<<< Precede<<< Precede<<< Precede<<< Precede<<< Precede<<< Precede


Coscienza (Bewusstsein)

La nozione di coscienza in filosofia 
La parola  coscienza soffre d’una ambiguità. C’è  da una parte il significato morale (corrispondente tedesco: Gewissen), significato che si  trova nelle espressioni tipo «avere buona o cattiva  coscienza», «avere la coscienza tranquilla », «coscienza professionale», «obiezione  di coscienza», «caso di coscienza». La coscienza, in questo senso, è  la proprietà  che avrebbe lo lo spirito umano di distinguere immediatamente e spontaneamente il bene  dal male; per chi ne difende l’esistenza, la coscienza morale si manifestebbe tra l’altro sotto la forma della voce morale  che proibisce o ordina,  per la quale noi giudicheremo del valore morale dei nostri atti futuri,  o a ritroso per la quale noi valutiamo i nostri atti  passati, nella gioia (la coscienza «in pace »: soddisfazione  morale) o nel dolore (il rimorso). Ma forse questa coscienza morale non ha niente di spontaneo né d'innato  presso coloro che ne sono dotati: essa  può essere quindi nient’altro che una interiorizzazione,  nel caso delle educazioni  morali  riuscite,  delle norme morali  eteronome.

Il secondo  senso è  dominante in filosofia  dopo Descartes, ed è  a lui che le righe seguenti si limiteranno:  corrisponde all'inglese consciousness e al tedesco Bewusstsein, e si trova nelle espressioni «avere, prendere, perdere coscienza» e deriva  più nettamente dal latino  scire che significa «sapere». Il problema filosofico centrale è  precisamente del sapere ciò che effettivamente sa colui che «ha coscienza», in altre parole: quale conoscenza la coscienza ci dà, e quale ne è  il valore

Descrizione  della coscienza
«Che cos’è   la coscienza ?» chiedeva Bergson.  E  rispondeva: «Voi pensate  sicuramente che io   non voglia definirvi una cosa  così concreta, così costantemente presente all'esperienza di ognuno di noi» (L'Energia spirituale). La coscienza appare in effetti, in questo ambito,  un dato immediato che  sembra impossibile risolvere in elementi più semplici e dunque nel definirla senza petizione  di principio. Non si saprebbe se spiegarla alla luce della formula «la coscienza è  la conoscenza o l'intuizione  che ha lo spirito dei suoi stati e dei suoi atti» o  altre definizioni,  poiché la  «conoscenza» o la sua proprietà  riflessiva  (i suoi atti) suppongono la coscienza più di quanto i suoi  atti stessi non la spieghino. Ma, non potendola definire, la si può almeno descrivere. Colui che perde coscienza perde così due cose: la conoscenza di ciò  che gli è  esterno, il mondo, e di ciò che egli è in sé stesso. Corollariamente, avere coscienza, è  avere unitamente coscienza del mondo e di sé, ossia ogni riflesso della presenza del mondo in sé e  della propria presenza nel mondo; la presa di coscienza infine (che sia essa quella d'un individuo, d’una classe sociale  o  d'un popolo), è  ancora il riconoscimento dell'identità  del suo esserci in una situazione obiettiva data. La coscienza non si esaurisce  dunque né nella coscienza riflessiva  di sé, né nella coscienza «transitiva », poiché essa è  la relazione  indissolubile che le lega entrambe. Tale è  il dato  immediato  che  s'offre all’evidenza.

La coscienza come prima certezza: il  Cogito
È  questo valore d'immediata evidenza assoluta che fa della coscienza, secondo Descartes, il primo anello  di ogni verità nell'ordine della conoscenza. Per chi cerca in effetti «qualcosa   di fermo e di costante   nelle scienze» e ha dunque perciò metodicamente rigettato «tutte quelle cose che possono  essere revocate dal dubbio » (Meditazioni metafisiche, I) «Io   sono, Io   esisto» apparve come la prima delle verità  indubitabili, poiché essa sorge  non contro il dubbio   e a dispetto di esso, ma in seno e a causa del dubbio   medesimo: più io   mi sforzo nel dubbio   in cui io   sono, più la coscienza che ho di questo dubbio mi conferma la mia  esistenza  e mi preserva  dunque dal dubbio.

La coscienza è  dunque  inizialmente coscienza d’una esistenza: la mia, «Io». Ma Descartes mostra in seguito, nella sua Seconda meditazione  che si può pervenire all’essenza  di questo Io  così liberato e che egli stesso è   il limite di questa   coscienza stessa. «Cos’è   dunque ch’io  sono? Una cosa  che pensa. Che cos’è  una cosa che  pensa? Una cosa  che dubita, che concepisce, che afferma, che  nega, che  vuole, che non vuole, che immagina, e che sente.» Delle due tesi: da una parte, la coscienza è concepita  come una sostanza, sussistente indipendentemente  dal corpo e  sussistente identica a sé quali che siano i suoi «modi » (percezione,  immaginazione,  giudizio, volontà, ecc.); d’altra parte, la coscienza e il pensiero sono  concepiti come identici («Col nome di pensiero, io intendo tutto ciò che accade in noi  in maniera  tale che noi ne siamo coscienti, e purché noi ne abbiamo coscienza» - Ciò che toglie a priori ogni ipotesi di idea di pensiero  inconscio. È  contro l’una o  l'altra di queste due tesi  cartesiane  che si sono  elaborate la maggioranza delle concezioni successive della coscienza.

La coscienza è una sostanza?
Contro l'indipendenza della coscienza dal corpo si sono  levati tutti i materialisti, a seguito di Gassendi, che obiettava già a Descartes: «Vi necessita  provare che questo corpo grezzo e pesante contribuisce in niente  nel vostro pensiero,  benché tuttavia voi non siete mai stato senza di esso... e assumendo che voi pensiate  indipendentemente  da lui» (Quinta  delle mie  obiezioni). La coscienza è  anche,  secondo Gassendi, un effetto strettamente dipendente dal cervello. Contro l'elemento sostanziale della coscienza si sono  levati tutti gli empiristi  a seguito di Hume: «Ci sono certi filosofi che immaginano  che noi abbiamo in ogni momento la coscienza intima che noi chiamiamo  il nostro  Io ... Per parte mia, io   non  posso cogliermi   in alcun momento senza una percezione  e  non  posso nient’altro considerare che la percezione» (Trattato della natura umana,  I, 4, vi). La coscienza non mi restituisce  mai un io   puro e nudo,  essa non è  che un fascio   d'impressioni. Ma è  soprattutto la concezione  fenomenologica  della coscienza che sembra rompere definitivamente con la concezione  cartesiana  d’una coscienza-sostanza.
Riprendendo dal suo maestro, lo  psicologo  tedesco Brentano, il concetto d'intenzionalità,  per Husserl infatti la caratteristica essenziale  della coscienza: «È  l'intenzionalità  che caratterizza la coscienza nel senso  forte». Per intenzionalità,  occorre intendere «questa proprietà  che ha  il vissuto d'essere coscienza di qualcosa... Così una percezione  è   percezione, per esempio, d’una cosa,  un giudizio   è   giudizio   d'uno stato di cose: una valutazione,  d'uno stato di valore; un desiderio poggia su uno stato del desiderio,   e così di  seguito» (Idee direttrici per una fenomenologia,  I, 84). La coscienza così concepita  non è  più una cosa  permanente nel tempo, chiusa in  stessa e  retta dal principio d'identità,  ma sempre più una relazione,  preambolo ad altro. Come dice Sartre: «La coscienza e il mondo sono dati in un solo atto». Così, «la coscienza s’è  purificata,  essa è   chiara come un grande vento, non c’è  più niente in essa eccetto un movimento per fuggire da sé, un’oscillazione  fuori di sé; [...] perché la coscienza non ha  "sein" (essere): essa non è  niente fuori di se stessa, ed è   questa fuga assoluta,  questo rifiuto  d'essere sostanza che la costituisce come una coscienza » (Situazioni,  I).

La coscienza e le sue illusioni
È  contro l'altro aspetto della tesi cartesiana  che si sono  levati  tutti quelli che hanno rifiutato di fare  della coscienza un mezzo affidabile,  trasparente e  immediato di conoscenza,  che sia di sé o del mondo. All'identità  del pensiero e della coscienza, Leibniz oppone la distinzione  della percezione  e dell'appercezione : «Non dico  che se  non concepisce il pensiero essa cessa di esistere ... Io   dico di più: resta sempre  qualcosa   di tutti  nostri pensieri  passati e alcuni  non sono stati mai cancellati completamente... Tutte le impressioni hanno il loro effetto, ma tutti gli effetti non sono  sempre notevoli... In una parola, è  una grande fonte d'errori  credere che non c’è   alcuna percezione  nell'anima al di fuori di quella in cui ci si percepisce» (Nuovi saggi,  II, 1). La coscienza non  è   dunque che una conoscenza parziale, e il pensiero la oltrepassa da ogni parte, che essa sia percezione,  memoria o impressione. Ancora essa non è  veramente traditrice per Leibniz, come lo è   per  Spinoza, per il quale  la coscienza non è  che un effetto (la coscienza è  seconda in rapporto all’idea di cui  essa è coscienza) e  non  una causa  prima, ciò che non  può mancare di farne  un luogo d'illusione: credendosi fonte degli effetti  - in particolare sul  corpo - di cui essa ignora le cause, la coscienza si crede libera.

È   questa stessa illusione che  con significati differenti denunciano NietzscheMarx: per Nietzsche, «un pensiero  non mi  viene quando io voglio  ma quando egli vuole»; la coscienza non è  dunque,  ancora una volta, che un effetto di cui nessuno è  padrone, in ogni caso  non l’Io; donde, «la coscienza dell’Io  è  l’ultimo  tratto  che s'aggiunge all'organismo  quando funziona   già perfettamente, essa è   quasi superflua» (Scritti postumi). Anche per  Marx, la coscienza è   piuttosto prodotta  che produttrice: essa è  «un prodotto sociale  e resterà tale per tutto il tempo che gli uomini esisteranno» (Ideologia tedesca); perché « non è  la coscienza degli uomini che determina la loro esistenza; è  inversamente la loro esistenza sociale  che determina la loro coscienza» (Prefazione  alla critica dell'economia politica).

Ma è Freud senza dubbio che, con la sua nuova concezione  dell’inconscio,  luogo non marginale ma centrale della vita psichica, che  caccia la coscienza dal trono  dove l'aveva messa Descartes. Tale sarebbe l’ultima  delle tre grandi smentite che, secondo Freud, la scienza  avrebbe inflitto all’  egocentrismo e alla megalomania umana: l'eliocentrismo copernicano aveva cacciato l'uomo dal posto centrale  che egli credeva d’occupare nell'universo; l'evoluzionismo darwiniano dal posto che egli credeva essere il suo nell'ordine delle creature terrestri: ormai, «l’Io non è  più solamente padrone in casa propria, è  ridotto ad accontentarsi di informazioni rare  e frammentarie su  ciò che accade fuori dalla sua coscienza, nella sua vita psichica» (Introduzione  alla psicoanalisi,  III, 18).

L'approccio  psicoanalitico della coscienza
La teoria metapsicologica freudiana assegna  alla coscienza un ruolo essenziale nell’individuazione dei fenomeni psichici. Nella sua prima  topica, Freud organizza attorno alla  coscienza le tre  istanze dell’Inconscio,  del Preconscio e del Conscio.

La coscienza è   legata a ciò che Freud chiama «il sistema percezione-coscienza». È  una  funzione   periferica dell'apparato psichico che riceve le  informazioni  del mondo esterno e che le vengono dai ricordi e dalle sensazioni    interne di piacere o di dispiacere. Il carattere  immediato di questa funzione  percettiva comporta una impossibilità per la coscienza di conservare una traccia durevole  di queste informazioni. Essa le  comunica al preconscio, luogo d’una prima messa in memoria. La coscienza percepisce tramite delle qualità sensibili. Freud impiega delle formule quali «indice di percezione,  di qualità,  di realtà» per descrivere il tenore delle operazioni del sistema percezione -coscienza.

Sul  piano fattuale, la coscienza dispone d’una energia libera e  mobile capace d'investire con maggiore o minore  intensità  gli elementi esterni o interni. È   il meccanismo  dell’attenzione. Sul  piano dinamico, la coscienza interviene nel processo di pensiero,  da intendere come reviviscenza dei ricordi,  ragionamenti o  elaborazioni  a partire dalle rappresentazioni  psichiche. Secondo Freud la presa di coscienza dei processi di pensiero dipende  dalla loro associazione  con dei «residui verbali» presi come nuove percezioni. È   a questa   funzione  che egli fa appello nella cura analitica   che si sforza di mobilitare gli elementi inconsci per ricondurli alla coscienza. Così il paziente potrà «per-laborare», ossia rilavorare questi elementi dopo la loro rammemorazione,  la loro costruzione  nell'analisi,  la loro ripetizione  nel transfert e la loro interpretazione  da parte del  terapeuta. Se la coscienza gioca  un ruolo importante nella dinamica dei conflitti psichici (elusione conscia delle percezioni  sgradevoli ), il suo ruolo nel meccanismo della cura resta un tema di grande  di riflessione.

Cura, fine della (Ende der Analyse)
Secondo l'uso corrente,  cura si definsice  il «trattamento d’una malattia, d’una ferita,  che  ne determina la guarigione ». Ora si può parlare di «guarigione » in psicoanalisi  ? 

Freud e la fine della cura
A partire dagli esordi della psicoanalisi,  il problema della fine della cura pone una domanda. Al momento  stesso della scoperta d’un  metodo - il quale avrebbe come esito la presa di coscienza del soggetto di ciò  che determina il suo sintomo e dunque doveva avere come conseguenza logica la sua sparizione-,   l'attenzione  degli psicoanalisti fu subito attirata dal fatto che la scomparsa dei sintomi non  è  definitiva,  e che essi  possono  riapparire,   anche sotto una forma nuova.

Freud a questo proposito scrive nel 1937 in un breve testo (Analisi  terminabile e analisi  interminabile)  che al momento in cui una cura psicoanalitica   sembra andare verso la fine sorge  frequentemente una resistenza più forte di quella che l’ha preceduta: «L'uomo non vuole sottomettersi a un sostituto paterno (l’analista), non vuole essere suo debitore, né vuole dunque,  ancor  più, accettare dal medico la propria guarigione». C’è  in un uomo in analisi  una sorta di «protesta virile» o ancora il rifiuto della «posizione  passiva» verso l'analista. Quanto alla donna in analisi,  la situazione    non sarebbe più semplice, poiché ciò che la disturba, della fine dell'analisi e della soluzione  proposta dall'analista,  è  «l’invidia del pene» che la pone in rivalità con lui. Nell'un caso e nell’altro, come dice  Freud, l'analisi  s'infrangerebbe contro la «roccia della castrazione», ciò che contribuisce  ad allontanarne la fine.

Déjà-vu  (l'illusione    del)
Chiamata anche  «falso  riconoscimento», l'illusione    del «déjà-vu» è   il sentimento strano che si prova quando, vivendo un momento presente,  si ha la  convinzione   d'avere già vissuto questo momento esattamente nelle stesse condizioni,  d'avere già sentito, percepito e provato le  stesse impressioni.

Il termine «déjà-vu» apparve nella letteratura  psichiatrica nel 1868. È   una esperienza molto banale e molto favorita dalla fatica,  l'angoscia o  la malattia. Gli adolescenti  la fanno molto frequentemente.

Per la psicoanalisi,  l'illusione    del «déjà-vu» risulta  da meccanismi di difesa quali la rimozione  o lo spostamento di fronte a un evento traumatico e ansiogeno  perl’Io. Questo sintomo  costituirebbe  dunque, allo stesso titolo che il lapsus o  l’atto mancato, una formazione  dell’inconscio. È   in questo senso che Freud lo chiama in causa  in Psicopatologia della vita quotidiana (1905).

Nel 1908, il filosofo H. Bergson  gli dedica un testo celebre: Le souvenir du présent et la fausse reconnaissance (1908).  Egli attribuisce l'impressione    del «déjà-vu» a un disturbo della memoria e della percezione  legato a un indebolimento dello slancio   vitale.

Alcune ricerche recenti  sui meccanismi  della memoria hanno  proposto un modello di spiegazione  ispirato  dalla metafora d'un magnetofono avente  due testine, une testina di lettura e una  di registrazione,  che si accavallerebbero in luogo di succedersi nel tempo e nelle loro funzioni.

(De) negazione   (Verneinung)
È   una attitudine per la quale il soggetto, pur formulando un desiderio,  un pensiero o  un sentimento fin qui rimosso, continua a difendersene  negando che gli appartiene.

Questo processo porta il nome tedesco di Verneinung, e traduce inizialmente il termine “negazione”, in un suo senso logico o  grammaticale. Ma il termine implica anche, nel senso  psicologico, la denegazione,   ossia il rifiuto    del soggetto d’una affermazione  che egli ha enunciato o  che gli si imputa. In questa ultima  accezione,  la negazione   implica dunque una contestazione. Quando Freud utilizza la parola (die Verneinung,  1934), l'ambiguità negazione -denegazione   è già  presente.

È   nell'esperienza della cura analitica   che Freud ha messo in evidenza il processo  di (de)negazione. Ben presto egli incontrò,  trattando le isteriche, una forma di resistenza particolare sulla quale s’esprime così: «Più si va nel  profondo,  più difficilemente sono  ammessi i ricordi affioranti fino al momento  in cui, in prossimità del nodo psichcico, si riscontra che il paziente nega anche la sua riattualizzazione » (Studi sull'isteria). Così, per Freud, la presa di coscienza del rimosso da parte del paziente è   segnata proprio   dalla (de)negazione : «Non c’è   prova più forte che si  è   riusciti a scoprire  l'inconscio   che di vederere reagire il soggetto sottoposto ad analisi  con queste parole: «Io    non ho mai pensato ciò», o meglio    «Io non ho mai pensato a ciò»».

Freud dà di questo  fenomeno una spiegazione   metapsicologica costituita  da tre affermazioni: 1) «La negazione   è  un mezzo di prendere coscienza del rimosso»; 2) «Ciò che è   soppresso,  è   solamente una delle conseguenze del processo di rimozione, ossia   che il contenuto rappresentativo non perveniva   alla coscienza. Ne risulta una sorta  d'ammissione   intellettuale  del rimosso, mentre persiste l'essenziale del rimosso»; 3) «In  mezzo al simbolo   della (de)negazione,  il pensiero si libera    delle limitazioni    del rimosso  …», ossia l’indipendenza di questo simbolo riguardo al rimosso. «Ogni “ non”», dice Freud, «proviene dall’inconscio». Il riconoscimento  dell’inconscio   da parte dell’Io   s’esprime    dunque con una formula negativa: Freud nota che, nei sogni,  un pensiero  diretto in un senso ha, in essi, un pensiero  diretto in senso opposto. A ciò  aggiunge: «Non   giungere a fare qualcosa   è   l’espressione    del “non”.» 

La negazione  della realtà
Per Freud, è    un modo di difesa del soggetto che consiste nel rifiuto    di riconoscere la realtà d’una percezione  traumatizzante, essenzialmente quella dell'assenza del pene presso la donna,  per proteggersi   dalla minaccia della castrazione. Freud descrisse questo meccanismo principalmente per rendere conto del feticismo   e della psicosi  .

A partire dal 1924, Freud comincia a descrivere questo  meccanismo in relazione  al complesso di castrazione. Sostiene che, di fronte all'assenza del pene nella bambina,  i bambini «negano  questa assenza, credendo malgrado tutto di  vedere un membro…». Non  è   che pian piano che sopraggiungerà  l’idea  che l’assenza del pene è   un risultato della castrazione. Così la negazione  è   descritta da Freud (Qualche conseguenza psichica della differenza anatomica dei sessi,  1925) in maniera  identica  per il bambino e la bambina<: «Un processo sopravviene che vorrei designare col termine di  «negazione » (Verleugnung), processo che non sembra essere né raro né molto pericoloso nella vita psichica del bambino, ma che, presso l'adulto, sarebbe il punto di partenza  d’una psicosi.»

A partire dal 1927, è   principalmente  sulla scorta del feticismo   che Freud elabora la nozione di negazione (Il Feticismo, 1927): mostra come il feticista pesegua  un’attitudine infantile facendo coesistere  in lui due posizioni  inconciliabili,  la negazione  nello stesso tempo che il  riconoscimento  della castrazione  femminile, attitudine che costituisce una vera  «scissione» (spaltung) in due soggetti .

Freud proseguirà in seguito la sua ricerca sulla nozione di «scissione dell’Io » (Ichspaltung) che andrà a   chiarire  quella di negazione (La scissione dell’Io   nel processo di difesa, 1938, e Compendio di psicoanalisi,  1938). Così espone che le due attitudini del feticista consistono,  d'un lato, a denegare la percezione  dell’assenza del pene presso la donna e, dall'altro, a riconoscere questa assenza e a trarne  le conseguenze angoscianti   «persistenti   lungo tutta la  vita l’una a fianco dell’altra senza influenzarsi reciprocamente. È   ciò che si può nominare una scissione dell’Io   ».

Freud ci descrisse dunque, facendo perno sullo studio  del processo di negazione,  un meccanismo di difesa rispetto alla realtà esterna,  preoccupazione   presente  in tutta l’elaborazione  della sua opera,  che si conferma in particolare nella sua concezione  della nozione di «perdita della realtà» nella psicosi. L’idea di negazione s'inscrive  in questo quadro e  figura già in questo  passo de «L'uomo dei lupi» (Casi clinici): «Alla fine sussistono in lui fianco a fianco due correnti opposte in cui l'una aborre la castrazione mentre l'altra è pronta ad ammetterla e a   consolarsi con la femminilità come sostituo. Le terza corrente,  la più antica e la più profonda, che aveva puramente e  semplicemente rigettato la castrazione  e nella quale non era ancora sorto il problema del  giudizio   sulla realtà di questa, è una corrente  certamente ancora riattivabile».

La negazione  comporta dunque un paradosso   psichico per il quale questi soggetti di volta in volta sanno    qualcosa   e non la sanno, o non ne vogliono sapere nulla.


Desiderio    (Wunsch, Begierde, Lust)
La nozione di desiderio  nell'opera di Freud è   determinante. Fondata  su una concezione  specifica dell'uomo, essa rimase difficile da valutare nel suo insieme.

Desiderio    e sessualità
Dal 1895, la misconoscenza   del proprio   desiderio    da parte del soggetto apparve    a Freud come una causa  del sintomo della nevrosi. Il suo lavoro con Charcot sulle pazienti  isteriche   gli aveva fatto presentire la presenza del desiderio,   al di là dello spettacolo offertogli dai disturbi caratteristici di queste pazienti.  È   l’esame d’una tra di esse, Emmy von N., che lo mise sulle tracce    di questo  desiderio. Emmy von N.  non supportava   certe rappresentazioni: rospi, pipistrelli, lucertole, un uomo nacosto nell'ombra, tutte  figure per lei   mostruose che le apparivano tutt’intorno, e  prendevano ogni volta l’andamento di eventi che scatenavano un traumatismo. Freud, nell'analisi,  li ricollega a una causa:  un desiderio sessuale. Desiderio    socialmente inconfessabile, dissimulato dietro altre apparenze, facente irruzione  nella realtà, proiettato  su degli animali   o  dei pericoli,  tutti esseri ai quali Emmy, da buona isterica, attribuisce la propria sensualità. Nell cura, lei pervenne  a riconoscere che questo sentimento di paura era è in lei e che lei l’ aveva ignorato. Freud riuscirà a farle esprimere ciò che la tormentava, e  a pervenire finalmente a una certa remissione  dei sintomi. Il legame tra il desiderio    e la sessualità fu così accertato, così come il suo riconoscimento  tramite il linguaggio.

Il desiderio    e l’esperienza di soddisfazione
È   nell'elaborazione  della sua teoria del sogno  che Freud dispiega   più chiaramente ciò che egli intende per desiderio. La sua definizione  più completa fa riferimento a ciò che egli chiama l’  esperienza di soddisfazione (Befriedigungs-erlebnis): essa trae motivo  dall'esperienza originaria che, secondo Freud, consiste nella soddisfazione,  con il nutrimento, grazie a un  intervento esterno  (la madre), d’una tensione  interna provocata dal bisogno (la fame). Secondo Freud, grazie al nutrimento, l'immagine dell'oggetto che reca la soddisfazione  prende un  valore decisivo nella costituzione  ulteriore  del desiderio    del soggetto; essa non cessarà più, in effetti, di guidare il soggetto nella ricerca  d'un oggetto atto a soddisfare il suo desiderio. Freud dirà perciò, a  proposito d’una tale esperienza, che « l'immagine mnestica   d’una certa percezione  resterà associata    con la traccia dell'eccitazione  riveniente dal bisogno. Da qui,   sopravveniente  di nuovo il bisogno, si produrrà, grazie a ciò che fu inizialmente tracciato, una mozione  psichica che cercherà di reinvestire l'immagine mnestica di questa percezione,  e  anche a  evocare  questa percezione,  ossia a ristabilire la situazione    della prima soddisfazione. Una tale mozione  è   ciò che noi chiamiamo desiderio» (L'interpretazione  dei sogni,  1900).

Risulta da questa   definizione   qualche conseguenza: 1) Da una parte, il desiderio  è differente rispetto al bisogno: se il  bisogno  trova soddisfazione  e pacificazione  nell'azione  che procura l’oggetto adeguato, questa   soddisfazione  (il cibo, per esempio), il desiderio,   è   legato a ciò che Freud chiama   «tracce mnestiche», al  sapere delle tracce restate nella memoria del soggetto, e  trova la sua  soddisfazione  piena nella riproduzione  allucinatoria  delle percezioni  diventate i segni di questa soddisfazione; 2) D’altra parte, la concezione  freudiana del desiderio    riguarda il desiderio  inconscio   .

Difesa (la difesa in psicoanalisi) - Meccanismi di autodifesa - (Abwehr)
In psicoanalisi,  la difesa è    l'insieme dei processi, il più spesso inconsci, utilizzati dall’Io   per mantenere la sua unità e la sua integrità contro i pericoli  interni o  esterni che lo metterebbero in causa.

I  nemici dell’Io  
Inizialmente  applicata  da Freud a una forma particolare d'isteria, la nozione di difesa, o meglio   dei meccanismi di difesa, è   diventata sempre più importate   in psicoanalisi,  al punto  che si può definire questa come lo studio  dei conflitti psichici in termini d'autodifesa. I pericoli  contro i quali  l’Io   si difende  possono  essere esterni,  perché la soddisfazione  dei suoi  desideri profondi  rischia di comportare  per lui delle  conseguenze  imbarazzanti dal punto di vista sociale. Ma sono  in realtà sempre riducibili  a dei pericoli interiori - le pulsioni    inconsce - (istinto sessuale, istinto di morte), che  essendo delle vere aggressioni interne provocano la perturbazione   di tutto l'apparato psichico. Questi, nella concezione  freudiana, si compone  di numerose  istanze: l’ Es, che rappresenta il serbatoio   delle forze  istintive inconsce; il Super-Io,   interiorizzazione   del soggetto  degli impedimenti  morali e  sociali dovuti  alla sua educazione; e  infine l’Io,  al quale è  devoluta  la funzione  di sintesi. L’Io   si difende  dunque contro le pulsioni    sconsiderate dell’ Es attenendosi agli imperativi del Super-Io    e  tenendo conto delle regole sociali in cui vive.

Lo scopo della difesa è   dunque  chiaro. È   quello di mantenere, cona una serie di compromessi, l'unità sempre fragile della psiche umana. Si può considerare che ogni trauma è  una rottura momentanea  dell'equilibrio    psichico, rottura che diventa durevole  con il complesso e la nevrosi, se l’Io   non perviene  a mobilitare per tempo abbastanza riserve  energetiche per ristabilire l'unità perduta. La cura psicoanalitica   gli apporta,  in questo compito,  un aiuto  esterno,  in particolare grazie alle  possibilità offerte dal transfert .

La strategia  dell’Io 
I mezzi che utilizza la difesa dell’Io   sono  i più vari. Nel libro  che  ad essi dedica, Anna Freud ne studia  più di dieci (L’Io   e i meccanismi di difesa, 1936). Il più corrente  è   la rimozione,  che consiste nel rigettare  e a mantenere nell'inconscio  le rappresentazioni    (ricordi o  immagini,  il più delle volte legate alla sessualità) la cui  presenza all’interno  della coscienza chiaramente non sarebbe tollerabile  nella misura in cui  esse s'oppongono al Super-Io    del soggetto. La rimozione   è  un meccanismo universale  che si  trova all'opera presso l’individuo  più normale,  ma che può divenire fonte di nevrosi se le  forze  in atto  sono importanti. In ogni stadio comunque, esige un  certo dispendio    d'energia psichica, è  fonte d'angoscia e non risolve i conflitti, contentandosi di negare. Più grossolana ancora è  la regressione,  con la quale un soggetto, per sottrarsi alle difficoltà incontrate,  ricade  (inconsciamente) a un livello di comportamento inferiore, legato a un tappa superata del suo sviluppo psichico. Un bambino, per esempio,   che parla normalmente,  immesso nell’ambiente scolastico, si rimette a balbettare, a orinare nel letto, si mostra incapace di ogni attività scolastica, ecc. Una regressione     s'osserva spesso presso il  bambino fin dalla nascita,  all’arrivo di un nuovo nato in famiglia.

Molto più sottile,  e anche più frequente, è  la proiezione,  meccanismo per il quale un soggetto proietta tratti  del carattere, desideri, sentimenti, che rifiuta più o meno consciamente d'assumere  in un altro soggetto. Freud cita il caso del geloso  che, ossessionato  dal desiderio    d'essere infedele, accusa la partner di tradirlo. La proiezione,  che fa passare dall'auto-accusa all’  accusa, non  è    un meccanismo di difesa senza efficacia.

La sublimazione
Ma il meccanismo  di difesa più efficace è  la sublimazione. Consiste nell’orientare una pulsione    (libido, aggressività) verso uno scopo differente dal suo scopo primitivo, in armonia con le norme sociali, religiose o morali  del Super-Io. Una parte dell'energia sessuale, per esempio,   specialmente nei suoi aspetti perversi,  può essere deviata  verso degli scopi  socialmente utili come l'attività artistica o  la ricerca scientifica. Le  forme  le  più brutali dell'aggressività possono trasformarsi in spirito di competizione  a dei livelli molto elevati: professionali,  sportivi,  culturali. Nelle sue ultime  opere, Freud sostiene anche che la sublimazione  è   una sorta di prelievo operato dalla civiltà  sull'energia istintuale degli  individui  per consacrarla ai compiti difficili della cultura umana, ciò che spiegherebbe  l'esistenza d'un minimo di repressione degli  istinti in ogni società. (Il disagio   della civiltà)

Double bind
Termine inglese che si traduce in italiano «doppio legame». Designa una situazione nella quale un individuo è sottomesso simultaneamente  a due messaggi o  a due ingiunzioni  contraddittorie di tal  sorta che l'obbedienza all’una comporta la trasgressione dell'altra.

Questo concetto fu introdotto nel 1956 da Gregory Bateson  ricercatore  della Scuola di Palo Alto durante il  corso d'un lavoro sulle famiglie  degli schizofrenici. Bateson attribuisce un ruolo patogeno al double bind  come modo di comunicazione  frequentemente osservato tra il bambino  schizofrenico e sua madre. L'esempio  classico è quello della madre che manifesta dell'affezione per il bambino s'avvicina per abbracciarlo e, nello stesso tempo, lo respinge  con un gesto brusco  e  ostile.

Il carattere  patogeno risiede nell'esistenza d’una relazione  di potere tra il bambino e la madre: il bambino  non  è in grado di rigettare  o d'annullare  i messaggi  della madre. È incapace di discernere a quale dei messaggi deve rispondere poiché,  in tutti i casi,  è perdente: se  risponde all'affezione della  madre e  si avvicina a lei, lei lo respingerà; se risponde all’ostilità della madre e la respinge, lei  si colpevolizza e lo respinge ancora. Di più, l'assenza d'un terzo  che potrebbe chiarire la situazione  è un fattore aggravante .

Il  double bind, ripetuto  centinaia  di volte nella comunicazione  familiare, produce, secondo Bateson, un’ impossibilità per i l bambino  d’apprendere  il valore  simbolico della comunicazione,  e gli impedisce  di distinguere il senso metaforico  dal senso letterale dei messaggi,  ciò che è tipico della psicosi.


... [continua]


pagina a cura di Alfio Squillaci

© lafrusta. Benché traduzione dal web, trattasi di opera originale. Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata. Vietato il deep link. Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali.

<<< Precede<<< Precede<<< Precede<<< Precede<<< Precede<<< Precede
Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web

Esempio 1
Esempio 1
Dizionario di Psicoanalisi
dal 28 nov 2009
Abreazione
Atto mancato
Acting out
Affetto
Aggressività
Ambivalenza
Angoscia
Apparato psichico

Après-coup
Associazione
Attenzione fluttuante
Autoanalisi
Autoerotismo
Catarsi
Censura
Coazione a ripetere
Complesso

Complesso d' Edipo
Complesso di castrazione
Complesso d' Edipo e di castrazione
Conflitto psichico

Coscienza
Cura
Déjà vu
(De)negazione
Desiderio
Difesa-(Meccanismi di )
Double bind

Egopsicologia
Empatia
Erotismo
Fantasma
Feticismo
Frustrazione
Godimento

Identificazione
Identità sessuale
Immagine (mentale)
Inconscio
Inibizione
Interpretazione
Investimento
Io (Es e Super-Io)
Isteria
Istrionismo

Libido
Motto di spirito

your html snippet
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line