L'istituzione parlamentare non ha mai suscitato grandi entusiasmi nel nostro Paese. Cosa mai si può concludere in un luogo dove si parla? In un Paese individualista, vitalista, anarchico, dove i numeri delle partite IVA deliziano molto più delle parole scritte (e incartate in quegli involucri sconosciuti ai più che sono i libri), il Parlamento inevitabilmente è stato visto come il luogo dove si disputano insensate logomachie, si celebrano incomprensibili rituali, s'attorcigliano bizantinismi procedurali. Che la democrazia rappresentativa sia questo, una formalizzazione, una ritualizzazione e una miniaturizzazione del grande gioco sociale, agli Italiani è sembrato per lungo tempo una bizzarria anglosassone, come il pudding o il cricket. Che si potessero rappresentare le lotte sociali e la stessa vita nazionale in un luogo ristretto, in una cavea da teatro, con attori deputati disposti a Centro, a Destra e a Sinistra, è sembrato ai nostri connazionali una stranezza di quei francesi ancora irretiti dalla teatralità maestosa e regale del grand siècle lulliano.
Del resto in Italia il costituzionalismo venne benevolmente octroyè, concesso dai, più che strappato ai,  re, e il parlamentarismo si instaurò come una tacita prassi, tant'è che di fronte alle prime crisi (atmosfera morale e politica dalla quale non sembra siamo mai usciti) si urlò presto Torniamo allo Statuto! la carta costituzionale che nello spirito se non nella lettera concepiva esornativamente le Camere. L'Istituzione subì in seguito l'assalto mortale di chi già voleva trasformarla in un bivacco di manipoli e, in seguito, la carica dileggiatrice e devastante del qualunquismo e delle maggioranze silenziose che mostravano in chiaro agli italiani certi loro oscuri e tenaci pensieri sulla politica e i politici.









Istituzione complessa e delicata, che si attaglia forse a popolazioni evolute, induceva Stendhal - quando gli Italiani erano ancora politicamente immaturi e appena al risveglio dal letargo dei secoli bui dal quale venivano scossi dalle armate napoleoniche - a interrogarsi ripetutamente se essi fossero davvero pronti per le Deux Chambres, questa finezza politica. E quando finalmente quei noiosi dei piemontesi estesero all'intero Paese questa loro noiosissima Istituzione, ci fu a partire dal secondo ottocento tutto un levarsi di lamenti e di rivolte ideali e di romanzi - caso raro al mondo il genere del romanzo parlamentare-, contro la mal compresa più che odiata Istituzione.
Molto prima che il messo sabaudo Chevalley venisse rimandato indietro nella fredda Torino dal diniego gattopardesco di partecipare al Parlamento subalpino, Pirandello faceva mormorare al giovane Lando ne I vecchi e i giovani « Lui, a Montecitorio, in quel momento? Meglio affogarsi in una fogna!» e De Roberto, certo uno scrittore intelligente e incompreso, vi ambientò tutto un romanzo a Montecitorio, L'Imperio, dove non mancò di indugiare ironicamente sulle liturgie parlamentari delle interrogazioni "sull'ubicazione d'una fermata di una ferrovia di Sardegna", "sopra uno sciopero di sigaraie di una manifattura di tabacchi del Veneto", "sui danni prodotti da un'alluvione in Calabria", o "sull'applicazione di un comma d'un articolo d'un regolamento".
Di fronte al permanente sospetto della popolazione verso i politici, intesi tout court come parlamentari, dunque politicanti parolai, la classe politica in evidente difficoltà e in cerca di facili consensi, cominciò, a partire dai nostri anni '70, a candidare al Parlamento le più svariate categorie di cittadini di successo, cantanti, attori, calciatori, attricette porno, avvocati di grido e in ultimo industriali e scrittori, i quali salvo qualche eccezione si unirono al coro dei lamenti, non appena scoprirono che in quel luogo si dettavano norme sui lavoratori transfrontalieri o i molluschi lamelliformi. 
Ancora oggi non fa parte del comune sentire che la politica è un ramo specialistico delle prefessioni intellettuali, un'attività dannatamente tecnica, e che forse bisogna farla fare ai politici di prefessione o a chi la elegge come professione, e che si deve pertanto assegnare anche agli odiati politici il riconoscimento sociale che si dimostra verso gli avvocati penalisti, gli psicoanalisti, gli attori, i cantautori, tutti coloro che cioè vivono di parole senza vergognarsi.
Certo, si possono ricordare tutti i vizi della nostra classe politica, quelli storici e quelli recenti: il trasformismo ondivago, il lobbismo opaco, la corruzione sistematica, il clientelismo. Ma a tutti i connazionali che puntano il dito contro di essa nel sogno inconfessato di una politica senza politici - concezione diffusa più di quanto si creda e che attinge al fondo anarcoide del nostro vivere associati - occorre quanto meno ricordare la vecchia osservazione di Salvemini, che cioè "la classe politica è per il dieci per cento peggiore del Paese, per il dieci per cento migliore, per il resto è il Paese".

Alfio Squillaci


Gli Italiani e il Parlamento
Sentimenti e risentimenti verso un'istituzione 
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