Le Epistolae obscurorum virorum



Apparse anonime in tre riprese, fra il 1515 e il 1517, nell'imminenza e quasi a preparazione dello storico atto di rivolta di Lutero, queste Lettere d'uomini oscuri nacquero nel corso di una violenta polemica sorta intorno a Johannes Reuchlin, il massimo ebraista tedesco dell'epoca, amico di Erasmo e maestro di Melantone. La vicenda, nelle sue linee essenziali, fu questa:
Un ebreo convertito, Johannes Pfefferkorn, sostenuto dal potente ordine dei Domenicani e dalla facoltà teologica dell'università di Colonia, scatenò con una serie di violenti libelli un'offensiva contro i suoi ex correligionari, culminante nella richiesta all'imperatore Massimiliano di sequestrare e distruggere "tutti i libri ebraici diretti contro la fede cristiana". Nel 1510 Massimiliano dispose che l'arcivescovo di Magonza raccogliesse sulla questione i pareri delle università di Magonza, Colonia, Erfurt e Heidelberg, nonché di alcuni dotti. Tra questi fu interpellato Reuchlin, che consegnò un parere nettamente contrario, sostenendo che la tradizione religiosa ebraica apparteneva al patrimonio comune della civiltà europea e cristiana.(Vedi ritaglio stampa sull'argomento) Per questa sua opinione Reuchlin ricevette attacchi furibondi da Pfefferkorn e da esponenti dell'università di Colonia, tra cui Ortwin de Graes (latinamente Ortvinus Gratius), ai quali egli rispose con un volumetto (Augenspiegel, lat. Speculum oculare, 1511), che i suoi avversari tentarono in ogni modo di far dichiarare eretico e far bruciare, ma senza per allora riuscirvi. Reuchlin, dal canto suo, ebbe l'appoggio di tutti i grandi umanisti tedeschi, le lettere dei quali pubblicò col titolo Clarorum virorum epistolae (1514).
Questo titolo è la chiave per capire la beffa feroce contenuta nelle Epistolae obscurorum virorum: di cui uscì nel 1515 una prima raccolta di 41 lettere, quindi una ristampa (1516) con l'aggiunta di altre sette, e una seconda raccolta di 62 lettere nel 1517. Gli anonimi autori (dietro i quali gli studiosi concordemente riconoscono Crotus Rubeanus e Ulrich von Hutten) suggerivano al lettore che esse fossero state a loro volta date alle stampe dal loro destinatario, Ortvino Grazio, il quale veniva così a opporre, ai grandi umanisti sostenitori di Reuchlin, un accozzaglia di uomini "obscuri" nel duplice senso di sconosciuti e oscurantisti. Autori delle lettere figurano infatti essere personaggi ignoti, dai nomi fittizi e ridicoli, tutti membri del partito teologico e visceralmente avversi ai cosiddetti "poetae", gli umanisti. Benché tra loro ci siano anche magistri, licenziandi e baccellieri, la lingua in cui si esprimono è il latino maccheronico del clero ignorante e corrotto dell'epoca: i raffinati umanisti dovettero divertirsi non poco a storpiare espressioni classiche, a fare calchi pedestri del tedesco, a parodiare e banalizzare i cavillamenti della tarda scolastica; il tutto tenuto insieme alla meglio da una sintassi traballante e poverissima, zeppa di et, quia, quoniam e quod.
Il contenuto delle lettere (di cui presento qui alcune tratte dalla prima raccolta e altre dalla seconda) va dalla caricatura delle disquisizioni teologiche alla vendita delle indulgenze (I, 7 e 27) e ai traffici di benefici ecclesiastici, dal racconto scollacciato di derivazione italiana alla denuncia della rapacità della Chiesa di Roma (Il, 12), dalla pittura farsesca degli usi sessuali e dell'ignoranza dell'ambiente ecclesiastico-universitario alla parodia dell'animosità delatoria nei confronti del partito umanistico (II,59). La lettura è sempre varia e gradevole, ed è difficile non ridere di certe trovate, degne della miglior tradizione novellistica.
Il problema principale di un testo di questo genere (che forse  è inutile, data la sua aderenza maccheronica al tedesco, proporre a fronte in originale: basterebbe riprodurre in appendice un paio di lettere a titolo d'esemplificazione) è la traduzione. Trasferito nell'italiano standard odierno, esso perderebbe la sua intensa comicità e forza polemica. Per renderlo sono quindi ricorso a un impasto linguistico arcaico-popolareggiante, ricalcando la sintassi rudimentale degli "obscuri" (ma risolvendo molte coordinate con l'uso del gerundio, sempre frequente nell'italiano, anche odierno), riproducendo i loro anacoluti e la loro povertà lessicale (dicere e facere quasi ad ogni riga), povertà che non esclude talora l'uso del termine tecnico logico o teologico, e cercando di rendere con idiotismi dialettali o toscani i loro buffi germanismi.


Cesare De Marchi




1,2


Il maestro Giovanni Pellifex saluta il maestro Ortvino Grazio


A voi, saluti amichevoli ed incredibili omaggi. Venerabile signor maestro, stante che, come dice Aristotele nelle Categorie, non è vano il dubitare degli eventi particolari: vi è cosa che mi dà grande travaglio di coscienza. Or non è molto mi recai alla fiera di Franckfordia, dove in compagnia d'uno baccelliere andando per via verso il mercato, incontrammo due uomini assai onesti all aspetto, con veste nere e grandi cappucci co' le nappe. Iddio m'è testimone ch'io li credetti due maestri nostri, sì che li inchinai cavandomi il berretto; perloché il baccelliere mi dié del gomito dicendo: "Per amor di Dio, ma che fate? Costoro son giudei, e voi vi cavate il berretto e li riverite" perloché io tanto mi spaventai, quanto se avessi visto uno diavolo. E dissi: "Messer baccelliere, il Signor nostro Iddio mi perdoni, che l'ho fatto per ignoranza. Ma credete voi che sia peccato grande?" A cui rispose dapprima che gli pareva un peccato mortale, da comprendersi nella idolatria, poiché era contra il primo dei dieci comandamenti: "Credi in un solo Dio". Stante che, quando uno onora un giudeo o un pagano come fossero cristiani, opera contro la Cristianità ed apparisce egli stesso quale giudeo o pagano, sicché i giudei ed i pagani dicono: "Ecco che noi siam dunque per la miglior via, poiché i cristiani ci inchinano. E se non fossimo per la miglior via, essi mai ci inchinerebbero". Sì che ne sono fortificati nella fede loro, e sprezzano quella cristiana e ricusano il battesimo. A cui io risposi: "Codesto è vero sì, quando si fa scientemente io però ignorando lo feci, e l'ignoranza iscusa il peccato. Giacché, s'io avessi saputo ch'erano giudei e nondimeno li avessi riveriti, allora sarei stato ben degno di essere abbruciato come eretico; ma invece io (e Iddio lo sa) né per parole né per opere niente ne seppi, perché credetti che fossero maestri nostri". A questo egli disse che istessamente era peccato, dicendo: "Anco io trovandomi una volta in una chiesa, e vedendo la statua lignea d'un giudeo, che se ne stava con uno martello in mano innanzi al Salvatore, credetti che fosse san Piero co' la chiave in mano, onde piegai i ginocchi e mi cavai il berretto; ma dipoi vidi che era un giudeo, e me ne increbbe. Pure, quando andai per confessarmi al monasterio dei Predicatori, il mio confessore mi disse che questo era peccato mortale, dovendo noi sempre essere bene accorti; e disse ancora che egli non m'avrebbe potuto assolvere, se non avesse avuto la potestà episcopale, dacché quello era caso episcopale; aggiungendo che, s'io avessi operato liberamente, e non per ignoranza, sarebbe stato caso papale. E così me ne andai assolto, poiché lui aveva potestà episcopale. E affè di Dio ch'io credo, che se voi volete salvare la coscienza vostra, avete a far confessione all'officiale del concistoro: e l'ignoranza non iscusa quel peccato, poiché voi avreste dovuto essere meglio accorto; e sempre i giudei hanno un tondo giallo in sul davanti della veste loro, che voi avereste dovuto vedere, siccome ce lo vidi io. Codesta è dunque ignoranza crassa, che non vale alla assoluzione dal peccato". Così mi disse allora quel baccelliere. Ora richiedo divotamente nonché umilemente voi, che siete profondo teologo, che vi vogliate degnare a solvermi la detta questione, e scrivermi se il mio sia peccato mortale ovvero veniale, se sia caso semplice o episcopale o papale. E scrivetemi ancora se a voi pare giusta, la consuetudine che hanno i cittadini di Franckfordia, i quali consentono che i giudei indossino la veste dei nostri maestri; mentre pare a me ingiustizia e scandalo grande, che non ci sia differenza tra i giudei e i maestri nostri, nonché ischerno della sacrosanta teologia. Messer lo serenissimo Imperadore non doverehbe mai patire che un giudeo, il quale è pari a un cane, cammini per via come un dottore di sacra teologia.
Vi unisco uno scritto del maestro Bernardo Plumilegio, tedescamente Federleser, o sia Accattapiume, che lui mi ha fatto avere di Wittenburgo. Lo conosceste ancor voi, poiché fu già vostro sodale in Daventria. Il quale mi disse che gli eravate di buona compagnia, e che lui è pur sempre buon compagnone e vi loda commendevolmente; e così abbiate salute in nome del Signore. Di Lipsia.


I, 4

Il maestro Giovanni Cantrifusore al maestro Ortvino Grazio


Saluti cordiali. Venerabile messer maestro, conciossiaché spesse volte scambiammo tra noi certe facezie, e non curando voi se alcuno vi dica 'E una fola, siccome io intendo fare: così non temo che voi pigliate in mala parte ch'io vi scriva una baia, perché ancor voi lo fate. E so che ne riderete, essendo cosa da far stupore. Or non è molto fu qui un frate dell'ordine de' Predicatori, assai profondo in teologia, e speculativo, ed aveva anche molti fautori. Si addimandava messer Giorgio. Era stato in Halle, donde venne qui, e per sei mesi predicò bene, riprendendo ne' suoi sermoni le genti tutte, finanche il principe e i suoi vassalli. Ma alla tavola era buon compagno e ridevole, e con li altri beveva al mezzo boccale ed anche allo intero. Nondimeno ogni volta che con noi la sera avea bevuto, la mattina dipoi predicava sopra di noi dicendo: "Sonvi maestri in questa università, che tutta notte bevono e sollazzansi e scambiansi facezie. Sì che, dove dovrebbero correggere li altri, sono essi i primi a peccare". E bene spesso mi fece vergognare. Onde mi adirai, e pensai al modo di vendicarmi di lui; ma io non sapevo come lo potessi fare. E una volta un certo uomo mi disse, che la notte quello Predicatore se ne andava a una sua femina, e la calcava e si giaceva con lei. Questo inteso, presi con me certi compagni del collegio, e intorno all'ora decima andammo a quella casa e vi entrammo a forza; allora quel monaco volle fuggire, ma non ebbe tempo di pigliare le vesti sue, sì che nudo saltò dalla finestra, ed io tanto ne risi che tutto mi sarei scompisciato, e gli gridai: "Messer Predicatore, avete lasciato il pontificale", e i compagni miei di fuori lo gittarono nella bruttura e nell'acqua. Io però li chetai, dicendo che avessero moderazione; nondimeno mi unii a loro, che tutti calcarnmo la donna: e in tal modo feci vendetta di quel monaco, il quale da allora non predicò più sopra di me.
Ma pregovi di non riferirlo ad altri, perché i frati Predicatori ora stanno dalla parte vostra contra il dottor Reuchlin, e difendono la chiesa e la fede cattolica contra i poeti secolari. E veramente vorrei che quel monaco fosse d'uno altro ordine, perocché esso ordine è di tutti mirabilissimo. Scrivetemi ancor voi qualche piacevolezza, e non abbiatemi rancore. State in salute. Di Wittenberga.




I, 27


Giovanni Stablerio di Miltenberga saluta il maestro Ortvino


Comeché voi sempre desideraste ricevere novità, è oggimai tempo ch' io ve ne scriva, benché purtroppo elle non sono buone. Sappiate dunque che i frati Predicatori avevano qui certe indulgenze, ottenute in Curia Romana con grande esborso, e con quelle avevano adunato quantità di danari; or avvenne che di notte un ladro s'introdusse nella chiesa e, pigliativi più che trecento fiorini, li rubbò; della qual cosa questi frati, zelatori e moltissimo devoti della fede cristiana, ne sono assai tristi e si vanno lagnando di quel ladro. Ed hanno mandato cittadini a ricercano, i quali però non sanno trovarlo, perché quegli se n e fuggito ed ha con sé i danani. Ed è scelleratezza grande che ciò accada dell'indulgenze papali e in luogo sacro: onde colui è scomunicato, sia egli dove si vuole. Ora coloro, che avevano avuta l'assoluzione ed avean deposto i loro danari in quella cassa, pensano di non essere più assolti: ma questo niente è, ed essi sono altrettanto bene assolti che se i frati Predicatori ancora avessero i loro danani. Sappiate altresì che qui i partigiani del Dottor Reuchlin vanno facendo il rumor grande e dicono che i frati Predicatori ottennero in Curia Romana quelle indulgenze a cagione che con quel danaro vogliono angariare il detto dottore e opprimerlo nella disputa sulla fede; e dicono ancora che nessuno uomo, di qual condizione si sia, alta o bassa, ecclesiastica o mondana, non debba dare niente ai frati. Io fui non è molto a Magonza, dove presi parte a quell'azione celebrata contro Reuchlin dai maestri nostri; ed è ivi un predicatore eminente, maestro nostro promosso in Heydelberga, a nome Bartolomeo Zehender, latinamente Decimanius; il quale dal pulpito convocò i fedeli perché il seguente giorno venissero veder abbruciare lo Specchio oculare, e proclamò impossibile che il Dottor Reuchlin potesse ritrovare una cavillazione affinché ciò non accadesse. Ma uno scolare di qui, del qual si dice che è poeta, prese ad andare intorno ispargendo perfide voci sopra il predetto maestro nostro, e scontratolo per via, lo riguardò con guardo velenoso di basilisco. E pubblicamente disse: "Questo predicatore non è degno di sedere alla tavola a cui siedono gli uomini onorati, ed io posso provare che egli è un tnisto ed un poltrone, poiché dal pulpito della vostra chiesa e alla presenza del popolo tutto ha diffamato un uomo eminente, e dette cose che non sono . E affermano che abbia anche detto: "Per invidia tribolano questo buon dottore", e dipoi chiamò bestia e cane il predetto maestro nostro, dicendo che mai vi fu fariseo più scellerato et invidioso. Alle orecchie del quale giunto che fu codesto discorso, egli si giustificò a parer mio bastantemente col dire che, sebbene quel libro non era stato abbruciato, forse lo sarebbe di poi. E allegando molti passi delle Scritture Sacre mostrò, che non è menzogna quand'uom dice cosa per il bene della fede cattolica. E disse che i balivi e li officiali del vescovo di Magonza contro ogni equità avevano impedito che quell'atto si compisse; ma che tutti vederebbero ciò che è per accadere, perocché egli voleva esser profeta, e che quel libro sarà abbruciato, quandanche l'Imperatore e il re di Francia e tutti i duchi e principi tenessero col dottor Reuchlin.
Questo ho voluto significarvi, perché ne siate avvisato: e vi prego esser cauto nei negozi vostri, acciocché non incorriate in qualche scan-dalo; e state in salute. Di Miltenberga.


I, 37


Il licenziando Lupoldo Federfusio porge al maestro Ortvino Grazio

tanti saluti quante oche pasconsi di erbe


Messer maestro Ortvino, in due facoltà di Erfurdia, la teologica e la fisica, è stata sollevata, nelle quodlibetali, una questione suttilissima. Dicono gli uni che, quando un Giudeo si fa Cristiano, gli ricresce il prepuzio, o sia quella pelle che per la legge dei Giudei viene ad essi tagliata via dal viril membro alla nascita loro; e codesti sono della parte dei teologi, ed hanno per sé argomenti magistrali, uno dei quali si è che, quando così non fosse, nel giorno del Giudizio i Giudei battezzati, sendo nudi del viril membro, sarebbero tenuti per Giudei, onde riceverebbero ingiustizia. Ma Iddio a niuno vuole fare ingiustizia: ergo etc. Un altro argomento si fonda sopra l'autorità del Salmista, il quale dice: "Perciocché egli mi nasconderà nel giorno dei mali, e mi occulterà nel nascondimento"; dice: "nel giorno dei mali", ciò è nel giorno del Giudizio nella valle di Josafat, quando ciascuno avrà a render conto di tutti li mali commessi. Altri argomenti tralascio per brevità, stante che in Erfurdia siamo Moderni, e sempre i Moderni amano la brevità, siccome sapete; et anco perché, avendo io cattiva memoria, non ho a mente tante ragioni da allegare, come fanno i messeri iuristi. Altri tuttavia affermano che tale opinione non sussiste, e dalla loro hanno Plauto, il quale dice nella sua poetria che "non si può far che '1 fatto non sia fatto". Dalla quale proposizione inferiscono che, se il Giudeo nella sua Giudeitate perdette una qualunque parte del corpo suo, non potrà ricovrarla nella Cristiana religiositate. Con il che arguiscono che gli argomenti di quelli altri non concludono formalmente: se non. da quella prima ragione doverebbe seguirne che quei Cristiani, i quali per effetto di lor lussuria perdettero una parte del membro loro, come spesso avviene sì ai secolari che agli ecclesiastici, sarebbero ancor essi tenuti per Giudei nel giorno del Giudizio; ma un tale asserto è eretico, e i maestri nostri inquisitori dell'eretica pravità in verun modo lo concederanno, poiché talvolta sono ancor essi manchevoli in questa parte: il che tuttavia non viene loro dalle puttane, ma dal non aver essi bastante cautela quando sono ai bagni. Onde prego umilemente e devotamente la signoria vostra a volermi solvere la questione e definir la verità, interrogando sopra di ciò la moglie di messer Giovanni Pfefferkorn, con la quale avete buoni legami, ed ella non ha ritegno di dire innanzi a voi qualunche cosa desiderate, a cagione della consuetudine d'amicizia che avete col marito di lei. Ed ho perfino inteso dire, che siete il suo confessore: perloché potete anche costringerla per il vincolo della santa obbedienza. Ditele adunque: "Madonna, non abbiate timore, ch'io so che siete femina onesta se altra ve n'è in Colonia: non vi richiedo cosa disonesta, ma sol che vogliate dichiararmi il vero: se il marito vostro abbia o non il prepuzio; parlate franco e senza ritegno; per amore di Dio, perché tacete?" Ma non voglio qui fare a voi da maestro, stante che voi sapete meglio di me come si debba trattare con don-ne. Scritto di furia in Erfurdia, di vico del Dracone.


II,39


Corrado Stryldriot al maestro Ortvino Grazio


La mia reverenza e i servigi del mio affetto mi precedano al cospetto della virtù vostra, venerabile maestro. Già sovente vi feci sapere come qualmente mi è ingrato lo stare qui; credo anzi che mi vi abbia portato il diavolo, senza ch'io possa partirmene, perciocché non sono qui buone compagnie come sono in Germania. E le persone non vi sono troppo socievoli, e si prendono in mala parte quando alcuno il giorno è ubbriaco,  nomandolo porco. Né qui ho modo di calcare donne, perocché le meretrici vogliono molti danani e non sono pur anco belle. E in verità vi dico che sono in Italia femine sì deformi, che non è da credersi, sebbene hanno vestimenti bellissimi di seta e di velluto. Le quali, non appena sono un poco innanzi negli anni, hanno sempre curvata la schiena e vanno sì rannicchiate quasiché dovessero cacare. Inoltre elle mangiano aglio, e puzzano assaissimo. E sono scure, non bianche al modo delle donne di Germania, comeché nella faccia sieno pallide come la morte; e se talune sono rosse, si è perché s'hanno dato il colore col belletto. Pertanto le femine di qui non mi piacciono. Dicono parimenti che non è bene calcarle la state. Onde concludo, ch'io voglio tornare in Germania, dove il calcar donne è sempre bene. E spesso mi è venuto a mente quali amanze voi ed io avevamo in Daventria e come ci facemmo beffe di quello scolare innamorato dell'amanza vostra, la quale più tosto gli averebbe cacato in nella bocca. Adesso ho inteso dire che calcate la moglie di Gioanni Pfefferkorn, ma onestamente, perocché essa è nascosa e quasi onesta. Ed è cosa buona l'avere un 'amanza di nascoso. Nondimeno un certo uomo mi disse, che Gioanni Pfefferkorn una volta ebbe lite con voi e dissevi: "Maestro Ortvino, io vorrei che voi mangiaste nella scodella vostra, e lasciaste me mangiare nella mia". Ma voi a lungo non comprendeste, poiché colui è uomo di grande suttigliezza e sempre parla per enigmi e proverbi. Finalmente un amico vostro, come io da altri intesi. vi dichiarò quelle parole arcane dicendo: "Io vorrei che voi mangiaste nella scodella vostra: o sia, che calcaste la moglie o donna vostra, e che lasciaste me mangiare nella mia, ciò è che non toccaste la moglie mia, ma lasciaste a me il toccarla". Ho richiesto un poeta di qui, che mi cercasse quel proverbio nei Proverbi di Erasmo il qual mi rispose che non ce lo seppe trovare. A cui io dissi: "Questo autore non è dunque completo, bensì manchevole". Ma, nell'intendere il fatto di Gioanni Pfefferkorn, mi dissi che costui è geloso troppo, se ha fatto questo. Perocché ci e un proverbio, che gli amici hanno ogni cosa in comune, benché dicono taluni che le mogli da ciò ne sieno escluse. Nondimeno non doverebbe egli adirarsi con voi, sendo voi senza moglie, e dovendosi dare a chi non ha. Ancora ho inteso, che calcate la serva dello stampatore Quenttel, la quale ne ha partorito un figliuolo; ciò non dovereste fare, dico forare fori novelli. Io me ne rimango sempre ai fori vecchi, i quali non partoriscono figliuoli vero è che qui non ho femine, né vecchie nè nuove: epperò voglio tornare in Germania, e così spero sarà. State sì a lungo in salute, fintantoché una allodola non venga a pesar cento talenti. Di Roma.




11,44


Pietro di Wormazia porge molti saluti al maestro Ortvino Grazio


Egregio uomo, conciossiaché siete naturaliter ben disposto verso me e molto mi favorite, voglio ancor io fare il possibile per voi. Mi diceste adunque: "Pietro, quando andate a Roma, vedete se ivi sono libri nuovi e mandatemene". Eccovi dunque un nuovo libro, che qui è stato stampato. E sendo voi poeta, credo che ne trarrete giovamento grande. Durante un audienza avevo io inteso da uno notano, il qual per certo è provetto in quell'arte, che questo libro è fonte di poetria, e lo suo autore, il quale s'addimanda Omero, è il padre di tutti i poeti, e ancora disse che ci è uno altro Omero in greco; ma io in fra me dissi: "E che mi fa il greco? Il latino è migliore, per che manderollo in Germania a maestro Ortvino, il quale non cura di greche fole". Richiesi dunque il notaro:
"Che cosa ci e in esso libro?" Rispose che tratta di certi uomini, i quali son detti i Greci; i quali facero guerra ad altri uomini, i quali son detti i Troiani, ch'io avevo anco digià uditi nominare. E questi Troiani ebbero una città grande, e quelli Greci si posero innanzi a detta città e vi stettero anni diece: finalemente i Troiani uscirono fuora e si batterono daddovero con essi, e li uni delli altri fecero mirabile occisione, che tutto il campo ne fu ripieno di sangue; ed era quivi un certo rio, il qual fu colorato dal detto sangue e tutto ne divenne rosso: anzi scorreva esso rio come se sangue fusse; ed il clamore saliva al cielo, ed uno vi fu, il qual gittò un sasso sì grande, che dodici uomini non l'averebbero sollevato, e vi fu uno cavallo, il qual imprese a parlare ed a far profezia. Io però non credo vere coteste cose, perciocché mi paiono impossibili, ma pur non so, se il detto libro sia molto autentico. Vi  prego che me ne scriviate e mi facciate sapere quel che ne riputate. E con ciò addio. Di Roma.




II,48


Giovanni Kalp al maestro Ortvino Grazio


Saluti cordiali. Onorevole messere, venerabile maestro, sappiate che molto mi sorprende il modo onde mi avete tormentato scrivendo sempre: "Scrivetemi qualche novitate". Voi sempre volete sapere novelle, quando io ho altre cose a fare. Epperò non posso molto curarmi delle novità. bisognandomi di correre or qua or là e sollecitare, se non voglio perdere questa causa ed essere privato del mio beneficio. Pure, per far voi contento, vi scrivo quest'una volta, accioché poi mi diate pace con le novità vostre. Avete certo inteso come qualmente il Papa ricevesse uno grande animale, nomato l'elefante, e lo tenesse in grande onore e assai lo amasse. Dovete dunque sapere, che ora il detto animale si mori. E mentre che esso era infermo, il Papa molto si contristò, e chiamò dimolti medici a consulto. Ai quali disse: "Fate, s'egli è possibile, che questo animale sia guarito": ed eglino usarono gran diligenzia ed essaminarono la sua urina e gli diedero una purgazione, la quale costò cinquecento aurei, ma non poterono operare che l'elefante cacasse: il quale pertanto si morì. E il Papa molto si duole dello elefante, e dicono che darebbe mille ducati per esso elefante. Il quale fu invero uno mirabile animale, con una tromba lunga e di grande mole; e quando vedeva il Papa. si piegava in sui ginocchi dicendo con terribile voce: "bar, bar, bar". Credo che non sia al mondo animale somigliante..........

Messo in rete, per gentile concessione del curatore e traduttore Cesare De Marchi
addì 17 dicembre 2000



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dal 4 nov. 2001

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Johannes Reuchlin, «Recommendation Whether to Confiscate, Destroy and Burn All Jewish Books», Translated, Edited and with a Foreword by Peter Wortsman, Paulist Press, New York - Mahwah, N.Y. 2000, pagg. 90, $ 9.95.

In  un'incisione divenuta famosa, Albrecht Dürer ritrae S. Girolamo nel suo studio, intento a curare un magro leoncello, che siede mansueto ai suoi piedi. Il santo e circondato da oggetti di vita quotidiana come nella miglior tradizione della pittura nordica: sullo sfondo il letto a baldacchino, un orciolo per 1' acqua, un candeliere, un rosario e, naturalmente, diversi libri. Furono proprio tre volumi squadernati sui leggii a fare la particolare fortuna dell'incisione: essi mostrano infatti l' incipit  della Bibbia in tre lingue: l'ebraico dell'originale, il latino della versione dello stesso Girolamo, e, a sinistra, il greco della traduzione dei Settanta.
Siamo nel 1492 e, come una sorta di emblema, il capolavoro di Dürer traduce in immagine il sogno umanistico di una cultura trilingue che, agli idiomi della tradizione classica, affianchi l'antica sapienza ebraica. L'opera di riscoperta del retaggio giudaico  avviata già nei primi decenni del Quattrocento, si era intensificata col volgere del secolo. Le tesi cabbalistiche pubblicate da Giovanni Pico della Mirandola nel 1486 avevano svelato agli intellettuali europei le possibilità ermeneutiche di un pensiero che prometteva nuove vie d'accesso verso gli strati più profondi della rivelazione biblica. Tra gli anni 90 del Quattrocento e il primo ventennio del Cinquecento, l'intuizione di Pico venne ripresa e sviluppata non solo nei circoli umanistici d'Italia ma anche in quelli d'oltralpe. Si può dire, anzi, che il merito di aver conferito all'ebraistica cristiana la dignità di disciplina filologica spetti all'erudito tedesco Johannes Reuchlin, che era nato a Pfor-zheim, nel Baden, nel 1455. Giurista e letterato, diplomatico alla corte del conte del Wurttemberg, e autore dì testi teatrali in lingua latina, Reuchlin studiò direttamente le fonti della tradizione ebrai-ca di cui per primo, tra i cristiani, ebbe conoscenze ampie e sicure. Il suo interesse per l'ebraismo varcò peraltro i confini  della letteratura  e si tradusse anche in significative prese di posizione pubbliche: Reuchlin fu infatti al centro di uno dei dibattiti culturali più accesi del primo Cinquecento. All'origine della vicenda vi l'attività di un ebreo convertito, tale Johannes Pfefferkon, che dal 1507 prese ad attaccare, in una serie di libel-li diffamatori, i suoi antichi correligionari, invocando tra l'altro l'imposizione agli ebrei di predi-che coatte nonché il sequestro, la censura e la distruzione di tutti i libri ebraici. Forte dell'appoggio dell'ordine do-menicano, Pfeffenkorn cercò di ottenere dalla corte imperiale un provvedimento di confisca dei volumi in possesso degli ebrei e chiese per questo anche l'aiuto di Reuchlin, la cui reputazione di ebraista era ormai indiscussa. Reuchlin tuttavia rifiutò e anzi, in un parere ufficiale scritto su incarico di Massimiliano d'Asburgo, accusò Pfefferkom di crassa ignoranza, difendendo nel contempo il diritto dei sudditi ebrei dell'Impero a conservare e a stu-diare i propri libri.
Il celebre parere di Reuchlin, dato alle stampe per la prima volta in tedesco nel 1511 e ora tradotto in inglese da Peter Wortsman, può essere considerato un vero manifesto della tolleranza culturale dell'Umanesimo. Dopo una lunga tradizione di anti-giudaismo tardoantico e medievale, è questa forse la prima volta in cui un intellettuale cristiano sancisce pubblicamente l'autonoma dignità della tradizione ebraica. La tesi di fondo di Reuchlin è che il patrimonio letterario ebraico costituisca una testimonianza essenziale per la comprensione delle origini del cristianesimo. Ma non solo. Secondo l'umanista tedesco, va riconosciuto agli ebrei il diritto a mantenere la propria alterità religiosa, in base a un principio di rispetto storico delle differenze: «Supponiamo egli scrive che il Talmud rappresenti la ragione per cui essi non si convertono al cristianesimo. Ciò non giustifica tuttavia la confisca e il rogo dei beni altrui poiché noi, come semplici mortali, non abbiamo alcun diritto di giudicarli. L'ebreo ha la mia stessa dignità agli occhi di Dio». A causa di questa presa di posizione Reuchlin fu violentemente attaccato dal partito dei domenicani, per definire i quali venne coniato allora il termine di oscurantisti". Sebbene fosse appoggia-to da umanisti del livello di Erasmo, il maestro tedesco fu condannato da Papa Leone X. L'esito positivo del ricorso in appello contro la condanna giunse solo nel 1524, troppo tardi per Reuchlin, che era morto a Stoccarda nel giugno del 1522.

ll Parere di Johannes Reuchlin
di Giulio Busi  da "Il sole 24 ore" del   17/12/2000
Esempio 1
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line