PIRANDELLISMI
(I ghirigori mentali di una Sicilia eterna ed irredimibile)



Dobbiamo partire da questa domanda: F. M. è un caso teratologico individuale? Ovvero, è una forma scomposta di personalità, una particolare deviazione di una singola individualità riconducibde alle categorie di "bizzarria", "eccentricità", "umoralità strapaesana", "bizzosità senile"?
Se cosi fosse, la "questione M." si risolverebbe d'emblée nella semplice considerazione che quest' uomo non è più nel pieno controllo delle sue facoltà e qualcuno molto più furbo di lui, e di noi, ha scoperto - prima di tutti - che se c'è follia, c'è del metodo in questa follia, ed è una follia che si può mettere a frutto.
Ma non credo che F. M. sia un caso clinico, da elettroshock. E' vero, è una personalità sinistra e affascinante: però egli non si risolve in sé, nella propria individuale biografia. F. M. cioè, non è spiegabile alla luce di F. M. Com'è interpretabile questo individuo allora? Per capire occorre fare appello alla sua sicilianità. F. M. è infatti pressoché incomprensibile se lo si stacca dal contesto "mentale" siciliano. Solo fuori dell'entropia (sistema chiuso di valori) siciliana risulterebbe un eccentrico, un umorale, un vecchietto bizzoso e stizzoso, ma visto sullo sfondo di paesaggi morali siciliani, no, diventa subito altra cosa. Che cosa?
Vediamo un po' più da vicino i tratti pubblici della sua personalità e cerchiamo di vederli in controluce, sullo sfondo cioè della moralità e dello spirito pubblico della Sicilia o meglio di certa Sicilia eterna ed immobile come un latifondo bruciato dal sole.
Innanzi tutto il formalismo giuridico. E' anche questa un forma teratologica individuale dell'uomo M.? Certo, nel mondo del diritto la forma è sostanza. Tutti i giudici sono formali e guai se non lo fossero. Ma F. M. non è solo un giurista formalista, è un giurista formalista siciliano. La sua sicilianità sovrasta e devasta il suo formalismo e il suo giuridicismo esasperato. Se la sicilianità è una forma, è una forma che è sostanza. Che genere di sostanza? Dobbiamo ricorrere al miglior Sciascia per spiegare questo "tratto" della personalità dì F. M.. Ne La Sicilia come metafora lo scrittore di Racalmuto si provava a spiegare la passione giuridica dei siciliani ed avanzava una spiegazione di tipo storico di questa passione. Che rintracciava nella proliferazione delle giurisdizioni, o fori privilegiati, in Sicilia più numerosi che altrove: il tribunale delle monarchia, il foro privilegiato dell'inquisizione, le corti vicariali, i fori speciali degli ordini cavallereschi. "Chi può stupirsi" commentava Sciascia che in questo "mondo di dispute, di liti, di giurisprudenze policrome, che il siciliano sia diventato un esperto in diritti di ogni sorta. e che si sia costituita una classe dì giuristi agguerriti, una delle principali funzioni della quale è stata di diffondere persino in ambiti popolari una cultura essenzialmente giuridica?" E aggiungeva subito dopo: "Se è vero che la funzione crea l'organo, allora dobbiamo ammettere che questo continuo viavai giurisprudenziale, che lo immerge in una perpetua contestazione codificata, ha fatto nascere nel siciliano un'intelligenza particolare che definirei "formale" (eccola la parola) capace di afferrare i punti deboli di un'argomentazione contraria e di capovolgerli a proprio favore - formalmente o concretamente". Ma anche il contrario, bisogna aggiungere. perché come insegnava Protagora l'arte della persuasione dialettica è doppia: rendere forte gli argomenti deboli e deboli gli argomenti forti.
Ora, in Sicilia questa superfetazione del diritto e della parola raramente è stata spesa in difesa dei più deboli. L'eversione della feudalità nel 1812, ad esempio, attizzò ancor più le loquele forensi locali e sempre in "soccorso del vincitore", dei ceti dominanti, ai quali non bastava la forza, per accaparrarsi la proprietà fondiaria, necessitava anche il diritto, mettere a posto le carte. Essi volevano anche la ragione: fare di libito licìto. È  da qui,  da questa vecchissima lotta per il potere e per il possesso che trae origine, nell'isola, tutta una tradizione di personalità a vario titolo legate al mondo del Jure (avvocati, giudici, cancellieri, ufficiali giudiziari) profondamente conservatrici e di cui F. M. è l'ultima incarnazione, l'ultimo epigono.

Altro tratto pubblico del Nostro è il galantomismo. F. M. ci tiene ad esibire questo tratto della sua personalità.  Se ci si pensa bene, questo suo galantomismo non è che un ulteriore specificazione del suo formalismo, ovvero una prosecuzione in  ambiti diversi dal suo terreno abituale, giuridico. E' autocompiaciuto ed ostentato. Si direbbe che è uno dei tratti che il Nostro curi di più, anche davanti a sé stesso, nel chiuso della propria camera, davanti allo specchio. E' un galantomisnio vieux jeu, naturalmente, da vecchio notabile meridionale. Curato ed accurato. Una forma fissa (ed un po' fessa) dello spirito. Chi ci ricorda questo suo niveo galantomismo? Ahimè un altro siciliano! il pretore Salmeri. Chi se lo ricorda più? Circa venti anni fa era ancora in servizio, vigile e desto, il pretore Salmeri, pronto col metro a misurare i centimetri delle gambe scoperte delle donne e ogni tratto dell'epidermide mostrato senza veli nelle opere cinematografiche e narrative. Era la bestia nera dei veri talenti ma anche la fortuna delle mezzecalzette, di coloro i quali mettevano al mondo delle operine destinate a passare del tutto inosservate, ma che attendevano, quando non provocavano, il suo intervento, per poter gridare al bieco oscurantismo e a godere così di un insperato succes de scandale. Salmeri infatti, quasi sotto l'impulso di una irrefrenabile coazione a ripetere, implacabilmente e "sinceramente" sequestrava per la gioia segreta di tanti, autori, produttori, editori che pregustavano il momento del dissequestro e la rimessa in circolazione delle opere con la bella fascetta "'sequestrato e dissequestrato" che aizzava la prurigine dei lettori. C'è da chiedersi: chi coarta, oggi, il "Nostro" Salemi? Chi è che utilizza il suo galantomismo legalista a senso unico?
Ma scendiamo nel dettaglio. Di che genere è il galantomismo di M.? E' forse nutrito di quel senso della legalità che molti laggiù,  più di quanti si creda, osservano rigorosamente, quasi per premeditato contrappasso, per consapevole contrasto ad un ambiente in cui la legalità è costantemente minacciata e la semplice onestà si presenta come una sfida ed un atto di vera e propria militanza etico-politica? No, il galantomismo di M. altro non è che una morale nicodemista improvvisamente uscita allo scoperto non appena ha trovato robuste spalle su cui salire, una morale da borghese piccolo piccolo, una "misura" molto convenzionale e irrigidita di una coscienza senza grandezza e slanci interiori. Un galantomismo d'uomo d'ordine dunque - tipica dei possidenti o dei vecchi presidi conservatori di Sicilia- contraria per principio ad ogni contestazione e protesta. Quella forma mentis che Leoluca Orlando, tempo fa chiamava "angoscia del dissenso", propria di quei siciliani per i quali il "dissenso è peccato", "l'indignazione è vizio". Ora, per questi galantuomini siciliani,  strenui difensori della "persistenza degli aggregati" e fieri oppositori di qualsivoglia 'istinto delle combinazioni", ogni tentativo di agitare gli stagni delle coscienze, ogni sforzo di svellere il "contesto", negli ultimi cinquant'anni, si è chiamato semplicemente "comunismo". Anche quando né di comunismo né di comunisti si trattava. L'accusa era fin troppo facile e aveva il potere magico di procurare attorno ad essa il ralliement dei ceti dominanti. Ma i "comunisti" sono solo i nemici di oggi. Storicamente, loro, i galantuomini, sono stati sempre "di qua": del legittimismo vs liberalismo, del sanfedismo vs giacobinismo, del liberalismo vs democraticismo, del democristianismo vs comunismo. Quieta non movere et mota quietare. Pronti a scattare rabbiosi come dei cerberi non appena sembrava intaccato quello che a loro è sembrato l'ordine immutabile e naturale delle cose siciliane. Con il latifondo abbandonato? Con il latifondo abbandonato! Con la mafia? Con la... ma... ma che discorsi sono questi, ma quale mafia e mafia... la mafia è a Roma, la mafia è a Nuova York, la mafia è in Russia, la mafia è in tutto il mondo, caro lei!!!
Pare di vederli questi galantuomini. Dai nervi del collo perennemente tirati in una smorfia di disgusto, l'occhietto mobile e nero pronto a spiare l'insidia e a parare l'attacco dell'immaginario nemico... Dalla complessione piccola e tozza, perennemente ingessata in giacche tre bottoni immancabilmente serrati su ventri zucchiformi. Uomini da digestioni complesse, e dai sonni rapidi, dall'eloquio forbito, e dalla prosa secentesca. Pedanti e cavillosi nello scrivere, apoti e misteriosofici nel conoscere, allusivi ed obliqui nelle allocuzioni pubbliche, ma pronti a caricare a testa bassa e a scattare, razzenti, in presenza di una minaccia incombente. Pavidi,  pavidissimi, di fronte ai potenti che loro, istruiti da una sapienza secolare, sanno subito riconoscere in ogni ambiente, anche quando quei potenti non portano le stimmate del potere socialmente e formalmente riconosciuto. Sono infatti astutissimi nell' individuare tutti i poteri informali o occulti, che poi sono i veri poteri in Sicilia, in Italia. Intelligenze scomposte o menti raffinatissime che siano, a volte sono colti come dei Gattopardi, nutriti cioè di un sapere arcaico, scettico e siderale, ma il più delle volte esibiscono intelletti disordinati come lo possono essere le biblioteche pubbliche di laggiù. Breve: sono dei "folli" pirandelliani, soggetti da "corda pazza" pirandelliana.
Eccolo dunque un ulteriore "tratto" della personalità pubblica del Nostro. Il pirandellismo endemico. Ora, si agitano nell'universo pirandelliano diversi tipi di folli. Isoliamone due per intanto. C'è il tipo legato al mondo agro-pastorale e dunque, stralunato, grullesco e un po' "Giufà". Zi' Dima e don Lollò de La Giara per intenderci ne sono campioni. E c'è un altro tipo, quello che interessa la nostra analisi, di più alto lignaggio sociale, borghese o piccolo-borghese.   La sua follia è raziocinante, esulcerata, condotta sul filo del paradosso logico, "umoristica". Fra tutte le novelle dello scrittore siciliano che hanno al centro questo tipo di "follia", ne vorrei ricordare tre, i cui protagonisti sembrano avere i tratti, non certo fisionomici, ma intellettuali e morali - cioè rintracciabili secondo i moduli dell'antropologia e della civilizzazione culturale siciliana cui ho voluto ancorarlo - del Nostro. Le novelle sono: L 'Eresia cataraPallottoline!La carriola.
Nella prima, il professore ordinario di storia delle religioni Bernardino Lamis che ha come abituale uditorio solo due studenti, oppresso da tragedie familiari, quasi sfrattato da una cognata rimasta vedova e con numerosa prole, medita nel bel mezzo del dissesto della sua vita privata, una formidabile lezione in risposta al saggio dell'immancabile tedesco von Glober su l'Eresia catara che, pare, molte delle sue convinzioni sul tema venisse a insidiare. Pirandello ce lo descrive come scrupolosissimo, solitario, misantropo. E lo ritrae tutto teso a preparare e a rimuginare la sua lezione in preda a lancinante sforzo intellettuale, quindi entrare in aula, mentre fuori imperversa un uragano. La novella ha una conclusione grottesca: il professor Lamis che vaneggia "...ma il manicheismo, o signori, il manicheismo, in fondo che cosa e?", nell' aula completamente deserta, ma davanti a venti pastrani appesi ad asciugare e scambiati, nel furore oratorio, per studenti.
Nella seconda, Pallottoline!, un astronomo dilettante, Jacopo Maraventano è ritratto alle prese con l'intero universo, le infinite galassie siderali. Ad un uomo che possiede uno sguardo cosi vasto e penetrante cosa possono sembrare questi nostri pianeti, se non miserabili pallottoline! Ad una simile intelligenza, il cui orologio non è neanche regolato col tempo solare, perché Solis mendaces arguit horas, cosa potevano sembrare i problemi di quaggiù, fossero le richieste della moglie che si moriva dal freddo o quelle della figlia che non possedeva abiti adatti per le feste di Rocca di Papa? Quisquilie. "La distanza? Ma sulla terra per lui non c'erano distanze. Congiungeva ad anello l'indice e il pollice d'una mano e diceva alla moglie sghignazzando: - Ma se la terra è tanta..."
Infine La carriola. Qui si tocca il centro del pirandellismo, della sua "follia" raziocinante. E' una delle rare novelle di Pirandello raccontate in prima persona, col protagonista autonarrantesi cioè, che sembra trascrivere il proprio esaurimento. Uomo gravato da "doveri altissimi" pubblici e privati, dotato dì "autorità severa" che tiene a freno il prossimo "coll'esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi". Ebbene, quest'uomo, così rigido e irreprensibile, vive una tragedia. La più pirandelliana delle tragedie. Sa che questa "forma" in cui ha chiuso la sua vita, lo uccide. "Tutti lottano, s'affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d'aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi più da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono di esser vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data [... ] Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è più in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla, e morremmo ogni giorno di più in essa, che è già per sé morte, senza conoscerla".
Quest'uomo, che ragiona così, ha un terribile segreto. Compie ritualmente un gesto di "lucida follia", dove però è tutto sé stesso,  dove si vendica del mondo, e attraverso il quale è finalmente vita e non più "forma". All'improvviso, quando può, non visto, nel chiuso del suo studio, questo "formidabile professore di diritto" prende la sua cagna lupetta per le due zampine posteriori e, così!, le fa fare la carriola.

lo non mi stupirei se venissi a saper che Sua Eccellenza F. M. è un lettore ed estimatore di Pirandello. Troppi pirandelliani al catasto, nelle scuole, nelle prefetture, nelle questure, nelle procure, nei tribunali, nelle cassazioni, dove non solo la loro vita, ma anche quella nostra e della nazione muore,  troppi pirandelliani, dicevo, si aggirano in quei luoghi, affetti da lucido, endemico, inespugnabile e volgarizzato pirandellismo.

Alfio Squillaci
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dal 22 maggio 2001
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