Uomo di passione e d’immaginazione, Foscolo, percosso da avvenimenti tanto straordinari in così breve tempo, in contraddizione con tutte le sue affezioni e con tutte le sue idee degli uomini e delle cose, non avea quella calma di giudizio, che bastasse a spiegarseli ed acconciarvisi, come fanno i più. Il vero patriota, non che starsi in disparte coi denti ringhiosi, maledicendo tutta la società, vi si mescola e fa il bene che può, pur rimanendo lui. Ma le illusioni erano state troppo vive, e il disinganno troppo violento, e la tempra dell’uomo non era comune. Foscolo aveva preso sul serio tutte quelle massime di dignità, di virtù, di gloria, cose allora in quella loro idealità da teatro e da scuola. I suoi contemporanei volevano pure quelle cose, ma fino a un certo punto, cioè secondo la possibilità de’ tempi, e senza molto loro incomodo, anzi pescavan nel torbido posti e quattrini, ancorché vi dovessero lasciare una parte della loro dignità personale e delle loro massime. Questo sembra abominevole a Foscolo: e all’urto di una realtà tanto disforme, quando tutti piegavano, lui diè indietro e si chiuse in sé. Rimase solo, accanto a Parini ed Alfieri. Ma Parini nella solitudine serbava quella sua calma di uno spirito sano e indulgente; la solitudine di Alfieri era orgoglio e disdegno, con uno sguardo dall’alto su di un mondo ignobile; erano le statue colossali del secolo decimottavo, irrigidite sul loro piedistallo. Foscolo era ancora in uno stato di formazione, così giovane, fra bisogni della vita così contingenti, in tanta veemenza di passioni, con tanto » furore di gloria», e non fan nulla, e sentirsi solo, e sentire già il peso della vita, e pensare al suicidio!

Che se pur sorge di morir consiglio,
  A mia fiera ragion chiudon le por
Furor di gloria e carità di figlio.

Situazione d’animo tesa, impossibile, poco durevole, ma che dà una base reale a quel suo sentimentalismo da scuola, sviluppando in lui sentimenti teneri e malinconici, per entro a’ quali scorre il fresco alito della gioventù non doma, non so che virile nel pianto:

Stanco m’appoggio or al troncon d’un pino,
     Ed or prostrato ove strepitati l’onde
    Con le speranze mie parlo e deliro.

In questi versi malinconici c’è qualche cosa che «strepita come l’onda, una forza ròsa da ozio, o, com’egli dice, uno spirito guerriero che gli rugge al di dentro, e non trova sfogo. Questa forza, ora sdegnosa, ora trista, gli ispira il sonetto all’Italia e il sonetto a Zacinto. Ecco versi nei quali suona già, come presentimento, Giacomo Leopardi:

Tu non altro che il canto avrai del figlio
     materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

Questo « illacrimata » è pieno di lacrime. Morire, e nessuno ti piange. Ci è qui dentro il germe de’ Sepolcri. É una frase di suicida. La morte del padre e del fratello, la lontana madre, la terra natìia, la patria divisa e imbarbarita, la fuga del tempo e il « nulla eterno » e certa bella ombra che gli passa dinanzi fuggitiva, sono i frammenti lirici di questa storia interiore di uno spirito distratto, scontento, dissipato, centrifugo. È la storia di un giovane, che aveva appena passati i venti anni.
Da questa storia usciva Jacopo Ortis. Sotto a quel nome Foscolo scriveva se stesso, a frammenti, secondo le impressioni e gli accidenti: poi a mente tranquilla fissò un disegno, stabilì le proporzioni e venne fuori un romanzo, dove si sentono come diversi strati di formazione, mal dissimulati da lavoro posteriore.
Ci era già il Werther. Foscolo non l’aveva letto. L’ebbe più tardi, e mutò, rimutò, sotto a quella impressione. Il romanzo parve una imitazione, anzi un furto. Ma tutti lo leggevano. E il successo fu grande, massime tra’ giovani e le donne.
Ho innanzi il Werther. E non vedo come siasi tanto disputato su questi due romanzi. Jacopo e Werther sono due individualità nella loro somiglianza superficiale profondamente diverse, anzi antipatiche l’una all’altra. Jacopo non avrebbe mai amato Carlotta, e Werther non avrebbe saputo che farsene di quella Teresa. Goethe ti dà un lavoro finamente psicologico: Kant avea lasciata la sua orma in quel cervello. Il suicidio vi appare come conseguenza ultima e fatale di una serie di fatti interiori colti nelle loro gradazioni più intime e più delicate. È lavoro di una ispirazione tranquilla e concorde, in un ambiente tutto moderno, con perfetta obiettività, voglio dire con un sereno spirito di osservazione e di analisi. Goethe sembra Galileo che guarda col telescopio nell’anima e ne scopre tutti i segni. Perciò il suo romanzo è vera prosa, con tutti i contorni e la finitura del mondo reale. Ci si vede un popolo, il cui ideale si sviluppa in mezzo a tutte le condizioni della realtà.
Il lavoro di Foscolo è al contrario poesia in prosa. É lui, quale natura ed educazione, quale illusioni e disinganni lo avevano formato. C’è lì dentro Venezia tradita, Isabella perduta e la memoria di Laura e della madre e degli amici, l’uomo senza patria, senza famiglia e senza Dio, col corpo e coll’anima errabonda nel vuoto di una vita contraddittoria e inutile: ci è tutta una tragedia nazionale in tutta una tragedia individuale. Ma la tragedia non è materia del libro, è il suo antecedente. Siamo alla fine del quinto atto; la catastrofe è succeduta, pubblica e privata; al protagonista non resta che puntarsi la spada sul petto come Catone, o, come un personaggio di Alfieri, «cacciarsi un coltello nel cuore per versare.., il sangue fra le ultime strida della patria ». Qui comincia il libro; qui, dove cala il sipario, comincia la rappresentazione. Jacopo ricomincia una vita nuova, al cui ingresso sta il suicidio, come una tentazione cacciata via. Vita nuova, perché l’antico Jacopo è morto e se n’è formato un altro. Patria, virtù, giustizia, libertà, scienza, gloria, i raggi della sua mente », sono divenuti fantasmi e illusioni. Regna la forza: l’uomo è lupo all’uomo: pochi illustri sovrastano a tanti secoli e a tante genti, anzi, spogliati della magnificenza storica, gli eroi di Plutarco son come gli altri: antichi e moderni, tutti si valgono: «umana razza! ». È la situazione del suicida. Quando Bruto disse: –«O virtù, tu non sei che un vano nome ! » –il suicidio era già compiuto nell’anima. Jacopo vive, e non sa che farsi della vita, vive come chi domani s’ucciderà. Ha tanto vigore d’intelletto, e fa vendere i suoi libri: a che serve la scienza? Ha tanto ardore di passione, tanta ambizione, tanta sete di gloria, tanto bisogno d’amare e di essere amato, è così giovane, quasi comincia ora a vivere: ma a che serve il vivere? Questo è il nuovo Jacopo, sorto sulle rovine dell’antico. Era tutto fede, credeva alla libertà, credeva alla scienza, credeva alla gloria: al primo urto della realtà rinnega e bestemmia tutto, anche se stesso. La tragedia non ci è più: ci è una situazione lirica nata dalla tragedia. È il suicidio in permanenza, sviato, interrotto, contrastato, indugiato, perché in quella forte natura è ancora freschezza e potenza di vita che su’ disinganni ricrea nuovi inganni... Una situazione così tesa fin dal principio potea dar materia ad un canto, come è la Saffo; non se ne potea ricavare un romanzo, se non stirandola e riempiendola di accessori fortuiti, non generati intrinsecamente dal fatto. Dove non è generazione, è stagnazione. Nel Werther c’è qualche cosa nell’anima che si muove, si forma, si sviluppa, con un progresso fatale: c’è tutta una storia psicologica. Qui Jacopo è dal principio all’ultimo nella situazione esaltatissima del suicida, una specie di delirio con rari intervalli. Sicché sotto le apparenze più concitate senti la palude, l’acqua morta. E più si va innanzi, più questo sentimento si aggrava.

Se da una situazione così lirica non potea uscire un romanzo, potea tanto meno uscirne una prosa e quella prosa naturale e semplice che Foscolo vagheggiava. Perché a essere vera prosa semplice e naturale non basta sciogliere i periodi, sopprimere i legami, tagliare le idee medie, cacciar via le parentesi, gittar giù tutto il pesante bagaglio della prosa letteraria. Questo non è che lavoro negativo. A quella prosa boccaccevole e pedantesca Foscolo ha sostituita una prosa poetica, che nel suo andamento asmatico e saltellante manca di tono e di gradazione, perché manca di analisi, e riesce povera e monotona fra tanta esagerazione di colorito. Niente è più lontano dal semplice e dal naturale che questa prosa sintetica e scultoria che è non la vita in atto, ma un formulano della vita e presso che non dissi la sua astrazione rettorica. Perché Foscolo, volendo combattere la rettorica, non può fuggire alle sue strette, rappresentando sentimenti così esaltati e così protratti. Situazioni così ideali, così superiori alla vita comune, vogliono il verso per loro espressione. Mettetemi la storia di Lauretta o di Gliceria in verso, con quelle stesse immagini, e ne uscirà una storia eterna, come Ofelia e Nerina. La prosa non può rendere ciò che di aereo e di fuggitivo si stacca da queste fragili creature, se non per virtù di analisi, individuando e realizzando, come è in quella immortale Cecilia del Manzoni. Ma è appunto l’analisi che manca a Foscolo, la pienezza e la varietà della vita reale. Senti una sola corda; manca l’orchestra; manca soprattutto la grazia, la delicatezza, la soavità, quella certa interna misura e pacatezza, dov’è il segreto della vita. E non mi maraviglio che, comprendendo così finemente Omero, lo abbia reso così infelicemente.
Questo mondo di Foscolo, così com’è, rimane una vuota idealità, a cui manca il naturale nutrimento della vita reale, e che si nutre di sé fino alla consunzione…
Questi fenomeni non sono dunque capricci individuali, sono necessità psicologiche della storia. Alfieri e Foscolo sono la voce della nuova Italia in quella sua prima apparizione innanzi allo spirito; idea ancora vuota, ma non più accademica, piena di energia e destinata a vivere. Perciò il libro di Foscolo, meno perfetto artisticamente che il Werther, ha molta più importanza nella storia dello spirito. È il testamento di quel gran secolo, il suo grido di dolore innanzi alla caduta di tutte le sue illusioni. Il disinganno uccide Jacopo, ma non uccide Foscolo...
L’esercizio della vita scampò Foscolo da quella consunzione. Nel suo sentimentalismo ci era sempre il tribuno che « ululava », lo spirito guerriero che gli ruggìa dentro. Il suo dolore ha la stessa forma; è furore, maledizione, ribellione; è forza compressa in forzato ozio, che vuol traboccare. E non mancò l’occasione. Combatté per l’Italia a Cento, alla Trebbia, a Novi, a Genova. Ivi, in quell’ozio di caserma, troviamo già un altro Foscolo, guarito e ringiovanito. La vita militare gli rinfresca le impressioni, gli rinnova l’aria. Stringe relazioni, loda e gli piace di esser lodato, si mette in comunicazione con illustri uomini, prende gusto a’ piccoli piaceri della vita, ha i suoi amori, i suoi duelli, le sue polemiche, ha insomma una vita comune, epilogata in quel verso:

                                            Amor, dadi, destrier, viaggi e Marte.

Nel 1802, quando aveva già ventiquattro anni, escono in luce i suoi sonetti malinconici, e insieme le sue odi A Luigia Pallavicini e All’Amica risanata, che attestano la sua guarigione. A quei sonetti lapidarii, dove la vita è come raccolta e stagnata al di dentro, succede la classica ode ne’ suoi ampi e flessuosi giri, dove l’anima si espande nella varietà della vita. In questo suo classicismo a colori vivi e nuovi senti la freschezza di una vita giovane guarita da quel sentimentalismo snervante, e risorta all’entusiasmo, incalorita dagli occhi negri e dal caro viso e dall’agile corpo e da’ molli contorni della beltà femminile, tra balli e canti e suoni d’arpa. In questo mondo musicale e voluttuoso l’anima si fa liquida, si raddolcisce, e spunta la grazia; le « corde eolie » si maritano all’
« itala grave cetra »:

                                             Ebbi in quel mar la culla:
                                             Ivi erra, ignudo spirito,
                                             Di Faon la fanciulla;
                                             E se il notturno zeffiro
                                             Blando su’ flutti spira,
                                             Suonano i liti un lamentar di lira!
                                             Ond’io pien del nativo
                                             Aer sacro, sull’itala
                                             Grave cetra derivo
                                             Per te le corde eolie,
                                             E avrai, divina, i voti,
                                              Fra gl’inni miei, delle insubrii nepoti.

La sua fama destava già invidia; l’Italia era sempre la terra degli eruditi, e gli negavano dottrina pari all’ingegno; poi ci era Monti che l’offuscava col suo nome. Le preoccupazioni di Foscolo divennero principalmente letterarie; attese agli studi, e contesogli di far cose grandi, volle stabilire la sua fama con gli scritti. Al suo volgarizzamento della Chioma di Berenice appose un Comento, sfoggio di erudizione peregrina a confusione dei presuntuosi suoi invidi, ch’egli chiamava pedanti; e poi che Monti traduceva l’Iliade, tentò anche lui una traduzione che chiamò poi Sperimento. Convocati i Comizii a Lione, scrisse per commissione un’orazione che non fu recitata, senz’altro serio scopo che letterario. Vi trovi amare verità intarsiate abilmente di lodi a Napoleone, con gravità e altezza di idee nella loro generalità coraggiose senza pericolo, e con pompa e artificio di stile che scopre più il letterato che l’uomo politico.
La società cominciava dunque a domesticare questo uomo. Se non era «cortigiano in maschera di Catone », secondo la frase dispettosa di Monti, si acconciava alla necessità della vita e agli usi e alle convenienze, pur borbottando, e con una certa mala grazia, come chi patisce violenza. L’idea della vita, quale natura ed educazione gli avevano formata, rimaneva intatta; voleva in quella sua febbre di gloria passare alla posterità non solo per i suoi scritti, ma ancora per l’eroica integrità del suo carattere: sentimento volto facilmente in ridicolo presso un popolo, nel quale da più secoli il pensiero era separato dalla vita. E se era costretto a far gli inchini d’uso e a stringere la mano a persone che in cuor suo pregiava poco, se aveva lasciata la posa tribunizia di Niccolò Ugone, se mostravasi meno intollerante in un mondo, nel quale gli era pur forza di vivere, non per questo faceva getto della sua dignità personale; e nella sua povertà, fra gli acuti stimoli di una natura dissipata e rigogliosa, avida di piaceri, tirata al magnifico, quando con un po’ di rimessione e di « saper vivere » era così facile arricchire, volle rimaner sul suo piedestallo, come un eroe di Plutarco. Questa alterezza morale era rimprovero alla mediocrità, e non glie la sapevano perdonare, e l’imputavano a vanità, e, non potendo più chiamarlo Niccolò Ugone, lo chiamavano « ser Niccoletto ». Certo, un po’ di ostentazione c’era in quel suo disdegno, un po’ di posa gli era rimasta, mancavagli quella divina semplicità nella onestà, che rende meno aspro il contrasto con la vita volgare; ma io desidererei a molti questa, chiamasi pur vanità, che produce nella vita tutti gli effetti della virtù più rigida. Un mondo più elevato e nobile viveva certo nell’anima di Foscolo, e, ciò che è molto, non smentito dalla vita. Da questo mondo escono le alte ispirazioni, com’è la bellissima epistola A Vincenzo Monti:

                                             Non te desio propiziante all’ara
                                             Della possanza in mio favor, né chiedo
                                             Vino al mio desco, o i tuoi plausi al mio verso,
                                             Ma cor, che il fuggitivo Ugo accompagni
                                             Ove fortuna il mena aspra di guai.

Ed è da questo mondo solitario, custodito con tanta cura dentro di sé e diffuso di un’ombra di malinconia, che escono i Sepolcri.
In questo carme Foscolo sviluppa tutte le sue forze, e in quel grado di verità e di misura che è proprio di un ingegno maturo. Quel suo sentimentalismo petrarchesco della prima giovinezza, quel suo fosco lezioso e caricato alla maniera di Rousseau o di Young, è appena un velo di mestizia sparso sopra il pensiero, che gli dà un raccoglimento e una solennità quasi religiosa. Ti par di essere in un tempio, e che la tua anima si apra ai sentimenti più elevati. Quella energia tribunizia, un po’ declamatoria, che senti nelle imprecazioni di Jacopo, qui acquista il tono pacato di una forza sicura e misurata. Quel suo filosofismo, malattia del secolo che è anche malattia di Jacopo, il quale prima di uccidersi ti dà una filosofia del suicidio, qui è altezza di meditazione profondata nelle più intime regioni della moralità umana. Quel suo classicismo di obbligo, una specie di abbellimento convenzionale, entro il quale la vita perde la purità dei suoi lineamenti, qui lascia la sua faccia mitologica e diviene umano. Ilio e la Troade ci è così vicino, come Firenze e Santa Croce. Quella sua vasta erudizione, quel mondo del pensiero umano sigillato nella sua memoria, quei riti religiosi, quei costumi di popoli, quelle sentenze di oratori e di filosofi, quei frammenti poetici, qui gli ritornano avvivati nel foco della sua immaginazione, attratti nell’armonia del suo mondo, e gli galleggiano innanzi come natura vivente; fantasmi di tutte le età e di tutte le genti, penetrati e fusi da un solo spirito e divenuti contemporanei. Quella sua abilità tecnica, che nelle Odi mostra ancora le sue punte e le sue reminiscenze, qui è l’eco immediata e armonica di un mondo superiore e in lontananza, di cui non sai come, ti giungono i riflessi, le ombre e i sussurri. Tutte queste forze sparpagliate, esitanti, che non avevano ancora trovato un centro, sono raccolte e riconciliate in questo mondo pieno e concreto, dove ciascuna trova nelle altre il suo limite o la sua misura. L’Italia non aveva ancor visto niente di simile. La lirica quale te la dava Monti o Cesarotti, era « cadenza melodrammatica », un prolungamento di Metastasio. Sotto forme dantesche il fondo rimaneva sempre arcadico, puramente letterario. La coscienza era estranea a quel lavoro dell’immaginazione: malattia dello spirito italiano da gran tempo. Quella vuota forma, dopo di aver per più secoli esaurita se stessa, finiva cantabile e musicabile, mera sonorità. Quando la forma non era vuota, era falsa e ipocrita, esprimendo sentimenti non partecipati dall’anima, amori senza amore, e un patriottismo senza patria, una religione senza fede, e uno sfoggio di sentenze nobili e morali senza moralità. Il mondo poetico era tutta superficie, un mondo esterno formato dall’immaginazione, senza alcuna eco di dentro: indi quel suo carattere convenzionale e retorico. Bisognava rifare un mondo interiore, ricostituire la coscienza. Questo lavoro iniziato nelle lettere da Parini e Alfieri era continuato in Foscolo, non senza un po’ di orpello e di rettorica perché, scienza, virtù, gloria era ancora in idea, semplice aspirazione. Ne’ Sepolcri apparisce per la prima volta nel suo carattere d’intimità, come un prodotto della coscienza e del sentimento. Questa prima voce della nuova lirica ha non so che di sacro, come un Inno; perché infine ricostituire la coscienza è ricostituire nell’anima una religione. La pietà verso i defunti, il culto delle tombe è prodotto da’ motivi più elevati della natura umana, la patria, la famiglia, la gloria, l’infinità, l’immortalità: tutto è collegato, tutto è una corda sola nel santuario della coscienza. Una poesia tale annunziava la risurrezione di un mondo interiore in un popolo oscillante tra l’ipocrisia e la negazione. Non è già che Foscolo smentisca se stesso. C’è sempre in lui del vecchio Jacopo. La sua filosofia è in aperta contraddizione col suo cuore. Jacopo diceva: –A che serve la scienza? a che serve la vita? —. Foscolo dice: –A che servono i sepolcri? « è forse men duro il sonno della morte all’ombra de’ cipressi e dentro le urne confortate di pianto? » —. Come la scienza e come la vita, così la pietà del defunti non è che una illusione. Ma in Jacopo si sente l’amarezza del disinganno che gli fa rifiutare ogni consolazione e cacciar da sé tutte le sue illusioni. Foscolo si è riconciliato con la vita, e di quel sentimento amaro non gli rimane che un: pur troppo! « Vero è ben, Pindemonte! ». E non respinge le sue illusioni, ma le cerca, le nutre, le difende in nome della natura umana contro la dura verità. La nuova legge che contende il nome a’ morti e vuole in una fossa comune Parini e il ladro, offende in lui l’ «homo sum », il suo sentimento di uomo. Sia pure un’illusione; anzi purtroppo è un’illusione; ma, come Diogene, ha l’aria di dire a quei nuovi legislatori: –« Lasciatemi libere le mie illusioni! » –. Il culto delle tombe era fondato sulla credenza dell’immortalità dello spirito, della risurrezione dell’uomo in un altro mondo: ivi attinge Young le sue aspirazioni. Pur troppo questo non è: mancata è questa illusione. Ma potete voi distruggermi la natura umana? E nella natura umana cerca Foscolo la nuova poesia delle tombe. Il nulla eterno, quel pensiero che rode Jacopo e lo affretta alla morte, qui si riempie di calore e di luce; le urne gemono, le ossa fremono, i morti risorgono nell’affetto e nell’immaginazione dei vivi. –E tu perché lasci sulla terra una famiglia, una patria, la tua memoria, scendi consolato nella tomba, sicuro di sopravvivere. Quella tomba sei tu: e là, cenere muto, vivi ancora, operi, hai un’azione sull’umanità. Là, tu parli ancora a’ tuoi, tu raccomandi a’ concittadini la sanità della vita, tu ispiri i fatti magnanimi; là vengono a interrogarti i secoli, a evocarti i poeti e gli eroi; e tu produci ancora, tu generi di te i grandi uomini. –Su questa base generale della natura umana sorge la fraternità de’ secoli e delle nazioni, e i fantasmi d’Ilio e di Maratona si confondono con le ombre di Galileo e di Alfieri: mitologia, antichità, tempi moderni sono sviluppati in una stessa atmosfera, parlano la lingua universale delle tombe, e la pietà delle prime « umane belve » e la « pietosa insania » delle vergini britanne ti par contemporanea. Mondo delle ombre e delle illusioni, da cui esce rifatto il mondo interiore della coscienza, esce l’uomo restituito nella sua fede, ne’ suoi affetti e ne’ suoi sentimenti; perché solo chi ha viscere umane, chi ha coscienza d’uomo, può trovare ne’ sepolcri quelle ombre e quelle illusioni. I monumenti marmorei sono inutile pompa a quelli che non hanno vita interiore, e che ancor vivi sono già uomini morti seppelliti.

Tale è questo mondo di Foscolo, il risorgimento delle illusioni, accanto al risorgimento della coscienza umana. L’immaginazione non ci sta per sé, e non lavora dal di fuori, come è in Vincenzo Monti; ma è il prodotto della coscienza, è fatta attiva da’ sentimenti più delicati e più virili della vita pubblica e privata, O piuttosto non è semplice immaginazione, è fantasia, che è nell’arte quello che nella vita è la coscienza, il centro universale e armonico dello spirito. Quei fantasmi che escono dalle tombe non sono il prodotto ozioso dell’immaginazione; sono le creature di tutta l’anima nella serietà delle sue credenze e dei suoi affetti, perciò forme, che hanno in sé le orme della loro origine, e, come direbbe Platone, ricordevoli, penetrate e improntate di quei pensieri e di quei sentimenti che le hanno create; anzi è qui, in questi pensieri e in questi sentimenti, che hanno la loro poesia. Il silenzio di mille secoli sarebbe stupido, se non avesse a fronte l’armonia delle Muse, animatrici del pensiero umano. E che sono quelle urne, se non vi aggiungi: « confortate di pianto? ». Cassandra che guida i nepoti alle tombe e intuona il carme funebre, mostrando in lontananza la risurrezione di Troia nei versi di Omero, è una concezione tra le più originali, in quel suo carattere sacro di una pietà contenuta, che ti commuove di più. La figliola di Priamo, alzandosi nella contemplazione dei tempi lontani, acquista la imparzialità di una voce della storia, quasi anima profetica dell’umanità; ne nasce un sublime umanizzato. Le rimembranze della scuola, mera esteriorità, qui ritrovano la lor anima, sono ricreate in un mondo interiore, che riceve da quella lontananza di secoli un carattere di solennità, come innanzi all’eterno. Le illusioni sono così vivaci, che le forme talora ti balzano innanzi per sola virtù dell’armonia; come sono i fantasmi di Maratona, appena abbozzati, che ti si compiono nell’orecchio. Centro di questo mondo funerario che si stende pe’ secoli è il Tempio di Santa Croce. Ti sfilano innanzi quel morti illustri, ciascuno con la sua scritta in fronte, quasi il poeta volesse cogliere quelle ombre a volo e fissarle con un tratto di pennello. L’immaginazione educata al culto di quei grandi gli fa trovare forme originali, che li ricrea quasi, ti dà di loro una nuova e più profonda coscienza. La magnifica apoteosi, a cui serve di sfondo il paesaggio di Firenze non è tanto turbata dal dolore della bassezza presente, che faccia dissonanza o contrasto; il dolore è puro di amarezza, temperato da una certa rassegnazione alle alterne veci della storia, e l’animo rimane alzato, e guarda in lontananza nuove prospettive. Questa elevazione dell’animo in quella pace religiosa tiene in continuo sforzo la fantasia, la quale come popola gli avelli di fantasmi, così riempie le parole d’immagini, e ti forma un mondo di una grandezza sepolcrale davvero, che esce più dall’oscuro che dal chiaro, più dall’ombra che dalla luce. In questo cumulo di ombre ti senti in presenza dell’infinito. Il tempo che « traveste » le reliquie della terra e del cielo, una Forza che operosa affatica le cose di «moto in moto », il Tempo che con sue fredde ali spazza le rovine e gli avanzi che Natura e a sensi altri destina », queste e simili immagini gotiche ti rendono il vuoto, il silenzio, le tenebre di questo mondo della morte, non toccato ancora dall’uomo vivente. Ti senti come di notte e innanzi a un cimitero, con l’immaginazione percossa, e le proporzioni ti si confondono, e ti giunge non so quale senso di oscuro infinito tra il lugubre e il grottesco. Ma in questo mondo naturale penetra l’uomo e vi porta la luce e la misura, delicatezza, soavità, grazia, tenerezza, vi porta la sua umanità. Questo limite tra quelle tenebre, questa grazia tutta greca tra quel
grottesco e quel gotico, questa fusione di pensieri, di sentimenti e di colori così diversi danno un carattere di originalità a questo mondo, sono la sua personalità. Così le cagne fameliche e la « immonda upupa » e il e mozzo capo » del ladro e il muggito de’ buoi sono un lugubre grottesco, mescolato con le immagini più gentili del sentimento umano raccolte intorno alle profanate ossa di Parini. Il lugubre, il grottesco, il gotico, il tenebroso, l’indefinito, che più tardi sotto nome di romanticismo invase l’arte, cominciava a venire a galla, e fu gran parte nel successo di questa poesia. Ma qui apparisce, come un mondo naturale, ancora biblico e primitivo, quasi uno strato inferiore di formazione, in riscontro di un mondo umano e civile, che se lo sottopone e se lo assimila. L’uomo penetra in quel mondo naturale col suo cuore e con la sua immaginazione, con tutte le sue illusioni, e lo illumina e lo infiora.

                                             Rapian gli amici una favilla al sole
                                             A illuminar la sotterranea notte,
                                             Perché gli occhi dell’uom cercan morendo
                                             Il sole, e tutti l’ultimo sospiro
                                             Mandano i petti alla fuggente luce.
                                             Le fontane versando acque lustrali
                                             Amaranti educavano e viole
                                             Su la funebre zolla; a chi sedea
                                             A libar latte, e a raccontar sue pene
                                             A’ cari estinti, una fragranza intorno
                                             Sentia qual d’aura de’ beati Elisi.

Quella favilla rubata al sole, l’uomo che cerca morendo la luce, le acque che educano viole sulla « funebre zolla », i viventi che raccontano le loro pene a’ loro estinti, e insieme con questo il lezzo de’ cadaveri avvolto agli incensi, e le città meste di effigiati scheletri, e le anime del purgatorio che chiedono gemendo il loro riscatto agli eredi, ti dà un chiaroscuro di effetto irresistibile, che non solo è l’impronta naturale di questo mondo della morte popolato dalle illusioni de’ viventi, ma è lo stesso genio di Foscolo, mescolanza di sentimentale e di energico, giunta ora ad una perfetta fusione, e divenuta l’unità e la sostanza del suo mondo.

L’oscillazione che produsse questa creazione nel cervello di Foscolo fu così potente, che per lungo tempo gli tenne agitate le fibre, quasi armonia già muta che si continua ancora nel tuo orecchio. E altri sepolcri vi fermentavano sotto altri nomi, e uscivano fuori a frammenti, come i versi della Sibilla, senza che gli fosse possibile venire a una compiuta formazione. Rimasero progetti, come l’Alceo, l’Oceano, la Sventura. Di questi frammenti insieme connessi e aggiustati uscirono ultimamente le Grazie. Il concetto è quel medesimo che ne’ Sepolcri. È il mondo umano e civile che succede all’età ferina. Ma nel cammino il concetto si è aggrandito, e ha preso l’aspetto di un poema. Non è il suono della coscienza umana innanzi alla tomba, che è una vera situazione lirica, cioè a dire l’anima in una condizione determinata, che le mette in moto il suo mondo interiore, ma è la storia e la metafisica di questo mondo interiore, una storia dell’arte ne’ suoi inizii , nel presente e nell’ avvenire. Non è dunque più una poesia, ma una lezione con accessori poetici. Né è meraviglia che di questo carme rimangano vivi alcuni accessori interessanti, senza che tu abbia una idea ben chiara del dove o come sieno appiccati ad una totalità artificiale e laboriosa. Peggio è che, per rendere poetica la sua storia, Foscolo l’ha fatta sotterranea, soprapponendovi una storia delle Grazie, come un involucro di quella, involucro denso e intricato, e che se talora ha qualche interesse, è meno per quello che significa, che per quello che esprime. Il mele è dolce a mangiare; ma quel mele di Vesta, gustato dall’Ariosto, quei favi che gli fura il Berni, e che sfuggono in pane al Tasso, sono un cibo insipido. Il velo delle Grazie varrà bene il cinto di Venere; ma, se mi vuoi sforzare a guardarci sotto una storia, io l’odio e non lo guardo più. Se è lecito comparare le piccole con le cose grandi, tra i  Sepolcri e le Grazie corre quella relazione, che tra la Margherita e l’Elena, tra la prima e la seconda parte del Faust: con questa differenza, che nella seconda parte sono pure amabili finzioni, sotto alle quali si nascondono concetti degnissimi di essere scoperti e meditati, dove sotto a questi veli, a queste are e a questi favi non si nasconde che una storia volgare. L’astrazione che è nel concetto si comunica anche alla forma, raggomitolata, incastonata, lucida e fredda come pietra preziosa. Concepisco Goethe, che comincia col Werther e giunge al Torquato Tasso. È la calma superiore dell’artista, che dopo i giovanili tumulti dell’anima conquista nella realtà il suo equilibrio e la sua armonia. Anche nelle Grazie posa quello spirito guerriero, che ruggìa nello antico Jacopo, e di cui senti le agitazioni in certe scene dell’Ajace e della Ricciarda. Nelle Grazie il concetto della vita è altro. È il vecchio concetto di Aristotele, la purgazione delle passioni, la tranquillità dell’anima risanata dalle passioni, ciò che Foscolo chiama il sistema epicureo. E se questo concetto fosse nel suo cuore e nella sua vita, com’è nella mente, avremmo il nuovo poeta. Ma è un concetto, non è un sentimento, e non risponde alla sua vita turbolenta, scissa, con tante velleità, fra tante contraddizioni. Quando io leggo quel suo paradiso delle Grazie, alte sugli uomini e sulle loro passioni, e leggo le sue lettere così appassionate, e lo accompagno nelle sue lotte contro pedanti e cortigiani e nei suoi disinganni politici e nei suoi amori e nelle sue strettezze e nei suoi furori apocalittici, e nelle amarezze dell’esilio, e nelle sue maledizioni agli avversari che lo calunniavano e alla patria che l’obliava; dico: – Povero Foscolo! tu dovevi portarti appresso fino all’ultimo dì le tue illusioni e le tue passioni, e le Grazie non ti risero, e quella tranquillità, che era il tuo paradiso, non la trovasti nell’arte, perché ti fu negata nella vita – . Il nuovo concetto rimase in lui ozioso: rimase aristotelico o epicureo: non divenne Foscolo. E vien fuori con tutto l’apparato dell’erudizione, in una forma finita dell’ultima perfezione: ci si vede l’artista consumato; appena ci è più il poeta.

Le Grazie segnano già il passaggio alla critica. Non ci è più l’ideale: ci è una metafisica dell’ideale. Foscolo aveva familiari i critici francesi; aveva studiato Winckelmann, Vico, Bianchini; era eruditissimo, ed era acuto nella sua erudizione. Nominato professore a Pavia, si mostra così nuovo nelle sue opinioni letterarie, come nelle sue poesie. Nella sua Prolusione tenta una storia della parola sulle orme di Vico, censurata da parecchi in questo o quel particolare, ma dai più ammirata, come nuova e profonda speculazione. Il suo valore, anzi che nelle sue idee, è nel suo spirito, perché non è infine che una calda requisitoria contro quella letteratura arcadica e accademica, combattuta da tutte le parti e resistente ancora, contro quella prosa vuota e parolaia, e contro quella poesia che suona e non crea. E non solo egli cerca nella letteratura cose e non parole, in ciò preceduto dal suo maestro Cesarotti, ma vi cerca la serietà di un mondo morale, la sua concordia con la vita. Qui toccava il male nella sua radice. Mancava alla letteratura italiana la coscienza, e perciò mancava ai letterati la dignità, e continuava l’oscena tradizione dei loro ignobili antecessori, poeti, istoriografl e giornalisti di corte. Questo mercato dell’ingegno, che fa simile lo scrittore a pubblica meretrice, anzi a peggio che meretrice, la quale, se vende il corpo, serba libera l’anima, accendeva di bile il Foscolo, e lo teneva in guerra con tutto quel volgo dotto in linea. Or questa maniera accademica di considerare i più precisi doveri della vita, questa vigliacca distinzione tra la teoria e la pratica, questo mondo della coscienza predicato in prosa e in verso con tanta enfasi e con tanta pompa, e negato con tanta sfacciataggine nella vita, era il tarlo non solo della letteratura, ma della società italiana, e non ci era e ci è speranza di vero risorgimento nazionale, finché il sentimento del dovere e la serietà della coscienza non sia una virtù volgare, penetrata nella vita. Era la prima volta che si udiva dalla cattedra un concetto così elevato della letteratura, e da uomo che predicava con l’esempio. La stessa tendenza è manifesta negli scritti critici, coi quali, esule, illustrò la patria. La critica era tutta intorno alle forme e al meccanismo: tal letteratura, tal critica. Gravina, Cesarotti, Beccaria miravano ad una critica più alta, la quale non era in sostanza che un meccanismo ragionato o filosofico. Nessuno sospettò che la vita, come nella natura, così nell’arte vien da di dentro, e che ove non è mondo interiore, non è mondo esterno che viva, ancorché correttissimo e splendidissimo nel suo meccanismo. Foscolo è il primo trai critici italiani che considera un lavoro d’arte come un fenomeno psicologico, e ne cerca i motivi nell’anima dello scrittore e nell’ambiente del secolo in cui nacque. Quando Cesari raccoglieva « le bellezze di Dante » e Giordani rettoricava sulla Psiche, Foscolo avea già scritto il suo Discorso sul testo della Commedia di Dante e i suoi Saggi sul Petrarca. Critica psicologica, la cui importanza se pare oggi non molta per la superficialità del contenuto, rimane pure grandissima per la sua tendenza, guardandovisi quasi più l’uomo che lo scrittore, più le cose che le forme, e più la vita interiore che l’esterno meccanismo. In questa reintegrazione della coscienza o di un mondo interiore accordavasi il poeta, il professore e il critico. Nessuno gli può contrastare questa gloria. È il centro, ove convergono tutte le sue facoltà e gli dà una fisionomia.

Francesco  De Sanctis
(da Saggi critici, Bari, Laterza, 1952, III, pp. 87–109).




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Parabola della personalità foscoliana
di Francesco De Sanctis

Andrea Appiani - Josephine Bonaparte de Beauharnais incorona il mirto sacro a Venere, 1796 collezione privata
Antonio Canova - Le Grazie 
Elisabeth Louise Vigée-Lebrun (1755-1842)
Ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi Marini - The Toledo Museum of Art - OH - USA

La Albrizzi fu amata da Ugo Foscolo
Al Foscolo, la Albrizzi dedicò uno dei suoi Ritratti (1806) Vedi anche, qui, un profilo dello scrittore francese Dominique Vivant Denon, anch'egli amato dalla Albrizzi.

Esempio 1
Ugo Foscolo
dal 7 marzo 2004

Storia della letteratura italiana, Francesco de Sanctis Ordina da iBS Italia

Tutte le poesie, Ugo Foscolo Ordina da iBS Italia

In questo saggio dalla prosa scattante e nervosa, modernissima nel tratto e ancora piena di senso (e da indicare tuttora come modello  di concisione), De Sanctis compie una ricognizione precisa ed esaustiva dell'intera opera foscoliana, piegata naturalmente al proprio punto di vista.
Come noto il critico scrive après coup, ossia dopo il compimento del processo unitario. La sua prosa è ancora ricca perciò di indicazioni risorgimentali, tesa a sottolineare nella letteratura, nelle letterature diremmo, ogni umore civile ed etico-politico,  nel caso in ispecie quella "ripresa dello spirito" che nel suo frasario è il presupposto e lo sbocco di ogni impresa letteraria, sopratttuo presso un popolo, l'italiano, che da tempo aveva "separato i pensieri dalla vita".
In questa prospettiva, anche l'Ortis, che è romanzo  manchevole sotto ogni profilo letterario (De Sanctis non esita a definirlo quasi un "furto", rispetto al Werther e non osa, forse perché non sa, compararlo al capolavoro del genere epistolare, ossia les Liaisons di Laclos) viene riscattato e quindi seppur: " meno perfetto del Werther ha più importanza nella storia dello spirito". Quale spirito? Quello che porta a Santa Croce, alla poesia dei Sepolcri, agli spirti guerrieri e ai furori  patriottici. E così oltre a piegare la letteratura a valori esterni (politici, etici quando non psicologici) ma intrinsenci tuttavia a quell'estetica romantica, e non solo, che considera  il fatto letterario una delle componenti del processo di civilizzazione culturale e dell'incivilimento dei popoli, De Sanctis faceva anche un torto al Foscolo in cui gli elementi civili e patriottici erano, forse, esterni, spuri ed occasionali.
De Sanctis in mezzo a tanti letterati puriquali la nostra letteratura ha prodotto e produce a getto continuo, sembrava come un Diogene con la laterna, in cerca dell'uomo . Gli bastò un barlume e anche Foscolo gli parve tale.


Il guerriero, l'amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo. Conversazione a tre voci, Carlo Emilio Gadda Ordina da iBS Italia

Nel salotto di donna Clorinda Frinelli si incontrano il professore Manfredo Bodoni Tacchi («voce virile in chiave di baritono, ferma, asseverativa»), l'avvocato Damaso De' Linguagi («voce maschile a strappi acuti, crepitante, sguaiata») e ovviamente la padrona di casa («voce femminile intonata a gentilezza»).
Ugo Foscolo è l'argomento della loro «conversazione a tre voci», combattuta tra accademia e anticonformismo con tutto il furore, il garbo, la ferocia, l'umorismo, il gusto, le invenzioni di Gadda.

Orazione a Bonaparte pel Congresso di Lione , Ugo Foscolo Ordina da iBS Italia

L'opera, scritta dal poeta su invito del governo cisalpino tra il 1801 e il 1802, quando Bonaparte convocò a Lione i notabili di quella repubblica per varare una nuova Costituzione, rappresenta uno straordinario atto di denuncia delle condizioni della Cisalpina, ma anche un lucido documento politico nel quale viene formulata al potentissimo Primo Console la precisa richiesta di libertà e indipendenza per il popolo italiano.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis , Ugo Foscolo Ordina da iBS Italia

Romanzo-verità, nel senso che si muove da un dato documentario (il suicidio 'vero' del giovane Ortis) per rielaborarlo fantasticamente a specchio dell'esperienza biografica del giovane Foscolo, fortemente tentato dall'idea del suicidio; romanzo-saggio, nel senso che recupera, nella struttura epistolare, autocitazioni da lettere e opere giovanili e calchi da infinite letture, italiane e straniere; romanzo degli 'affetti', e non dei 'fatti', cioé itinerario labirintico tra due passioni fondamentali, il furor di patria e l'amore, di un prototipo, civile epolitico, di Eroe Impossibile: questo e altro rappresentano le "Ultime lettere di Jacopo Ortis", uno dei libri più 'sperimentali' della letteratura italiana. Con note di Lucio Felici.

Viaggio sentimentale - Trad. di ugo Foscolo, Laurence Sterne Ordina da iBS Italia

Il capolavoro sterniano ha avuto la fortuna di incontrare un traduttore d'eccezione: Ugo Foscolo, intenzionato a mettere alla prova la lingua italiana nel confronto con un testo genialmente stravagante anche nello stile. L'intenso lavoro foscoliano - qui puntualmente illustrato dalle note della curatrice - approda a una versione qualitativamente eccellente e di grande originalità: il ""Viaggio sentimentale"" di Foscolo, insomma, affianca degnamente - con specularità ma anche con autonomia - il ""Sentimental Journey"" di Sterne, e la traduzione di un classico della letteratura inglese divenuta a sua volta un classico della letteratura italiana."


Ritratto del Foscolo

Nel Foscolo è visibilissima quell’aria di irrequieto dolore, quel desiderio di pace e di oblio, che fu sì comune agli uomini e agli scrittori della generazione romantica, e che trovò forse la sua espressione artistica più intiera nel Renato dello Chateaubriand. Questo lettore di Plutarco, questo che più volte si professa stoico, quando si scopre senza posa a sé e agli amici è un ammalato dei mali profondi delle età di transizione: non molto dissimile in ciò dal Petrarca, di cui perciò comprese così bene gli spiriti. Il desiderio ora georgico, ora idilliaco, fortissimo sempre, di fuggir da una vita troppo grave a vivere o a combattere, non apparisce frequente soltanto nella sua opera poetica, non si tradisce soltanto nella sua predilezione per i poeti della campagna, della solitudine, della astensione: quali Tibullo, il Bettola, il Pindemonte. Con quanta compiacenza  − in quelle soavissime lettere familiari pubblicate dal Perosino   − egli s’intrattiene colla madre, colle sorelle, col fratello a parlare del suo sogno di vivere una vita tranquilla coi suoi a Venezia: «Temprando il verno al proprio foco » ! E negli ultimi anni lo pigliò prepotente la nostalgia della Grecia della sua fanciullezza. Quanto spesso ed eloquente nelle lettere alla Donna gentile suona un rimpianto e una stanca brama di vita buona ed umile e in pace al fianco di lei! Ed egli che pur professò più volte, alfierianamente, di non voler procrear figliuoli dove non c’era la patria   −sognò pure una serena vita matrimoniale con lei: o con altre donne ugualmente miti e buone, come la Fulvia, sorella del Trechi. Anche in fondo alle sue passioni e ai suoi deliri amorosi rideva l’idillio della tranquillità, dell’isolamento con l’oggetto del suo amore o della sua amicizia. Sognò di esser solo colla sua Fagnani: e di deporre le armi, e vivere alla poesia al fianco della Isabella Teotochi. La solitudine anche più assoluta non lo spaventava: l’aveva cara anzi: quanto odiava la società clamorosa e vana dei salotti. Onde scriveva al Trechi: « La maldicenza e mille altre cagioni mi allontanano dal mondo; non ch’io abbia cuore di odiarlo; ma ho carattere facilissimo ad annoiarsi. Solo, io non mi annojo mai.., e penso ai dì passati e mi è caro persino il dolore, purché mi liberi dalla noja e dalla malignità ». La vita, la grande vita che i suoi biografi dimostrano che egli godesse sino all’esaurimento, non rispondeva in effetto al bisogni intimi della sua anima. Egli era un malinconico. Scriveva sì al Trechi che « la malinconia è, dopo la noja, la più vile infermità dei mortali », ma ciò non toglie che egli non scrivesse già alla Fagnani   −quasi parlasse di una virtù che l’aveva a rendere interessante   − di essere stato malinconico sia da fanciullo; e in un brano di lettera autobiografica, pubblicata nella Biblioteca Italiana del dicembre 1830, e ripubblicata dal Carrer, il Foscolo narra di aver avuto una fanciullezza molto simile a quella ipocondriaca dell’Alfieri: « Nella mia fanciullezza fui tardo, caparbio, infermo spesso per malinconia e talvolta feroce ed insano per ira... ». « Mesto i più giorni e solo » si rappresentava in un sonetto…

La quale intima voluttà di pianto e di isolamento va nel Foscolo di pari passo con un senso profondo di stanchezza, che gli fece dire assai volte d’esser vecchio, anche quando era giovanissimo. Il fratello Giulio, da Lodi, era venuto a invitarlo ad una festa da ballo. « Ma io ero vecchio   − scrive Ugo alla famiglia   − sia anco da ragazzo: immaginatevi ora che sono quasi canuto (aveva 37 anni) e il freddo m’invecchia assai più. Ringiovanirò a primavera ». E all’Isabella Teotochi Albrizzi:  «Con tutti i miei ventiquattr’anni, il mio cuore è divenuto come un vecchio, che non loda e non desidera che il passato ». E al Trechi, nel 1813, scrive di sentirsi posseduto dalla fredda e antipatica sapienza dei vecchi: « La gioventù ha sola i mezzi di contrarre l’amicizie. Il disinganno, la diffidenza, il disprezzo, il fastidio e tutti i guai, che vengono addosso ad un uomo, che ha troppo vissuto tra gli uomini, ci levano tutta la colla cordiale, per cui l’uno s’attacca fortemente all’altro ». E chi aveva troppo vissuto era il Foscolo, naturalmente. « Sigismondo, siamo vecchi, pur troppo! » si lamenta un’altra volta. E si lagna con lui di patire di certi incomodi propri dei vecchi. E tra i vecchi sono alcuni degli amici del Foscolo: il Bettinelli, che egli mostra di tanto stimare, dovette per il Foscolo avere principalmente il merito di essere vecchissimo. Amicissimo egli fu del vecchio venerando Giovio. Il vecchio è figurazione simpatica nella sua opera poetica: il Panni, Omero, Calcante. A Firenze passava di molte ore in compagnia di vecchi. Di là scriveva al Trecchi, il 12: «Frequento una botteguccia d’un vecchio venditore di stampe, dove trovo chiacchiere con tre o quattro vecchioni da me conosciuti nella mia adolescenza, e che m’accarezzano come loro figliolo »...

Ma spesso il Foscolo vagheggia la assoluta soppressione del proprio Io, il suicidio, di cui la rinunzia alla lotta e la stanchezza morale e l’indifferente inerzia sono più ancora le forme attenuate, che i segni precursori giacché nei pessimismo è implicito o nello stato larvato, o nello stato manifesto il suicidio. Forse nella famiglia del Foscolo la triste inclinazione dominava; se è vero   −benché il Carrer e Giulio Foscolo lo neghino   − che il fratello Giovanni si soppresse spontaneo. Ma fu notato che i suicidi abbondano in tempi di rivoluzione: quando non tutti sanno adattarsi ai nuovi e violenti assetti sociali: e il suicidio allora è determinato da uno strano e profondo senso quasi di nostalgia del passato. Come forse fu nello scrittore dell’Ortis. Che propositi di suicidio manifestò principalmente nell’aderenza della sua passione per la Fagnani. L’eterno connubio di Amore e Morte si sente anche qui. Il Foscolo si propone di uccidersi, quando sarà orfano: il che fermava anche in sonetto:

  E se pur sorge di morir consiglio,
  A mia fiera ragion chiudon le porte
  Furor di gloria e carità di figlio.

E alla notizia della morte del fratello, il primo desiderio di Ugo è anche quello di morire, come nel sonetto stupendo sul medesimo argomento: «Mio fratello è morto: le sue fiere vicende, la sua anima generosa, un dolore profondo lo stancarono della vita... ». E della madre: «Temo che fra pochi
giorni non le resterà di tre figli, che questo giovinetto infelice (Giulio), che piange con me la nostra sciagurata famiglia ». E un’altra volta: « Io sento quella stessa stanchezza che consumò il mio povero fratello ». E propositi di morte volontaria tralucono oscuri anche nelle lettere al Trechi; e questa volta, il tristo disegno pare determinato da una stanchezza cupa e indolente, che logora se medesima: e se ne distolse, quando, dopo Lipsia, le dubbie sorti d’Italia vollero di nuovo tutta l’attività del Foscolo. Scriveva il ‘12 al Trechi: « Se non perdessi il tempo scrivendo e leggendo, non saprei più a che rimanere sulla terra, se non se a risparmiare il lutto di chi sarebbe inconsolabile sul mio sepolcro; e sarebbe mia madre sola ». E il ‘13 « E son parecchi anni ch’io di tratto in tratto resto col corpo, dove per occasione mi trovo; ma vado col pensiero e col cuore e con tutte le facoltà attive dell’anima vado.., non te lo posso dire per ora, né forse mai...». E nel medesimo anno:
«... Mi bolle da più di nel cervello una solenne pazzia   − e il peggio si è ch’io voglio  né vorrò dirla mai ad anima nata: ne parlerò un giorno coi morti ». Ma in Inghilterra, quando le cure della vita non lasciarono al Foscolo più il tempo di esaminare troppo a lungo se stesso, in Inghilterra, il pensiero del suicidio non pare abbia più turbato il Foscolo: che più d’una volta, com’è e noto, quivi mostrò pentimento d’aver scritto il celebre romanzo.

Ravvedimento che si spiega, pensando che il pessimismo foscoliano è più un abito di sentimento che di ragione, e nulla è meno costante del sentimento; motivo anche per cui non frequenti occorrono nel nostro scrittore affermazioni pessimistiche, che siano qualche cosa di più profondo che non i luoghi comuni della filosofia del dolore. Per lui è fatale il dolore dei mortali. L’ha ritratto nella Cassandra dei Sepolcri, come insegna al Guillon, nella Cassandra, che si rassegna alla fatale e inevitabile infelicità dei mortali, che la compiange negli altri,  perché sente tutto il dolore della sua propria, e che, prevedendola perpetua sulla terra, la assegna per termine alla fama del più nobile e del men fortunato di tutti gli eroi ». Più d’una volta affermò l’uomo essere nato più al dolore che al piacere. Al giovine che ama, tutto apparisce, come ai pessimisti, sostanzialmente vano. Onde scrive alla Fagnant: « Tutto è follia.., e quando anche il soave sogno dei nostri amori terminerà, credimi, io calerò il sipario. La gloria, il sapere, l’amicizia, le ricchezze, tutti fantasmi, che hanno recitato fino ad ora nella mia commedia, non fanno più per me. Io calerò il sipario, e lascerò che gli uomini si affannino per fuggire i dolori di un’esistenza, che non sanno troncare ». L’infelicità è inerente alla natura umana. Anche l’uomo apparentemente felice è in realtà un misero.. « Quando la malinconia si impadronisce di me   − scriveva ancora alla Fagnani   − io m’immagino tutto quello che potrebbe rendermi beato, e ch’è il voto di tutti i mortali...; mi figuro di possederlo; e sento ch’io sarei egualmente e perpetuamente infelice ». Trista sempre e inamena la realtà presente: sol nel passato è il bello: Gl’infelici mortali sono sempre condannati a desiderare il tempo passato, di cui ci circondiamo i piaceri, avendone obliati i dolori ». Ma talvolta il pessimismo foscoliano è meno generico. Diventa parte integrante della sua concezione politica sociale, come s’è veduto. Meditando sugli scritti di Plutarco, gli è risultato « non esistere assolutamente  né virtù,  né vizii, e tutti essere nomi vuoti; coi quali la umana razza, a norma dell’utile o del danno, adonesta o deturpa le azioni e gli avvenimenti, che tutti hanno principio soltanto dalla forza... ». E batte anch’egli, come il Leopardi, come lo Schopenhauer, contro quell’egocentrismo, nel quale è come il nucleo o la sintesi di ogni filosofia ottimistica. Già alla Fagnani scriveva, con una ironia che ricorda il Bayle: « Che bella cosa è la Natura !... Annega in pochi minuti gli uomini, ch’ella ha preteso di beneficare per tanti anni ! ». E contro la petulante albagia degli uomini protestava l’asino sapiente della Hypercalypsis: « Homo nihil habet jumento amplius. Unus interitus est hominis et jumentorum, et aequa utriusque conditio. Quis novit si spiritus filiorum Adam ascendat sursum, et si spiritus jumentorum descendat deorsum...? ». La parola rende forse migliori gli uomini dei bruti? No: risponde l’asino. La parola insegna all’uomo il sofisma, che copre e giustifica le sue menzogne: o gli fa perdere il tempo in questioni vane. Onde gli uomini avrebbero a dire nel loro cuore: «Ignorantia potior est stultitia; asinus novit nos ». E altrove mostra di conoscere quella che io credo sia la fonte più cospicua, se non più antica, dello scetticismo intorno alla concezione antropocentrica: il lunghissimo capitolo XII del libro II del Montaigne: sul quale capitolo corre anche tanta parte del pensiero leopardiano. E col poeta della Ginestra, il Foscolo ha comune ancora un altro pensiero: che dall’universalità, dalla necessità del dolore, si sviluppa tra gli uomini un senso di non mendace fratellanza. « Di’, non sei tu uomo? » scrive nel Gazzettino del bel mondo, il meno pessimistico, per verità, degli scritti foscoliani, composto nei primi anni della sua residenza a Londra, quando il Foscolo pareva finalmente essersi messo d’accordo con la vita. « Di’ non sei tu uomo? Non ti senti tu misero? Sarai più misero, se persisterai ad effettuare sistemi, contro del quali le tue viscere esclameranno... L’odio è la catena più grave insieme e più abbietta, con la quale l’uomo possa legarsi all’uomo,  perché le sue anella sono intrecciate dalla collera e dal timore»  . Qui siamo ben lontani dalla rigida e crudele concezione hobbesiana, come e da essa e dal sensismo e dalla visione meccanica del mondo si allontana il Foscolo, nel culto costante che professa a due virtù profonde e delicate, e che sole valgono a correggere gli istinti violenti e belluini della razza: la compassione e il pudore.

Giacché il cuore mormora al poeta   − e il poeta è fortunatamente sempre più forte nel Foscolo, che non il filosofo   − che la vita così sostanzialmente misera ha pure in sé una qualche fonte di consolazione,  né essa sarebbe possibile, e gli uomini   − nonostante tutti i freni della politica   − si distruggerebbero l’un l’altro, quando, dalla coscienza della loro infelicità, non nascesse in essi la virtù della compassione, e quando il rovinoso impeto del loro affetto non fosse temperato da un sia pure inconsapevole senso di misura e di conservazione, che è il pudore. Le Grazie saranno in gran parte l’espressione poetica di tali concetti, e diventeranno la correzione dell’Ortis, che è la sintesi del pessimismo giovanile e sentimentale dell’autore. Ma su quelle due virtù, così umane, torna frequente anche in tutte le sue prose. Spesso appariscono accoppiate. « Due forze » conchiudeva il Foscolo il suo discorso sui limiti della giustizia   − quasi a correzione delle amarissime verità, ch’era venuto esponendo   − « due forze... compensano tutte le tendenze guerriere ed usurpatrici dell’uomo: la compassione e il pudore, forze educate dalla società ed alimentate dalla gratitudine e dalla stima reciproca ». E negli Atti dell’Accademia dei Pitagorici, è detto che gli egoisti « rompono tutti i patti fondati prima dalla difesa e poi santificati dalla pietà e dal pudore tra gli uomini». E Didimo Chierico ammetteva che la vergogna e la misericordia, sole, possono fare men tristi i delitti e più equa la verità e la giustizia ». E « usava per lo più nei crocchi delle donne però ch’ei le reputava più liberamente dotate dalla natura di compassione e di pudore: due forze pacifiche, le quali.., temprano sole tutte le forze guerriere del genere umano »...
Del pudore ebbe il Foscolo grandissimo rispetto in arte e in teoria. Ne sentì il fascino e la poesia. La bellezza gli parve manchevole senza il pudore. Della Matildina scriveva al Trechi: « Mi accorsi che la sua maggiore bellezza consisteva in un soave pudore, che le si diffonde (come una delle impercettibili velature pittoriche di Andrea del Sarto) sovra il volto ». Forse perciò preferiva alle donne forti, le donne soavi. E per quanto ammiratore della contessa di Albany, scriveva al Trechi che « alfiereggia; ed io amo invece che le donne, belle o brutte, povere o ricche, nobili o ignobili, giovani o vecchie, petrarcheggino tutte; e ciò si può fare da che ha un cuore gentile, anche senza avere letto un unico verso ». E altrove insegnava che « la donna ha per dote sua propria la bellezza; e questa è fatta perfetta dall’amore, dalla verecondia e dalla pietà ». Sentì la forza purificatrice della bellezza. « La natura ha creato noi tutto all’amore ed all’incanto della beltà femminile, e ci permette mille gioie, anche solo nel vagheggiarla ». Ed eloquentemente dipingeva il fascino delle bellezze vereconde, che lo avevano consolato in Italia e più in Inghilterra. « Io... mi terrei colpevole di modestia rustica e sarei sconoscente, se non ringraziassi la Natura, che abbelliva di tanta avvenenza le donne inglesi, e non ammirassi la loro educazione, che fa germogliare nel loro ingegno la ingenuità delle Grazie e nel loro cuore i sentimenti soavi, che raddolciscono tutte le feroci inclinazioni dell’uomo. Ed io credo di avere quasi compiuto in Inghilterra la galleria, di quadri femminili; di ritratti spiranti e viventi, non dipinti da mano mortale,  né soggetti a vicende di fortuna e di tempo; bensì fissi, disposti nella mia memoria come in un amabile santuario. E spesso io richiamo dinanzi all’anima mia le amabili imagini delle persone da me conosciute, e parlo con esse nella mia solitudine, e per esse mi consolo delle noje e dei guai della vita, e m’inspirano come una soavità di visioni e mi rinfrescano il cuore; ed amo in quelle imagini e adoro il divino spettacolo della Bellezza, e mi sento come inondato da una secreta armonia ». E « certo la Bellezza   − ed è questo concetto l’anima delle Grazie   − è una specie d’armonia visibile, che penetra soavissima nei cuori umani. Se non è abbellita dal lume della virtù, allora, pur troppo, non è che terrena; ma una bella giovine animata da un cuore virtuoso è un individuo fra il mortale e il celeste, e chi la contempla può alienarsi dai sensi ed eccitarsi ad azioni generose, e salire con lo spirito fino al creatore di ogni Bellezza ». La bellezza è il sorriso della bontà...

In realtà le più soavi parti del pensiero filosofico del Foscolo sono frutto di un’intima bontà quasi femminea, che troppo spesso si copri del manto di un altezzoso stoicismo alfieriano. Quando l’anima del Foscolo si scopre sincera, si rivela ricca delle più umane, e, sia pure, più umili virtù. La tenerezza del suo animo filiale è nota, e solo è pareggiata da quella del Mazzini. Quando ebbe notizia della morte della madre, anch’egli quasi morì di dolore. Per la sorella ha squisitezze materne. Rammento la lettera commoventissima, colla quale manda in dono a lei e alla madre un anello. Della famiglia, questo perpetuo errante sente tutta la poesia. Gli par troppo amaro di passare il giorno di Natale lontano da essa. E negli ultimi anni, pensava a una pace domestica, che non avrebbe goduto mai, con un misto desolato di rimpianto e di desiderio. Se ha paura della miseria, sente pure di quante intime dolcezze può esser madre una non inonesta povertà. Ha sete di far del bene: è pronto a soccorrere poveri, a difendere oppressi o vittime d’ogni maniera: siano un padre di famiglia, sia un sergente, sia un povero critico come il De Coureil, contro cui troppo infierì la splendida bile del Monti. Piange amaramente al partir di un povero servo, che gli è stato fedele per molti anni. Anche desidera che le nobili e ricche donne da lui amate, la Fagnani, la Giovio, diventino misere, povere, per poter offrire loro liberamente le sue lacrime, più dolci anche dell’amore. Che fosse compassionevole verso i miseri, lo attesta il fratello Giulio. « Pietoso » è la prima virtù che l’Isabella Teotochi rivela nel Foscolo, nel ritratto, che ci lasciò di lui. Ben egli poteva scrivere alla Fagnani: « Io non son fatto  né per la crudeltà,  né per la vendetta. Le mie opinioni sono figlie dell’esperienza, ma sono... assai diverse dal mio cuore, che è figlio della Natura. Oserei dirlo a Dio stesso. Nessuno ha mai pianto per me... ». E quel suo cuore era tutt’uno colle voci più intime o più elevate della coscienza morale: « M’acquieto   − scriveva alla Teotochi nel 1809   − su la sentenza di un tribunale, che da gran tempo mi siede nel santuario dell’anima ». E la coscienza lo rimorse alcuna volta di vestire una divisa, che non era quella del soldato d’Italia; gli rese abominevole « il sanguineo manto»  di Marte. A lui che abbiamo veduto pensare che la giustizia sia la sanzione della forza, la coscienza insegnava che la giustizia è nulla senza l’equità. A lui che pensava che la virtù è una forma di larvato egoismo, la coscienza imponeva di guardare alla virtù con altro occhio che di scettico: contraddizione magnanima, nella quale cadde anche il Leopardi.

Eugenio Donadoni.

(da Ugo Foscolo pensatore, critico, poeta, 3^ ediz., Firenze, Sandron, 1964,
pp. 110 −118; 121 −122).



Parabola della personalità foscoliana di Francesco De Sanctis -

Ritratto del Foscolo di  Eugenio Donadoni

La Poesia dei grandi sonetti
si Mario Fubini

Motivi e unità nei Sepolcri di Attilio Momigliano

Le Grazie di Raffaello Ramat




CUgo Foscolo in questo sito
Le « Grazie »

L’intenzione didascalica degli Inni è richiamare gli animi gentili al culto di beltà ingegno virtù, attraverso la favola che inventa quel valori donati da Giove ai mortali per tramite delle Grazie; quindi, valori eterni, testimonianti d’una incorruttibile nobiltà umana. Il punto di partenza è perciò una fede positiva, che si direbbe rampollata dallo stesso ceppo dei Sepolcri, ma senza la faticata gestazione che abbiam veduto in quel Carme. Se ne dovrebbe dedurre un’affermata serenità, un sentimento di sicurezza incrollabile, un ottimismo insomma, costruente su salde basi un mondo illuminato, sia pure d’una luce visibile ai pochi, di religiosità che conforta alla vita mostrando che in essa v’è una realtà indistruttibile, che la sua essenza non è il vano dolore ma l’armonia, e quindi un’alta gioia fattiva a cui possiamo, anzi dobbiamo rivolgerci a ritemprarci quando il mondo sembra travolto dalla disarmonia del male. Questa luce è data dal casto amore, dalle arti,
dalla pietà patria, dagli affetti familiari, dalle scienze sposate alle Grazie, dalla giovinezza ingenua, dalla ospitalità discreta; insomma da quegli affetti gentili che nei Sepolcri abbiamo veduto cantati come fondamento al vivere umano ed alla patria.
La struttura degli Inni è fedelmente condotta su questo schema, e seppure i vari episodi non son tutti collegati, né è facile dire in qual luogo il Foscolo li avrebbe definitivamente situati, ed altri mancano perché mai egli li scrisse, e solo da qualche appunto ci è rimasta la sua intenzione, tuttavia in questo senso il poema sarebbe compiuto, sarebbe facilmente definibile nel suo lineare sviluppo.
Eppure in ogni lettore – e ne dà colpa di solito alle lacune, alle ripetizioni, alle incertezze di collocazione ecc. – nasce alla prima un senso di incompiutezza, di discordia, di contrasti tonali. L’impressione è giusta: ma l’origine va, credo, ricercata in un’opposizione perenne fra allegoria e simbolo, fra architettura esteriore e ritmo interiore, fra dinamismo e contemplazione, fra mito e storia presente, fra le Grazie come conforto alla vita e le Grazie come rifugio della vita.
Fin dai primi otto versi dell’Inno a Venere i due caratteri sono evidenti; ed uno è intenzione, l’altro è sentimento di linguaggio, uno dice e l’altro canta, uno risponde ad una figurazione volontaristica di sé, l’altro obbedisce al comando estetico della nuova visione di sé come bello:

Cantando, o Grazie, degli eterei pregi
di che il cielo v’adorna, e della gioia
che vereconde voi date alla terra,
belle vergini! a voi chieggo l’arcana
armoniosa melodia pittrice
della vostra beltà, si che all’Italia
afflitta di regali ire straniere
voli improvviso a rallegrarla il canto.

Il compito assegnato al carme di consolare l’Italia afflitta rientra nello schema allegorico, e i versi ne risentono la durezza volontaristica, pur sotto la egregia ma visibilissima abilità costruttiva che regola e varia con eloquenza gli accenti e le pause, e la peregrinità delle immagini  ( afflitta ... voli improvviso a rallegrarla...). Ma a questo compito non tendeva la melodia che canta o Grazie, degli eterei pregi – di che il cielo v’adorna e della gioia che vereconde voi date alla terra, – belle vergini!; ché se in questi versi permane l’eco del motivo cantato nei Sepolcri, della comunione fra cielo e terra, vi risuona un allontanamento deluso, la ricerca di un rifugio delle passioni, piuttosto che il loro inveramento nella santità storica delle Muse armonizzatrici.
C’è ansia verso la gioia ma sentita con anima esule; onde la serenità par venata di stanchezza, la pacatezza ritmica tende a eludere ogni acrità nel sogno. La poesia non è più alfieriana azione o vendetta eroica, non si lancia in mezzo alle passioni, ma le schiva, le blandisce, con una morbidezza in cui risuona un’immedicabile malinconia: si che nell’atto stesso di cantar la presenza delle Grazie in terra, sospira per l’irraggiungibile loro beltà, o, consapevole dell’illusione, per la gioia ch’esse danno. (Naturalmente questo dualismo tonale appare dopo aver meditato su tutte le Grazie, quando, come avviene del resto nel giudizio d’ogni poesia, ogni parte si alimenta del tutto
e ogni particolare si interpreta nella visione generale).
Questa è la nota fondamentale della nuova favola poetica foscoliana; e ne risente anche qualche elemento strutturale. Qui, per esempio, l’Italia, lontana dalla sacra forma di Patria che era dei Sepolcri; né vi è accenno alla sua resurrezione; e se qualcosa, altrove, si spera di lei, è solo un rinnovamento delle arti, sì ch’ella possa diventar l’asilo delle illusioni, il rifugio degli esuli delusi. E non è rifugio il bel paese di Bellosguardo? Quei versi anzi sono i primi per cui si addensi un’atmosfera poetica vibrante dei motivi ora detti: qualcosa di segreto, più, di geloso, che celi nel suo simbolo una estenuazione dell’animo. La voce è tenuta su un registro basso, monotono, che insiste su una castità di rinuncia la quale smorza ogni impeto (aerei poggi; quete ombre; l’ara innalza; vieni; o Canova, e agl’inni) che vorrebbe salire di tono; e l’invito è mormorato come un mistero esoterico:

Nella convalle fra gli aerei poggi
di Bellosguardo, ov’io cinta d’un fonte
limpido fra le quete ombre di mille
giovinetti cipressi alle tre Dive
l’ara innalzo, e un fatidico laureto
in cui men verde serpeggia la vite
la protegge di tempio, al vago rito
vieni, o Canon, e agl’inni.

Ma tutta la voluta lenta del periodo musicale evoca insieme serenità e malinconia, desiderio di allontanarsi in una contemplazione che serri l’adito ad ogni voce, ad ogni forma che ridesti il senso della vita qual è. Questo paese è un sogno in cui trema la coscienza ch’esso non è che un sogno, e può presto svanire. La nuova vibrazione del linguaggio foscoliano inventa così questa visione in cui esso può incarnarsi: non v’è solennità religiosa, né mito calato con la freschezza dell’eterna gioventù in un paesaggio; questo è il paese impossibile e non la trasfigurazione mitologica di un paese reale: è già l’Atlantide e già vi biancheggia il velo fuggente fra i mirti.

RAFFAELLO RAMAT.

(da Itinerario ritmico foscoliano, Città di Castello, Macrì, 1946, pp.125-28).

Foscolo Il giallo del capolavoro plagiato e ripudiato
 
Indagini: Chi era Angelo Sassoli Correttore delle «Ultime Lettere di Jacopo Ortis»
di Paolo  Di Stefano

E' un giallo vero e proprio quello che riguarda la vicenda editoriale di uno dei libri più noti della letteratura italiana, le Ultime lettere di Jacopo Ortis. Un giallo tra politica e censura, su cui gli studiosi si sono arrovellati per oltre due secoli come inquieti detective e il cui complicato intreccio trova finalmente una soluzione. Il Maigret della filologia che ha intrapreso ex novo la complessa indagine andando a scovare nuove testimonianze, prove e indizi, si chiama Maria Antonietta Terzoli, è ordinario di Letteratura italiana all' Università di Basilea, si è occupata in passato di Foscolo ma anche di Leopardi, Ungaretti e Gadda, e consegna ora la sua avvincente ricostruzione a un libro che sta per uscire presso l' editore Salerno e che porta un titolo già in sé molto significativo: Le prime lettere di Jacopo Ortis (pagg. 233, 15 euro). Ecco gli elementi da cui si parte. Nell' estate 1798, il giovane poeta Ugo Foscolo si trova a Bologna e vi rimarrà almeno fino al febbraio dell' anno seguente. In novembre è impiegato come aiutante nella Cancelleria del tribunale cittadino. E' un ventenne nutrito di idee libertarie e democratiche, commentatore politico di fogli rivoluzionari cisalpini. Durante il suo soggiorno bolognese affida al tipografo Jacopo Marsigli un romanzo intitolato Ultime lettere di Jacopo Ortis, ma nei primi mesi del ' 99 deve abbandonare la città per seguire l' esercito rivoluzionario, lasciando interrotta la stampa del suo libro fino alla lettera XLV. L' editore Marsigli, non volendo perdere i fogli già tirati, si rivolge a un giurista e letterato di nome Angelo Sassoli perché completi l' opera. L' identità di Sassoli era finora rimasta avvolta nel mistero; alcuni dissero che in realtà non è mai esistito e che si trattava di uno pseudonimo dietro cui si nascondeva lo stesso Foscolo o un tal Pietro Brighenti, informatore della polizia austriaca, che aveva dichiarato spontaneamente di essere il «raffazzonatore e continuatore» del libro. Maria Antonietta Terzoli ricostruisce invece il personaggio storico Sassoli. Un tipo strano. L' indagine parte da qui. Sassoli partecipa, nel ' 94, a una fallita congiura contro il governo pontificio, di cui fanno le spese il suo amico bolognese Luigi Zamboni, ispiratore dell' insurrezione finito suicida in carcere, e il giovane piemontese Giovanbattista De Rolandis, impiccato nell' aprile 1796 sulla Montagnola di Bologna. Le carte del processo, terminato due mesi prima dell' ingresso delle truppe napoleoniche in città, rivelano che all' individuazione dei congiurati da parte delle autorità giudiziarie parteciparono attivamente due rivoluzionari pentiti che erano stati tra le menti della rivolta: Antonio Succi e lo stesso Sassoli, il quale dopo una lunga detenzione scampò al supplizio grazie al suo delatorio voltafaccia. Legista con velleità letterarie, considerato dagli amici «uomo piuttosto di talento», autore di operette in versi e in prosa politicamente «sospette» e perciò fatte sparire o consegnate alle fiamme, Sassoli occupava il grado di censore, cioè di revisore e correttore di testi altrui, per l' Accademia degli Audaci Filostorici. Aveva insomma il compito istituzionale di intervenire su pagine non proprie, per lo più composizioni da leggere in pubblico, e di modificarle secondo le necessità. Era quella di plagiario l' attività in cui il vile Sassoli dava il meglio di sé. Il tipografo Marsigli lo sapeva e per questo volle avvalersi del suo mestiere per la revisione di un romanzo amoroso e politico, con evidenti sbilanciamenti rivoluzionari, la cui stampa era rimasta a metà e che visti i rivolgimenti di quegli anni avrebbe richiesto un lavoro censorio di cesello. Insomma, l' uomo giusto al momento giusto, capace con pochi interventi di capovolgere il senso di una frase. La collaborazione tra Marsigli e Sassoli sarebbe stata esplosiva. Intorno al 30 giugno 1799, quando arrivano a Bologna gli Austro-Ungarici, se ne vedono i primi frutti. Essendo già pronto l' Ortis, rigorosamente anonimo, rivisto dal Sassoli, l' editore corre goffamente ai ripari aggiungendo due paginette di Annotazioni volte a minimizzare gli eccessi libertari e anticlericali del testo. Ma la censura lo respinge. In agosto è dunque già pronta un' altra edizione, in due tomi, più adatta ai gusti del nuovo governo, con tagli, ricuciture e aggiunte di note che virano l' opera in senso antirivoluzionario. Intanto, il titolo cambia in Vera storia di due amanti infelici ovvero Ultime lettere di Jacopo Ortis. Questa volta la censura non ha motivi per porre veti alla sua divulgazione, che però non ottiene la fortuna di pubblico sperata dal Marsigli. Alla fine di giugno 1800, gli austriaci lasciano la città e dopo la battaglia di Marengo tornano i francesi. Bisogna correre nuovamente ad aggiustare il tiro. Dunque, pur lasciando intatto il titolo dell' edizione precedente, si provvede come si può a ristabilire la redazione del testo rivoluzionario cassato. Un' odissea. Ma questa volta con pieno successo di mercato. E Foscolo? E' a Firenze, alla fine del 1800, quando gli capitano tra le mani i due piccoli tomi anonimi, che recano in copertina un suo ritratto. Parte una furiosa diffida contro quella che chiamerà una «misera rapsodia romanzesca» e un «centone di follie romanzesche, di frasi sdolcinate e di annotazioni vigliacche»: «Io dichiaro solennemente queste edizioni apocrife tutte, e adulterate dalla viltà e dalla fame». In effetti, Foscolo non può riconoscersi in un' opera che le tribolate vicende editoriali hanno stravolto e in cui il Sassoli compare addirittura come personaggio. Ma a questo punto si innesta il colpo di scena estratto dal sapiente cappello filologico, critico e stilistico della Terzoli. E' vero che la Vera storia è lontana dal testo voluto dal legittimo padre dell' Ortis, ma in quel suo rifiuto, al di là delle sacrosante ragioni di «diritto d' autore», c' è qualcosa di sospetto, specie se lo si analizza alla luce di altri analoghi rifiuti pronunciati dallo stesso Foscolo. La parola «rifiuto» è un tormentone che percorre, sistematicamente e con singolare ostentazione, tutta la carriera del poeta quando questi vuole prendere le distanze da un' opera che ritiene superata. Così, per esempio, nella raccolta di Poesie pubblicata nel 1803 dichiara di «rifiutare (...) tutte le altre fino ad oggi stampate (...); cose tutte e troppo giovenili, e non sempre pubblicate di consentimento dell' Autore». Sono specialmente ragioni stilistiche che lo inducono a ripudiare le sue «vecchie cose». Che sia accaduto più o meno lo stesso per l' Ortis bolognese, la cui seconda parte viene ritenuta comunemente opera originale del Sassoli? Nella sua oculata indagine, la Terzoli si propone di rispondere a questa domanda. Confrontando lo stile della prima parte (sicuramente foscoliana) con lo stile della seconda (dubbia) e analizzando le costanti strutturali del romanzo nel passaggio dalle edizioni bolognesi a quella, autorizzata dall' autore, uscita a Zurigo nel 1816. Un problema di attribuzione che coinvolge anche questioni di metodo (quel che conta è il processo indiziario, non tanto la dimostrazione di un' ipotesi preesistente) e che porta a conclusioni finora dai più insospettate: in realtà il vile Sassoli provvide sì a limare, a tagliare e aggiungere a piacimento, a spuntare le asperità politiche e ad azzerare la sensualità di certi passi, a dare un colore più religioso al tutto, a introdurre il proprio personaggio quale interlocutore e amico del protagonista sostituendo se stesso al precedente Lorenzo F. (alter ego di Foscolo), ad aggiustare squilibri narrativi evidenti e connessioni poco credibili; ma anche nella seconda parte intervenne su un testo foscoliano preesistente che non poteva piacere neanche al suo legittimo autore. Insomma, il primo Ortis fu portato a termine da Foscolo nella sua integralità e se l' autore lo ripudiò nella diffida del 1803, v' erano anche ragioni stilistiche e narrative attinenti al proprio lavoro. Tali e tante sono infatti le affinità di immagini, di lessico e di motivi tra la prima e la seconda parte (quella psudo-sassoliana), le coincidenze tra quest' ultima e la redazione finale, i riscontri, le somiglianze, gli inequivocabili tic foscoliani, gli stralci di memorie che non potevano essere di altri che dello stesso Foscolo, le anticipazioni di opere più tarde, gli spunti che verranno sviluppati per spostamenti minimi. Una coincidenza valga per tutte: nel 1801-1802 Foscolo si fa ritrarre da Andrea Appiani con uno stiletto in mano nell' atto di incidere una corteccia d' albero. Come fece Jacopo, l' innamorato malinconico, nell' edizione bolognese del romanzo. Che Sassoli, oltre ad essere un plagiario, un bugiardo, un vile e un traditore, avesse anche doti profetiche o un tale potere di suggestione è da escludere.

Paolo Di Stefano
IL Corriere della Sera
18 ottobre 2004

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line