze oggettivamente acquisite… Una vera autoanalisi è impossibile, se non c’è una vera malattia». In seguito, l'autoanalisi gli sembrerà francamente deprezzata: «Si impara inizialmente la psicoanalisi su se stessi, attraverso lo studio della propria personalità… si va molto più lontano facendosi analizzare da uno psicoanalista competente. »
È, in realtà, contro l’idea che l'autoanalisi possa sostituirsi alla psicoanalisi che Freud reagiva. In maniera generale, l'autoanalisi prende spesso la forma particolare d’una resistenza alla psicoanalisi stuzzicando il narcisismo, ed eliminandone uno degli aspetti fondamentali della cura: il transfert .
Le implicazioni tecniche dell'autoanalisi
Freud giudica indispensabile per l’ analisi una investigazione prolungata della sua dinamica inconscia. Così, pronunciandosi sul valore formatore del metodo dell'autoanalisi (al quale oppone adesso quello dell'analisi didattica), Freud, nel 1910, esigeva che una formazione d'analista « comincia con una autoanalisi e che egli [l'analista] non cessa mai, anche mentre gli applica dei trattamenti ad altri, d'approfondire questa ». Nel 1916, stimava, al contrario che « si avanza molto più lasciandosi analizzare da un psicoanalista competente ». Ma, fino alla fine della sua vita, penserà che l'analisi didattica è necessaria ma insufficiente alla formazione d'un analista e che il processo autoanalitico deve proseguire dopo l'arresto dell'analisi didattica.
Autoerotismo (Autoerotismus)
Questo termine, creato da Havelock-Ellis nel 1898, designa, in una accezione larga, un comportamento che mira alla soddisfazione sessuale utilizzando il proprio corpo (suzione del pollice, masturbazione ), senza ricorrere a un oggetto esterno. In psicoanalisi , l'autoerotismo è un comportamento sessuale infantile precoce per il quale una pulsione parziale trova una soddisfazione sul proprio corpo.
È nel 1905, in Tre Saggi sulla teoria della sessualità, che Freud fa l’ ipotesi d’una sessualità infantile sottesa da pulsioni d'autoconservazione (fame, sete), che lanciano le pulsioni sessuali. Queste, composte da 4 elementi: spinta, oggetto, scopo, soddisfazione, hanno la particolarità di poter soddisfarsi di qualsiasi oggetto. L'autoerotismo è direttamente legato a questa contingenza dell'oggetto, particolare alla pulsione sessuale. Ogni pulsione sessuale è dunque originariamente autoerotica nella misura in cui essa si separa dal proprio oggetto naturale (per esempio il seno materno) per crearsi, con il fantasma, una soddisfazione autoerotica. Infatti, ciò che caratterizza l’ autoerotismo non è l'assenza dell'oggetto, ma questa facoltà pulsionale a soddisfarsi al momento a livello parziale d’una zona erogena. È ciò che Freud chiama «il piacere dell'organo». Ciò che fa difetto nella fase autoerotica dell’età puberale, è il riferimento a una immagine unificata del corpo che non apparirà che in seguito, con il narcisismo. L'autoerotismo potrebbe definirsi come l’espressione dello stato spezzettato della pulsione sessuale, che si soddisfa d'oggetti parziali fantasmatici. Si confonde allora con ciò che Freud chiamerà il narcisismo primario nel quadro della sua seconda topica (Io, Es, Super-Io ).
Catarsi (kathartische Methode)
In Aristotele ( Poetica ), è l'effetto di purificazione delle passioni prodotto dal teatro tragico: la rappresentazione delle passioni sulla scena, per il timore e la pietà che esse ispirano allo spettatore, permetterebbe a quest’ultimo di liberarsene, di uscirne purificato.
È da Ippocrate e dal suo sistema dell’equilibrio degli umori che Aristotele ha preso in prestito questa nozione di catarsi: quando uno dei quattro « fluidi corporei », la cui unione assicura l’equilibrio psicologico e psichico, viene a prevalere e ad influire sugli altri, occorre procedere allo sgorgamento di questo elemento. La rappresentazione drammatica delle passioni umane gioca il ruolo d’una droga che espelle dal corpo il troppo-pieno dell'umore, diventatato nocivo. La “purga” delle passioni dovuta all’ imitazione di stati d'animo, sulla scena, si produce a due livelli: presso l’ eroe in scena, che ricerca un senso allo svolgimento del suo destino; presso lo spettatore, che considera con pietà e terrore quel se stesso che è il personaggio tragico. La catarsi è al centro della riflessione sul teatro dei drammaturghi del Rinascimento fino a Nietzsche, passando per Corneille e Lessing.
Questa idea fu ripresa e sviluppata dalla psicoanalisi moderna. Il metodo catartico, utilizzato in psicoterapia, fu scoperto da Breuer durante il trattamento dell'isteria. È un tentativo di condurre una forza psichica - in cui il rimosso nell'inconscio causa presso un soggetto dei disturbi coporei o mentali - a una elaborazione conscia e a una scarica emozionale liberatoria per via normale. I processi utilizzati furono inizialmente l'ipnosi sotto l'influenza di Bernheim. Freud, constatando che l'ipnosi non aveva che degli effetti temporanei, la rimpiazzò con la semplice suggestione e, ben presto, con l'analisi delle associazioni (v.) libere d'idee del soggetto e col transfert sulla persona del medico. Nei fatti ciò costituì anche l'abbandono del metodo catartico, e la nascita vera e prorpia del metodo psicoanalitico.
La terapia contemporanea utilizza egualmente per pervenire allo stesso risultato dei prodotti farmacologici (narco-analisi ) o il teatro drammatico collettivo (psicodramma).
Censura (Zensur)
In psicoanalisi, la censura è una funzione psichica che impedisce l'emersione dei desideri inconsci nella coscienza se non sotto una forma simulata.
A partire dagli Studi sull'isteria (1895), Freud ritiene che è sotto l'azione della censura che si sviluppano presso un soggetto le manifestazioni di resistenza che egli rapporta alla difesa, al rigetto o al rimosso. Lo scopo della censura è, in effetti, di travestire il contenuto dei desideri inconsci al fine che essi siano non riconoscibili dalla coscienza. In Metapsicologia (1915), Freud ci indica, inoltre, che c’è censura almeno a due livelli: tra l’ inconscio e il preconscio, tra il preconscio e il conscio.
I processi di deformazione utilizzati dalla censura sono, da una parte, lo spostamento e la condensazione , e dall’altra parte l'omissione e il rovesciamento nel suo contrario d’una rappresentazione. Così accade nel sogno. Freud ritiene la censura responsabile delle deformazioni e dello spostamento nel sogno: la via della motricità essendo chiusa di fatto nello stato del sonno nel quale si trova il sognatore, il rimosso è minimo. Il si riduce precisamente alla censura, che può lasciar passare ciò che è rimosso sotto forma di mascheramenti diversi, d'omissione e di rimaneggiamenti, così come d’una elaborazione secondaria unificatrice.
A partire dal suo articolo «Per una introduzione al narcisismo» (1914, La vita sessuale), Freud individua una istanza di censura che egli descrisse come voce della coscienza morale, d'agente critico, d'interdizione e d'osservazione e che egli chiamerà il Super-Io. Questa istanza, inconscia in larga parte, interviene là dove si incontrano e si mischiano soddisfazione e punizione. Essa costituisce una sorta d'autorità interiorizzata, e essa interviene in maniera congiunta con la spinta del rimosso nell'elaborazione dei processi che formano il sogno o il sintomo. Rigettata all'esterno, essa rischia di ritornare, come un sguardo scrutatore dei pensieri. È così che essa dispone d’una funzione importante nei deliri, ciò che Freud ci mostra ancora in un suo articolo «Costruzione in analisi » (1934), nel quale investiga nuovamente il rapporto che intrattiene la censura con la verità storica.
Coazione a ripetere (Wiederholungszwang)
In psicopatologia, questo termine designa un processo d'origine inconscia, irresistibile, per il quale il soggetto si mette in maniera ripetuta in delle situazioni penose, rinovando così delle esperienze pregresse con l'impressione molto viva che questa che egli vive è totalmente motivata nel momento attuale.
Secondo l'elaborazione teorica di Freud, la coazione a ripetere è considerata come un fenomeno autonomo, non spiegata semplicemente dalla dinamica conflittuale del soggetto, né dal solo gioco congiunto del principio di piaceree e del principio di realtà. Fondamentalmente, spiega Freud, essa si rapporta all’aspetto più generale delle pulsioni: il loro carattere conservatore.
La psicoanalisi, dalla nascita, s’è trovata di fronte alla questione dei fenomeni di ripetizione. L'esempio dei sintomi conduce a ammettere che queste coazioni si ripetono manifestamente (riti ossessionali, per esempio); per altro verso, la definizione che la psicoanalisi dà del sintomo conduce a constatare che esso iproduce in maniera più o meno mascherata certi elementi d'un conflitto passato. Il rimosso cerca, in effetti, di «fare ritorno » nel presente, nei sogni, nei sintomi e negli atti. Nel "Piccolo Hans", Freud lo dice chiaramente: «Ciò che è rimasto incompreso fa ritorno, talché un’anima in pena, non ha riposo fino a che che non siano trovate soluzioni e acquiescenza.»
Allo stesso modo, nella cura, i fenomeni del transfert testimoniano di questa esigenza propria al conflitto rimosso d'essere di nuovo vissuto nella relazione con l'analista. È in una sua opera Al di là del principio di piacere (1920) che Freud mette in primo piano la nozione di coazione a ripetere, ponendosi la questione di sapere come, trattandosi d’una compulsione che emana dall’inconscio, si possa pervenire a vedere in essa il compimento d'un desiderio rimosso.
L'ipotesi fondamentale mai ricusata da Freud è costituita dal fatto che, sotto la sofferenza apparente che provoca per esempio il sintomo, sia ricercata la realizzazione d'un desiderio, allo stesso modo aggiunge egli che ciò che è sofferenza per un certo sistema di apparato psichico sarà piacere per un altro. Freud, in effetti, ammette inoltre che la coazione a ripetere non è reperibile allo stato puro, riconoscendo che essa è sempre rinforzata da dei motivi che obbediscono al principio di piacere.
La spiegazione teorica di questo fenomeno pone due domande : 1) Qual è lo scopo della tendenza alla ripetizione? Si tratta d’un tentativo dell’Io di governare delle tensioni eccessive, ovvero la ripetizione deve essere legata a ciò che c’è di «demoniaco » in ogni pulsione, ossia alla tendenza allo scarico assoluto che si ritrova nella pulsione di morte? 2) La coazione a ripetere postula, come dice Freud, la supermazia del principio di piacere? Se, come egli osserva in Al di là del principio di piacere, il principio di piacere si trova «direttamente al servizio delle pulsioni di morte», la ripetizione di che si tratta non può essere situata «al di là del principio di piacere ». Tale è l'ipotesi metapsicologica avanzata da Freud, che vede nella coazione a ripetere come il sigillo della pulsione di morte.
Complesso (Komplex)
Il termine complesso è d'origine psicoanalitica; designa ogni insieme strutturato di rappresentazioni e di ricordi, fortemente caricati d'affettività, generalmente inconsci e influenzante in maniera perturbatrice certe condotte del soggetto.
La fortuna di questo termine è stata enorme tanto da essere entrata nel vocabolario comune quotidiano. La storia del suo sviluppo è intimamente legata alla psicoanalisi, all'approfondimento delle sue ricerche sull'inconscio e alle dissi-denze che si manifestarono ben presto tra i seguaci di Freud.
Freud pronunciò l'ipotesi, oggi banale, dell'esistenza d'uno psichismo inconscio, di natura affettiva, attivo e dinamico, suscettibile di rendere conto d'un certo numero di condotte mal note fino ad allora: oblio, atti mancati, sogni, fantasmi, alcune nevrosi, ecc. Nel 1902, uno psichiatra svizzero, Carl Gustav Jung, ebbe l’idea di verificare l'influenza di questo inconscio sulle associazioni d'idee delle sue pazienti. L'esperimento si svolse nella maniera seguente: il paziente era invitato a indicare il più rapidamente possibile la prima parola che gli veniva in mente ascoltando una parola qualsiasi pronunciata dall'analista. Questi utilizzava una lista che andava da 50 a 100 parole isolate, banali, sconnesse (parole induttrici). Egli annotò ogni volta la risposta (la parola indotta) e il tempo di reazione con una grande precisione. Poi ricominciò l'esperimento con la stessa lista di parole presentate nel stesso ordine. La maggior parte delle risposte erano banali, conformi alla legge dell'associazione delle idee (somiglianza, contrasto, contiguità). Ma Jung constatò delle eccezioni curiose: per certe parole, ottenne delle risposte insolite, delle frasi intere o dell’esclamazioni; il tempo di risposta s’allungava, il paziente turbato rispondeva male alle parole che seguivano e non trovava la risposta nel corso della seconda presentazione. Jung chiamò «indicatori di complessi» queste manifestazioni. In questo primo livello, il complesso è una realtà psichica sconosciuta al soggetto e viene a turbare la concatenazione delle sue idee. È un disturbo elementare dell'associazione.
Messo al corrente di questi esperimenti, Freud ne approvò le conclusione, nel 1906, e le connesse alla sua teoria dell’inconscio .
Teoria freudiana del complesso
Individuare sperimentalmente l'esistenza dei complessi non era ancora spiegare la loro origine, né la loro formazione. Ora, a partire dal 1897, Freud approfondì la sua scoperta fondamentale, che egli chiamerà il «complesso d'Edipo» nel 1910: ogni uomo è profondamente segnato nella formazione della sua personalità e nello sviluppo della sua libido dalla maniera in cui egli ha superato la rete delle relazioni affettive passionali intessuta attorno ai suoi genitori (padre, madre o i loro sostituti). Il nevrotico è colui che non riesce a dominare questo dramma primo e universale .
Al «complesso d'Edipo» è legato il «complesso di castrazione », che è scatenato dalla scoperta, nell’infanzia, della differenza anatomica dei sessi (presenza o assenza del pene), scoperta vissuta in maniera molto differente dal bambino o dalla bambina. In Freud, la nozione di complesso presenta dunque dei caratteri particolari: non c’è, in fondo, che un solo vero complesso, il complesso d'Edipo, (e il complesso di castrazione che ne discende); questo è universale; ogni uomo vive la situazione edipica (punto di vista che l'ortodossia freudiana manterrà a dispetto di tutte contestazioni degli etnologi); è costitutivo, ossia decisivo per la formazione della personalità e del carattere; infine, è in esso che occorre, in ultima analisi, cercare l'origine delle nevrosi. Il rifiuto di questa priorità assoluta data al complesso d'Edipo è sempre stato considerato da Freud come un motivo d’esclusione dal gruppo che gli aveva costituito.
Freud e Jung
È essenzialmente a proposito di questa nozione che sopraggiungerà, nel 1915, la rottura tra Freud e Jung. Per Jung, il complesso è una realtà psichica che orienta a sua insaputa le attività del soggetto alla maniera d'un corpo estraneo alla personalità conscia. Sopravvivene a seguito d'un trauma molto forte e sfocia in una rottura dell'unità della condotta. Così Jung moltiplicherà i complessi (complesso fraterno, complesso di scacco, ecc.). Egli giungerà fino a collegarli agli archetipi, tema fondamentale d'un ipotetico inconscio collettivo al quale attingerebbe l'inconscio individuale e dal quale prenderebbe una parte della sua energia. È da Jung che viene l’idea, così diffusa oggi, che un complesso «insorge come una malattia » secondo l’espressione di Marthe Robert. Quanto all’Edipo, non è agli occhi di Jung che un luogo privilegiato di incontro del tema eterno dell’inconscio individuale o collettivo. Si vede subito che la divergenza è totale tra queste due teorie.
Adler e il complesso d'inferiorità
Se Jung contribuì alla moltiplicazione dei complessi, un altro discepolo di Freud, Adler, giunse a detronizzare l'Edipo a favore d’una struttura molto differente, organizzata attorno alla nozione d'inferiorità. Per Adler, la libido e la sessualità non sono, come per Freud, all'origine di ogni nevrosi. Esse cessano d'avere un ruolo privilegiato nella dinamica dell’inconscio. L'uomo, fisicamente meno dotato rispetto agli animali, s’è costituito come specie dominante «compensando» la propria inferiorità naturale con l'invenzione della tecnica e della cultura. Ogni individuo reagisce alla stessa stregua davanti alla tragica fragilità dell'infanzia. Il sentimento d'inferiorità, sostenuto dalla «volontà di potenza», contribuisce a forgiare la personalità aiutandosi con «finzioni direttrici», forme immaginarie che prendono per ognuno di noi il rifiuto dell'impotenza e dell’abbandono.
Ma conviene distinguere il sentimento d'inferiorità, universale, fonte di progresso e di superamento di sé, dal complesso d’inferiorità che altro non è che lo scacco. Nel complesso, l’individuo cerca di compensare l’inferiorità in maniera fantasmatica, si stacca dalla realtà e non tiene conto delle resistenze di quest’ultima. Reagisce fuggendo nell'immaginario oppure commettendo degli atti asociali (crimini, attentati spettacolari, violenze) che saranno la sua maniera di prendere una rivincita sulla vita. Per Freud, al contrario, il sentimento d’inferiorità è molto secondario, non è che una semplice reazione alle disdette reali o immaginarie subite dalla libido. Notiamo che è il significato adleriano che è diventato il più popolare, poiché l’espressione «avere dei complessi» è quasi sinonimo di «sentirsi inferiore».
I complessi nella psicopatologia moderna
Agli occhi degli analisti, i complessi sono delle realtà umane incontestabili di cui necessita fare la ricognizione, il repertorio e soprattutto guarirli. In rapporto alle condotte normali, il complesso si manifesta dalla sproporzione notevole tra la reazione del soggetto e l'insignificanza della situazione che l’ha provocata.
Il più piccolo rimprovero getta nella disperazione colui che soffre d'un complesso di colpa, il minimo scacco scoraggia nel caso del complesso d'inferiorità. Mentre il soggetto «normale» reagisce in maniera differenziata a degli stimoli variabili, è sempre lo stesso scenario che ispira il complessato, le stesse reazioni stereotipate evocano irresistibilmente i riti magici o le più antiche supersizioni. Mentre l’uomo «sano» modifica le sue convinzioni in funzione delle lezioni della realtà, il complessato si nutre indefinitamente degli indizi che egli si forgia da sé, e si conforta in un suo dogmatismo. Colui che soffre d'un complesso d’esclusione gela al minimo segno di freddo e trae argomento da tutto ciò che stigmatizza il suo isolamento imbronciato per isolarsi ancora di più. Il complesso d’inferiorità spinge colui che ne soffre a mettersi inconsciamente in una situazione di scacco, per giustificare l’amaro diletto che egli prova una volta lo scacco sopraggiunto (voluptas dolendi, la chiamavano gli Antichi).
È molto difficile stilare la lista completa dei complessi, ma è certo che il complesso di Caino (reazione a una rivalità affettiva), l'Edipo, il complesso dello svezzamento e quello della castrazione, i complessi d’inferiorità e di colpa sono dei disturbi del comportamento perfettamente studiati. La guarigione dei complessi personali mette in opera dei metodi molto variabili secondo che siano tratti d'un disturbo più o meno sopportabile o d’una vera nevrosi; essi vanno dalla presa di coscienza personale alla psicoanalisi propriamente detta passando dalle terapie di gruppo, alle terapie non direttive, l'ergoterapia e le terapie teatrali (psicodramma o sociodramma). Lo scopo è sempre di condurre il soggetto a passare da una tecnica di difesa, fatta d'un rifiuto meccanico delle frustrazioni che egli ha subito, a una presa di coscienza progressiva che gli permeta di superare lucidamente l’impasse in cui il complesso l'ha gettato.
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