La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line



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Identificazione  (Identifizierung)
L'identificazione si osserva come un processo psicologico per il quale un soggetto s'appropria d’ un aspetto, una proprietà,  un tratto  d'un altro soggetto, e  si trasforma in tutto o  in parte su questo modello. La personalità d'un soggetto, si costituisce d’una  serie d'identificazioni  successive. Occorre osservare che, nel linguaggio corrente,  l'identificazione  ricopre degli  aspetti psicologici differenti: imitazione,  simpatia,  empatia,  proeizione,  ecc.

Il concetto d'identificazione  in Freud
Per Freud, si tratta non solamente d'un meccanismo psicologico, ma anche, in maniera  precisa, d’una operazione  fondamentale nella costituzione  dell’individuo in quanto  soggetto. Molto presto Freud ha invocato  questo  meccanismo a proposito dei sintomi  isterici rilevandone l'esistenza, presso pazienti  isteriche, d'un elemento inconscio: «… l'identificazione  non è semplice imitazione,  ma appropriazione  fondata  su una  eziologia comune; essa esprime un «come se» e  si rapporta a un  elemento comune che  resta nell'inconscio.   Questo elemento comune è un fantasma: così l'agorafobo s'identifica inconsciamente con una «ragazza di strada», e il suo sintomo è una difesa contro questa identificazione  e  contro il desiderio  sessuale che questa suppone» (Introduzione  alla psicoanalisi,  1887-1902). Freud osserva molto presto che numerose identificazioni  possono  coesistere: «Il fatto dell’identificazione  autorizza forse un impiego  letterale dell’espressione: pluralità di pericoli  psichici.»

In seguito, il concetto d'identificazione  s’arricchisce: 1) negli anni 1912-1915, Freud elabora  la nozione d'«incorporazione  orale» (Totem e TabùLutto e  melanconia). Ne osserva il ruolo in particolare nella melanconia, dove il soggetto s'identifica sulla modalità orale  all’oggetto perduto,  e  per regressione,  alla relazione  d'oggetto caratteristica dello stadio orale. 2) In Per introdurre il narcisismo (articolo del 1914), Freud fa presentire la dialettica che intercorre tra la scelta  d'oggetto narcisistico (l'oggetto scelto  sul modello del  pericolo propriamente detto) e l’identificazione  (il soggetto costituito sul modello dei suoi oggetti anteriori: genitori o  pericoli  prossimi). 3) Trattandosi  degli effetti  del complesso d'Edipo sulla strutturazione  della personalità del soggetto, costoro sono descritti  in termini d'identificazione. Così si osserva che gli investimenti sui genitori sono  abbandonati e  rimpiazzati da delle identificazioni. 4) L'elaborazione  della seconda teoria dell’apparato psichico dimostra la ricchezza  e l’importanza della nozione d'identificazione. Freud  la espone ampiamente nel capitolo VII di Psicologia delle masse e analisi  dell’Io, 1-21. Vi distingue tre modi  d'identificazione: da una parte come una forma originaria del legame affettivo all’oggetto; d’altra  come sostituto regressivo d'una scelta d'oggetto abbandonato; l'identificazione  isterica infine, caratterizzata  dallo spostamento su un punto differente dell’oggetto realmente desiderato. Freud precisa in effetti che l'identificazione può vertere in certi  casi, non sull'insieme dell’oggetto, ma su  «un tratto  unario» (einziger Zug) di questi.

Identità  sessuale
La questione dell’identità  sessuale si osserva nel fatto di: 1) riconoscersi come dell’uno o dell'altro sesso, e 2) d'essere riconosciuto come appartenente all’uno dei due. Ora,  la ripartizione  biologica   dei sessi non garantisce l'identità  sessuale. Questa, in effetti, è  il prodotto d’una identificazione.   Vuol dire  che il sesso anatomico non costituisce l'indicazione  più sicura dell’identità.
È Robert J. Stoller (Sex and gender,  1968 ) che  distinguerà una struttura distinta del transessualismo rispetto a due altre identità sessuali, quella degli omosessuali  e quella dei travestiti. Così, il «sentimento d'identità » sarebbe differente. A  differenza degli omosessuali  e dei travestiti,  i transessuali maschi non si «sentono» uomini, e laddove quelli godono  del loro organo, i transessuali lo odiano. Essi si sentono  femmine, vivono come delle donne con un vero  sentimento d'identità  femminile. Inoltre, Stoller mette l’accento sulla specificità del legame del transessuale con la propria madre: dalla prima infanzia, egli ha adottato un comportamento femminile,  sua madre l'ama senza seduzione né ambivalenza. Lei non si presenta provvista d'un fallo, poiché egli «è » il suo fallo.

Tale è  l'origine del sogno  del transessuale: essere la donna ideale, con l'esigenza  d'essere senza sesso. A  differenza degli omosessuali, ai transessuali maschi  ripugna  il coito. Essi non  cercano  di suscitare né desiderio,  né amore. Il desiderio, per alcuni di loro, d'essere modificati corporalmente per divenire  una bella donna sembra significare per essi il desiderio  di sbarazzarsi di ogni vita sessuale e della loro identità maschile. «Io sono  malato d'essere un uomo», tale è la natura della loro sofferenza.

Quanto al transessualismo femminile,  è d’una natura specifica. Per la transessuale. si tratta di «ridurre» il più possibile il fallo all’organo proprio.   In ogni ipotesi, transessuali uomini  e donne  tentano di identificarsi nel sesso opposto e, per essi, si tratta di accogliere la sfida d’una identificazione  impossibile. Impossibilità che gli occorrerà neutralizzare con un  cambio di sesso nella realtà. A dispetto  di ciò, essi resteranno  prigionieri d’una identità  sessuale impossibile e  chimerica, d’una posizione  «fuori sesso», come dice  Lacan.


Immagine (mentale)
In psicologia, la parola immagine ha due significati distinti. Designa inizialmente la rappresentazione mentale d’una percezione  anteriore o meglio  la combinazione  originale d'elementi presi in prestito alla percezione dalla mente. Nel primo senso, l'immagine s'oppone alla percezione,  come immagine-ricordo; nel secondo, essa si distingue  dalla realtà da cui si distacca "inventando" i propri oggetti.

Infine, in un senso ancora più lato e letterario, immagine è un esempio  concreto, metafora, allegoria e  s'oppone allora al concetto, o  idea astratta  e  generale.

La storia della comprensione  dell’immaginazione  mentale in psicologia s’è svolta secondo una linea d'evoluzione ben precisa: le si attribuisce una realtà sempre meno materiale  e una funzione  sempre più complessa, contrariamente alla concezione  meccanicistica dell’età  classica.

La concezione  empirista
Per gli empiristi, l'immagine è  concepita  come une vera cosa,  distinta sia dall’oggetto che essa rappresenta che dall’intelletto che la riceve. Copia della percezione,  essa è  il materiale del pensiero, e la vita dello spirito risulta dalle  leggi dell’associazione  di immagini, somiglianza, contiguità nello spazio e il tempo, relazione  di causa e effetto (Hume). Questa concezione  meccanicistica,  arricchita dai progressi della fisiologia nervosa,  sarà resa popolare, ad esempio, in Francia  dal celebre saggio di H. Taine (Dell’intelligenza, 1870): «Come  il corpo vivente è un aggregato di cellule  reciprocamente  dipendenti, allo stesso modo lo spirito agente  è  un aggregato d'immagini  reciprocamente  dipendenti  e l’unità nell'uno come nell'altro non è che una armonia  e  un  effetto.»

La psicologia introspettiva
La psicologia moderna dell’immagine è  una reazione  contro questo  meccanicismo. Dopo William James, Bergson  affermò nel Saggio sui dati immediati della coscienza (1889) che la concezione  dell’immagine-cosa è una illusione  della nostra intelligenza,  avida di distinzioni  e di classificazioni e che interpreta  ogni realtà spirituale sul modello della materia. Il nuovo metodo intuitivo, preconizzato  da Bergson,  mostrerà  che l'immagine è  infinitamente più sfuggente, più mobile, legata alla personalità globale: «I fatti di coscienza anche successivi  penetrano e si mescolano, nel più semplice tra essi, è in essi può riflettersi l'anima intera » (lezione  che non sarà persa dalla psicologia del profondo).

La fenomenologia
Ma  la rottura decisiva  avverà con l’avvento della scuola di fenomenologia  fondata da Husserl. Questi affermò nelle Ricerche logiche (1900) che occorre ritornare alla tradizione  cartesiana  che vedeva nell'immagine un  pensiero seppur minimo. Al di là dei «contenuti» di coscienza descritti  dagli psicologi,  esiste  la realtà vivente del pensiero in cui l'immagine non è che una cristallizzazione,  che diventa  subito un ostacolo. La scuola di Würzburg con Watt, Messer e  Bühler tenterà di verificare questo punto  di vista  col metodo dell’introspezione sperimentale  diretta. Essa scoprirà  che esiste un pensiero  senza immagini  fatto da tensione di coscienza, di significati,  di  saperi  puri, dove il pensiero appare a se stesso senza alcun intermediario.   È impossibile ridurre perciò lo spirito a un insieme d'immagini, per quanto tenui e mobili,  tanto più che l'immagine appare adesso come molto svalutata  rispetto al  pensiero astratto.

Psicologia sperimentale  e  psicoanalisi
Senza  tornare alla concezione  empirista, la psicologia sperimentale  contemporanea è  lontana d'essere così radicale. La psicoanalisi  in particolare ha mostrato che c’era certamente conservazione  dei ricordi -immagini  nell'inconscio e che nel sogno l'immagine (o  il fantasma v.)  era sottomessa a una  serie complessa di trasformazioni: condensazione,  spostamento, rimozione,  dovute al determinismo delle pulsioni.

Se dunque lo spirito non si riduce certamente a una  combinazione  d'immagini,  l'immagine non  può non  essere considerata altrimenti che come una realtà psichica  la cui comprensione  sarà assicurata situandola in rapporto all’ insieme della personalità, conscia o  inconscia.

Inconscio (das Unbewusste, unbewusst)
Nozione centrale  della psicologia e della psicoanalisi,  l'inconscio ricopre l'insieme delle rappresentazioni  psichiche legate  a delle pulsioni  rimosse dal campo  della coscienza e che tendono perpetuamente  a investirla di nuovo.

Il termine inconscio designa in maniera  molto generale la parte inaccessibile del funzionamento  psichico di ogni individuo,   questa inaccessibilità sia passeggera  o  permanente. La parola fa la sua apparizione verso  il 1820;  prende una estensione  notevole e  un  significato singolare a partire dal  XX secolo, specialmente sotto l'influenza di Freud e dello sviluppo della psicoanalisi. È ormai utilizzato nella maggior parte delle scienze dell’uomo,  con accezioni  relativamente differenti.

L'inconscio si evidenzia dunque come una nozione interdisciplinare: a  differenza del linguaggio comune, dove la parola prende spesso il senso di «irresponsabile», la filosofia considera l’ inconscio come la parte più profonda  dell’essere umano, e  infatti la parola rimanda a un certo numero di comportamenti e di rappresentazioni. La psicologia insiste soprattutto sul  divario  che ne discende: definendo dei livelli di coscienza, essa parla d'inconscio al di sotto  d'una certa soglia,  che è da definire secondo le  circonstanze. Infine, in psicoanalisi,  il termini s’applica  a tutti i comportamenti e a tutte le produzioni  umane dall’istante  che queste sono  avvistate  nel  loro insorgere originario  e nella loro verità nascosta: l'inconscio è un dei concetti  fondamentali della psicoanalisi  ed è  prima di tutto un modo d'espressione  specifico.

L'approccio  filosofico
Benché l’idea stessa sia stata presente nella riflessione  preesistente, il termine fa la sua apparizione nella filosofia Occidentale  nella  seconda metà del  XIX secolo. Descartes pose la coscienza di sé al centro della meditazione  filosofica, e da ciò, diventa inevitabile che si  s'interroghi anche sulla non-coscienza, o  incoscienza, che caratterizza certi stati psichici.

Secondo Schopenhauer seguìto da Nicolai Hartmann, l'inconscio è una volontà interiore che sfugge all’ individuo e si confonde con il suo vissuto più profondo.  Numerosi filosofi che si richiamano  oggi questa corrente  ritengono che il termine è troppo peggiorativo  e  preferiscono  ritornare alle nozioni elaborate da Schopenhauer o  Nietzsche: parlano allora di volontà di vita.

In una altra  concezione,  legata alla filosofia della rappresentazione  (Kant, Hegel), il termine inconscio è  utilizzato prima di tutto per caratterizzare le  idee, le  immagini, le sensazioni  che non sono  direttamente accessibili alla nostra coscienza, che ciò avvenga in maniera  durevole  o  passeggera. È così che certi  filosofi parlano oggi d'«inconscient machinique» (Gilles Deleuze e  Felix Guattari) per rendere conto del fatto che l'inconscio è  popolato  non solamente d'immagini  e di parole, ma anche da meccanismi che lo conducono a riprodurre queste immagini  e queste parole.

L'interpretazione  psicologica
Nella psicologia classica,  il termine (inteso soprattutto come sostantivo) rinvia al divario  che esiste in ogni uomo tra la sua parte conscia, razionale e  ragionevole, e la sua parte nascosta, diretta dai desideri inaccessibili. La presa in conto di questo divario  s'opera lungo tutto  il XIX secolo, specialmente sotto l'influenza delle ricerche del medico tedesco Franz Anton Mesmer, e a seguito dello studio  sul sonnambulismo  e della pratica dell’ipnosi. Gli  psicologi  che s'interessarono a questi fenomeni constatarono che esistono due stati di coscienza: nel primo, l’individuo agisce  secondo il suo volere razionale e  conscio; nel secondo, dove si comporta in una maniera  inattesa, s'affermano delle tendenze che gli aveva occultate.

La scuola della Salpêtrière, con il neurologo Jean Martin Charcot, il fisiologo Alfred Binet e  soprattutto lo psichiatra Pierre Janet, teorizzerà questo divario  parlando d'inconscio o  di subconscio per designare  lo stato di coscienza che ci sfugge e che è  all’ origine  di un buon numero di comportamenti. Per Janet, lo stato mentale delle isterico  (al quale  egli dedica un’ opera  nel 1911) deve essere considerato come il frutto di turbamenti generati da questo inconscio. 

La concezione  psicologica dell’inconscio succede alla concezione  ereditaria  dei disturbi psichici, e  più precisamente alla teoria della “degenerescenza”, che era predominante alla fine del XIX secolo e che intereressò anche la letteratura soprattutto con Zola.   Se il nuovo approccio  segna un progresso, conserva tuttavia certi inconvenienti  della teoria precedente, specialmente facendo dell’inconscio la causa di tutti i mali. Come ogni spiegazione  globale e  unilaterale, essa orienta l'attenzione  verso i disturbi, senza interrogarsi  sui processi molto complessi della loro elaborazione. La sua principale  debolezza è  di “cosificare” l'inconscio e di farne  una realtà in sé, alla maniera  di Nicolai Hartmann.

Nella psicologia attuale, frequentemente associata alle scienze sociali o  economiche, il termine è  utilizzato  in una maniera  più puntuale: nei differenti ambiti dove la psicologia è la disciplina di riferimento, in particolare nell'analisi  dei comportamenti umani, è applicato per caratterizzare certi aspetti del trattamento dell’informazione  e della presa di decisione. Gli  psicologi  contemporanei s’applicano soprattutto a sottolineare  che una grande parte dei processi mentali dai quali  l’individuo percepisce  i dati, tratta delle informazioni  e  prende delle decisioni, per quanto elaborate sfuggono alla coscienza, anche se essi sboccano all’esecuzione di piani  motori  o  alla comprensione  e alla produzione d'atti o  di parole. Le ricerche mirano a chiarire  i processi in gioco  attraverso diversi mezzi d'analisi  in maniera  di permettere dei rimaneggiamenti per superare i conflitti  che ne  possono derivare.


La «scoperta» freudiana dell’inconscio 
Occorre attendere il 1878 perché il termine «inconscio  » apparisse, ad esempio, nel dizionario  dell’Académie française come sostantivo. Fino alla «scoperta» di Freud, resta, in effetti, segnato dal significato privativo  che ha sempre  avuto in filosofia  e nella psicologia della seconda metà del XIX secolo, ossia  tutto ciò che sfugge alla coscienza spontanea e  riflessa. Avanzando  l'ipotesi d'un luogo psichico riferito in maniera  specifica a una sorta  di «coscienza inconscia», Freud non inventa  propriamente parlando un concetto, ma dà a un termine già esistente un senso nuovo che egli cercherà di legittimare  sulla base delle sue ricerche riferite sia all’ osservazione  di ciò  che sfugge (o fallisce)  presso ciascuno spezzando  in una maniera  incomprensibile la continuità logica del pensiero e dei comportamenti della vita quotidiana: lapsus, atti mancati, sogni, oblio,  e più generalmente i sintomi compulsionali  del nevrotico,  in cui scopre il significato paradossale nella clinica dell’isteria. L'ipotesi freudiana dell’inconscio instaura, di fatto, la dimensione d’una «psicologia del profondo » (Freud), d’una «metapsicologia», altrimenti detta psicoanalisi. Una tale  ipotesi permette di comprendere certi processi patologici irrazionali frequenti del soggetto. Parimenti si giustifica  l'invenzione  da parte di Freud d’una strategia  psicoterapeutica, quella della cura psicoanalitica.  

Se l'inconscio resta per definizione l'inaccessibile di ogni individuo, se è effettivamente  l'insaputo  que ognuno veicola  in tutto ciò che egli fa, ciò non vuol dire che non possieda delle caratteristiche specifiche. E la presa in conto di queste caratteristiche costituisce in se stessa una rivoluzione.

L'inconscio è  individuale  e occorre abbordarlo in una prospettiva soggettiva. Di conseguenza, l'ascolto dell’inconscio suppone prioritariamente la presa in conto della storia individuale,  delle reazioni  intime del soggetto, delle sue relazioni  prime e  costitutive.

L'inconscio è  «altruista». In effetti, se  rinvia all’intimità di ognuno, non si elabora né si  rivela che  in rapporto all’ altro. Per Freud, questo rapporto è  soprattutto euristico:  gioca  nella maniera  in cui si può scoprire, conoscere  e  fare valere ciò che accade nell'inconscio. 

L'inconscio è  sessuale. Quest'affermazione  di Freud, che fece scandalo e che richiede  ancora oggi delle precisisazioni,  significa che tutti i desideri  inconsci sono  chiamati  a integrarsi  nella sessualità genitale,  grazie in particolare al complesso d'Edipo. Ne segue  così che la questione della differenza dei sessi e la sua  accettazione da ogni essere umano gioca  nella strutturazione  inconscia un ruolo centrale e decisivo. Più radicalmente, Freud affermò che l'energia che anima l'inconscio – la libido – è  sessuale; ciò significa che la sfida è  sempre  in una maniera  o  in un’altra la sua soddisfazione.

L'inconscio è  strutturato. Per spiegare in cosa  consiste questa struttura, Freud mise a  punto  due sistemi. Il primo distingue un sistema conscio e  un  sistema inconscio,  e prevede egualmente uno spazio intermedio: il preconscio, dove s'operano gli scambi e le interazioni. È la prima topica di Freud. La seconda che a partire dal 1920 avrà  per  effetto di rimaneggiare profondamente la teoria freudiana dell’apparato psichico, considera che ci sono  nell'inconscio tre istanze: l’ Es, interamente inconscio; il Super-Io, in grande parte inconscio; l’Io, che possiede una parte  conscia e una parte inconscia. È la seconda topica.

Inibizione (Hemmung)
Questo termine, preso in prestito alla neurologia dove s'oppone all'eccitazione,  designa in psichiatria e  in psicologia  la sospensione d'un processo allo  stato nascente  che comporta una  limitazione  funzionale dell’Io. In psicopatologia l’inibizione è  associata  all’ angoscia, alla nevrosi ossessionale, alla depressione,  alla melanconia, alla schizofrenia.

La psicoanalisi  ha tentato di spiegare le  inibizioni  a partire dalla teoria delle pulsioni. Si tratterebbe  d’un  ostacolo frapposto al processo pulsionale dall’Io  da parte del Super-Io. L'esempio  dell’inibizione al lavoro è  classico per illustrare la soluzione  di compromesso adottata dall’Io per evitare il conflitto con l’ Es quando il significato sessuale d'un atto è  troppo forte. In Inibizione, sintomo e angoscia (1926) Freud cita l'esempio  della scrittura  che può simbolizzare il  coito,   l'inchiostro che cola sulla  carta evocherebbe l’eiaculazione. In una nota postuma del 3 agosto 1938 Freud conferma la sua ipotesi. Scrive: «L'ultimo fondamento di ogni inibizione intellettuale e di inibizione  al lavoro sembra essere l'inibizione dell’onanismo infantile».

Se si affronta  la prospettiva economica e dinamica della ripartizione dell’energia pulsionale tra l’ Io e l’oggetto, i differenti disturbi psichici comportando una inibizione possono  trovar la loro spiegazione  nella nevrosi ossessionale, l'inibizione è  generata dall'ambivalenza amore/odio, due tendenze opposte d’una stessa pulsione  che coesistono nell'inconscio.  Il processo aggressivo sarà inibito dall’amore. Nel caso delle fobie, le condotte dello scansamento saranno il fatto dell’inibizione di fronte alle situazioni  ansiogene  attraverso la  sospensione del processo pulsionale aggressivo contro l'oggetto. Infine, nella melanconia, dove l'inibizione è  maggiore,  il processo è  il ritorno dell’angoscia e dell’aggressività contro l’Io. 


Interpretazione  (Deutung)
Questo termine, in psicoanalisi,  può intendersi in due modi: 1)  in una maniera  larga, si tratta,  nella ricerca analitica,  di mettere in evidenza il significato latente delle parole e delle condotte d'un soggetto. L'interpretazione  svela le  modalità del conflitto difensivo, e  insiste sul desiderio  che si formula in ogni produzione dell’inconscio; 2) in maniera  più precisa, nella cura analitica,  l'interpretazione  mira all’intevento dell’analista fatto sul soggetto al fine di accedere al senso latente, in  direzione  e progressione  della cura.

Freud e l’interpretazione
L'interpretazione si situa  nel  cuore della dottrina e delle tecniche freudiane. Si potrebbe  in effetti definire la psicoanalisi  dell'interpretazione come  la messa in evidenza del senso «latente » d'un materiale: i sogni, i lapsus,  gli atti mancati, l'insieme dunque delle formazioni  dell’inconscio,  o ancora i sintomi  stessi, possono  interpretarsi, nella misura in cui essi rimandano a  un senso differente del loro significato «manifesto». Tale è  l’idea di Freud, che costituisce un apporto fondamentale alla conoscenza del soggetto, e uno dei modi  d'azione  decisivi dell’analista nella cura. Così è  per il sogno, primo esempio  e  modello dell’interpretazione. Le  «teorie scientifiche » del sogno  non sono per lui  che un fenomeno della vita mentale, che si spiega  attraverso una  caduta dell’attività psichica, un rilassamento delle associazioni. Per alcune di esse,  può trattarsi  d’una attività specifica, ma nessuna prende in conto il contenuto del sogno  e il rapporto esistente tra questo e la storia singolare  del sognatore. Di converso, certi metodi d'interpretazione  dell’Antichità  o  d'Oriente,  per esempio, s’applicano bene al contenuto del sogno  e gli riconoscono un  significato, ma si tratta però d’una interpretazione  del tipo «chiave dei sogni ». Certamente, Freud sembra richiamarsi  a questa tradizione,  ma mentre egli evoca, trattandosi  del sogno, l'inserzione  specifica del simbolismo, si stacca dal metodo  sogni a chiave. 

Per Freud, in effetti, l'interpretazione  sprigiona, a partire dal racconto che ne fa il sognatore (contenuto manifesto),  il senso del sogno  come si formula nel contenuto latente  al quale conducono le  associazioni  libere. Lo scopo dell’interpretazione  non è altro che di mettere in evidenza il desiderio  inconscio e il fantasma nel quale questi prende corpo.

L'interpretazione  intesa  nel senso  tecnico del termine, ossia  l'interpretazione  comunicata al paziente dall'analista,  è  presente dall’origine  della psicoanalisi. Tuttavia, all’ epoca di  Studi sull'isteria di Freud, pubblicata nel 1895, il concetto non si è ancora esplicitato come modalità principale  dell’azione  terapeutica,  poiché, in questo stadio,  lo scopo  principale  di Freud è  di fare  risorgere i ricordi patogeni inconsci. Non  è che a partire dal 1911 (  L’uso dell’interpretazione  dei sogni in psicoanalisi)  che essa sarà  esplicitamente integrata alla cura: «Io  sostengo dunque che l'interpretazione  dei sogni non deve essere praticata  nel corso  del trattamento analitico come un’ arte in sé, ma che il suo uso resti sottomesso alle regole tecniche alle quali deve obbedire tutto l'insieme del trattamento». È la presa in considerazione di queste «regole tecniche» che deve ordinare il livello più o meno profondo  dell’interpretazione,  il tipo (interpretazione  delle resistenze, del transfert,  ecc.) e l’ordine eventuale delle interpretazioni. Occorre ricordare in ogni caso che l'interpretazione  non ricopre l'insieme degli interventi dell’analista  nella cura. Queste possono  essere di differenti ordini: incoraggimento  a parlare, rassicurazione,  spiegazione  d'un meccanismo o  d'un simbolo, ingiunzione,   ecc., essendo chiaro che esse possono  tutte  prendere, nel quadro della situazione  analitica, valore interpretativo.

Fu spesso rimproverato all’ analista di fare uso sistematico  dell’interpretazione  e,  così facendo, di condurre a un' attitudine stereotipata secondo la quale ogni azione ha un significato sessuale. Ciò che è esatto, è che, in maniera  del tutto  superficiale, alcuni, spesso detrattori della psicoanalisi  che in verità la temevano, si sono  impossessati d'un sapere che essi non avevano per stravolgere l'uso dell’interpretazione,  consegnandosi così, come dice  Freud stesso, a una sorta  di "psicoanalisi  selvaggia". Una tale  tendenza è certamente esistita, in particolare presso certi medici poco avvertiti della psicoanalisi  e  credendosi autorizzati  a dare ai loro pazienti delle interpretazioni  premature intervenendo in un momento in cui costoro non erano ancora in grado di accettarle. Gli psicoanalisti si sono mostrati molto prudenti nell'interpretazione: da qui ne segue, ad esempio, che una immagine d'un sogno può rinviare  a numerosi associazioni  differenti, mentre l'interpretazione  che priviligerebbe uno solo dei significati  possibili sarebbe problematica, quando non disatrosa,  e sarebbe di fatto ostacolo alla prosecuzione  del discorso  del paziente,  piuttosto che ad  aprire ad altri significati  e associazioni.

Investimento (Besetzung)
L'investimento in psicoanalisi  si riferisce al punto  di vista economico del funzionamento  psichico e alla nozione d'energia pulsionale. Questa si mobilita e  impone all’apparato psichico una quantità  di lavoro per trasformarla e fissarla a una rappresentazione, a un oggetto, una parte  del corpo o  al corpo intero. È così che l’espressione  «investimento libidinale» significa «investimento attraverso energia delle pulsioni  sessuali».

Nella seconda topica (Io,  Es, Super-Io)  l'origine dell’investimento pulsionale è  l’Es, vero polo  energetico che alimenta le altre istanze.

Con il concetto di narcisismo apparve l’idea d'equilibrio  energetico,  del bilanciamento tra l’ investimento libidinale  dell’Io e  quello dell’oggetto. Allo stesso modo per l'investimento d'oggetti reali e d'oggetti fantasmatici. Il ritiro  della libido da uno dei poli d'investimento comporta un eccesso sull'altro polo; questa situazione  è  frequente  in psicopatologia.

Il termine d'investimento ha preso un significato che supera questo senso economico originale. Si può avvicinarlo  al concetto fenomenologico d'intenzionalità, o  d'oggetto-valore. Esso rende conto dell’intensità delle forze  impegnate  nel lavoro psichico e nelle relazioni  all’oggetto d'amore (o  di odio),  come anche  nel transfert nel corso della cura analitica. 

L'investimento del corpo, di certi  organi  in particolare,  gioca  un ruolo importante  nella medicina psicosomatica.


Io (Es e Super-Io) (Ich, Es, Überich)
L’Io è la personalità individuale  in quanto conscia di essere una, a dispetto  dei  cambiamenti che la riguardano, e distinta da altri uomini; il Super-Io  è  l’istanza dell’Io che lo giudica e  costituisce il suo ideale. 

Nelle ricerche della psicologia sperimentale  contemporanea, il termine di Io  ricopre una serie di significati  molto diversi  in cui alcuni escono dal suo ambito proprio.   L’Io designa sia l’individualità biologica (potenziale  ereditario, istinto, complessione  corporea, temperamento  nervoso, ecc.), sia  la personalità psichica (coscienza di sé, inconscio,  comportamenti acquisiti, carattere, ripercussioni affettive degli eventi che hanno segnato la vita del soggetto).

La sociologia e la dinamica di gruppo (ma anche il nostro Pirandello) insistono sul fatto che è  impossibile  definire l’Io e la sua formazione  senza metterlo in relazione con il personaggio che egli incarna  (funzioni  sociali o  professionali, ruoli assunti o  giocati, modelli presi in prestito  nell’ ambiente culturale). L’Io richiede, da questo  punto  di vista, uno studio  pluridisciplinare. Questi diversi significati costituiscono la nozione d'individuo, che s'oppone a quella di persona, il cui significato è  sempre più morale (problema della dignità della persona umana).

Le scienze umane riprendono una buona parte delle problematiche  loro lasciate dalla riflessione  filosofica: come l’Io s’è  formato e differenziato? Come mantiene la coscienza  la sua permanenza attraverso i cambiamenti che la riguardano e in cui riconosce la realtà? Come realizza la sintesi di tanti  elementi psichici diversi? Quali sono  i traumatismi che possono  mettere in pericolo questa permanenza e questa  unità?

I due significati  dell «Io  » in psicoanalisi 
A tutte  queste domande, la «psicologia dinamica» moderna sorta dalla psicoanalisi  freudiana ha apportato delle risposte originali. Ma, occorre inizialmente ben cogliere che il termine Io ha  due significati  molto distinti. Spesso designa la personalità psichica presa nel suo insieme; così, nel narcisismo, la libido prende l’Io come oggetto d'amore (per opposizione a un tu, a una persona estranea). In questo primo senso, l'essenziale della scoperta freudiana fu comprendere che l’Io non si riduce alla sua parte conscia e che la sua unità s’è costituita  per tappe, al termine d’una serie di conflitti superati. Ma in un secondo senso, e per meglio descrivere le  forze  in atto in questi  conflitti, l’Io designa una istanza particolare della personalità globale. Dopo il 1920, nello schema definitivo che egli propone per descrivere questa, Freud distingue tre istanze: l’ Es, il Super-Io  el’Io. 

In questo quadro, l’Io può allora essere provvisoriamente definito come una sorta  d'arbitro tra l’Es e il Super-Io.

L’Es e il Super-Io
L’Es designa le  forze  istintuali del nostro  inconscio (libido, istinto di morte, aggressività). Esiste  fin dalla  nascita e costituisce il fondo dinamico della nostra personalità. Non obbedisce che a  un «principio di piacere», ossia mira a soddisfare le pulsioni  nella maniera più diretta. Ma nessuna società lascerebbe libero corso a queste  pulsioni; tutte vi oppongono  una serie di divieti, la maggior parte inerenti  la sessualità e l’aggressività.

Nella prima  infanzia, le pulsioni  s’esprimono liberamente,  poi esse si scontrano con questi impedimenti. Quando il bambino li ha iteriorizzati, ossia quando egli li rispetta da sè,  si dice che il suo Super-Io  si è  formato. Il Super-Io  è dunque  il giudice e il censore dell’Io, la «grande voce interiore». Le  opinioni si formerebbero all'epoca di questa formazione. Per Freud, il Super-Io  si costituisce al momento dell’Edipo,  tra i tre e i sei anni. Per altri (Melanie Klein), esiste  ben prima. La maniera  in cui  si forma è  determinante  per tutta la vita ulteriore  dell’individuo. Il Super-Io  esercita  la sua giurisdizione  sull’Io ai livelli della coscienza e dell’inconscio. 

I conflitti  del Super-Io  con l’Io attengono alla coscienza morale  e non presentano delle conseguenze gravi per l'equilibrio  affettivo. Di converso, se il Super-Io  s'oppone violentemente all’Io a livello dell’inconscio,  il rischio è   di vedere insorgere dei disturbi gravi. Sottolineamo infine che il Super-Io  non ha solamente degli  aspetti repressivi, ma che egli propone costantemente all’Io degli ideali, dei modelli culturali  e  morali. Diventa allora l’ Io ideale o  ideale dell’Io.

L’Io come istanza
Come ogni personalità, l’Io si forma per tappe. Poco a poco, il bambino giunge a  percepirsi come une realtà distinta rispetto agli altri e all’ambiente esterno: è il processo d'individualizzazione.   Ma, parallelamente, per il  fatto della costituzione  di istanze, la personalità si scinde in elementi opposti. Da questo  punto  di vista, l’Io è un intermediario tra l’Es e il Super-Io. Per il fatto della sua situazione  centrale,  egli percepisce  le loro divergenze, e la sua funzione  è  di mantenere, con una serie di compromessi difficilli,  l'unità della personalità presa tra le  sollecitazioni dell’ Es, le  esigenze della vita sociale,  gli  impedimenti del Super-Io, e l’aspirazione alla sicurezza psichica. L’Io prende in prestito  dalla libido - per realizzare questo equilibrio  messo in questione senza posa- , una parte  della sua energia istintuale. Si noterà che, che come il Super-Io, l’Io attinge in parte all'inconscio e che i meccanismi di difesa che egli elabora funzionano in parte in seno all’ Es.

Gli scacchi  dell’Io possono  prodursi  in due direzioni.   Mentre egli è  lacerato dal  Super-Io  e le esigenze della realtà, trascura il soddisfacimento  delle sue pulsioni  e  prende la strada della nevrosi. Al contrario, quando le pulsioni  dell’Es lo dominano, al punto  di fargli perdere ogni senso del reale,  egli evolverà in direzione della psicosi.  Freud descriverà l' Io come una sorta di eroe tragico, poiché egli è posto tra due potenti padroni che deve servire malgrado le loro esigenze contraddittorie: le pretese pulsionali dell'Es e le rivendicazioni del Super-Io. Malgrado ciò che si possa credere, l'Io non è padrone in casa propria.

Isteria
Affezione psichiatrica di tipo nevrotico nella quale una causa  psichica generalmente inconscia provoca  dei disturbi fisici o  psicopatici molto vari. L'isteria dà luogo sia a delle crisi passeggere e parossistiche, sia a dei disturbi durevoli del comportamento.

I sintomi
Alcuni sintomi possono,  in effetti, essere considerati come tipici di questa nevrosi, ciò non esclude che i suoi contrari   agiscono ugualmente. Quanto all’ umore ad esempio: ridere e  piangere, depressione  e  euforia, freddezza ma anche calore nelle parole; quanto alla memoria: amnesia, ma anche ricordi precisi; quanto ai fenomeni sensoriali: iperestesia  o  anestesia, afasia  o  volubilità,  mutismo e logorrea, cecità e  allucinazione,  anoressia  e  bulimia; quanto ai disturbi motori  infine: tic, convulsione, paralisi, crampi, contratture, sonnambulismo, eccitabilità nervosa ecc. In realtà, fare la storia dell’isteria, nella sua instabilità smisurata,  è tentare di repertarla  attraverso dei sintomi  che non cessano di cambiare,  e che tuttavia non sopraggiungono a  caso. Al contrario, sembrano  molto determinati,  secondo le  età e  secondo l’esito che  essi possono  avere, in ogni epoca, d'attirare l'attenzione  e di risvegliare l'inquietudine, non dell’opinione comune, ma degli esperti  che per parte loro dipendono  dal potere politico  o  religioso: medici,  filosofi, teologi, inquisitori.

Nella sua  mobilità estrema, e nella sua incessante manifestazione,  la sfida dell’isterico è  quella di sviare le  abitudini dei pensieri, di imbrogliare i detentori del sapere dato, dimostrandone i limiti e le aporie. Da qui la diffidenza costante riguardo all’isterico, volentieri  assimilato al mondo femminile. Occorrerà attendere Charcot perché sia evidenziata l'isteria maschile, non senza reticenza  ben inteso. Nel maschio  prenderà il nome di ipocondria, termine preferito alla d'isteria. Occorrerà infine Freud perché si distingua tra isteria di conversione (il malato «converte» il suo dramma psichico in disturbi somatici)  e  isteria d'angoscia (fobia).

L'approccio  freudiano
L'isteria è  all’ origine diretta della psicoanalisi. Freud ritorna, per parte sua, alla tradizione  di Charcot, e  descrive l'isteria come una nevrosi del tutto identificabile, nel corso  della quale il soggetto traduce nel corpo un disturbo più profondo, più spesso d'origine sessuale, che egli ha rimosso nell'inconscio. 

Lo studio dell’isteria da parte di Freud e la sua scoperta straordinaria  verte, ricordiamolo, sulla nozione d'inconscio e  su quella  dell’esistenza d’una sessualità infantile.

Con Breuer inizialmente, Freud, ascoltando le sue pazienti  isteriche, scoprirà che, nella maggior parte dei casi, esiste  un trauma psichico di natura sessuale. Distaccandosi da  Breuer, comprenderà che questo trauma psichico s'analizza in una esperienza sessuale non voluta,  ma subìta di fatto dall’ intevento  seduttore d'un adulto sul bambino. L'isteria non è altro che una reazione  «après coup» alla sessualità in quanto «perversione  rifiutata» (Lettera a Fliess, n° 52). Così, la causa della maggior parte dei sintomi  isterici merita d'essere qualificata come «trauma psichico»: il ricordo di questo choc agisce  alla maniera  d'un «corpo estraneo » nella vita psichica. «È di reminiscenze che soffre l'isterico». Il trauma  in causa è dunque  sempre legato a una  esperienza sessuale precoce vissuta con dispiacere dai ragazzi come dalle ragazze, poiché l'isteria non  riguarda esclusivamente  le donne. 

Isteria di conversione e  isteria  d'angoscia
È a partire da queste scoperte che Freud metterà in evidenza la nozione d'isteria di conversione,  «salto del psichismo nell'innervazione  somatica» che rivela il legame esistente tra la parola e il sintomo. La «conversione » è  in effetti una «trasposizione d'un conflitto psichico e  un  tentativo di soluzione  di questo in sintomi  somatici  (una paralisi  per esempio)  o  sensoriali (  anestesia  o dolori  localizzati). Il passaggio del conflitto inconscio nel corpo si manifesta attraverso dei disturbi che evocano delle malattie organiche: si può trattare di disturbi parossistici, come la «grande crise» alla Charcot, sfociante in un  rigonfiamento alla gola e in disturbi visivi,  seguìti  da una  perdita di conoscenza con rigidità e movimenti convulsivi di tipo epilettico. Quanto ad  anestesia  e  paralisi, essi si osservano in conversioni più durevoli: contratture, spasmi e  tremori, disturbi sensoriali  e  visivi  che  sono variabili, sensibili agli eventi.

Esiste  un’altra  forma d'isteria che Freud, a seguito di W. Stekel, chiama isteria d'angoscia e che non è altro che la nevrosi fobica. Freud tendeva a isolare questa forma particolare di nevrosi nella quale il sintomo centrale è la fobia. È l'analisi  del piccolo Hans che gli ha permesso di precisare quel che  egli intendeva  con ciò. Se Freud ha rilevato  la similitude strutturale della nevrosi fobica  e dell’isteria di conversione  ha egualmente sottolineato  la loro differenza essenziale: nell'isteria d'angoscia (o  nevrosi fobica)  «... la libido che il rimosso ha staccato dai materiali  patogeni è “convertita” ma liberata  sotto forma d'angoscia», e la formazione  dei sintomi  fobici trova la sua origine «in un lavoro psichico che s'esercita inizialmente al fine di  legare di nuovo l'angoscia diventata libera». Altrimenti detto, come sottolinea Freud: «C’è una pura isteria di conversione ed è senza alcuna angoscia come anche  c’è un'isteria d'angoscia  che si manifesta attraverso delle sensazioni  d'angoscia e di fobie senza che vi si aggiunga la conversione ».


Istrionismo
Questo tratto  è  classicamente  connesso al carattere  dell’isterico. Si manifesta con una  iperespressività emozionale, delle attitudini fisiche esagerate,  dei comportamenti spettacolari (crisi teatrali, minacce di suicidio),  un linguaggio enfatico, il tutto  a mascherare spesso una realtà molto banale e  un vuoto sentimentale e sessuale.

Si parla d'istrionismo  o di teatralismo per designare  l'aspetto inautentico e  superficiale della personalità isterica, questa evocando  immancabilmente le  rappresentazioni  dei malati isterici di Charcot  alla Salpêtrière. Nel corso  di queste vere rappresentazioni  i malati  convocati recitavano la loro parte e  rispondevano con costanza alle domande del Maestro lanciando dei magnifici urli  d'isteria dove le attitudini appassionate  non  mancavano di certo, come lo testimonia  l'iconografia della Salpêtrière.

La teoria psicoanalista permette  di comprendere meglio  questo aspetto della personalità isterica. L'istrionismo troverebbe la sua  fonte nell'ambivalenza dei desideri dell’isterico. In effetti,  in una non-soluzione edipica  e un non-superamento dell’angoscia di castrazione  che ne discende,  l'isterico vive nell'impossibilità d’una soddisfazione  sessuale genitale,  pur mostrando  un bisogno permanente di sedurre. Da dove questa posizione  psichica che certi  autori chiamano «l'isterizzazione» e che consiste ad erotizzare  il mondo, a dargli una connotazione  sessuale generalizzata, e a fare nascere  nell'altro un focolaio  di libido. Questa attitudine sarà  tanto più marcata quanto la vita sessuale dell’isterico non è che un simulacro: l'isterico è dunque  vittima d'un’apparenza destinata a ingannare.

Nelle recenti  classificazioni psichiatriche internazionali (DSM III 1980, CIM 91975), il termine d'isteria è stato soppresso  e  rimpiazzato con quello di «personalità istrionica» associante alcuni o  l'insieme dei tratti  seguenti: iper-espressività, ricerca incessante dell’attenzione altrui, bisogno d'attività e di sensazioni  forti, reattività  eccessiva a degli eventi minori,  accessi irrazionali di collera e di cattivo umore, inautenticità, egocentrismo e dipendenza nelle relazioni  interpersonali.

Queste classificazioni  hanno svoutato  il termine d'isteria, e  con esso l'apporto della psicoanalisi  nell'approccio di questa patologia.

... [continua]


pagina a cura di Alfio Squillaci

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Istrionismo

Libido
Motto di spirito

Nel 1937,  espone alla Società psicoanalista di Vienna  le sue idee su  «la psicologia dell’Io e i  problemi d’adattamento», gettando così basi dell'egopsicologia. Nel 1938, deve lasciare Vienna.   Dopo un passaggio a Parigi, dove incontra Loewenstein, va  a  vivere a New York nel 1941.
Nel 1945 fonda una rivista annuale "The Psychoanalytic Study of the Child" con  Kris e Anna Freud.
Negli anni 1950 diventa presidente dell'Associazione psicoanalitica internazionale (IPA) poi, dopo moltio anni di  présidenza, riceve il titolo di presidente ad honorem a vita. Muore nel 1970.


Rudolph Loewenstein (1898-1970)
Nato a Berlino, comincia l’analisi  dopo una  formazione  medica  da neurologo.   Emigra a Parigi, nel 1925, dove comincia una brillante carrira d'analista (analizza  Lacan). Durante la Seconda Guerra mondiale, fugge a New York.

Ernst Kris (1900-1957)
Nato a Vienna, si appassiona all'arte. Molto giovane  è nominato  conservatore del Museo storico d'arte di Vienna. Si lega d’amicizia con Freud e si fa analizzare da H. Deutsch. Nel 1938 lascia Vienna  con la famiglia  di Freud. Raggiunge  Hartmann a New York e  fonda The Psicoanalytic Study Of Child. Nel quadro delle ricerche all’ università di Yale, intraprende delle osservazioni  cliniche di bambini da  due a sei anni seguiti da delle équipes interdisciplinari.
Heinz Hartmann (1894-1970)
Dopo  gli studi di medicina  a Vienna  e una analisi  didattica con Freud, si lega d’amicizia con Ernst Kris e Anna Freud.