Identificazione (Identifizierung)
L'identificazione si osserva come un processo psicologico per il quale un soggetto s'appropria d’ un aspetto, una proprietà, un tratto d'un altro soggetto, e si trasforma in tutto o in parte su questo modello. La personalità d'un soggetto, si costituisce d’una serie d'identificazioni successive. Occorre osservare che, nel linguaggio corrente, l'identificazione ricopre degli aspetti psicologici differenti: imitazione, simpatia, empatia, proeizione, ecc.
Il concetto d'identificazione in Freud
Per Freud, si tratta non solamente d'un meccanismo psicologico, ma anche, in maniera precisa, d’una operazione fondamentale nella costituzione dell’individuo in quanto soggetto. Molto presto Freud ha invocato questo meccanismo a proposito dei sintomi isterici rilevandone l'esistenza, presso pazienti isteriche, d'un elemento inconscio: «… l'identificazione non è semplice imitazione, ma appropriazione fondata su una eziologia comune; essa esprime un «come se» e si rapporta a un elemento comune che resta nell'inconscio. Questo elemento comune è un fantasma: così l'agorafobo s'identifica inconsciamente con una «ragazza di strada», e il suo sintomo è una difesa contro questa identificazione e contro il desiderio sessuale che questa suppone» (Introduzione alla psicoanalisi, 1887-1902). Freud osserva molto presto che numerose identificazioni possono coesistere: «Il fatto dell’identificazione autorizza forse un impiego letterale dell’espressione: pluralità di pericoli psichici.»
In seguito, il concetto d'identificazione s’arricchisce: 1) negli anni 1912-1915, Freud elabora la nozione d'«incorporazione orale» (Totem e Tabù, Lutto e melanconia). Ne osserva il ruolo in particolare nella melanconia, dove il soggetto s'identifica sulla modalità orale all’oggetto perduto, e per regressione, alla relazione d'oggetto caratteristica dello stadio orale. 2) In Per introdurre il narcisismo (articolo del 1914), Freud fa presentire la dialettica che intercorre tra la scelta d'oggetto narcisistico (l'oggetto scelto sul modello del pericolo propriamente detto) e l’identificazione (il soggetto costituito sul modello dei suoi oggetti anteriori: genitori o pericoli prossimi). 3) Trattandosi degli effetti del complesso d'Edipo sulla strutturazione della personalità del soggetto, costoro sono descritti in termini d'identificazione. Così si osserva che gli investimenti sui genitori sono abbandonati e rimpiazzati da delle identificazioni. 4) L'elaborazione della seconda teoria dell’apparato psichico dimostra la ricchezza e l’importanza della nozione d'identificazione. Freud la espone ampiamente nel capitolo VII di Psicologia delle masse e analisi dell’Io, 1-21. Vi distingue tre modi d'identificazione: da una parte come una forma originaria del legame affettivo all’oggetto; d’altra come sostituto regressivo d'una scelta d'oggetto abbandonato; l'identificazione isterica infine, caratterizzata dallo spostamento su un punto differente dell’oggetto realmente desiderato. Freud precisa in effetti che l'identificazione può vertere in certi casi, non sull'insieme dell’oggetto, ma su «un tratto unario» (einziger Zug) di questi.
Identità sessuale
La questione dell’identità sessuale si osserva nel fatto di: 1) riconoscersi come dell’uno o dell'altro sesso, e 2) d'essere riconosciuto come appartenente all’uno dei due. Ora, la ripartizione biologica dei sessi non garantisce l'identità sessuale. Questa, in effetti, è il prodotto d’una identificazione. Vuol dire che il sesso anatomico non costituisce l'indicazione più sicura dell’identità.
È Robert J. Stoller (Sex and gender, 1968 ) che distinguerà una struttura distinta del transessualismo rispetto a due altre identità sessuali, quella degli omosessuali e quella dei travestiti. Così, il «sentimento d'identità » sarebbe differente. A differenza degli omosessuali e dei travestiti, i transessuali maschi non si «sentono» uomini, e laddove quelli godono del loro organo, i transessuali lo odiano. Essi si sentono femmine, vivono come delle donne con un vero sentimento d'identità femminile. Inoltre, Stoller mette l’accento sulla specificità del legame del transessuale con la propria madre: dalla prima infanzia, egli ha adottato un comportamento femminile, sua madre l'ama senza seduzione né ambivalenza. Lei non si presenta provvista d'un fallo, poiché egli «è » il suo fallo.
Tale è l'origine del sogno del transessuale: essere la donna ideale, con l'esigenza d'essere senza sesso. A differenza degli omosessuali, ai transessuali maschi ripugna il coito. Essi non cercano di suscitare né desiderio, né amore. Il desiderio, per alcuni di loro, d'essere modificati corporalmente per divenire una bella donna sembra significare per essi il desiderio di sbarazzarsi di ogni vita sessuale e della loro identità maschile. «Io sono malato d'essere un uomo», tale è la natura della loro sofferenza.
Quanto al transessualismo femminile, è d’una natura specifica. Per la transessuale. si tratta di «ridurre» il più possibile il fallo all’organo proprio. In ogni ipotesi, transessuali uomini e donne tentano di identificarsi nel sesso opposto e, per essi, si tratta di accogliere la sfida d’una identificazione impossibile. Impossibilità che gli occorrerà neutralizzare con un cambio di sesso nella realtà. A dispetto di ciò, essi resteranno prigionieri d’una identità sessuale impossibile e chimerica, d’una posizione «fuori sesso», come dice Lacan.
Immagine (mentale)
In psicologia, la parola immagine ha due significati distinti. Designa inizialmente la rappresentazione mentale d’una percezione anteriore o meglio la combinazione originale d'elementi presi in prestito alla percezione dalla mente. Nel primo senso, l'immagine s'oppone alla percezione, come immagine-ricordo; nel secondo, essa si distingue dalla realtà da cui si distacca "inventando" i propri oggetti.
Infine, in un senso ancora più lato e letterario, immagine è un esempio concreto, metafora, allegoria e s'oppone allora al concetto, o idea astratta e generale.
La storia della comprensione dell’immaginazione mentale in psicologia s’è svolta secondo una linea d'evoluzione ben precisa: le si attribuisce una realtà sempre meno materiale e una funzione sempre più complessa, contrariamente alla concezione meccanicistica dell’età classica.
La concezione empirista
Per gli empiristi, l'immagine è concepita come une vera cosa, distinta sia dall’oggetto che essa rappresenta che dall’intelletto che la riceve. Copia della percezione, essa è il materiale del pensiero, e la vita dello spirito risulta dalle leggi dell’associazione di immagini, somiglianza, contiguità nello spazio e il tempo, relazione di causa e effetto (Hume). Questa concezione meccanicistica, arricchita dai progressi della fisiologia nervosa, sarà resa popolare, ad esempio, in Francia dal celebre saggio di H. Taine (Dell’intelligenza, 1870): «Come il corpo vivente è un aggregato di cellule reciprocamente dipendenti, allo stesso modo lo spirito agente è un aggregato d'immagini reciprocamente dipendenti e l’unità nell'uno come nell'altro non è che una armonia e un effetto.»
La psicologia introspettiva
La psicologia moderna dell’immagine è una reazione contro questo meccanicismo. Dopo William James, Bergson affermò nel Saggio sui dati immediati della coscienza (1889) che la concezione dell’immagine-cosa è una illusione della nostra intelligenza, avida di distinzioni e di classificazioni e che interpreta ogni realtà spirituale sul modello della materia. Il nuovo metodo intuitivo, preconizzato da Bergson, mostrerà che l'immagine è infinitamente più sfuggente, più mobile, legata alla personalità globale: «I fatti di coscienza anche successivi penetrano e si mescolano, nel più semplice tra essi, è in essi può riflettersi l'anima intera » (lezione che non sarà persa dalla psicologia del profondo).
La fenomenologia
Ma la rottura decisiva avverà con l’avvento della scuola di fenomenologia fondata da Husserl. Questi affermò nelle Ricerche logiche (1900) che occorre ritornare alla tradizione cartesiana che vedeva nell'immagine un pensiero seppur minimo. Al di là dei «contenuti» di coscienza descritti dagli psicologi, esiste la realtà vivente del pensiero in cui l'immagine non è che una cristallizzazione, che diventa subito un ostacolo. La scuola di Würzburg con Watt, Messer e Bühler tenterà di verificare questo punto di vista col metodo dell’introspezione sperimentale diretta. Essa scoprirà che esiste un pensiero senza immagini fatto da tensione di coscienza, di significati, di saperi puri, dove il pensiero appare a se stesso senza alcun intermediario. È impossibile ridurre perciò lo spirito a un insieme d'immagini, per quanto tenui e mobili, tanto più che l'immagine appare adesso come molto svalutata rispetto al pensiero astratto.
Psicologia sperimentale e psicoanalisi
Senza tornare alla concezione empirista, la psicologia sperimentale contemporanea è lontana d'essere così radicale. La psicoanalisi in particolare ha mostrato che c’era certamente conservazione dei ricordi -immagini nell'inconscio e che nel sogno l'immagine (o il fantasma v.) era sottomessa a una serie complessa di trasformazioni: condensazione, spostamento, rimozione, dovute al determinismo delle pulsioni.
Se dunque lo spirito non si riduce certamente a una combinazione d'immagini, l'immagine non può non essere considerata altrimenti che come una realtà psichica la cui comprensione sarà assicurata situandola in rapporto all’ insieme della personalità, conscia o inconscia.
Inconscio (das Unbewusste, unbewusst)
Nozione centrale della psicologia e della psicoanalisi, l'inconscio ricopre l'insieme delle rappresentazioni psichiche legate a delle pulsioni rimosse dal campo della coscienza e che tendono perpetuamente a investirla di nuovo.
Il termine inconscio designa in maniera molto generale la parte inaccessibile del funzionamento psichico di ogni individuo, questa inaccessibilità sia passeggera o permanente. La parola fa la sua apparizione verso il 1820; prende una estensione notevole e un significato singolare a partire dal XX secolo, specialmente sotto l'influenza di Freud e dello sviluppo della psicoanalisi. È ormai utilizzato nella maggior parte delle scienze dell’uomo, con accezioni relativamente differenti.
L'inconscio si evidenzia dunque come una nozione interdisciplinare: a differenza del linguaggio comune, dove la parola prende spesso il senso di «irresponsabile», la filosofia considera l’ inconscio come la parte più profonda dell’essere umano, e infatti la parola rimanda a un certo numero di comportamenti e di rappresentazioni. La psicologia insiste soprattutto sul divario che ne discende: definendo dei livelli di coscienza, essa parla d'inconscio al di sotto d'una certa soglia, che è da definire secondo le circonstanze. Infine, in psicoanalisi, il termini s’applica a tutti i comportamenti e a tutte le produzioni umane dall’istante che queste sono avvistate nel loro insorgere originario e nella loro verità nascosta: l'inconscio è un dei concetti fondamentali della psicoanalisi ed è prima di tutto un modo d'espressione specifico.
L'approccio filosofico
Benché l’idea stessa sia stata presente nella riflessione preesistente, il termine fa la sua apparizione nella filosofia Occidentale nella seconda metà del XIX secolo. Descartes pose la coscienza di sé al centro della meditazione filosofica, e da ciò, diventa inevitabile che si s'interroghi anche sulla non-coscienza, o incoscienza, che caratterizza certi stati psichici.
Secondo Schopenhauer seguìto da Nicolai Hartmann, l'inconscio è una volontà interiore che sfugge all’ individuo e si confonde con il suo vissuto più profondo. Numerosi filosofi che si richiamano oggi questa corrente ritengono che il termine è troppo peggiorativo e preferiscono ritornare alle nozioni elaborate da Schopenhauer o Nietzsche: parlano allora di volontà di vita.
In una altra concezione, legata alla filosofia della rappresentazione (Kant, Hegel), il termine inconscio è utilizzato prima di tutto per caratterizzare le idee, le immagini, le sensazioni che non sono direttamente accessibili alla nostra coscienza, che ciò avvenga in maniera durevole o passeggera. È così che certi filosofi parlano oggi d'«inconscient machinique» (Gilles Deleuze e Felix Guattari) per rendere conto del fatto che l'inconscio è popolato non solamente d'immagini e di parole, ma anche da meccanismi che lo conducono a riprodurre queste immagini e queste parole.
L'interpretazione psicologica
Nella psicologia classica, il termine (inteso soprattutto come sostantivo) rinvia al divario che esiste in ogni uomo tra la sua parte conscia, razionale e ragionevole, e la sua parte nascosta, diretta dai desideri inaccessibili. La presa in conto di questo divario s'opera lungo tutto il XIX secolo, specialmente sotto l'influenza delle ricerche del medico tedesco Franz Anton Mesmer, e a seguito dello studio sul sonnambulismo e della pratica dell’ipnosi. Gli psicologi che s'interessarono a questi fenomeni constatarono che esistono due stati di coscienza: nel primo, l’individuo agisce secondo il suo volere razionale e conscio; nel secondo, dove si comporta in una maniera inattesa, s'affermano delle tendenze che gli aveva occultate.
La scuola della Salpêtrière, con il neurologo Jean Martin Charcot, il fisiologo Alfred Binet e soprattutto lo psichiatra Pierre Janet, teorizzerà questo divario parlando d'inconscio o di subconscio per designare lo stato di coscienza che ci sfugge e che è all’ origine di un buon numero di comportamenti. Per Janet, lo stato mentale delle isterico (al quale egli dedica un’ opera nel 1911) deve essere considerato come il frutto di turbamenti generati da questo inconscio.
La concezione psicologica dell’inconscio succede alla concezione ereditaria dei disturbi psichici, e più precisamente alla teoria della “degenerescenza”, che era predominante alla fine del XIX secolo e che intereressò anche la letteratura soprattutto con Zola. Se il nuovo approccio segna un progresso, conserva tuttavia certi inconvenienti della teoria precedente, specialmente facendo dell’inconscio la causa di tutti i mali. Come ogni spiegazione globale e unilaterale, essa orienta l'attenzione verso i disturbi, senza interrogarsi sui processi molto complessi della loro elaborazione. La sua principale debolezza è di “cosificare” l'inconscio e di farne una realtà in sé, alla maniera di Nicolai Hartmann.
Nella psicologia attuale, frequentemente associata alle scienze sociali o economiche, il termine è utilizzato in una maniera più puntuale: nei differenti ambiti dove la psicologia è la disciplina di riferimento, in particolare nell'analisi dei comportamenti umani, è applicato per caratterizzare certi aspetti del trattamento dell’informazione e della presa di decisione. Gli psicologi contemporanei s’applicano soprattutto a sottolineare che una grande parte dei processi mentali dai quali l’individuo percepisce i dati, tratta delle informazioni e prende delle decisioni, per quanto elaborate sfuggono alla coscienza, anche se essi sboccano all’esecuzione di piani motori o alla comprensione e alla produzione d'atti o di parole. Le ricerche mirano a chiarire i processi in gioco attraverso diversi mezzi d'analisi in maniera di permettere dei rimaneggiamenti per superare i conflitti che ne possono derivare.
La «scoperta» freudiana dell’inconscio
Occorre attendere il 1878 perché il termine «inconscio » apparisse, ad esempio, nel dizionario dell’Académie française come sostantivo. Fino alla «scoperta» di Freud, resta, in effetti, segnato dal significato privativo che ha sempre avuto in filosofia e nella psicologia della seconda metà del XIX secolo, ossia tutto ciò che sfugge alla coscienza spontanea e riflessa. Avanzando l'ipotesi d'un luogo psichico riferito in maniera specifica a una sorta di «coscienza inconscia», Freud non inventa propriamente parlando un concetto, ma dà a un termine già esistente un senso nuovo che egli cercherà di legittimare sulla base delle sue ricerche riferite sia all’ osservazione di ciò che sfugge (o fallisce) presso ciascuno spezzando in una maniera incomprensibile la continuità logica del pensiero e dei comportamenti della vita quotidiana: lapsus, atti mancati, sogni, oblio, e più generalmente i sintomi compulsionali del nevrotico, in cui scopre il significato paradossale nella clinica dell’isteria. L'ipotesi freudiana dell’inconscio instaura, di fatto, la dimensione d’una «psicologia del profondo » (Freud), d’una «metapsicologia», altrimenti detta psicoanalisi. Una tale ipotesi permette di comprendere certi processi patologici irrazionali frequenti del soggetto. Parimenti si giustifica l'invenzione da parte di Freud d’una strategia psicoterapeutica, quella della cura psicoanalitica.
Se l'inconscio resta per definizione l'inaccessibile di ogni individuo, se è effettivamente l'insaputo que ognuno veicola in tutto ciò che egli fa, ciò non vuol dire che non possieda delle caratteristiche specifiche. E la presa in conto di queste caratteristiche costituisce in se stessa una rivoluzione.
L'inconscio è individuale e occorre abbordarlo in una prospettiva soggettiva. Di conseguenza, l'ascolto dell’inconscio suppone prioritariamente la presa in conto della storia individuale, delle reazioni intime del soggetto, delle sue relazioni prime e costitutive.
L'inconscio è «altruista». In effetti, se rinvia all’intimità di ognuno, non si elabora né si rivela che in rapporto all’ altro. Per Freud, questo rapporto è soprattutto euristico: gioca nella maniera in cui si può scoprire, conoscere e fare valere ciò che accade nell'inconscio.
L'inconscio è sessuale. Quest'affermazione di Freud, che fece scandalo e che richiede ancora oggi delle precisisazioni, significa che tutti i desideri inconsci sono chiamati a integrarsi nella sessualità genitale, grazie in particolare al complesso d'Edipo. Ne segue così che la questione della differenza dei sessi e la sua accettazione da ogni essere umano gioca nella strutturazione inconscia un ruolo centrale e decisivo. Più radicalmente, Freud affermò che l'energia che anima l'inconscio – la libido – è sessuale; ciò significa che la sfida è sempre in una maniera o in un’altra la sua soddisfazione.
L'inconscio è strutturato. Per spiegare in cosa consiste questa struttura, Freud mise a punto due sistemi. Il primo distingue un sistema conscio e un sistema inconscio, e prevede egualmente uno spazio intermedio: il preconscio, dove s'operano gli scambi e le interazioni. È la prima topica di Freud. La seconda che a partire dal 1920 avrà per effetto di rimaneggiare profondamente la teoria freudiana dell’apparato psichico, considera che ci sono nell'inconscio tre istanze: l’ Es, interamente inconscio; il Super-Io, in grande parte inconscio; l’Io, che possiede una parte conscia e una parte inconscia. È la seconda topica.
Inibizione (Hemmung)
Questo termine, preso in prestito alla neurologia dove s'oppone all'eccitazione, designa in psichiatria e in psicologia la sospensione d'un processo allo stato nascente che comporta una limitazione funzionale dell’Io. In psicopatologia l’inibizione è associata all’ angoscia, alla nevrosi ossessionale, alla depressione, alla melanconia, alla schizofrenia.
La psicoanalisi ha tentato di spiegare le inibizioni a partire dalla teoria delle pulsioni. Si tratterebbe d’un ostacolo frapposto al processo pulsionale dall’Io da parte del Super-Io. L'esempio dell’inibizione al lavoro è classico per illustrare la soluzione di compromesso adottata dall’Io per evitare il conflitto con l’ Es quando il significato sessuale d'un atto è troppo forte. In Inibizione, sintomo e angoscia (1926) Freud cita l'esempio della scrittura che può simbolizzare il coito, l'inchiostro che cola sulla carta evocherebbe l’eiaculazione. In una nota postuma del 3 agosto 1938 Freud conferma la sua ipotesi. Scrive: «L'ultimo fondamento di ogni inibizione intellettuale e di inibizione al lavoro sembra essere l'inibizione dell’onanismo infantile».
Se si affronta la prospettiva economica e dinamica della ripartizione dell’energia pulsionale tra l’ Io e l’oggetto, i differenti disturbi psichici comportando una inibizione possono trovar la loro spiegazione nella nevrosi ossessionale, l'inibizione è generata dall'ambivalenza amore/odio, due tendenze opposte d’una stessa pulsione che coesistono nell'inconscio. Il processo aggressivo sarà inibito dall’amore. Nel caso delle fobie, le condotte dello scansamento saranno il fatto dell’inibizione di fronte alle situazioni ansiogene attraverso la sospensione del processo pulsionale aggressivo contro l'oggetto. Infine, nella melanconia, dove l'inibizione è maggiore, il processo è il ritorno dell’angoscia e dell’aggressività contro l’Io.
Interpretazione (Deutung)
Questo termine, in psicoanalisi, può intendersi in due modi: 1) in una maniera larga, si tratta, nella ricerca analitica, di mettere in evidenza il significato latente delle parole e delle condotte d'un soggetto. L'interpretazione svela le modalità del conflitto difensivo, e insiste sul desiderio che si formula in ogni produzione dell’inconscio; 2) in maniera più precisa, nella cura analitica, l'interpretazione mira all’intevento dell’analista fatto sul soggetto al fine di accedere al senso latente, in direzione e progressione della cura.
Freud e l’interpretazione
L'interpretazione si situa nel cuore della dottrina e delle tecniche freudiane. Si potrebbe in effetti definire la psicoanalisi dell'interpretazione come la messa in evidenza del senso «latente » d'un materiale: i sogni, i lapsus, gli atti mancati, l'insieme dunque delle formazioni dell’inconscio, o ancora i sintomi stessi, possono interpretarsi, nella misura in cui essi rimandano a un senso differente del loro significato «manifesto». Tale è l’idea di Freud, che costituisce un apporto fondamentale alla conoscenza del soggetto, e uno dei modi d'azione decisivi dell’analista nella cura. Così è per il sogno, primo esempio e modello dell’interpretazione. Le «teorie scientifiche » del sogno non sono per lui che un fenomeno della vita mentale, che si spiega attraverso una caduta dell’attività psichica, un rilassamento delle associazioni. Per alcune di esse, può trattarsi d’una attività specifica, ma nessuna prende in conto il contenuto del sogno e il rapporto esistente tra questo e la storia singolare del sognatore. Di converso, certi metodi d'interpretazione dell’Antichità o d'Oriente, per esempio, s’applicano bene al contenuto del sogno e gli riconoscono un significato, ma si tratta però d’una interpretazione del tipo «chiave dei sogni ». Certamente, Freud sembra richiamarsi a questa tradizione, ma mentre egli evoca, trattandosi del sogno, l'inserzione specifica del simbolismo, si stacca dal metodo sogni a chiave.
Per Freud, in effetti, l'interpretazione sprigiona, a partire dal racconto che ne fa il sognatore (contenuto manifesto), il senso del sogno come si formula nel contenuto latente al quale conducono le associazioni libere. Lo scopo dell’interpretazione non è altro che di mettere in evidenza il desiderio inconscio e il fantasma nel quale questi prende corpo.
L'interpretazione intesa nel senso tecnico del termine, ossia l'interpretazione comunicata al paziente dall'analista, è presente dall’origine della psicoanalisi. Tuttavia, all’ epoca di Studi sull'isteria di Freud, pubblicata nel 1895, il concetto non si è ancora esplicitato come modalità principale dell’azione terapeutica, poiché, in questo stadio, lo scopo principale di Freud è di fare risorgere i ricordi patogeni inconsci. Non è che a partire dal 1911 ( L’uso dell’interpretazione dei sogni in psicoanalisi) che essa sarà esplicitamente integrata alla cura: «Io sostengo dunque che l'interpretazione dei sogni non deve essere praticata nel corso del trattamento analitico come un’ arte in sé, ma che il suo uso resti sottomesso alle regole tecniche alle quali deve obbedire tutto l'insieme del trattamento». È la presa in considerazione di queste «regole tecniche» che deve ordinare il livello più o meno profondo dell’interpretazione, il tipo (interpretazione delle resistenze, del transfert, ecc.) e l’ordine eventuale delle interpretazioni. Occorre ricordare in ogni caso che l'interpretazione non ricopre l'insieme degli interventi dell’analista nella cura. Queste possono essere di differenti ordini: incoraggimento a parlare, rassicurazione, spiegazione d'un meccanismo o d'un simbolo, ingiunzione, ecc., essendo chiaro che esse possono tutte prendere, nel quadro della situazione analitica, valore interpretativo.
Fu spesso rimproverato all’ analista di fare uso sistematico dell’interpretazione e, così facendo, di condurre a un' attitudine stereotipata secondo la quale ogni azione ha un significato sessuale. Ciò che è esatto, è che, in maniera del tutto superficiale, alcuni, spesso detrattori della psicoanalisi che in verità la temevano, si sono impossessati d'un sapere che essi non avevano per stravolgere l'uso dell’interpretazione, consegnandosi così, come dice Freud stesso, a una sorta di "psicoanalisi selvaggia". Una tale tendenza è certamente esistita, in particolare presso certi medici poco avvertiti della psicoanalisi e credendosi autorizzati a dare ai loro pazienti delle interpretazioni premature intervenendo in un momento in cui costoro non erano ancora in grado di accettarle. Gli psicoanalisti si sono mostrati molto prudenti nell'interpretazione: da qui ne segue, ad esempio, che una immagine d'un sogno può rinviare a numerosi associazioni differenti, mentre l'interpretazione che priviligerebbe uno solo dei significati possibili sarebbe problematica, quando non disatrosa, e sarebbe di fatto ostacolo alla prosecuzione del discorso del paziente, piuttosto che ad aprire ad altri significati e associazioni.
Investimento (Besetzung)
L'investimento in psicoanalisi si riferisce al punto di vista economico del funzionamento psichico e alla nozione d'energia pulsionale. Questa si mobilita e impone all’apparato psichico una quantità di lavoro per trasformarla e fissarla a una rappresentazione, a un oggetto, una parte del corpo o al corpo intero. È così che l’espressione «investimento libidinale» significa «investimento attraverso energia delle pulsioni sessuali».
Nella seconda topica (Io, Es, Super-Io) l'origine dell’investimento pulsionale è l’Es, vero polo energetico che alimenta le altre istanze.
Con il concetto di narcisismo apparve l’idea d'equilibrio energetico, del bilanciamento tra l’ investimento libidinale dell’Io e quello dell’oggetto. Allo stesso modo per l'investimento d'oggetti reali e d'oggetti fantasmatici. Il ritiro della libido da uno dei poli d'investimento comporta un eccesso sull'altro polo; questa situazione è frequente in psicopatologia.
Il termine d'investimento ha preso un significato che supera questo senso economico originale. Si può avvicinarlo al concetto fenomenologico d'intenzionalità, o d'oggetto-valore. Esso rende conto dell’intensità delle forze impegnate nel lavoro psichico e nelle relazioni all’oggetto d'amore (o di odio), come anche nel transfert nel corso della cura analitica.
L'investimento del corpo, di certi organi in particolare, gioca un ruolo importante nella medicina psicosomatica.
Io (Es e Super-Io) (Ich, Es, Überich)
L’Io è la personalità individuale in quanto conscia di essere una, a dispetto dei cambiamenti che la riguardano, e distinta da altri uomini; il Super-Io è l’istanza dell’Io che lo giudica e costituisce il suo ideale.
Nelle ricerche della psicologia sperimentale contemporanea, il termine di Io ricopre una serie di significati molto diversi in cui alcuni escono dal suo ambito proprio. L’Io designa sia l’individualità biologica (potenziale ereditario, istinto, complessione corporea, temperamento nervoso, ecc.), sia la personalità psichica (coscienza di sé, inconscio, comportamenti acquisiti, carattere, ripercussioni affettive degli eventi che hanno segnato la vita del soggetto).
La sociologia e la dinamica di gruppo (ma anche il nostro Pirandello) insistono sul fatto che è impossibile definire l’Io e la sua formazione senza metterlo in relazione con il personaggio che egli incarna (funzioni sociali o professionali, ruoli assunti o giocati, modelli presi in prestito nell’ ambiente culturale). L’Io richiede, da questo punto di vista, uno studio pluridisciplinare. Questi diversi significati costituiscono la nozione d'individuo, che s'oppone a quella di persona, il cui significato è sempre più morale (problema della dignità della persona umana).
Le scienze umane riprendono una buona parte delle problematiche loro lasciate dalla riflessione filosofica: come l’Io s’è formato e differenziato? Come mantiene la coscienza la sua permanenza attraverso i cambiamenti che la riguardano e in cui riconosce la realtà? Come realizza la sintesi di tanti elementi psichici diversi? Quali sono i traumatismi che possono mettere in pericolo questa permanenza e questa unità?
I due significati dell «Io » in psicoanalisi
A tutte queste domande, la «psicologia dinamica» moderna sorta dalla psicoanalisi freudiana ha apportato delle risposte originali. Ma, occorre inizialmente ben cogliere che il termine Io ha due significati molto distinti. Spesso designa la personalità psichica presa nel suo insieme; così, nel narcisismo, la libido prende l’Io come oggetto d'amore (per opposizione a un tu, a una persona estranea). In questo primo senso, l'essenziale della scoperta freudiana fu comprendere che l’Io non si riduce alla sua parte conscia e che la sua unità s’è costituita per tappe, al termine d’una serie di conflitti superati. Ma in un secondo senso, e per meglio descrivere le forze in atto in questi conflitti, l’Io designa una istanza particolare della personalità globale. Dopo il 1920, nello schema definitivo che egli propone per descrivere questa, Freud distingue tre istanze: l’ Es, il Super-Io el’Io.
In questo quadro, l’Io può allora essere provvisoriamente definito come una sorta d'arbitro tra l’Es e il Super-Io.
L’Es e il Super-Io
L’Es designa le forze istintuali del nostro inconscio (libido, istinto di morte, aggressività). Esiste fin dalla nascita e costituisce il fondo dinamico della nostra personalità. Non obbedisce che a un «principio di piacere», ossia mira a soddisfare le pulsioni nella maniera più diretta. Ma nessuna società lascerebbe libero corso a queste pulsioni; tutte vi oppongono una serie di divieti, la maggior parte inerenti la sessualità e l’aggressività.
Nella prima infanzia, le pulsioni s’esprimono liberamente, poi esse si scontrano con questi impedimenti. Quando il bambino li ha iteriorizzati, ossia quando egli li rispetta da sè, si dice che il suo Super-Io si è formato. Il Super-Io è dunque il giudice e il censore dell’Io, la «grande voce interiore». Le opinioni si formerebbero all'epoca di questa formazione. Per Freud, il Super-Io si costituisce al momento dell’Edipo, tra i tre e i sei anni. Per altri (Melanie Klein), esiste ben prima. La maniera in cui si forma è determinante per tutta la vita ulteriore dell’individuo. Il Super-Io esercita la sua giurisdizione sull’Io ai livelli della coscienza e dell’inconscio.
I conflitti del Super-Io con l’Io attengono alla coscienza morale e non presentano delle conseguenze gravi per l'equilibrio affettivo. Di converso, se il Super-Io s'oppone violentemente all’Io a livello dell’inconscio, il rischio è di vedere insorgere dei disturbi gravi. Sottolineamo infine che il Super-Io non ha solamente degli aspetti repressivi, ma che egli propone costantemente all’Io degli ideali, dei modelli culturali e morali. Diventa allora l’ Io ideale o ideale dell’Io.
L’Io come istanza
Come ogni personalità, l’Io si forma per tappe. Poco a poco, il bambino giunge a percepirsi come une realtà distinta rispetto agli altri e all’ambiente esterno: è il processo d'individualizzazione. Ma, parallelamente, per il fatto della costituzione di istanze, la personalità si scinde in elementi opposti. Da questo punto di vista, l’Io è un intermediario tra l’Es e il Super-Io. Per il fatto della sua situazione centrale, egli percepisce le loro divergenze, e la sua funzione è di mantenere, con una serie di compromessi difficilli, l'unità della personalità presa tra le sollecitazioni dell’ Es, le esigenze della vita sociale, gli impedimenti del Super-Io, e l’aspirazione alla sicurezza psichica. L’Io prende in prestito dalla libido - per realizzare questo equilibrio messo in questione senza posa- , una parte della sua energia istintuale. Si noterà che, che come il Super-Io, l’Io attinge in parte all'inconscio e che i meccanismi di difesa che egli elabora funzionano in parte in seno all’ Es.
Gli scacchi dell’Io possono prodursi in due direzioni. Mentre egli è lacerato dal Super-Io e le esigenze della realtà, trascura il soddisfacimento delle sue pulsioni e prende la strada della nevrosi. Al contrario, quando le pulsioni dell’Es lo dominano, al punto di fargli perdere ogni senso del reale, egli evolverà in direzione della psicosi. Freud descriverà l' Io come una sorta di eroe tragico, poiché egli è posto tra due potenti padroni che deve servire malgrado le loro esigenze contraddittorie: le pretese pulsionali dell'Es e le rivendicazioni del Super-Io. Malgrado ciò che si possa credere, l'Io non è padrone in casa propria.
Isteria
Affezione psichiatrica di tipo nevrotico nella quale una causa psichica generalmente inconscia provoca dei disturbi fisici o psicopatici molto vari. L'isteria dà luogo sia a delle crisi passeggere e parossistiche, sia a dei disturbi durevoli del comportamento.
I sintomi
Alcuni sintomi possono, in effetti, essere considerati come tipici di questa nevrosi, ciò non esclude che i suoi contrari agiscono ugualmente. Quanto all’ umore ad esempio: ridere e piangere, depressione e euforia, freddezza ma anche calore nelle parole; quanto alla memoria: amnesia, ma anche ricordi precisi; quanto ai fenomeni sensoriali: iperestesia o anestesia, afasia o volubilità, mutismo e logorrea, cecità e allucinazione, anoressia e bulimia; quanto ai disturbi motori infine: tic, convulsione, paralisi, crampi, contratture, sonnambulismo, eccitabilità nervosa ecc. In realtà, fare la storia dell’isteria, nella sua instabilità smisurata, è tentare di repertarla attraverso dei sintomi che non cessano di cambiare, e che tuttavia non sopraggiungono a caso. Al contrario, sembrano molto determinati, secondo le età e secondo l’esito che essi possono avere, in ogni epoca, d'attirare l'attenzione e di risvegliare l'inquietudine, non dell’opinione comune, ma degli esperti che per parte loro dipendono dal potere politico o religioso: medici, filosofi, teologi, inquisitori.
Nella sua mobilità estrema, e nella sua incessante manifestazione, la sfida dell’isterico è quella di sviare le abitudini dei pensieri, di imbrogliare i detentori del sapere dato, dimostrandone i limiti e le aporie. Da qui la diffidenza costante riguardo all’isterico, volentieri assimilato al mondo femminile. Occorrerà attendere Charcot perché sia evidenziata l'isteria maschile, non senza reticenza ben inteso. Nel maschio prenderà il nome di ipocondria, termine preferito alla d'isteria. Occorrerà infine Freud perché si distingua tra isteria di conversione (il malato «converte» il suo dramma psichico in disturbi somatici) e isteria d'angoscia (fobia).
L'approccio freudiano
L'isteria è all’ origine diretta della psicoanalisi. Freud ritorna, per parte sua, alla tradizione di Charcot, e descrive l'isteria come una nevrosi del tutto identificabile, nel corso della quale il soggetto traduce nel corpo un disturbo più profondo, più spesso d'origine sessuale, che egli ha rimosso nell'inconscio.
Lo studio dell’isteria da parte di Freud e la sua scoperta straordinaria verte, ricordiamolo, sulla nozione d'inconscio e su quella dell’esistenza d’una sessualità infantile.
Con Breuer inizialmente, Freud, ascoltando le sue pazienti isteriche, scoprirà che, nella maggior parte dei casi, esiste un trauma psichico di natura sessuale. Distaccandosi da Breuer, comprenderà che questo trauma psichico s'analizza in una esperienza sessuale non voluta, ma subìta di fatto dall’ intevento seduttore d'un adulto sul bambino. L'isteria non è altro che una reazione «après coup» alla sessualità in quanto «perversione rifiutata» (Lettera a Fliess, n° 52). Così, la causa della maggior parte dei sintomi isterici merita d'essere qualificata come «trauma psichico»: il ricordo di questo choc agisce alla maniera d'un «corpo estraneo » nella vita psichica. «È di reminiscenze che soffre l'isterico». Il trauma in causa è dunque sempre legato a una esperienza sessuale precoce vissuta con dispiacere dai ragazzi come dalle ragazze, poiché l'isteria non riguarda esclusivamente le donne.
Isteria di conversione e isteria d'angoscia
È a partire da queste scoperte che Freud metterà in evidenza la nozione d'isteria di conversione, «salto del psichismo nell'innervazione somatica» che rivela il legame esistente tra la parola e il sintomo. La «conversione » è in effetti una «trasposizione d'un conflitto psichico e un tentativo di soluzione di questo in sintomi somatici (una paralisi per esempio) o sensoriali ( anestesia o dolori localizzati). Il passaggio del conflitto inconscio nel corpo si manifesta attraverso dei disturbi che evocano delle malattie organiche: si può trattare di disturbi parossistici, come la «grande crise» alla Charcot, sfociante in un rigonfiamento alla gola e in disturbi visivi, seguìti da una perdita di conoscenza con rigidità e movimenti convulsivi di tipo epilettico. Quanto ad anestesia e paralisi, essi si osservano in conversioni più durevoli: contratture, spasmi e tremori, disturbi sensoriali e visivi che sono variabili, sensibili agli eventi.
Esiste un’altra forma d'isteria che Freud, a seguito di W. Stekel, chiama isteria d'angoscia e che non è altro che la nevrosi fobica. Freud tendeva a isolare questa forma particolare di nevrosi nella quale il sintomo centrale è la fobia. È l'analisi del piccolo Hans che gli ha permesso di precisare quel che egli intendeva con ciò. Se Freud ha rilevato la similitude strutturale della nevrosi fobica e dell’isteria di conversione ha egualmente sottolineato la loro differenza essenziale: nell'isteria d'angoscia (o nevrosi fobica) «... la libido che il rimosso ha staccato dai materiali patogeni è “convertita” ma liberata sotto forma d'angoscia», e la formazione dei sintomi fobici trova la sua origine «in un lavoro psichico che s'esercita inizialmente al fine di legare di nuovo l'angoscia diventata libera». Altrimenti detto, come sottolinea Freud: «C’è una pura isteria di conversione ed è senza alcuna angoscia come anche c’è un'isteria d'angoscia che si manifesta attraverso delle sensazioni d'angoscia e di fobie senza che vi si aggiunga la conversione ».
Istrionismo
Questo tratto è classicamente connesso al carattere dell’isterico. Si manifesta con una iperespressività emozionale, delle attitudini fisiche esagerate, dei comportamenti spettacolari (crisi teatrali, minacce di suicidio), un linguaggio enfatico, il tutto a mascherare spesso una realtà molto banale e un vuoto sentimentale e sessuale.
Si parla d'istrionismo o di teatralismo per designare l'aspetto inautentico e superficiale della personalità isterica, questa evocando immancabilmente le rappresentazioni dei malati isterici di Charcot alla Salpêtrière. Nel corso di queste vere rappresentazioni i malati convocati recitavano la loro parte e rispondevano con costanza alle domande del Maestro lanciando dei magnifici urli d'isteria dove le attitudini appassionate non mancavano di certo, come lo testimonia l'iconografia della Salpêtrière.
La teoria psicoanalista permette di comprendere meglio questo aspetto della personalità isterica. L'istrionismo troverebbe la sua fonte nell'ambivalenza dei desideri dell’isterico. In effetti, in una non-soluzione edipica e un non-superamento dell’angoscia di castrazione che ne discende, l'isterico vive nell'impossibilità d’una soddisfazione sessuale genitale, pur mostrando un bisogno permanente di sedurre. Da dove questa posizione psichica che certi autori chiamano «l'isterizzazione» e che consiste ad erotizzare il mondo, a dargli una connotazione sessuale generalizzata, e a fare nascere nell'altro un focolaio di libido. Questa attitudine sarà tanto più marcata quanto la vita sessuale dell’isterico non è che un simulacro: l'isterico è dunque vittima d'un’apparenza destinata a ingannare.
Nelle recenti classificazioni psichiatriche internazionali (DSM III 1980, CIM 91975), il termine d'isteria è stato soppresso e rimpiazzato con quello di «personalità istrionica» associante alcuni o l'insieme dei tratti seguenti: iper-espressività, ricerca incessante dell’attenzione altrui, bisogno d'attività e di sensazioni forti, reattività eccessiva a degli eventi minori, accessi irrazionali di collera e di cattivo umore, inautenticità, egocentrismo e dipendenza nelle relazioni interpersonali.
Queste classificazioni hanno svoutato il termine d'isteria, e con esso l'apporto della psicoanalisi nell'approccio di questa patologia.
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