POSTFAZIONE  AL 
"DISCORSO SOPRA
IL COSTUME PRESENTE DEGLI ITALIANI"
DI GIACOMO  LEOPARDI



1.Nous autres italiens

Nel tratteggiare il carattere del comune amico Alfonso Longo, così scriveva Alessandro Verri al fratello Pietro, il 30 marzo 1768: "Il fondo non è cattivo, ma v'è dell'inquietudine, della vanità, del falso spirito, della bassezza e perfino è italiano e semi-gesuita. Il senso morale è di pochissima energia in tutti e due i casi ". (1)
(Il fatto che  un lombardo nello scrivere ad un lombardo di un altro lombardo  gli desse dell'italiano, legando l'epiteto, che sicuramente non è elogiativo, al vero e proprio insulto - siamo in epoca illuminista -, di semi-gesuita, ci informa sulla percezione che già si aveva nel '700, tra la nostra intelligencija, della nozione di italiano. Stupisce ancor più che essa   abbia di già acquisito quelle qualità fisse - fiacchezza di senso morale, doppiezza, bassezza  che ci sembravano di più recente tradizione, e  che, pervenute immutabili fino ai giorni nostri,  costituiscono lo schizzo al carboncino di  quella  "maschera" antropologica dell'italiano di cui Alberto Sordi è l'ultimo e sublime interprete).
Nello stesso anno della lettera di Verri usciva in Inghilterra e in inglese a mano di Giuseppe Baretti uno dei primi saggi di osservazione sugli italiani scritto da un italiano: An Account of the manners and customs of Italy  in cui lo scrittore torinese rettificava piccato alcuni giudizi  sugli Italiani del viaggiatore  Samuel Sharp (Letters from Italy) . (2)
Qualche decennio prima Carlo Goldoni  scriveva una commedia "di carattere", La vedova scaltra, in cui metteva in scena  un italiano, un inglese, uno spagnolo e un francese in competizione per la conquista della mano di una bella vedova. Bel copione brillante, ma anche preziosa informazione sulle prime comparazioni  che si venivano facendo  in quell'Europa - già avvezza ai  paralleli antropologici col "buon selvaggio"  e alle prese con marce "turche" e  lettere "persiane", anche sui costumi intraeuropei, ossia sui "caratteri nazionali". Le singolarità di un popolo sono l'oggetto di queste osservazioni come, ai giorni nostri, accade nelle più comuni barzellette dove, data una situazione tipica, vengono chiamati a confrontarsi l'italiano, il francese, l'inglese, il tedesco di turno  e ognuno "risponde" secondo una tipizzazione del carattere, che spesso è un pregiudizio o uno stereotipo, ma che nell'intenzione di chi racconta è un tentativo seppur rudimentale di dirci qualcosa di profondo, di "noumenico", di quei popoli chiamati in scena a recitare il proprio carattere.
Prima dunque che Giacomo Leopardi prendesse la penna per dirci in prosa, brutalmente, come siamo fatti, la percezione del carattere dell'italiano aveva occupato l'ingegno di molti letterati europei  di prim'ordine e tenuto desto lo spirito di osservazione di una fitta schiera di viaggiatori che, tra Sei e Settecento, giungevano nel Bel Paese col proposito di  completare la propria formazione "classica" grazie alla  formidabile esperienza del Grand Tour. Ma se partivano costoro con programmi culturali di sopralluoghi fra capitelli abbattuti e colonne smozzicate del Foro romano,  soprattutto se  ne tornavano in patria, atterriti e soddisfatti, dopo passaggi perigliosi tra lerce  locande ed emozionanti agguati di briganti, con taccuini pieni di massime  antropologiche come quella del Grosley: "L'Italie est le pays où le mot 'furbo' est éloge ".(3)

Partivano dalle loro fredde plaghe con l'occhio esaltato dei bellettristi  e tornavano con il regard éloigné degli antropologi, e l'Italia e gli italiani nei  loro resoconti servivano da  formidabile banco di prova per la nascente antropologia culturale, per la letteratura comparata, per la Kulturkritik. Cercavano la classicità e trovavano  les sauvages de l'Europe, frugavano fra le sembianze degli italiani dell'oggi alla ricerca dei lineamenti, culturali soprattutto, dei loro antenati, le tracce delle prische virtù romane e i segni forti della civiltà Comunale e del Rinascimento, e non trovavano che un impasto di erotismo, crimine e devozione. Intentavano un viaggio nello spazio e ne facevano invece  uno nel tempo: più che andare in giù, nach dem Süden come Goethe,  scivolavano lungo il pendio della storia, compiendo un viaggio nell'arretratezza socio-culturale di un popolo e di un Paese che dopo il Rinascimento aveva visto impaludarsi, come i propri fiumi e i propri porti abbandonati, le correnti di civiltà (che erano poi serpeggiate in tutta Europa), nelle forme immobili e pietrificate del proprio essere. Un popolo notevole per ciò che era stato e che poteva essere ma non per ciò che in effetti era. Che aveva un passato e forse un futuro, ma non un presente. Destinato comunque a  subire  la condanna di sempre  degli italiani, quella pronosticatele molti anni dopo dal Generale de Gaulle, e cioè di passare da "Pays pauvre" a "pauvre Pays"!

Nasceva nel '700 la "maschera" e il mito dell'italiano "primitivo", immobile e sempre uguale a se stesso, dal potente prestigio regressivo tuttavia (che dura tuttora per ogni tedesco che varca il Brennero), l'italiano che si ama e non si stima, "corrotto e felice", in cui le spinte razionalizzatrici  e gli oneri e i divieti del processo coattivo di civilizzazione, s'infrangono davanti alla resistenza di quest'uomo "naturale" par excellence, refrattario ad ogni norma, anarchico più che libero, vitale oltre che sanguigno e sanguinario, in preda ad un permanente laissez-faire morale, giuridico, comportamentale. L'italiano e l'Italia insomma visti come contrappunto del Nord e della Civiltà (da dove tutti i viaggiatori partivano, o fuggivano?), un luogo anche mentale  dove non si può soffrire il  freudiano "disagio della civiltà" proprio perché privo, allo stato, di civiltà, e  dove dunque si può trovare agevolmente  riparo alle sue spinte repressive. L'homo naturalis del Sud Europa,  libero e gioioso che persegue solo il piacere e il dolcefarniente, contrapposto all'homo fictus del Nord Europa, irreggimentato e triste, che elegge nel senso del dovere il proprio boia,  e in perenne fuga perciò da tutti i rigori: del clima, del centralismo colbertiano, delle fedi pietiste e gianseniste, delle caserme prussiane, dei formalismi di classe.
Natura dativa contrapposta a natura nativa,  o civiltà contro natura tout court, così si presenta in quegli anni il confronto-scontro con l'italiano. Il suo "ritardo" culturale ed antropologico  è lodato più che biasimato, ritenuto un atout  più che uno svantaggio, un'occasione più che una perdita, un'opportunità più che un impedimento, sempreché non essere pronti di fronte all'ennesimo furto subito, alla ineliminabile sporcizia delle locande, al carnevale permanente, al perenne clima di furbizia, improvvisazione e disorganizzazione dei peninsulari, a capovolgere i termini della questione e a far prevalere il negativo sul positivo e, per quegli stessi elementi per i quali un minuto prima si esultava, cadere nel disprezzo e nel biasimo.(4
Che  costoro incorressero nell'errore dei viaggiatori di tutti i tempi, di vedere del pittoresco nel semplice quotidiano degli altri, o fossero vittime della distorsione percettiva tipica dello sguardo del turista,  quasi mai in presa diretta col reale ma tributario di una visione precostituita, certo è che l'Italia e gli italiani di allora (ma solo di allora?) sembrarono a quei  viaggiatori nordeuropei un avamposto dell'esotismo o ciò che i brasiliani di Rio e di Copacabana sono per gli italiani di oggi: un carnevale permanente ed una spiaggia, una festa e una perenne occasione sessuale, etero ed omo (vedi Winckelmann che in Italia ci perderà la vita nelle stesse circostanze e modalità di Pasolini  duecento anni dopo).
Questa scoperta dell'Italiano naturale e primitivo compiuta dai viaggiatori si sovrapponeva in parte e in parte cancellava l'immagine  (trattata  tuttavia in chiave "gotica") della tradizione elisabettiana e dei drammi  "italiani" di Shakespeare (ben 15 su 37!), opere in cui, spesso su un fondale Rinascimentale purpureo e gemmato, era ancora di scena l'Italie sanglante  che piacerà tanto allo Stendhal delle Chroniques italiennes e alla M.me de Staël di Corinne ou l'Italie , un'Italia passionale e sanguinaria, elegante e crudele, colta e decadente, in ritardo sulla storia ma in anticipo sulle passioni, sempre alle prese con un repentino balenare di pugnali e un sinistro e silenzioso operare di veleni. Ed era proprio questa Italia, questo mito romantico, dove l'uomo non è che sensazione, voluttà, energia,  brio e assassinio, che portava Stendhal ad eleggerne la cittadinanza ideale  (affermava, dicendo però una cosa verissima che "la vraie patrie est celle où l'on rencontre le plus de gens qui vous ressemblent" ),(5) e che induceva Germaine Necker , anche lei aspirante italiana d'adozione, a sospirare, "Nous autres italiens!"

Alla figlia del celebre e ricchissimo ministro delle finanze di Luigi XVI, la ginevrina Annie-Louise-Germaine Necker sposata de Staël e al gruppo di intellettuali da lei riunito a Coppet occorre riferirsi per contestualizzare a pieno il Discorso leopardiano . (6)
Non era estranea la Necker dal  verificare al primo impatto con l'Italia gli effetti perniciosi del condizionamento percettivo della lettrice romantica e appassionata di Shakespeare.  Scriveva a Vincenzo Monti, il 7 gennaio 1805, durante il suo primo soggiorno in Italia : "Quand je suis entrée en Italie je croyais  voir des poignards sous tous ces grands manteux".(7) Tuttavia queste prime  colorite sensazioni lasciano ben presto spazio alle penetranti analisi dell'intellettuale di razza, che proprio in Italia, attraverso un'osservazione diretta dei costumi, uno studio accurato della lingua e della letteratura   (intesa come "anima" e deposito dello spirito di un popolo) getta le basi del metodo che, applicato sui tedeschi, la condurrà a scrivere  quel capolavoro d'intuito e d'intelligenza critica che è il De l'Allemagne, manifesto del movimento romantico. Ancora al Monti scriveva da Napoli il 23 febbraio 1805: "Tout est admirable ici, exepté le climat moral qui fait bien rassouvenir de ne pas prendre ceci pour le paradis", osservazione che riecheggia la celebre battuta sull'Italia vista come un "paradiso abitato da diavoli". Aggiungeva più avanti lucidamente: "Ici, ce qu'il y a de corruption tient à une très grande faiblesse de caractère, à une très grande dégradation politique ". (8)
A viaggio compiuto e al ritorno in patria Germaine stila non il solito libro-resoconto  com'era d'uso all'epoca, ma un "romanzo": Corinne ou l'Italie (1807), il momento capitale dell'italianismo, il libro che lancerà in Europa il "mito" dell'Italia e degli italiani e che se non è il movente occulto, sicuramente è il riferimento  palese e costante del "Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani" di Giacomo Leopardi. (9)
Corinne  è un romanzo-saggio, un  anti-romanzo, diremmo noi oggi. Un romanzo-conversazione, una specie di arbasiniano e ottocentesco Fratelli d'Italia, ricco di  informazioni turistiche da baedeker (al fine esplicito di soddisfare la curiosità del nascente tourisme  del tempo), messi in bocca a personaggi-carattere di diverse nazionalità (l'inglese, il francese, l'italiano come nella Vedova scaltra) in continuo movimento per la penisola. Conversazioni monstre,  osservazioni penetranti e analisi psicologiche non di second'ordine vi sono intramati, ahimè, in un un plot d'una signorile inconsistenza, ai limiti del mélo e del poncif. Ma le riflessioni vi sono di prim'ordine, condotte con esprit ed acume e con forte capacità di penetrazione.

Un breve esame degli argomenti trattati ci fornirà un quadro sinottico comparativo col saggio leopardiano, e in alcuni punti avremo un risultato di sorprendente coincidenza. Ma soffermiamoci, prima di entrare nel dettaglio, sull'analisi generale  dei due testi. Innanzi tutto diverso è il punto di vista, perché laddove Germaine attacca (ci ammazza con le lodi, ci soffoca coi baci), Leopardi difende, per poi rincarare la dose con una maggiore e spietata analiticità di chi ha il vantaggio (ma è proprio cosi?) di conoscere direttamente i propri connazionali. La prima è straniera e considera questa sua una condizione privilegiata, portatrice di uno sguardo "persiano" o meglio d'"une posterité contemporaine", quasi che l'estraneità assicuri uno sguardo immediatamente distanziato. Il secondo  afferma che è "impossibile a uno straniero il conoscere perfettamente un'altra nazione, massime dopo non lunga dimora". Esaminando però i costumi dei propri connazionali, invoca per sé "la libertà e sincerità con cui ne potrebbe scrivere uno straniero "(10). E tale doveva essere la condizione del poeta sublime ed autentico, straniero fra connazionali cinici e superficiali, (come egli esattamente li vede) costretto a nascondere, come tanti suoi connazionali di ieri e di oggi, la propria intelligenza come una gravidanza indesiderata, per difenderla dall'incessante assalto concentrico e concertato dei mediocri e degli stupidi.
Comune  ad entrambi è però il frasario e come dire l'ambiente argomentativo. Innanzi tutto la locuzione di "carattere nazionale", che con questo saggio di Leopardi fa ingresso ufficiale  nella nostra  letteratura . (11)Occorre subito dire che essa venne coniata nell'ambito della pubblicistica francese che va da Montesquieu a Voltaire, a M.me de Staël appunto, che le ha dato la più ampia diffusione soprattutto tramite i sodali del Groupe de Coppet. L'elaborazione del concetto e termine di caractère national si nutre da un lato delle riflessioni dei moralistes classici francesi del '600 (La Bruyère, La Rochefoucauld etc) per quel che concerne la nozione di caractère inteso come risultato dello studio des passions et des moeurs dell'individuo, e dall'altro dell'estensibilità di tale nozione ai popoli, tenuto conto dei condizionamenti ambientali (climatici e geografici soprattutto) seguendo l'impostazione prospettata da Montesquieu ne L'esprit des lois.
Parimenti in comune ( con evidente debito leopardiano) sono le nozioni di physique e moral  che serpeggiano nei due scritti. Il physique è la somma degli attributi fissi, preesistenti e immodificabili, presenti  in un individuo come in un popolo;  moral viceversa è la somma degli attributi variabili, frutto di acquisizioni derivanti da fattori esogeni, il clima, l'educazione ecc. (Nature e nurture è l'equivalente coppia semantica, di prestigioso conio shakespeariano, elaborata in ambiente anglosassone). È inutile aggiungere che il fattore modificativo per eccellenza degli attributi morali e dunque del "carattere" era per la pubblicistica dell'epoca, e concepito peraltro come un assioma,  l'elemento climatico.(12)  Da qui tutto un comparare l'uomo del Nord con l'uomo del Sud, secondo specifiche osservazioni, che non sono estranee  a Leopardi, com'è ovvio alla de Staël, e di cui si può rintracciare la summa argomentativa nel saggio di un membro del Groupe de Coppet, Charles-Victor  Bonstetten, L'Homme du Midi  et l'Homme du Nord (1826), libro che   non sappiamo se Leopardi ebbe mai tra la mani.
Proprio nella valutazione dell'elemento climatico  che larga parte delle conversazioni ferroviarie di oggi occupa quando si affrontano ancora questi temi  troviamo un altro punto di coincidenza. Come si diceva, esso era quasi un elemento scontato nelle convinzioni dell'epoca. Per Leopardi il clima mite induce gli italiani ad una vita all'aperto e dunque alla messa in valore degli aspetti esteriori dell'esistenza (i vestiti, gli spettacoli) avendo come diretta conseguenza, nella vita di relazione, il controllo reciproco dei soggetti, miccia di quel feroce sfottò (persiflage e raillerie sono  i termini usati) su cui Leopardi  che pure non ha mai visto una puntata televisiva né di Blob né di Scherzi a parte, dice cose attualissime e, per così dire, definitive.(13) La vita all'aperto va  a scapito dell'accudimento di una vita interiore, della fatica di costruirsi un "Io" di  profondità e non di facciata, della conversazione come elemento di confronto con l'altrui  interiorità, di tutto ciò che attiene insomma le zone alte dello spirito. Germaine di converso butta lì un'osservazione   circa il fatto che gli uomini del Sud  si divertono sì, ma non amano passare a vaglio critico ciò che li diverte , che pienamente intesa porta alle stesse conclusioni leopardiane. (14)
L'assenza di conversazione, dunque. I due convengono, o meglio Leopardi conviene con la de Staël, cogliendo un tratto veramente endemico del nostro costume nazionale. Basta vedere certe sguaiate trasmissioni televisive, chiamate talk show, per rendersene conto ancora oggi. Tempo fa Eugenio Scalfari lamentava, in una sua  articolessa domenicale, questo vero dramma nazionale. Non esiste la conversazione come fatto tecnico fra dialoganti (l'ascolto dell'altro, il rispetto dei turni di conversazione), ma soprattutto come fatto etico-sociale, di scambio di opinioni se non vogliamo dire di anime. Non si conversa, non si sa conversare in Italia, diceva, anche nella buona società. Perché la conversazione richiede consuetudine con l'interiorità, che non c'è, e frequentazione  di letture adulte  che manca (Vitaliano Brancati diceva ne La governante che gli Italiani hanno murato nelle proprie case una camera, la biblioteca). Succede sempre, fra italiani, che nel vuoto improvviso della "conversazione", salti fuori qualcuno, il più italiano diremmo noi, a sbrogliare la situazione con "La sapete l'ultima?", e si dà avvio così alla raillerie e al persiflage stigmatizzati da Leopardi (lo sfottò che non risparmierà niente e nessuno neanche i malati terminali), oppure si inizierà quel cazzeggio infinito di cui siamo maestri, l'arte sublime del perder tempo che fa di noi stessi attori, spettatori e teatro.

Altri sono i punti  di contatto. La constatazione dell'assenza del romanzo nello scenario letterario italiano ad esempio. (Osservazione valevole più allora che ora in verità, visto che a partire del '900 la forma-romanzo nel nostro panorama letterario l'avrà vinta sulla lirica). Tale assenza ha significato una sorta di  rifiuto più che della prosa rispetto al verso, della prosa del mondo tout court (con la quale Hegel metteva in relazione il romanzo), ossia è stata la spia indiziaria di un  rifiuto antropologico-culturale di  accudimento della realtà nelle sue forme più prosaiche ed ordinarie (i servizi pubblici ad esempio), e di converso l'attitudine  ad una forma di lirismo e petrarchismo endemico degli italiani, alto, declamatorio, irraggiungibile, stratosferico ed inconcludente in tutte le forme della vita sociale, oltre o più che nei romanzi. Da qui quella permanente  irréalité de la littérature italiana, denunciata da Jean François Revel, che spiega tanto della sua emarginazione nello scenario letterario mondiale.(15) Da qui anche l'assenza di una cultura, popolare-nazionale nell'estetica della ricezione, democratica nella lingua e anti-convenzionale nello stile. Preoccupazione già leopardiana questa e successivamente desanctisiana e gramsciana infine, anche se non condotta negli stessi termini com'è ovvio.
È noto che da noi ai romanzi si è preferito le romanze e al libro il libretto (d'opera). Stimiamo meglio cantarle le emozioni in una lingua invescata e preziosa piuttosto che scriverle in una prosa da codice civile. La spiegazione dell'assenza del romanzo, oltre che della stagione del teatro tragico (che noi abbiamo fuso tutt'uno nel melodramma), trova nella de Staël acutissime osservazioni, valide ancora oggi. Se il romanzo, argomenta Germaine è riflesso di vita, gli italiani non ne hanno bisogno, perché preferiscono l'originale alla copia, "là ou le monde est si plein, il n'est pas d'arrière-monde", insomma preferiscono viverla la vita, più che scriverla, e men che mai leggerla! Vivono nell'immediato più che nel mediato. La scrittura romanzesca, come riscrittura del mondo, come sua correzione e come riempimento o completamento o ampliamento del mondo stesso manca, è loro estranea. Nulla può valere, men che meno la scrittura,  rispetto all'appetito primordiale: vivere! (16)Altro punto di contatto è l'osservazione su "l'absence de société et d'opinion publique", come scrive la Necker. (17)
Questo tema che nella de Staël è appena accennato diventa centrale in Leopardi ed è uno dei contributi più rilevanti del suo Discorso. L'analisi leopardiana si incentra sull'assenza in Italia di quel pezzo di società che,  libera o liberata che sia, dal bisogno, si eleva in forma stretta al di sopra della società generale nel suo complesso e si erige, in comunanza di opinione,  in élite, su tutto il resto del corpo sociale. Leopardi denuncia l'assenza col suo linguaggio solitario ed ottocentesco, in effetti, di quel che in seguito si chiamerà borghesia e società civile. Quel che è egli chiama società stretta  ossia gli italiani non bisognosi, dovrebbe, come accade a tutte le ruling class europee (e qui il paragone ellittico con le altre nazioni diventa in più punti  esplicito in Leopardi) erigersi a classe dirigente appunto, conscia ed orgogliosa del proprio ruolo (amor proprio) ed esigente a farlo rispettare, imponendo il proprio tuono e le proprie bienséances (usiamo la terminologia leopardiana), rispetto sia alla società generale nel suo complesso, sia, in forma di  opinione pubblica, rispetto ai pubblici poteri. Lette così le pagine leopardiane sono davvero illuminanti e ancora radicate nel nostro presente.(18) Denunciano ciò che sarà una costante della vita associata degli italiani, un elemento non trascurabile del loro spirito pubblico, ovvero  l'assenza, dal punto di vista delle aggregazioni sociali, di una élite (società stretta) che imponga l'ethos all'intero corpo sociale, alla nazione,  e che assumendosene  in prima persona gli oneri e gli onori detti quelle regole non scritte ma socialmente stringenti e  condivise che fanno il tono di un'intera nazione, la sua moral basis, vincolante più delle leggi scritte e inibente la devianza più dei poliziotti, poiché verso coloro che non le rispettano scattano forme tacite ma implacabili di isolamento ed esclusione. Tale base morale fa sì che si formi un controllo  ed un autocontrollo sociale e che ognuno non faccia "tuono e maniera da se", come avviene invece in Italia.
Il fatto che "ciascuno segua l'uso e il  costume proprio", ossia la spinta estrema che ciascuno opera verso  la massimizzazione  dell'interesse privato (proprio, del proprio nucleo familiare, della propria corporazione) a petto e a dispetto di quello collettivo, fa sì che il paesaggio morale e sociale dell'Italia appaia ancora immutato dai tempi di Leopardi con  ancora intatte le componenti disordinate ed anarchiche, in virtù delle quali la lotta per l'esistenza, in tutte le sue forme, sociali, economiche, istituzionali, quasi mai è assistita da regole, né proprie né imposte, e che anzi, persistendo questo stato precivile e hobbesiano di bellum omnium contra omnes si alimenti diallelicamente il circolo della sfiducia e si renda impraticabile quando impossibile la semplice convivenza coi propri connazionali, con scambio di accuse e insoddisfazione reciproca.


2.Il dibattito sugli italiani
La celebre frase di Massimo D'Azeglio, "Abbiamo fatto l'Italia, si tratta adesso di fare gli italiani", ha il destino di essere vera e falsa ad un tempo. Vera perché, storicamente il processo di formazione della Nazione  segue quello dell'edificazione dello Stato (così in Francia, così in Inghilterra); falsa perché, come s'è già visto nel Discorso di Leopardi,  la nozione d'italiano in qualche modo preesisteva al processo unitario. Gli italiani già c'erano. Per dirla con una graffiante battuta di Ennio Flaiano erano "l'ultima popolazione barbarica abbattutasi sulla Penisola". Si trattava allora come ora, forse, di fare l'Italia, ossia quel complesso di Regole ed Istituzioni, di Stato e di Società civile, di norme condivise, che in qualche modo possa "ingabbiare" , posto che lo si debba, il  particolare tipo umano sorto dal travaglio dei secoli.
L'Italiano era stato fatto soprattutto dalla Chiesa, dal clima (ossia da tutti i fattori ambientali), dalla famiglia, dalla Storia. La sua base morale, il suo "carattere", i suoi costumi, preesistevano alle baionette di Cialdini e di La Marmora.
È davvero così? Ma esiste davvero un "carattere nazionale"', ed esiste un '"carattere nazionale italiano"? Il dibattito su questo tema è ricchissimo e condotto a più voci: letterati, pubblicisti, storici, filosofi, antropologi si sono alternati in questo rompicapo tanto affascinante quanto di difficile risoluzione. Una rassegna s'impone al fini di impaesare ancor più nel dibattito il lettore incuriosito dal Discorso leopardiano.
È nota l'obiezione di Benedetto Croce, che della nozione e termine  di "'carattere nazionale" fu il più fiero avversario: "Qual è il carattere di un popolo? La sua storia, tutta la sua storia, nient'altro che la sua storia.  Quando si descrive il carattere di un popolo in questa o in quell'età, o nell'intero corso della sua età, si traccia come una delineazione generica (e coi difetti del generico) dell'attività che esso ha spiegato, dell'opera che ha compiuta, ossia, appunto, della sua storia.  E non di meno si cade nell'errore di staccare il carattere di un popolo dalla sua storia e rappresentare prima il carattere, con l'intento di cercare poi come questo abbia agito e reagito agli avvenimenti, cioè quale storia abbia avuto. Ma se il carattere si pone come bello e pronto, nessuna narrazione storica può seguire" (19)
Croce polemizzava con tutte quelle concezioni (non solo positiviste) che tentano di imbrigliare in schemi, in tipizzazioni, in generalizzazioni, ciò che per sua natura è corrente di vita mai uguale a se stessa, e metteva in guardia "contro le tentazioni di trasferire i caratteri, che sono stati fissati nel passato, nell'avvenire, cioè di concepire l'avvenire, non come l'opera della forza e del genio inventivo umano, ma come l'assurda ripetizione del passato".
Per altro verso, gli antropologi culturali e gli studiosi anglosassoni seguaci dell'anthropological history cercando di coniugare  il momento diacronico (nel nostro caso gli italiani nella storia)  con quello sincronico (il "tipo" ovvero l'italiano)    avvertono che "luoghi comuni e stereotipi costituiscono per lo storico non tanto un ostacolo quanto un aiuto in vista della ricostruzione delle regole o norme della cultura", e che, "il termine 'stereotipo' rappresenta la connotazione spregiativa di ciò che i sociologi e gli antropologi preferiscono chiamare 'modello'; in altre parole, è un'utile semplificazione impiegata per capire la complessità della realtà sociale. Così possiamo includere fra gli 'stereotipi' o 'modelli' il sistema feudale, il capitalismo, la cultura della vergogna, la società spettacolo ecc. Si potrebbe persino aggiungere l''inglese', o l''italiano', quando tali termini vengono usati in riferimento agli stili o al comportamento". (20)
Gli antropologi culturali come Carlo Tullio-Altan, da tempo entrati in conflitto con le concezioni storiciste e idealiste, insistono sui fattori di "mentalità" (che ricordiamo  per gli studiosi delle Annales sono le "tombe della lunga durata"), ossia su  quei costrutti mentali che nati nella storia, agiscono poi nella "lunga durata" in maniera del tutto  indipendente, e da effetto diventano a loro volta causa del divenire storico. Sono questi fattori "mentali" congiunti a memoria storica, a lingua in comune, ai valori tradizinalmente e collettivamente vissuti ecc. "che risolvono l'identità dei singoli nella totalità del gruppo" e che fanno di  un italiano un italiano e di un tedesco un tedesco. (21)
Così intesi è chiaro che i "caratteri nazionali" esistono. Essi sono il risultato di precipitati storici, climatico-ambientali (cosa sarebbero ad esempio gli americani senza le praterie?), religiosi, etnici, antropogico-culturali ecc. Insomma sono frutto di un epos, un oikos, un ethos, un genos e un logos comuni per dirla con Tullio-Altan. Alla vecchia locuzione di "carattere nazionale" che sa troppo di facile psicologismo e di elemento biologico, occorrerebbe pertanto sostituire quella di "civilizzazione culturale", o quella kantiana di "metafisica dei costumi". Esiste sicuramente una metafisica dei costumi o una civilizzazione culturale italiana, una russa, una tedesca, ecc. È all'interno di essa che i processi di socializzazione spingono gli individui ad assumere comportamenti uniformi e inconsapevoli, al di là cioè dei processi consci di self-education.  È all'interno di essa che accade pertanto, parafrasando Paul Valéry, che "On est italien comme on respire". (22)
È vero anche che,  in Italia, abbiamo una coscienza dibattuta, quando non schizofrenica del problema. Tendiamo ad individuarla, questa nostra tendenza nazionale, con la locuzione "all'italiana" , e ci abbiamo fatto su dei capolavori di autoironia cinematografica  quelli della "Commedia all'Italiana" appunto, per poi subito smentirla con la locuzione che in fondo in fondo "tutto il mondo è Paese" (locuzione già presente nell'atto I°, sc.Iª.di quel copione di Goldoni, La vedova scaltra (1748), che proprio sui "caratteri nazionali" giocava). Orbene quest'ultimo  modo di  dire è vero se ammettiamo contestualmente come vero il suo inverso, ossia che sotto molti punti di vista "un Paese è tutto un mondo'", esibente quelle specificità che lo rendono subito riconoscibile tra tanti.
Quando diciamo "all'italiana" infatti ammettiamo tutto ciò, ci ritagliamo, spesso sotto l'effetto di un paragone ellittico e squalificante con le altre nazioni, la nostra identità tra di esse, intuiamo così che il nostro Paese è tutto un mondo. Sovente e senza imbarazzo peraltro  ci abbandoniamo a tale locuzione, sembrando così interiorizzare una cognizione antropologica di noi stessi che diamo ormai per scontata e irredimibile. Diciamo '"all'italiana'" ogni qualvolta intendiamo designare, quasi per convenzione e semplificazione linguistica, quel modo di operare, spesso relativo all'organizzazione dei bisogni e delle necessità collettivi, di cui non si è riusciti a ricostruire con nitidezza tutti i confusi percorsi logici, ma che si distingue invece, e nettamente, per quel misto di improvvisazione, disorganizzazione, provvisorietà, disordine e pressappochismo.
Scriveva a tal proposito Luigi Barzini in quel saggio su Gli Italiani (1964) che non finisce di stupire per capacità di penetrazione e lucidità di analisi: "La più gran parte di ciò che avviene da noi non è necessariamente 'all' italiana'. Tuttavia le cose 'all'italiana' non devono essere prese alla leggera.  Sono indizi preziosi.(...)mostrano che ancora oggi come nel passato certe imprese ci riescono senza sforzo e che altre sono per noi praticamente impossibili; hanno chiaramente determinato l'andamento degli eventi trascorsi;  senza alcun dubbio, determineranno il nostro avvenire. Forse per noi non c'è scampo. Ed è questa sensazione di essere in trappola entro i limiti inflessibili delle tendenze nazionali a far si che la vita italiana, sotto la sua superficie scintillante e vivace, abbia una qualità fondamentale di amarezza, disappunto, e infinita malinconia" (23)

Chiunque abbia appuntato un po' lo sguardo sulle cose italiane non può non fare proprie queste belle e amare parole del brillante giornalista italiano e avanzare l'ipotesi, di fronte ad uno scenario antropologico che sembra ancora immutato, che si siano fissate nella nostra società, nelle nostre menti, senz'altro nella nostra storia di italiani, delle costanti, delle "qualità fisse" con le quali bisogna fare i conti.
Ne tentiamo qui a conclusione del nostro  serio ragionamento un provvisorio (e semiserio) catalogo, dando la precedenza a quelle enucleate da Giacomo Leopardi nel Discorso. Non ci si stupisca se la più parte dei nostri tratti d'identità nazionale siano costituiti da "assenze", da elementi che mancano in noi ma presenti in altri Paesi. Alberto Arbasino ha scritto un libro sull'argomento, intitolato proprio Un Paese senza. Ci si conceda infine un tono brioso e... italiano!

a) cinismo delle classi alte e del popolo. Il cinismo è da intendere come scarsità di senso morale da una parte, e dall'altra come "realismo" estremo, l'eclissarsi di ogni principio morale di fronte al proprio immediato  tornaconto. Da ciò discende anche il rapporto speculare e schizofrenico degli italiani coi propri governanti, e con la politica in genere. La scarsità di senso morale porta gli italiani a non rispettare nulla e a ridere di tutto (raillerie e persiflage).
b) assenza di una classe dirigente che imponga il proprio tono e la propria "etichetta" al restante corpo sociale. Conseguente anarchia permanente del fare ciascuno a modo proprio. Scarsità di "società civile" e di "opinione pubblica".
c) assenza di una forte vita interiore. Rifiuto della lettura, vista come "piccola morte", prevalenza della cultura orale (sia essa televisiva o del karaoke, del canto e del melodramma, del telefonino) sulle forme di cultura scritta (lettura della Bibbia, computer, internet, ecc). La vita si svolge per lo più all'aperto, donde civiltà dello spettacolo, del vestire bene e dello sfottersi reciprocamente. Conseguenza: assenza del romanzo realistico. I romanzi ci porterebbero a confrontarci con la grigia "prosa del mondo". Noi preferiamo l'evasione lirica e il sogno. I romanzi preferiamo viverli più che scriverli. Gli inglesi avrebbero inventato la storia dickensiana di un banchiere trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri, noi l'abbiamo messa in atto. Assenza della conversazione e prevalenza delle barzellette, su tutto, anche sui malati e sugli handicappati.
d) assenza del teatro tragico. Gli italiani non sanno "abitare" il tragico. Alla fine di ogni tragedia c'è sempre qualcosa di comico e il comico giunto all'estremo ha qualche coloritura tragica. È il "ridi pagliaccio"! Il melodramma è dunque il rivestimento interiore  e immutabile della nostra anima. L'Opera è la nostra permanente forma artistica. I personaggi non sono mai personaggi, ma "maschere", dai tratti fissi e immodificabili. La Commedia dell'Arte, che cadendo nell'ambito di una cultura prevalentemente orale, non si scriveva ma si eseguiva su "canovacci" e "soggetti" soddisfa il nostro sempiterno bisogno di improvvisazione. (Gli spaghetti-western sono stati definiti, giustamente operatic western, dove i personaggi sono ridotti a pure maschere o attanti alla Greimas: "Il buono, il brutto e il cattivo" di Sergio Leone.)
e) assenza di uno Stato e della Politica come apparati regolatori degli interessi pre-costituiti. Sua sostituzione con la famiglia. Il conseguente familismo che ne discende è da intendere  come una gigantesca distorsione della mobilità sociale. Tutte le famiglie si coalizzano non solo contro lo Stato se si azzarda a imporre delle regole, ma contro il Mercato, visto come una bizzarria anglosassone, ossia il luogo della concorrenza e delle pari opportunità, al fine di garantire ai propri figli una migliore posizione di partenza, e di mantenerla a dispetto della competenza e delle capacità altrui. Se il familismo è un fatto sociale, il "familismo amorale" (individuato in Italia, dal sociologo americano Edward C.Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, 1976) che si rileva quando gli individui si comportano secondo la regola: "Massimizzare i vantaggi materiali e immediati della famiglia nucleare, supporre che tutti gli altri si comportino allo stesso modo", è invece una nozione di carattere antropologico-culturale. Il familista amorale sviluppa comportamenti non community oriented, ha sfiducia verso la collettività e non è disposto a cooperare con gli altri se non in vista di un proprio tornaconto. Il contrario del familismo amorale è la civcness, il senso civico. È familismo amorale per intenderci lo scioperare selvaggiamente, il non donare gli organi, il non rispettare le file ecc.ecc. Ricadono sotto questa categoria antropologica pertanto la quasi totalità dei comportamenti collettivi e pubblici di noi italiani. Sotto derivazioni del familismo e del familismo amorale sono il clientelismo, il nepotismo, la raccomandazione, il corporativismo. Tutti questi ismi possono essere raccolti nella nozione di "particulare" di guicciardiniana memoria.
f) assenza di una religione ferma e interiorizzata. Prevalenza dei riti e delle cerimonie sui fatti della coscienza. Il cattolicesimo e la sua morale casistica, che distingue tra peccati mortali e veniali, che sottopone la coscienza a lavacri periodici tramite la confessione, ha reso flebile il senso morale degli italiani ed ha offerto loro favorevolissime e periodiche uscite di sicurezza. (Sismonde de Sismondi). Il cattolicesimo è il fondamento primo dell'ethos italiano, e le sue risonanze ultime sono riscontrabili anche in menomi fatti sociali, i più distanti apparentemente dalla volta mentale cattolica. Il rapporto è biunivoco nel senso che il "carattere" italiano è fortemente tributario della morale cattolica. E d'altra parte la Chiesa Cattolica è un costrutto tipicamente italiano. Essa resta il più grande contributo alla Weltgeschichte, attivo ed operante tuttora,  della civilizzazione culturale italiana. Gli italiani peraltro sono cattolici al cento per cento sì, nel senso che metà dice di esserlo e meta crede di esserlo (F.Fellini).  Gli stessi italiani che credono ai maghi e agli astrologi (35 milioni)  credono  nelle stigmate di Padre Pio. La religione esteriorizzata soddisfa peraltro il nostro bisogno di spettacolo. Entrare in una chiesa cattolica italiana, soprattutto se barocca, è una irrinunciabile festa per gli occhi. Noi continuiamo a sostenere che occorrerebbe in Italia una Riforma intellettuale morale pari a quella praticata dalla Riforma protestante (A.Gramsci, P.Gobetti), molti protestanti fuggono però dai rigori della loro religione e ritengono che il protestantesimo abbia fatto scendere l'inverno nell'anima dei loro popoli.
g) assenza dello "star fermi". Dunque trasformismo. Voltagabbanismo politico. Anche questo tratto è da mettere in relazione con le vicende della Chiesa Cattolica e della Controriforma in particolare, ossia il passaggio lento e graduale da una posizione all'altra attraverso conciliaboli e redazioni di documenti (che resteranno per lo più lettera morta) e non attraverso i patiboli e le baionette. In Italia, si dice, non si è proceduto a nessun taglio di teste di Re. Lo stesso processo unitario è stato avviato con l'accordo di estremisti (garibaldini) e moderati (Cavour), partendo da  posizioni solo apparentemente nette e inconciliabili. Gattopardismo, e tout change et rien ne change perenne!
h) "Pensiero debole" in fatto di crimine. Assenza di rigore verso il reo e disprezzo per le vittime. Tratto legato al cattolicesimo indulgente (parabola del figliol prodigo) ma anche al persiflage. In fondo  gli italiani ritengono che le  vittime, di qualsiasi orrendo crimine,  "se la sono cercata". Per essi nessuna pietà. L'indulgenza verso il criminale (siamo il paese del massimo dell'impunità e odiamo perciò l'America perché il Paese del massimo della pena) e il perdono che si è   pronti ad accordargli nasce da un patto segreto: "Perdonare per poi farsi perdonare, ma soprattutto per perdonarsi". La giallista Laura Grimaldi ha sostenuto che in Italia  il "giallo" come genere di scrittura non poteva mai nascere, perché in fondo la ricerca del colpevole, non importa a nessuno.
i) Furbizia. È una forma di dissimulazione disonesta, un inganno permanente del pensiero, un disallineamento calcolato, ma dal respiro corto,  tra pensieri, parole e atti. Secondo una vecchia opinione di H.Taine la furbizia è dovuta alla scarsa incidenza sul tessuto morale degli italiani dell'etica feudale (onore, lealtà e spirito di cavalleria) e all'abnorme prevalenza dello spirito di  mercatanzia dell'Età dei Comuni. Un approccio mentale molto affine all' esprit florentin, insomma, di chi machiavellicamente, in assenza di forza fisica e morale sceglie di essere più "golpe che lione".
j) Gaiezza, vitalismo, gioia di vivere. Qui occorrerebbe il sonoro. Far  echeggiare certe canzoni sceme, balneari e scacciapensieri degli anni '60, ma "arrangiate" (termine così italiano) perfettamente, per comprendere quanto è sorgiva, aurorale, e infinitamente seduttiva la vecchia gaiezza italiana.

Altri tratti potrebbero aggiungersi, ma apparirà  chiaro che spesso sono derivazioni di quelli maggiori appena enucleati e comunque tra di loro sono tutti interlacciati, per cui il loro isolamento, in senso clinico-sperimentale, è una semplice forzatura. Resta da evidenziare la natura anfibologica di questi tratti poiché  essi  si presentano in forma  border line nelle vicende collettive:  un centimetro più in là sono un vizio, un centimetro più in qua una virtù. Ad esempio, al familismo si deve certi tratti di vitalismo economico; ad uno Stato debole, quello che Braudel chiama il modèle italien, ossia una struttura economica flessibile e non ossificata da tecnocrazie che tutto decidono e tutto vietano; al nostro cattolicesimo indulgente tratti di umanità e di umana pietà per chi cade in errore ecc ecc.
Tutti messi assieme questi tratti fanno il nostro modo di interpretare la vita e di stare al mondo, che non è forse dei peggiori, né forse fra i migliori. Nei momenti di buon umore, ossia quando non si è ricoverati in un ospedale, quando non si è in fila in uno sportello burocratico, quando non si deve espletare un concorso pubblico, quando non si è bloccati in una stazione o in un aeroporto da uno sciopero selvaggio riteniamo che vivere in Italia sia per certi aspetti  un'esperienza più che gradevole: parlare la stessa lingua di Petrarca e di Mina, camminare per certe stradine di Montepulciano al suono dei nostri stessi passi, visitare la Porziuncola, mangiare gli spaghetti alle vongole o le lasagne fatte in casa, cantare le canzoni di Battisti o di Tenco, sono emozioni tutte nostre che vorremmo condividere con gli altri popoli, se possibile.
Ma se è bello essere italiano, un po' meno lo è farlo, per nulla subirlo.

Alfio Squillaci
(Milano 20-25 aprile 2000)
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(1)  Cit. in Riformatori lombardi del Settecento, Classici Ricciardi, Einaudi Torino,  1978 a cura di F.Venturi, t.I, p.6, Corsivo mio   (Torna supra)

(2)   Giuseppe Baretti, Opere, Rizzoli, Milano, 1967, pp.615-646.

(3)  Pierre-Jean Grosley, Nouveaux mémoires ou observations sur l'Italie et les italiens, par deux gentilhommes suédois, Londres, 1764
Sui viaggiatori stranieri in Italia resta ancora  insostituibile il prezioso  studio-antologia di Atanasio Mozzillo, Viaggiatori   stranieri nel Sud, Edizioni di Comunità, Milano, 1982.

(4)  Per la nascita del "mito" dell'italiano cfr. M.Crouzet, Stendhal et l'italianité  Essai de Mythologie romantique,- Librairie José Corti, Paris,1992.

(5)  Stendhal, Rome, Naples et Florence, in Voyages en Italie, Gallimard, Pléiade, Paris, 1973, p.98.

(6)  Scriverà Leopardi nello Zibaldone di Pensieri il 19 settembre 1921 (Classici Ricciardi, Einaudi,Torino, 1977, a cura di Sergio e Raffaella Solmi, t.II, p. 375) : "Non credetti di esser filosofo se non dopo lette alcune opere di Madama di Staël".  Certo è che il muto dialogo con la de Staël va tenuto in sottofondo in tutto il Discorso. Si ha ragione di credere che anche il lavoro di un altro intellettuale sodale al Groupe de Coppet, Charles-Victor Bonstetten e il suo L'homme du Midi et l'homme du Nord,  Gèneve-Paris, 1824,  per la consonanza di alcuni temi, e per la data di pubblicazione possa essere messo in relazione stretta con le riflessioni leopardiane. Del Groupe de Coppet facevano parte oltre al Bonstetten, Sismonde de Sismondi con la cui opera, Histoire des Républiques italiennes polemizzerà il Manzoni delle Osservazioni sulla morale cattolica, Claude Fauriel,amico e corrispondente dello stesso Manzoni, Charles de Villers, Wilhelm von Humbold, fratello del celebre Alexander, viaggiatore e naturalista, Wilhelm Schlegel, precettore in casa Necker, Claude Hochet. In assenza di uno studio organico sul Groupe, vedi il sito Internet: http://www.stael.org/  .


  (7)  M.me de Staël (ses amis,ses correspondants), Choix de lettres, Editions Klincksieck, Paris, 1970, p.242.

  (8)  Ivi., pp.,304 e 308.

  (9)  M.me de Staël, Corinne ou l'Italie, Edition Lutetia, Nelson Editions, s.i.d.,  1ªed. 1807  ( Scrive Leopardi nel Discorso che "in  questi ultimi anni si sono divulgate in Europa dalla Corinna in poi più opere favorevoli all'Italia, che non sono tutte insieme quelle pubblicate negli altri tempi, e nelle quali si dice più bene che mai non fu detto appena da noi medesimi".

(10) Sull'argomento, Jean François Revel (Pour l'Italie, Paris, Laffont, 1977,  ma 1ª ed. 1958) avrà le parole più brillanti e più giuste" Nous avons le droit  de juger l'étranger dans la mésure où il cesse de nous être étranger, et où, tout en étant chez lui, nous sommes chez nous".

(11)  Simile espressione non si ritrova ad esempio nel saggio di Baretti,  An Account , op.cit,  dove invero il termine character è sempre riferito a persone od opere:'character of Metastasio drama's ', 'character of Ariosto ', 'character of Tasso 'etc, mentre  l'espressione 'italian's character' mai appare. D'altra parte il titolo del libro è ampiamente esplicativo sulle scelte linguistiche:manners and customs, non character.

(12) Come è noto la teoria del clima benché risalente a Jean Bodin, e alla classicità greco-romana (cfr. sull'argomento il saggio di L.Febvre, La terre et l'évolution humaine, Albin Michel, Paris, 1949, 1ª ed. 1922), trova in Montesquieu e nel suo Spirito delle  Leggi , il suo più convinto assertore. In estrema sintesi tale  dottrina  sostiene che il caldo rilassa le fibre del corpo e dunque determina in capo al morale dell'individuo e dei popoli, pigrizia, astenia, rilassamento dei costumi, socievolezza,estroversione, ma anche rissosità etc . Reazioni opposte procura il freddo. (cfr. Montesquieu, De l'esprit des lois, Pléiade, Gallimard, Paris, T.II, 1951, livre XIV). In effetti la preoccupazione maggiore di Montesquieu era quella di  valutare l'impatto  concreto delle leggi e delle istituzioni e di 'relativizzarle' per così dire ai popoli. " S'il est  vrai que le caractère de  l'esprit et les passions du coeur soient extrêmement différents dans les divers climats, les lois doivent être relatives à la différence de ces passions, et à la différence de ces caractères" scriveva infatti ne L'esprit ,cit, p.474.  Tutta la  tematica è invero una vexata quaestio, e la sua trattazione eccede i limiti del nostro discorso. Aggiungo solo qualche accenno per il lettore curioso. Dalle impostazioni di Montesquieu prenderanno avvio tutte le dottrine deterministicheche troveranno in ambiente positivista, e in H.Taine soprattutto  (Philosophie de l'art, Fayard, Paris, 1985), una sua  sitematizzazione non priva di grande fascino argomentativo. Alle impostazioni positiviste  si reagirà in ambiente storicista e   idealista (Hegel e Croce) negando ogni forma di relazione diretta tra il clima e il carattere e la civiltà di un popolo.  Celebre a tal proposito l'apoftegma di Hegel, "laddove i Greci erigevano il Partenone, il turco fumava la pipa", ovvero che "il medesimo clima può accogliere indifferente le opere degli Elleni e l'ozio dei Turchi". Le osservazioni di Hegel sono rette dal principio che lo  spirito (Geist) di un popolo è organicisticamente e misticamente legato ad esso(Volksgeist). Che sarebbe un'osservazione  penetrante se non si trascurasse il fatto che il Geist hegeliano era nutrito più di Blut und Boden ( elementi immanenti e dunque non modificabili da nulla, neanche dal clima - a meno che nel Boden, la terra, non ricomprendiamo anche il clima ), che da  fattori storici o di civilizzazione culturale. Hegel  parlava degli Elleni, ma i Tedeschi erano il suo  riferimento implicito.

(13)  Sul tema del clima e del carattere nazionale v. anche  la nota del 15 febbraio 1824 dello Zibaldone (op.cit.T.IV pagg.780-782) dove dalle prime battute il pensiero di Leopardi si precisa. " Certo le condizioni sociali e i governi e ogni sorta di circostanze della vita influiscono sommamente e modificano il carattere e i costumi delle varie nazioni, anche contro quello che porterebbe  il rispettivo loro clima e l'altre circostanze naturali, ma in tal caso quello stato o non è durevole, o debole, o cattivo, o poco contrario al clima, o poco esteso nella nazione, o ec. ec. E generalmente si vede che i principali caratteri o costumi nazionali,anche quando paiono non aver niente a fare col clima, o ne derivano, o quando anche non derivano e vengano  da cagioni affatto diverse, pur corrispondono mirabilmente alla qualità d'esso clima o dell'altre condizioni naturali d'essa nazione o popolo o cittadinanza ec.".

(14) "la bonhomie du Midi, ou plutôt des pays où l'on aime à s'amuser sans trouver du plaisir à critiquer ce qui amuse", Corinne, cit,p.96. Altrove, nel  De l'Allemagne  (Les grands écrivains de la France, Hachette, Paris, 1958-60, T.I, p.30), Germaine non  mancherà di osservare, sui tedeschi, che "des vastes bruyères, des sables, (...) un climat sévère, remplissent d'abord l'âme de tristesse". Ma il pensiero forse più articolato della de Staël sull'argomento, dove si fa una buona volta giustizia di tanto facile determinismo,  è contenuto nel De la littérature,considérée  dans ses rapports avec les institutions sociales (Édition critique par Paul Van Tieghem, Genève, Droz, Paris, s.i.d): "Les religions et les lois décident presque entièrement de la ressemblence ou de la difference de l'esprit des nations. Le climat peut encore y apporter quelques changements; mais l'education générale des premières classe de la société est toujours  le résultat des institutions politiques dominantes", De la littérature,  cit,  262.

(15)  J.F.Revel, op.cit.p. 192.

(16) Scrive la Necker nella Corinne (cit. pag 217-218) "Le peuples du Midi sont gênés par la prose, et ne peignent leurs véritables sentiments qu'en vers" ma "Ce qui n'est du vague dans la poésie, devient du vide dans la prose". E  lamentava l'assenza dei  romanzi d'amore. Anche Leopardi ripeterà che l'Italia è priva  "di opere sentimentali, di romanzi" come anche di "romanzi d'opinione" all'uso inglese (penso che alludesse a Swift o a Fielding, l'abbia mai conosciuti). Ma qui possiamo dire con tutta certezza che  Leopardi riecheggia semplicemente la de Staël, quando non la fraintende. Non ne comprende il tratto di antropologia culturale, e non di mera letteratura, da lei fatto risaltare attraverso la denuncia  dell'assenza sia  del teatro tragico (altrove Shakespeare, Lope de Vega, Schiller, Corneille, Racine, da noiAlfieri !), sia del romanzo (bisognerà attendere il 1827 per il primo romanzo popolare-nazionale, I Promessi Sposi).

(17) M.me de Staël, Corinne, cit. p.201.

(18)  Che Leopardi intendesse col discorso dell'assenza della  'società stretta', denunciare "la vacanza di una classe dirigente(...), potendosi considerare d'altra parte gli embrioni di classe media, localizzabili nei centri maggiori, tutt'al più come evanescenti epifonemi culturali e politici o piuttosto, secondo la feroce svalutazione leopardiana, sottoculturali e sottopolitici" non è invero  una forzatura di Giulio Bollati da cui cito (L'Italiano, Einaudi, Torino, 1983, p.138) e con cui concordo.   Sul tema del rifiuto della  borghesia italiana a erigersi a classe dirigente o egemone secondo l'accezione gramsciana (direzione più dominio), v. il saggio di Guido Baglioni, L'ideologia della borghesia industriale nell'Italia liberale, Einaudi, Torino, 1974, pp. 77-185.

(19)  Benedetto Croce, Teoria e storia della storiografia, Adelphi, Milano, 1989, pp. 378-380.

(20)  Peter Burke, Scene di vita quotidiana nell'Italia moderna, Laterza, Bari, 1988, p.X.

(21)  Carlo Tullio-Altan, La nostra Italia, Feltrinelli, Milano,1986, cfr. anche di questo interessante studioso, in cui la fredda disamina  scientifica non è mai disgiunta da calda passione civile per le sorti del proprio Paese,  Italia: Una nazione senza religione civile, Istituto Editoriale Veneto Friulano, Udine, 1995, e La coscienza civile degli italiani, Gaspari, Udine, 1997, da cui abbiamo tratto l'ultima frase.Tullio-Altan ha elaborato una sua personale dottrina ai fini  dell'identificazione di un  popolo secondo cinque direttrici: l'epos, ossia il sentimento dell'identità della Patria e della sua memoria storica; l'ethos, l'insieme delle norme di   convivenza vissute come valori e parte integrante della coscienza collettiva; il logos, la lingua parlata in comune; il genos, i vincoli della parentela e della stirpe; il topos od oikos, ovvero il luogo, la madre-patria cui un popolo si sente affettivamente legato.

(22)  Il concetto e termine di "carattere nazionale" di cui discutevano Leopardi e la De Staël, forse ritenuto compromesso e logoro, è stato sostituito dalla più recente pubblicistica col più neutrale "identità". V. Ernesto Galli della Loggia, L'identità italiana, Il  Mulino, Bologna, 1998; AAVV (a cura di Giorgio Calcagno), Bianco Rosso e Verde, L'identità degli italiani, Laterza, Bari, 1993; All'estero cfr., Anthony D. Smith,  National Identity, Penguin Books, 1991; E. Lipiansky-  L'identité française, Représentations ,mythes, idéologies, Paris, 1991. Per ultimo si segnala il volume di Perry Anderson, Al fuoco dell'impegno, Il Saggiatore, Milano, 1993, il quale nell'ultimo  capitolo stabilisce una differenza tra "identità" e "carattere nazionale". La prima sarebbe un'adesione consapevole ai modelli collettivi nazionali, il secondo un modello di comportamento inconscio e inconsapevole. Cfr. anche il  saporitissimo (ma sempre informatissimo) libro di Beniamino Placido e Indro Montanelli, Eppur si muove, Cambiano gli italiani?, Rizzoli, Milano,1995.


(23) Luigi Barzini, Gli italiani, Rizzoli, 1964, p.21. L'edizione italiana è la traduzione dell'originale The italians uscito l'anno  precedente in America, dove il celebre giornalista spiegava gli italiani al pubblico anglosassone, il più diffidente nei nostri  confronti, quanto quello francese è il più curioso e quello tedesco il più innamorato. Sulla commedia "all'italiana" vedi il bellissimo libro di Enrico Giacovelli, La commedia all'italiana, Gremese, Roma, 1990.
    
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