Paradigmi per l'Odiosamata


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 «inabissarsi [...] volontà di sparire [...] vanità delle vanità» (M.Sgalambro, Teoria della Sicilia)

Paradigmi per l'Odiosamata: per chi non sente d'inabissarsi.
La Sicilia non è margine, ma occasione. Non è luogo da cui partire, ma luogo d'approdi. La Sicilia non è limite, ma "opera aperta", Sfera lanciata in mille direzioni.
facciamo così: M.Sgalambro s'inabissa da solo in nome di tutti i Siciliani e attua la sua "volontà di sparire" e la sua "essenza esoterica". Io non mi voglio inabissare. Non mi sento inabissato. 


 Paradigmi per l'Odiosamata

[...] Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza. Un’isola può sempre sparire. [...] Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l’estinzione. L’angoscia dello stare in un’isola come modo di vivere rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. La presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie del nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell’arte questisola è vera.
Manlio Sgalambro (Teoria della Sicilia)


Odiosamata Sicilia! Di cui non saprebbe trovarsi terra più ricca di magnificenze e d’orrori. Vociferati, questi, ogni mattina dagli strilloni sotto il balcone; scritte, le altre – terragne, marine, celesti – tacitamente negli occhi di chi la elesse, anche al di là del diritto d’anagrafe, per madre e patria dell’anima. 
Gesualdo Bufalino (L’isola nuda)



L'Odiosamata fu terra di estremissime estremità, e si porta dietro l'anima pesante della storia, come un viaggiatore si porta dietro un barattolo di miele fluido che cola ad ogni passo; e ad ogni passo ne va perdendo un pochetto.
Ci hanno provato in molti a descrivere la Sicilia, i suoi umori, i suoi vizi e le sue virtù, ma in fondo non c'è riuscito mai nessuno e mai nessuno ci riuscirà. Perché questa terrà è fucina di sentimenti indicibili con le parole. L'emozione del suo sangue è insolita come un miracolo, come una brezza fresca d'aprile. Le sue parole sono mute e vive, come il tempo che ha scalfito i sassi. La Sicilia è quello che mai fu detto, e ancora si scrive.


Mito viaggio visione e ritorno sulle sponde del Mediterraneo

Sicilia “terra di culto”, che è quasi come dire “terra di sogno”. Sicilia ospita i tori di Apollo, ma anche il concepimento di Dioniso presso la fonte Ciane. Aίτνα-ας, fucina di Efesto, che ci forgia i dardi lucenti di Giove, ma anche dimora del Tartaro. Sicilia terra di culti dunque, terra d'immaginari anche opposti, antitetici, che s'aprono a ventaglio. Un ventaglio che si chiama poikilia.
Braudel ci ha fatto il callo sul Mediterraneo, sulle sue varietà contraddittorie, cercando una sintesi per definirlo. La Sicilia ne è un piccolo esempio, punta di diamante, callo sintomatico della malattia mediterranea, un isola nell'isola.
Il Mediterraneo l'ha proprio maltrattata questa Sicilia, anche se le ha donato molto. Le ha imposto le cadenze delle sue invasioni, le onde delle sue ricchezze, gli uragani delle sue idee viaggiatrici, i suoi ritmi lenti lenti o velocissimi. Il Mediterraneo che accoglie tutto e il contrario di tutto, e tutto collega attraverso i viaggi.
Viaggi che cambiano come le metamorfosi nomadi di Dioniso, o viaggi che ci lasciano sempre noi, come le avventure di Ulisse.
Ma anche viaggi del mito da Cibele a Demetra, da Iside al topos della vergine che allatta.


Il Tempo lento del Mediterraneo

Antonello da Messina non si curava tanto della velocità dell'ingegno, ché altre cose c'erano più importanti. Non era il Leonardo da Vinci che precorre l'uomo macchina e va a sfoggiare la sua ingegneria alla corte di Milano. Il tempo di Antonello è lento e posato, eternamente presente, senza futuro, forse poco storico. È lo stesso tempo che si percepisce lasciandosi condurre sulle rotaie dei treni siciliani, o viaggiando per le sue statali e provinciali. Catania-Caltagirone sarebbe un viaggetto da nulla se l'asfalto ardente non c'imponesse la cadenza lenta e diluita delle sue curve.
Sicilia terra immobile, gente che non vuole essere migliore “ché tanto loro sono dei!” (come riecheggia dal Gattopardo). Sicilia che accoglie e non corre, tranne quando deve partire altrove, quando deve emigrare verso le altre terre, che rappresentano sempre per noi siciliani un antiterra, un antipatria. Tutto ciò che stupra la lentezza della nostra terra è un antipatria.
Kundera apprezza (La lentezza), anche se non ci fa il nido e preferisce la grande Catania del Nord, Parigi, per le sue passeggiate.
Catania-Parigi, città lente, tradizionali, lanciate verso la modernità che pian piano le morsica e gli toglie la loro originaria purezza.


Il Tempo veloce del Mediterraneo

In Sicilia le mekanàs però mica le disdegniamo. Sicilia Magna, che Archimede - “Dei più alti ingegni fu guida e maestro!” (Heiberg) - difendeva con gli specchi e la manus ferrea, la sua fantastica macchina da guerra.
Velocissimi poi i decori del Barocco, i ricami dei capitelli, le trame di motivi floreali, su cui la luce scivola prestissimo come in una danza senza tempo, una danza in cui lo spazio si dissolve. Una danza che è un inno alla sensualità, alla carnalità, alla terra.
Mediterraneo luogo di danze. Dalle Dionisiache alla taranta, alla danza delle spade, ai rave che sono i nipoti storpi di una grande tradizione. Danze che sono riti e non liturgie. Danze che evocano il sacro per esorcizzare il male, sono momenti del mito che aiutano l'uomo a ritornare all'origine, alla trama di archetipi che lo consistono, a casa insomma, attraverso una liberazione.


La Casa

Le Terre bagnate dal mare nostrum da sempre sono meta di pellegrinaggi e attraversate. Verso Santiago o Damasco, verso la meta, lungo la strada mille case hanno fatto da dimora temporanea, accogliendo i viaggiatori. Casa monastero, casa locanda, casa castello, case città, tante case nel viaggio verso Casa.
Mediterraneo dunque luogo in cui tante nostalgie possono trovare solidarietà. Un mare che da sempre accoglie popoli che partono e arrivano, “arrivano partendo, o partono arrivando”. Mare del ricordo di casa e della sofferenza del ritorno, mare dell'assenza e della presenza.
Piccolo Oceano di mille presenze contraddittorie, e assenze che vivono la loro presenza solo nel ricordo o nell'ardire verso qualcosa. Mare di promesse.
Ulisse lo sa bene quanto costa ritornare, sa bene il senso profondo celato nella vicinanza/lontanza. Sa bene dove sta andando, e l'arrivo sarà sempre qui .


La Sicilia: un SUD. L'antro e lo specchio. Dioniso e l'alterità

Dioniso trino, con Zagreo e Iacco, mascolino/femminino - concepito in un ventre e partorito dalla gamba di Giove- gioca con lo specchio e scopre “il potere dei giocattoli”. Gioca con lo specchio, gioca e trova l'uno, lì dove ce n'erano tantissimi.
Ma Zagreo ouk oida (non vede) i Titani riflessi nello specchio che vogliono ucciderlo, perché tutto ciò che il Dio non concepisce, allora non esiste. Non vede, non guarda, dunque non conosce. Questa la sua disgrazia.
Bisogna scendere a patti con la terra dunque , scoprire l'altro da noi, bisogna conoscere il male per contenerlo, bisogna riscoprire la terra.
Bisogna pur che il corpo esulti” (Battiato) ed è proprio il corpo del Dio a esultare: divorato dai Titani, fatti cenere da Zeus, la sua carne dalla polvere rinasce e torna carne, con lo stesso furore di fenice. Si disperde nel mondo e insegna agli uomini il corpo e le sue grazie, e l'ebbrezza e la mania.
Dioniso nomade, straniero, divino. Nella sua alienazione, giocando con gli specchi, trova una relazione.


Il mare e il mito di Ulisse

Il Mediterraneo è un mare confinato, oltre le colonne d'Ercole ci sono i mostri oceanici. Ma è un mare dove molti confini si aprono. Zone di confine che delimitano geografie reali e ideali, terre di commercio e culto e guerra, e immaginari mitici che parlano di una terra che esiste nello spirito dei popoli, nelle loro Mitologie.
Ti spagni? E che devi passare il mare?” (Stefano D'Arrigo, Orcynus Orca)
Si sconfina, si delira, si esce dal solco continuamente in questa pozza di mare; si sconfina eppure si è sempre all'interno degli stessi confini. E sono i Mostri che confinano, che mettono il limite lì dove l'uomo non ne è capace, nel Mare.
Da Scilla a Cariddi è un viaggio con Circina Circé, un viaggio verso la terra/madre/casa, che dura tante pagine del verbo materico “dell'Orca”, eppure pochi momenti reali, quanto basta per traghettare. Mitologia e Realtà.


Forse Pascoli ha avuto paura di Ulisse, perché ci insegna che la casa è qui eppure in tutti gli altri luoghi, ovunque: "Io sono la meta". Ulisse tocca mille confini e sconfina continuamente, compie il suo destino solo arrivando a Itaca. 
Sempre dovremmo cercare la nostra Itaca, ma una volta trovata, scopriremmo che siamo sempre già a casa e ciò che ci manca è la consapevolezza.
Ulisse lo fa questo viaggio, verso la consapevolezza, un viaggio che fa paura perché riserva tantissime difficoltà.
Un viaggio che passa attraverso l'io sono nessuno, attraverso la presenza e l'assenza, la vicinanza e la lontananza, l'antro del Ciclope, il sogno/tana di Circe, fino a casa.

I Siciliani tutte queste cose già le sanno forse e dovunque sono si sentono sempre a casa, come in un eterna camera da letto. Una volta appreso tutto questo, allora s'impara a viaggiare “per la stessa ragione del viaggio” (F. De André, Khorakhanè) percorrendo la vita come un eterno qui e ora senza futuro. C'è solo con un passato lontano, e un congiuntivo ipotetico che sa di desiderio. La pupità dei Siciliani, di cui parlava Marguerite Yourcenar, segna i confini di tratti archetipici e carica il gesto di significato, svela le immense galassie delle cose non dette. Il segno s'impregna di senso.
Sicilia terra d'estremità. Perché quando guardi da un centro, quando ti senti a casa, sono gli eccessi che più stuzzicano la tua curiosità e la tua diffidenza. Tutto ciò che è vicino a noi invece siamo noi, lo conosciamo già, siamo già noi.
Riccardo Raimondo 
www.riccardoraimondo.net





dal 15 maggio. 2010
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L'ultimo pensionante dell'Hotel Abisso

Gli aforismi di Manlio Sgalambro non sono di grande aiuto alla Sicilia. Non lo vogliono essere, peraltro. Lo spettacolo dello  sfacelo isolano non  preoccupa  Sgalambro né  lo muove a pietà.  Anzi. Per chi ha scritto: «Voglio decadere... Non intendo migliorare niente. Spiava i sintomi di dissolvimento. L'ordine pervertito in cui viveva, aveva la sua approvazione» (Anatol, 1990), il collasso della Sicilia è motivo di funebre canto.
Sgalambro non "pensa" il mondo concreto - neanche ciò che si ritrova sotto i piedi-, e riesce a pensare alla  Sicilia, pertanto,  solo  se ridotta allo scheletro della metafora o dell' idea: condizione  necessaria per eccitare  la sua penna e titillare il cinismo compiaciuto del suo linguaggio. Immerso nei noumeni non vede i fenomeni".
Più l'oggetto del suo pensiero è "profondo", astratto e siderale, più il reale circostante si stinge ed evapora. Spietato -nel senso letterale del termine - rentier, scettico blu («Non si può essere progressisti perché non c'è più dove andare. Non si può essere reazionari perché non c'è più dove tornare».- La morte del sole, 1982), quando gli è occorso di  elaborare una Teoria della Sicilia (e qui il termine Teoria è, neanche a dirlo,  di conio tedesco, penso alla  Kritische Theorie della Scuola di Francoforte), lo ha fatto in termini à la Qohèlet: nihilisti, ultimativi, definitivi.


Non posso pensare a Sgalambro- il nostro Cioran jonico - senza rievocare la metafora dell'Hotel Abisso da György Lukács  ne  La distruzione della ragione adottata nei confronti di Schopenhauer, filosofo a lui consentaneo:

«…il nulla come prospettiva, il pessimismo come orizzonte di vita, secondo l’etica di Schopenhauer […] non può affatto impedire, e nemmeno rendere difficile all’individuo una condotta di vita piacevole e contemplativa. Anzi l’abisso del nulla, il tetro sfondo dell’assurdità dell’esistenza, non fanno che aggiungere un fascino piccante a questo godimento della vita. Questo fascino viene ulteriormente accresciuto dal fatto che lo spiccato aristocraticismo della filosofia schopenahuriana innalza i suoi seguaci, nella loro immaginazione, di gran lunga al di sopra di quella plebe miserabile che è così ottusa da lottare e soffrire per un miglioramento delle condizioni sociali. Così il sistema di Schopenhauer, costruito, dal punto di vista architettonico formale, con molto impegno e senso della composizione, si erge come un elegante e moderno hôtel fornito di ogni comodità, sull’orlo dell’abisso, fra piacevoli festini e produzioni artistiche, non può che accrescere il gusto di questo comfort raffinato» (Pagg 289- 290).

Ora, quella martoriata terra, sballottolata tra rozzi mafiosi e iperdistillati  gattopardi, avrebbe bisogno anche (lo dico da diasporato, che ha fatto definitiva e irrevocabile scelta di abbandono del suolo natale)  di soccorrevoli pensieri concreti, lenitivi della pena di vivere, di viverci: "pensare" le ASL, le ATO, i Municipi, le Scuole, gli Ospedali, tutte le forme esplose del vivere associati.
No? Dove sarebbe l'onta?
Ma per "pensare" tutto ciò occorrerebbe quanto meno uscire dal sibaritismo intellettuale, dai solipsismi scintillanti, dai monologhi esulcerati e dagli aforismi raffinati. E provarsi a "pensare" l'altro.«L'altro? Non pronunciare più,  ti prego, questa parola»... (Anatol- Adelphi, Milano 1990)

Alfio Squillaci
«In Sicilia più che altrove è arduo discriminare moti di umanità autentica e motivi di disumanità mascherata. Nello stato di crisi perenne in cui versano tutti i rapporti dell'io con gli altri e   con se stesso, unica legge di comportamento universale è la doppiezza: mai confidare, neanche alla propria cosceinza, ciò che si pensa, si fa e si vuole davvero. Così, le apparenze più grandiose celano le  realtà più meschine; le proclamazioni di idealità più pure hanno un rovescio di filisteismo spregevole. La finzione è non solo necessità ma istinto e assieme arte di vita».

Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico,  Editori Riuniti, Roma 1990, pag. 18
Esempio 1
Riccardo Raimondo
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line