I Sepolcri sono qualche cosa di diverso da quello che noi intendiamo per poesia patriottica: l’onda di passione italiana che agitò l’anima del Foscolo, qui è dominata da una serenità superiore. Quella passione è rimasta, ma è germinata in una sfera universale. Qui Ugo è presente al poeta, ma distante; e qualche cosa di simile si può dire dell’Italia: è presente, ma lontana. Mentre nell’Ortis Ugo e l’Italia erano vicini e circoscritti, e per lo più non c’era che la patria tradita e l’italiano deluso e il romantico fosco e disperato. Qui Ugo e l’Italia sono lo sfondo storico e concreto da cui vien fuori una musica che va dal più remoto passato al più indefinito avvenire; e questo ingrandisce le vicende adombrate di Ugo e dà una solennità ideale alla storia contemporanea.
Perciò il tono dei versi dei Sepolcri è insieme di maestosa eloquenza e di meditazione solinga, di contemplazione e di ammonimento. Perciò, in mezzo al timbro virile, penetra la velatura morbida e malinconica di un pellegrinaggio tra i fantasmi del passato: e tutto il carme ondeggia fra l’impeto generoso e l’abbandono dei sentimenti che si levano dalle solitudini e le animano e le riempiono.
Ritorniamo all’idea iniziale: la scena del carme è il cimitero, il luogo in cui si spengono i rumori del mondo e si innalzano sole e potenti le voci profonde della vita. L’amore, la poesia, la fortezza cantano con fremiti d’arpa in mezzo al cimitero sterminato del Foscolo, dove ogni vanità tace, e solo ciò che della vita è grande sopravvive e parla.
I Sepolcri sono il canto più magnanimo dell’Italia: eppure non hanno veramente una fisionomia epica. Perché sono tutti avvolti nei vapori malinconici del presente, e l’ardore patriottico del Foscolo e l’ammirazione per la bellezza del mondo sono frenati e velati dal senso della caducità e da un anticipato rimpianto delle gioie della terra. Questa « bella d’erbe famiglia e d’animali », le lusinghe del futuro, i conforti della poesia e dell’amore sono rievocati come sulle soglie della morte: e questo fa quelle gioie più seducenti e più tristi. Chi ha avuto un sentimento della vita più affascinante e più malinconico del Foscolo? Ricordiamo l’apertura del carme, che è insieme un inno e un addio alle bellezze della terra; la descrizione dello sguardo di chi muore –« Perché gli occhi dell’uom cercan morendo –Il Sole » —; la lampada che illumina le tombe –« Rapian gli amici una favilla al Sole – A illuminar la sotterranea notte »: sembra un sospiro di nostalgia verso il cielo aperto e luminoso –. Dovunque nel poema avvertite questo dolore del tramonto, la desolazione che prende l’uomo quando pensa che in un avvenire vicino o lontano « gli sarà muta l’armonia del giorno ». Dovunque avvertite come un palpito, un tumulto che finisce, un ribollire appassionato che si arresta nella certezza della fine: ma poi si risolleva e trapassa in una ebbrezza serena; su quell’inquietudine sublime discende una fiducia indeterminata, e la poesia assume la maestà d’una preghiera.
Vaste immagini di vita e di morte s’intrecciano con insistenza e generano il fascino del carme, quel misto di esaltazione e di mestizia che è il soffio del poema. La terra pare insieme  « bella d’erbe famiglia e d’animali » e un campo sparso d’ossa infinite: e il lettore è in preda a questi sentimenti opposti, che nascono in ogni uomo – se non religioso – magnanimo, quando contempla dalle vette del pensiero il corso del nostro destino.
Quattro motivi corrono attraverso i Sepolcri. Quello della bellezza della vita e quello della fatalità della morte, confusi in un’onda triste e affascinante. Quello del flutto delle forme, che ci rapisce dall’umana mestizia alla serenatrice contemplazione delle vicende universali. Quello della magnanimità che vince questa « forza operosa » e incessante: e la sua voce è la poesia che varca i millenni, e perciò in quest’immenso cimitero del Foscolo si respira un’aria d’immortalità.
Questi motivi sono raffigurati e congiunti con una potenza straordinaria. Le immagini della terra, del cielo, delle tombe, dei grandi sono ora ampie ora raccolte: ma dovunque spira un’aura che trasfigura i luoghi e le persone e vi imprime una maestà meditabonda e fa dei Sepolcri lo sviluppo del motivo musicale da cui è nato il grande sonetto Alla sera. Questo sonetto è già
poesia sepolcrale: nelle tenebre dell’universo lo spirito del poeta via via si placa e s’addormenta. Anche qui la passione del Foscolo freme, ma per comporsi in una quiete severa:

                                        Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
      Che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
    Questo reo tempo, e iran con lui le torme
Delle cure, onde meco egli si strugge;
E mentr’io guardo la tua pace, dorme
   Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Che abbandono, che respiro possente di riposo in quel sonno che giunge dopo un così lungo errar di pensieri! E come tutto il sonetto è insieme molle e solenne, come tutto dice l’oblio d’una coscienza in travaglio, lo smorzarsi d’un tumulto grande ma umano nello sconfinato sapore dell’universo.
Questo sonetto, le Ultime lettere di Jacopo Ortis e i Sepolcri segnano i tre momenti fondamentali dello sviluppo artistico dcl Foscolo. I frammenti delle Grazie sono una deviazione e un decadimento. Il sonetto si può commentare con una pagina del romanzo, e ne presuppone tutte le angosce: ma già esse affondano a poco a poco nel respiro pacato che lo invade e lo avvolge. Vi sentite dentro un’onda oscura e silenziosa che trascina con sé le cure degli uomini, e la tranquillità finale della morte.
Il tono è grave, ma ha insieme la dolcezza d’un sovrumano conforto:

Forse perché della fatal quiete
Tu sei l’imago, a me si cara vieni,
O Sera!…

Come nei Sepolcri. Ma il sonetto non è che la voce d’una grande stanchezza, un sospiro di abbandono. Leggendolo, pensate alla Notte di Michelangelo: « Grato m’è il sonno ». Sono due espressioni sovrane della stanchezza umana, dello spirito che riposa – finalmente! – dopo un lungo, febbrile, vano travaglio. Hanno intorno a sé il silenzio e le tenebre: non domandano altro che il sonno.

Il sonno che de’ miseri mortali
È col suo dolce oblio posa e quiete.

I dolori e le passioni del Foscolo sembrano fluire e dileguare nel nulla. I Sepolcri, conservando questa vastità di spazi in cui il protagonista appassionato si trasfigura, animano però il silenzio del nulla e della morte con il canto d’una fede sconsolata e magnanima.
L’orizzonte del sonetto è largo, come quello dei Sepolcri, ma nei Sepolcri le tenebre sono rotte da una luce ferma: una favilla rapita al sole ne illumina la sotterranea notte. Il Foscolo ha vinto la crisi dell’Ortis e ha tratto dalle sue esperienze la fede della nobiltà del nostro tormentoso destino.
L’arte del carme, non è più grande che quella del sonetto: solo ha un ambito più vario e un tono più chiaro. È come il risveglio da quel sonno da quel malinconico riposo. La disperazione suicida dell’Ortis è svanita, il dissolvimento dell’anima affaticata nelle tenebre dell’universo è superato: il poeta si ridesta, e si ritrova con quell’onda di tristezza di un tempo ma con la forza d’una pertinace speranza. Il nuovo s’innesta sull’antico: ne deriva al carme una verità più temperata, un’ebbrezza della vita che si ripercuote in un’eco di rimpianto, una passione istintiva dei doni della terra che svanisce nella coscienza del nulla e risorge in una fede ugualmente istintiva, quella complessità e quella mobilità di sentimenti che ritroviamo in tutti i capolavori dove si rispecchia il volto indefinibile della vita.
Le immagini che esprimono questi sentimenti hanno la compiutezza, la rapidità, i contorni sfumati delle visioni: si succedono l’una all’altra con il ritmo mutevole, facile, morbido dell’onda che tien dietro all’onda. Avete appena veduto un angolo muto di cimitero, che vi si allarga dinanzi lo spettacolo del sole sotto cui la terra vive e germoglia; e subito il verso trapassa alle ore fantastiche del poeta, e la visione colorita della terra formicolante d’erbe e d’animali si attenua nel veli del sogno («E quando vaghe di lusinghe innanzi –A me non danzeran l’ore future »). E di nuovo il pensiero rifluisce verso la fine, e quelle che prima erano tombe solinghe adombrate di cipressi, diventano la vista sconfinata dell’opera incessante della morte e dell’eterne trasformazioni dell’universo. Questo in ventidue endecasillabi, dove la luce e le tenebre, la desolazione della fine, e il fascino della vita si alternano con una potenza e una morbidezza di passaggi e di chiaroscuri che fanno della poesia del Foscolo un motivo inesauribile di meditazione critica.
Il resto del carme mantiene in misura diversa il ritmo grandioso e mutevole di questa breve ed immensa sinfonia della vita e della morte.
Il pensiero, che si stacca continuamente dall’immagine della morte, vi ritorna però senza posa: il viandante che percorre la via Appia guardando ora il cielo ora le tombe che si succedono alle tombe, ha un’impressione simile alla lettura della prima parte dei Sepolcri. Un respiro di riposo, un sentimento di tenerezza, i campi aperti, il mormorio d’una pianta, la luce del sole, la maestà dell’universo, il ricordo del grandi superstiti nella memoria dei nipoti, interrompono più o meno largamente la visione della prima parte del carme, dove il cimitero ritorna in forma di quadro ora romantico ora raccolto ora affettuoso ora sovraccarico di tinte fosche.
Ma nella seconda parte il pensiero si ferma definitivamente sulle tombe: e se anche in questa non cessa quel ricorso musicale di motivi che si nota nella prima, tuttavia qui la fantasia si concentra sul tema della morte a cui sorvolano il ricordo e il canto, e la fede indefinita che mormorava nella prima squilla come un inno grave.
Le imperfezioni del carme non consistono nel difetto d’unità, ma in qualche esagerazione di colorito. Non tutto nei Sepolcri ha una così perfetta fusione di tinte, un così tranquillo splendore, una così sovrana e morbida potenza di linee come l’esordio, il sublime ritratto tragico dell’Alfieri, la figurazione delle muse e di Omero e certi scorci di camposanti. Se al nostro cuore d’italiani l’inno alle tombe di Santa Croce è il passo più caro dei Sepolcri, al nostro gusto di lettori di poesia non può sfuggire che v’è maggior sobrietà di disegno e forza di suggestione e concentrazione di umana tenerezza e di eroica fede nelle Muse che siedon custodi dei sepolcri; se l’immagine dei resti abbandonati del Parini rinnova il nostro affetto per il vecchio venerando e per il giovane che imparò da lui il culto dell’integrità coraggiosa, il nostro gusto di lettori di poesia non può non sentire nei particolari orrendi accumulati su quella « funerea campagna » una forzatura di toni foschi, che ancora dopo le Ultime lettere di Jacopo Ortis rimane il pericolo dell’arte foscoliana. Ancora un po’ di questa debolezza si sente nel quadro delle sepolture medioevali; appena un’ombra ne rimane nel tumulto notturno di Maratona, pieno di fervore fantastico, ma, in confronto della serenità artistica del complesso del carme, un po’ esteriore e un po’ scarso di concentrazione e di significati. Quel contrasto di ombre cupe e di scintille e di ignei vapori, non è propriamente il modo della poesia del Foscolo giunta alla sua perfezione. Qui al fervore della sua fantasia manca ancora quell’estremo senso della misura, che aveva già trovato nel sonetto Alla sera e che è rimasto nelle linee fondamentali del carme.
Ma qui, proprio sul limite di questo famosissimo quadro, ritroviamo quell’armonia serenatrice che nella poesia immortale del Foscolo stende il suo velo sul tumulto dei sentimenti e delle immagini. La scena non è tanto bella per le ombre che la agitano, quanto per l’inno delle Parche che la chiude e le sovrasta e sembra spegnere in un silenzio immortale i gemiti dei moribondi e gli inni dei vincitori.
Avete il senso di una potenza superiore, in cui l’anima agitata si placa, quel senso che è poi lo spirito e la poesia di tutto il carme.

ATTILIO MOMIGLIANO.

(da Introduzione ai poeti, Roma, Tumminelli, 1946, pp. 153–160).














La poesia dei grandi sonetti.

Al di là del proprio chiuso tormento, il poeta ritrova, in questi sonetti, un mondo più vasto che vive di una vita sua propria, la Musa, la Sera, Zacinto, sua madre. Non più l’estasi breve di un innamorato che vagheggia forme animate dal suo desiderio, ma la contemplazione di figure reali che il poeta ama, ma che sarebbero anche se egli non le amasse o se anche non fosse. Risorge la natura, che nell’Ortis e nei sonetti giovanili aveva il solo ufficio di prolungare con indefinita risonanza i fremiti del poeta e con lui strepitava o si chiudeva in un silenzio di morte: ecco l’eterno spettacolo della sera estiva:

E quando ti corteggian liete
Le nubi estive e i zeffiri sereni,

ecco la bella patria lontana, che Omero cantò e che resterà, come ai tempi di Omero, come ai tempi del Foscolo, oggetto di adorazione nel tempo avvenire, quando anche il nome dell’infelice figlio di Zante sarà ignoto alla memoria degli uomini:

                      …onde non tacque
Le tue limpide nubi e le tue fronde
L’incito verso di colui che l’acque
  Cantò fatali...

L’affetto fin qui chiuso nel cuore del poeta si espande e si esprime nella figura della cosa o della persona amata: se l’amore del figlio gli aveva prima ispirato le nude parole e carità di figlio e, e figlio infelice e, ora gli permette d’intuire poeticamente e di ritrarre il dolore di sua madre, diverso dal suo e forse più degno. Così dopo le furie della passione e della rivolta, ritroviamo intorno a noi tante cose e tante persone e crediamo d’intenderne, come mai per l’innanzi, il valore e ad esse ci rivolgiamo con un moto d’affetto rinnovato e più puro: l’animo si sente sollevato sopra se medesimo e in questa contemplazione amorosa di una creatura diversa trova una pace che prima gli era ignota.

E mentre io guardo la tua pace, dorme
Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.

Fuori dei sonetti rimane la vita straziata del Foscolo con le passioni varie e contraddittorie, vita tumultuosa e caotica, che non può avere senso per gli altri uomini e in cui il poeta stesso non riesce a scorgere un senso. Quali siano quelle passioni, quale la natura di quello strazio il poeta non dice: nei sonetti giovanili aveva parlato di amore infelice, del dolore del patriota deluso, aveva persino confessato uno dei suoi vizi più volgari, la passione del gioco; qui ogni accenno ad una causa particolare di dolore è studiosamente evitato. Dopo la confessione priva di ritegni, provocante e non per questo del tutto sincera di Jacopo, questi sonetti spirano un singolare pudore: anche il sonetto più agitato e personale si chiude con una preghiera composta e dignitosa:

Straniere genti, almen l’ossa rendete
Allor al petto della madre mesta.

né il poeta prega per sé, ma per la madre sua. Anche le lagrime e i lamenti sono scomparsi; i tre grandi sonetti più ancora di quello alla Musa, in cui è alcunché di fremiti giovanili (e non udito or t’invoco e, e deve albergar e) e in cui la figura divina rimane appena accennata e lontana, ci presentano una situazione in cui ogni lacrima è superata: molte lacrime lasciano indovinare nel passato, ma il poeta proverebbe vergogna se le lasciasse scorrere, mentre è tutto preso dalla contemplazione di quelle grandi e austere figure. Che è di fronte a quelle figure la vita sua così contraddittoria, affatto priva di risultati?

Un vano esilio, di cui la causa remota può essere politica, ma che è per vero incapacità di vivere una vita completa, una fuga, nella quale nulla può arrestarlo durevolmente e che gli permette soltanto di intravvedere da lungi gli aspetti di bellezza e di pace che il mondo gli offre. Quanto cara al Foscolo l’immagine della fuga, rappresenti se stesso fuggente per il mondo inutilmente per lui grande e puro, o si compiaccia invece di contemplare fuggenti e lontane le belle creature che consolano la vita umana, la Musa, la Speranza, le illusioni! Nella sua vita dispersa appaiono degni di poesia al Foscolo soltanto quei momenti, in cui egli i rivo1ge a quelle più serene figure se ancora la sua vita fuggente ha in sé qualcosa di degno, il poeta sente di doverlo a quelle creature che un giorno gli ispirarono affetti e pensieri più puri e alle quali oggi può ritornare col ricordo o con la meditazione, la sacra terra di Zacinto che lo accolse fanciullo e gli aprìi il cuore al senso del bello e oggi ancora gli scioglie il dolore nel canto, la madre che oggi arresta per un istante la sua fuga con la vista di un dolore meno torbido e sconvolto, la Musa, che un giorno gli si rivelò diffondendo nel suo animo una beatitudine indimenticabile, la Sera, che gli permette di obliare le cause particolari del suo affanno in una visione della vita universa. In questi momenti il poeta può trovare in sé parole, che sono intese da tutti gli uomini: ecco, può dire loro, cosa sono per me quegli ideali che voi adorate, la famiglia, la patria, la poesia, ecco quali sono le mie meditazioni.
Ma, più che mai, in quei momenti di contemplazione tutto il resto della sua vita gli appare effimero e vano, indegno di essere significato altrui. Ogni parola, egli sente, che volesse esprimere quelle angosce in cui si dibatte, riuscirebbe naturalmente enfatica e menzognera: come potrebbe descrivere il proprio stato chi se ne sente fatalmente oppresso e incapace a dominarlo? Ci sta così dinanzi uno stato d’animo tragico, che non può essere né analizzato né descritto: e il dolor che deve albergar meco e, e le secrete cure e che furono tempesta al vivere del fratello Giovanni e lo sono pure per Ugo, e lo spirto guerrier ch’entro mi rugge e, le torme delle cure, che struggono con la vita del poeta la vita di tutta una generazione. Vita del tutto negativa priva di risultati e ormai di speranze, questa del Foscolo può avere soltanto una espressione negativa:

Questo di tanta speme oggi mi resta.
…e intanto fugge
Questo reo tempo, e van con lui le torme
Delle cure onde meco egli si strugge.
…a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

E mai la desolazione di una vita mancata ebbe più sobria e più grandiosa espressione.
Così, nella contemplazione di quelle nobili e care figure, non vien meno, anzi si fa più chiara, la coscienza che il poeta ha di se medesimo: la contemplazione non si scioglie in lamento o in un canto, ma nella constatazione di un tragico destino. Di qui l’accento peculiare della poesia foscoliana che mai si effonde come libero canto, ma congiunge nello stesso verso, nella stessa parola, dramma ed elegia, contemplazione appassionata di quanto è bello, nobile, grande, e dolore segreto: di qui i sottintesi gli improvvisi ritorni a motivi che credevamo esauriti e si celavano invece sotto motivi diversi. Ecco la sera, creatura cara e familiare: ma ecco il « sempre giungi invocata » che contrasta all’iniziale abbandono e ci fa sentire al di là della momentanea calma l’angoscia abituale e l’aspirazione del poeta verso ogni immagine di morte. Ecco, al contrario, il poeta nella sconsolata consapevolezza della propria aridità ma dalle stesse parole di pianto sorge l’immagine della poesia beatrice,

Pur tu copia versavi alma di canto
Su le mie labbra un tempo, aonia Diva,

come del verso che piange un fatale esilio, contro cui il poeta si ribellò un giorno, ma contro cui sa oggi che ogni ribellione è vana, si leva l’immagine di una terra lontana, beata dallo splendore del cielo e dall’adorazione degli uomini:

Né più mai toccherò le sacre sponde...

La poesia foscoliana non si solleva dal dolore alla contemplazione, come la gotica ballatetta di Guido, ad Ugo carissima, che con ritmo lineare solleva l’anima dell’esule infermo fino all’estasi dell’adorazione (Anima, e tu l’adora –Sempre nel suo valore): ma si chiude su se medesima, con classico ritmo, proprio di una contemplazione che sorge dal dolore e in dolore si risolve:

Tu non altro che il canto avrai del figlio
O materna mia terra; a noi prescrisse
Il fato illacrimata sepoltura.

Ogni verso del Foscolo chiude in sé una lirica contenuta dalla coscienza di una tragedia presente; ad ogni verso presentiamo il lamento melodioso del Leopardi, e abbiamo l’impressione che una volontà superiore, un virile proposito, lo contenga mentre già sta per effondersi. Le immagini restano lontane nella loro mirabile vita: il cuore del poeta, per quanto le ami, non può nascondere a se stesso questa invalicabile distanza e rimane diviso tra l’amore per esse e la coscienza del proprio stato. La tragedia resta al centro della poesia, mai vinta e sorpassata all’inizio del componimento, come avviene invece in quasi tutti i canti leopardiani, che si effondono con la intensità di un sentimento unico, nel silenzio di ogni contrasto di passione. Nel Leopardi i vocativi all’inizio o nei punti salienti dei canti congiungono il palpito d’affetto del poeta e la sua immaginazione (Vaghe stelle dell’Orsa... Graziosa luna... Silvia... Cara beltà... Dolcissimo possente...): in quel palpito in quell’immagine si placa il dissidio del poeta e si risolve in un sentimento semplicissimo di amore verso l’oggetto evocato o di tenerezza per il confidente dei suoi pensieri. I vocativi foscoliani al contrario, aonia Diva, o sera, fratel mio, Zacinto mia (che, si noti, non sono mai nel primo verso del sonetto) non chiudono in sé tutto ml motivo del componimento la poesia del Foscolo non si esaurisce in quella evocazione. Il Leopardi sembra cercare sempre intorno a sé qualche creatura di cui sia un’anima simile alla sua (Silvia, il passero solitario, la ginestra), qualche oggetto che egli possa amare e che lo possa intendere: il Foscolo sempre chiaroveggente e virile, schiva queste consolazioni sentimentali e non vuol varcare, nemmeno in poesia, la fatale disgrazia che è fra lui e il mondo da lui descritto.
Nulla può distrarlo od attrarlo: la sua anima non si desta alla poesia per l’inatteso contatto con qualcosa di esterno, che attiri a sé il suo affetto: tutte le sorprese della « vita solitaria », le improvvise consolazioni, gli spettacoli inattesi, i ricordi non chiamati sono esclusi dai suoi versi. Quale povertà di particolari nella poesia foscoliana! Il lettore del Leopardi pensa alle peregrinazioni del suo poeta, al colle di Recanati (quest’ermo colle): alle piante taciturne che si levano intorno al lago, alla torre del borgo, ai particolari della vita recanatese, tutti penetrati dalla meditazione e dagli affetti del poeta. Il « questo » o il « quello» della poesia leopardiana, che ne formano il fascino e ci fanno rivivere nella vita ristretta e infinita del poeta, invano si cercherebbero nel Foscolo. I « zeffiri sereni » e « le lunghe inquiete tenebre », le « candide nubi » e « le fronde » di Zacinto sono immagini che ogni uomo può farsi della sera o di un paesaggio meridionale: non vogliono farsi valere come scoperte individuali, ma per il loro valore universale. La poesia del Foscolo si inizia soltanto quando la sua vita più personale, con le sue immaginazioni frammentarie, con le sue passioni tumultuose si rivela ad uno sguardo più chiaro nel suo significato universale: le immagini perdono il calore della prima impressione e prendono l’aspetto della cosa tipica valevole per tutti gli uomini e, per quanto belle, per quanto care al poeta, non vogliono essere contemplate di per sé, ma nel ritmo che le congiunge, nella riflessione del poeta che sorge dalla passione e in cui trema benché represso, il pianto, il lamento, il canto. La tragedia foscoliana, non nel canto trova la sua catarsi, ma nella riflessione.

Tutta la vita del poeta, tutto l’universo è sollevato sul piano extratemporale della riflessione: il « breve » carme si fa come in nessun altro poeta italiano « amplissimo » e tende a comprendere nell’atmosfera catartica della riflessione la vita del poeta e la vita dell’universo, i suoi palpiti d’affetto e le ragioni dei suoi palpiti. Chi se non colui, che non è riuscito a spegnere in sé le nostalgie arcadiche per una poesia cantabile, vorrà biasimare nei sonetti foscoliani le frequenti congiunzioni e i periodi dai molti incisi che tendono a superare i tradizionali limiti strofici? Possono spiacere nel Leopardi, il poeta che introdusse nella poesia italiana le avventure della vita intima, le congiunzioni e i ragionamenti e non a caso meno felici riescono di lui quei canti che si iniziano con una congiunzione (Poiché divelta nella tracia polve... Poiché dal patrio lido... Perché gli antichi danni... Perché le nostre genti...): nel Foscolo il sentimento non sembra trovare l’espressione poetica finché la ragione non lo abbia penetrato e rivelato nella sua complessa essenza. Il Foscolo pensa al fratello estinto, al giorno in cui potrà piangere sulla tomba di lui, ma l’iniziale abbandono (Un dì...) è subito interrotto dalla riflessione che fa presente al poeta il suo reale stato: – Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo... –: prova la dolcezza della quiete serale e, anziché abbandonarsi a quel senso di pace, riflette sulle ragioni dell’insolita calma: – Forse perché della fatal quiete...
La tragedia foscoliana trova la sua risoluzione in questo moto del pensiero, che la purifica e la rischiara: gli opposti motivi, che si contendono il cuore del poeta, hanno la loro giustificazione nella riflessione che tutti li comprende nel loro intrinseco valore. Fin dal primo verso del sonetto avvertiamo il dramma e la sua purificazione, intravvediamo un passato, torbido di passione, rotto da gridi e da pianti, che si compone nel verso per virtù della riflessione la quale a poco a poco se ne fa signora e fuga ogni zona di oscurità e colloca ogni sentimento del poeta nel posto che loro compete nella vita dell’ universo. La passione del poeta nella sua irruenza inespressa, nei suoi vani conati, rimane al di fuori della poesia, quasi l’ombra da cui emerge quella luce, quasi un oceano tempestoso da cui si sollevi un’isola mirabile. Il poeta ci lascia intravvedere nel suo futuro le stesse passioni che lo hanno straziato nel passato; la riflessione può renderle chiare, non già risanarne le ferite, e guidarle per il tempo avvenire. Tanto più preziosi ci appaiono i sonetti, che vogliono rappresentare un momento solitario, eccezionale di chiarezza in una vita tumultuosa. Tutta l’anima del poeta, tutte le sue facoltà sembrano impegnate in questa lirica chiarificazione.
Da questo fondo oscuro emergono i tre sonetti e ancora pare abbiano nei primi versi alcunché dell’angoscia passata: ma l’immagine di una figura cara ha già compiuto il miracolo di calmare la disordinata passione, di darle se non altro una direzione, e quel breve istante di calma e dì più composta passione permette alla riflessione di iniziare l’opera sua:

Né più mai toccherò le sacre sponde
Ove il mio corpo fanciulletto giacque...

Mario Fubini.
(da Ugo Foscolo. Saggio critico, Firenze, La Nuova Italia, 1931, pp. 159–205).




Motivi e unità dei Sepolcri
di Attilio Momigliano

Elisabeth Louise Vigée-Lebrun (1755-1842)
Ritratto di Isabella Teotochi Albrizzi Marini - The Toledo Museum of Art - OH - USA

La Albrizzi fu amata da Ugo Foscolo e da Ippolito Pindemonte.
Al Foscolo, la Albrizzi dedicò uno dei suoi Ritratti (1806) Vedi anche, un profilo dello scrittore francese Dominique Vivant Denon, anch'egli amato dalla Albrizzi.

Esempio 1
Ugo Foscolo
dal 7 marzo 2004

Il guerriero, l'amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo. Conversazione a tre voci, Carlo Emilio Gadda Ordina da iBS Italia

Nel salotto di donna Clorinda Frinelli si incontrano il professore Manfredo Bodoni Tacchi («voce virile in chiave di baritono, ferma, asseverativa»), l'avvocato Damaso De' Linguagi («voce maschile a strappi acuti, crepitante, sguaiata») e ovviamente la padrona di casa («voce femminile intonata a gentilezza»).
Ugo Foscolo è l'argomento della loro «conversazione a tre voci», combattuta tra accademia e anticonformismo con tutto il furore, il garbo, la ferocia, l'umorismo, il gusto, le invenzioni di Gadda.

Orazione a Bonaparte pel Congresso di Lione , Ugo Foscolo Ordina da iBS Italia

L'opera, scritta dal poeta su invito del governo cisalpino tra il 1801 e il 1802, quando Bonaparte convocò a Lione i notabili di quella repubblica per varare una nuova Costituzione, rappresenta uno straordinario atto di denuncia delle condizioni della Cisalpina, ma anche un lucido documento politico nel quale viene formulata al potentissimo Primo Console la precisa richiesta di libertà e indipendenza per il popolo italiano.

Le ultime lettere di Jacopo Ortis , Ugo Foscolo Ordina da iBS Italia

Romanzo-verità, nel senso che si muove da un dato documentario (il suicidio 'vero' del giovane Ortis) per rielaborarlo fantasticamente a specchio dell'esperienza biografica del giovane Foscolo, fortemente tentato dall'idea del suicidio; romanzo-saggio, nel senso che recupera, nella struttura epistolare, autocitazioni da lettere e opere giovanili e calchi da infinite letture, italiane e straniere; romanzo degli 'affetti', e non dei 'fatti', cioé itinerario labirintico tra due passioni fondamentali, il furor di patria e l'amore, di un prototipo, civile epolitico, di Eroe Impossibile: questo e altro rappresentano le "Ultime lettere di Jacopo Ortis", uno dei libri più 'sperimentali' della letteratura italiana. Con note di Lucio Felici.

Viaggio sentimentale - Trad. di ugo Foscolo, Laurence Sterne Ordina da iBS Italia

Il capolavoro sterniano ha avuto la fortuna di incontrare un traduttore d'eccezione: Ugo Foscolo, intenzionato a mettere alla prova la lingua italiana nel confronto con un testo genialmente stravagante anche nello stile. L'intenso lavoro foscoliano - qui puntualmente illustrato dalle note della curatrice - approda a una versione qualitativamente eccellente e di grande originalità: il ""Viaggio sentimentale"" di Foscolo, insomma, affianca degnamente - con specularità ma anche con autonomia - il ""Sentimental Journey"" di Sterne, e la traduzione di un classico della letteratura inglese divenuta a sua volta un classico della letteratura italiana."


Jacques-Henry Sablet - Elegia Romana o Doppio ritratto nel cimitero protestante di Roma, 1791 Brest Musée des Beaux-Arts
Attilio Momigliano. Atti del Convegno di studi nel Centenario della nascita (Firenze, 10-11 febbraio 1984)
Olschki, 1990

Michele Mari
I Sepolcri illustrati

Michele Mari ha affrontato, con la sua penna a china, due monumenti poetici quali i "Sepolcri" foscoliani e il "Furioso" ariostesco. Reincarnate nelle forme leggere del fumetto, i versi si arricchiscono di un metatesto inusuale.

Parabola della personalità foscoliana di Francesco De Sanctis -

Ritratto del Foscolo di  Eugenio Donadoni

La Poesia dei grandi sonetti
si Mario Fubini

Motivi e unità dei Sepolcri di Attilio Momigliano

Le Grazie di Raffaello Ramat
Ugo Foscolo in questo sito

I Sepolcri

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l'obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l'illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi? Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
fra 'l compianto de' templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d'lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t'appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de' buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov'io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch'or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la citta, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l'immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto.

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
de' domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; né agl'incensi avvolto
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d'effigïati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell'uom cercan morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d'aura de' beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de' suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
cne tronca fe' la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.

Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l'amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l'esempio.

A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l'arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
sotto l'etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all'Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe' lavacri
che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell'aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d'oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l'idïoma
désti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d'un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l'itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l'alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t' invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.

Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all'Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a' patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l'austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
fremono amor di patria. Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a' Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
la virtú greca e l'ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscurità scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d'armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de' venti,
Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l'antenna
oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
certo udisti suonar dell'Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l'armi d'Achille
sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all'Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l'onda incitata dagl'inferni Dei.

E me che i tempi e il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a' peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: - E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de' fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d'Elettra tua resti la fama. -
Cosí orando moriva. E ne gemea
l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da' lor mariti l'imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l'amoroso
apprendeva lamento a' giovinetti.
E dicea sospirando: - Oh se mai d'Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; ché de' Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l'altare.

Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l'ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceano.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.
In morte del fratello Giovanni

Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentili anni caduto.
 
La madre or sol, suo dì tardo traendo,
parla di me col tuo cenere muto:
ma io deluse a voi le palme tendo;
e se da lunge i miei tetti saluto,
 
sento gli avversi Numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, l’ossa mie rendete
allora al petto della madre mesta.

Alla Sera

Forse perché della fatal quiete
tu sei l'immago a me sì cara vieni
o Sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,                 

   e quando dal nevoso aere inquiete
tenebre e lunghe all'universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.                 

   Vagar mi fai co' miei pensieri su l'orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme          

   delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirito guerrier ch'entro mi rugge.        


A Zacinto

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque                

   Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque               

   cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.                

   Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.                    


Non son chi fui, perì di noi gran parte

Non son chi fui; perì di noi gran parte:
questo che avanza è sol languore e pianto.
E secco è il mirto, e son le foglie sparte
del lauro, speme al giovenil mio canto.             

   Perché dal dì ch'empia licenza e Marte
vestivan me del lor sanguineo manto,
cieca è la mente e guasto il core, ed arte
la fame d'oro, arte è in me fatta, e vanto.         

   Che se pur sorge di morir consiglio,
a mia fiera ragion chiudon le porte
furor di gloria, e carità di figlio.               

   Tal di me schiavo, e d'altri, e della sorte,
conosco il meglio ed al peggior mi appiglio,
e so invocare e non darmi la morte.      

Perché taccia

   Perché taccia il rumor di mia catena
di lagrime, di speme, e di amor vivo,
e di silenzio; ché pietà mi affrena
se di lei parlo, o di lei penso e scrivo.           

   Tu sol mi ascolti, o solitario rivo,
ove ogni notte amor seco mi mena,
qui affido il pianto e i miei danni descrivo,
qui tutta verso del dolor la piena.                 

   E narro come i grandi occhi ridenti
arsero d'immortal raggio il mio core,
come la rosea bocca, e i rilucenti                 

   odorati capelli, ed il candore
delle divine membra, e i cari accenti
m'insegnarono alfin pianger d'amore.  


La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line