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Il "romanzo italiano" per eccellenza attraverso una raccolta di scritti dei maggiori critici italiani.
La redazione de "La Frusta!" si rende debitrice verso gli  eventuali aventi diritto,  proprietari dei testi,  non potuti rintracciare.
Sommario:
1. Pier Paolo Pasolini  legge
"I Promessi Sposi"


2. La "moralità" di don Abbondio
Una lettura del celebre curato, corrosiva e originale, di Aldo Spranzi (brano tratto da "Il segreto di Alessandro Manzoni, Unicopli, Milano 2001).


3. Presentazione di Don Abbondio
di Michele Barbi


4. Don Rodrigo. Orgoglio e pregiudizio
di Francesco De Sanctis

5. I due bravi
di Luigi Russo

6. Renzo e Lucia
di Alberto Moravia

7. Renzo e Lucia
di Natalino Sapegno


8. Monaca di Monza. Storia di una corruzione, di Alberto Moravia.


9. Gertrude: Romanzo nel romanzo
di Salvatore Battaglia.


10. La conversione dell'Innominato
di Angelandrea Zottoli.


11. Il flagello della peste
di Attilio Momigliano.


12. Le miserie della fame
di Atitilio Momigliano.


13. Le miserie della guerra
di Anna Banti.

14. Il "sugo" della storia
di Ezio Raimondi



15. L'inclusa"-  Sulle monacazioni forzate del '600- D'Arco Silvio Avalle

16. Il "successo" della Monaca di Monza

17. La vera storia della Monaca di Monza

18. "L'innominato di Luigi Russo

19. Per una descrizione dei "Promessi Sposi " di Franco Fido

20. Il cardinale Federigo, di Cesare Angelini





Pier Paolo Pasolini legge "I Promessi Sposi"
La "moralità" di Don Abbondio di A.Spranzi
I personaggi del Manzoni sono diventati  più ancora che quelli di Dante o dell'Ariosto  qualcosa come  i personaggi delle carte da gioco: si riconoscono per un ghirigoro codificato e fissato per sempre da regole accettate da tutti ormai involontariamente. Si parla di «Lucia », di « Don Abbondio », di « Fra Cristoforo », dell'« Innominato», come appunto, mescolando  disinvoltamente un mazzo di carte. Ognuno tuttavia gerarchizza queste figure secondo le proprie opinioni e i propri gusti. Se dovessi  accettare il gioco, direi che per me il più bel personaggio dei Promessi Sposi è Renzo, insieme con Don Abbondio e Gertrude. Mentre invece considero orribili - pronti per un technicolor  americano degli anni Cinquanta - il Cardinal Borromeo; l'Innominato, Fra Cristoforo e Lucia. La leggera preferenza che do a Renzo nei riguardi di Don Abbondio e Gertrude, dipende dal fatto che Renzo è una figura espressa dallo « stile comico», e tale rimane, fino alle ultime pagine (solo proprio alla conclusione Renzo diventa un « padrone», e arricchisce approfittando di un bando governativo che permette di tener basso il salario degli operai. Questo sarebbe il reale lieto fine del romanzo! E qui, nelle ultime righe, Renzo diventa di colpo odioso, un piccolo ometto tutto pratico, un lombardo pieno di buon senso certo destinato a diventar moralista per difendere i suoi beni, esattamente come coloro che son stati alleati dei cinici potenti che l'hanno perseguitato). Don Abbondio e Gertrude, anch'essi, appartengono all'area del « comico », ma la loro comicità traspare e prende rilievo sull'abisso del male, e ciò costringe il Manzoni a essere un po' ipocrita e gesuitico nei loro confronti: a fare un po' di manierismo moralistico (li perdoniamo,  non li perdoniamo) e a scherzarci un po' su, con non troppa convinzione. La figura comica di Renzo invece traspare e prende rilievo sull'unica zona neutra su cui si fondano i Promessi Sposi: una zona che non è definita né dal bene né dal male, ma è una mescolanza di bene e di male, una penombra ambigua, un'eterna sfumatura: è cioè l'«esser-ci » esistenziale, o, meglio ancora, la vita di ogni giorno, la quotidianità. La comicità benevola, mescolata a questo caos indefinibile e irrelato che è la vita comune, fa di Renzo una figura straordinariamente poetica.
Ma c'è dell'altro. Il Manzoni ha avuto tragici rapporti coi genitori, specie con la madre (cosa che l'ha costretto, fra l'altro, a passare lunghi anni in collegio). E' semplice per noi posteri, lettori di Freud, analizzare la conseguente nevrosi che è caratterizzata dall'eterna forma di complesso nei riguardi del sesso femminile (le vertigini che egli provava, solo se seduto su una sedia isolata, ne sono un sintomo « da laboratorio»): ciò non poteva che portarlo a una cristallizzazione della femminilità, condizione senza la quale sarebbe stato impossibile per lui pensare al rapporto sessuale. Anche tale cristallizzazione della femminilità ha caratteri schematici, classici, da laboratorio: da una parte la donna si cristallizza in Gertrude, la peccatrice che si deve ignorare e tener lontana da sé con orrore (oltre tutto essa, tanto per semplificare un eventuale caso di coscienza, è monaca, e la sua veste religiosa è una barriera decisamente invalicabile eretta dalla Censura): dall'altra parte, la donna si cristallizza in Lucia, l'immagine immacolata della giovane madre, che non può - è inconcepibile - avere rapporti con l'uomo (e infatti anche qui la Censura, oltre a tutta la serie di impedimenti, che costituiscono la trama del romanzo, erige una barriera benedetta da tutti i crismi: il voto di castità). A fiancheggiare tale rapporto così complicato col sesso femminile - come sempre in tali casi - non poteva non esserci una certa tendenza, inconscia e del tutto irrealizzata, sia pure, all'omosessualità. La vita sessuale - dice Freud - non è un fiume che scorre sul suo letto, ma è un rivolo di liquido vischioso, pieno di rami, di pozzanghere, e solo faticosamente il suo corso principale giunge al proprio sbocco.
L'omosessualità in Manzoni era evidentemente uno di questi corsi secondari, di queste pozzanghere: ma è sotto il suo segno che si svolge tutto il fitto intreccio di rapporti dei personaggi dei Promessi Sposi, Don Rodrigo e i 
bravi, Don Rodrigo e il Griso, Don Rodrigo e il cugino, il Cardinal Borromeo e l'Innominato, per non citare che i primi che vengono alla mente: ma, se il lettore rilegge in questa chiave i Promessi Sposi vedrà che, una volta privilegiato e messo sull'altare il rapporto d'amore uomo-donna, tutti i rapporti che formano l'intreccio del libro sono caratterizzati da una strana intensità (fraternità o odio) omoerotica. Che del resto è naturale, e si trova in tutti i grandi romanzieri. Ma nei Promessi Sposi, in più, produce Renzo. Renzo è una proiezione nostalgica del Manzoni, una figura di figlio-padre quale egli non è mai stato né mai avrebbe potuto essere: una possibilità perduta per sempre nel mondo. Renzo è il simbolo della salute e dell'integrità. Questo amore per la gioventù solida e ben piantata di Renzo, ragazzo senza problemi, fa sì che il rapporto tra il Manzoni e il suo personaggio sia sempre poetico: le pagine in cui il Manzoni parla di Renzo traspaiono sul reale, si confondono col reale, hanno l'assolutezza del reale, e anche la sua sostanziale leggerezza. Il rapporto tra il Manzoni e Renzo, ricorda un po' quello di Ivan Il'ic nel racconto del Tolstoj  con il suo giovane contadino: ilricco padrone malato trovava un po' di sollievo dal suo male solo nella presenza di un ragazzo, suo servo (ma divinamente sano, rozzo e giovane, e quindi libero da lui e da ogni altro padrone, imprendibile, « altro»). Nei momenti di crisi della sua malattia (probabilmente cancro) Ivan Il'ic faceva venire in camera sua il ragazzo, e appoggiava sulle sue spalle le gambe: in quella posizione si sentiva meglio, e si illudeva di guarire. Son certo che il Manzoni provava la stessa sensazione redigendo la sezione romanzesca di Renzo...
Pier Paolo Pasolini, Descrizioni di descrizioni, Torino 1979, pp.152-154

Don Abbondio si trova ad affrontare la vita partendo da una collocazione sociale drammaticamente povera di alternative: "non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno [ ... ] come un vaso dì terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro" . La sola carriera che, in quelle condizioni consentiva di uscire da una prospettiva di dura povertà e dì estrema vulnerabilità, era la carriera ecclesiastica.
La selezione era durissima, e possiamo facilmente immaginare con quanti sforzi, con quanta determinazione, con quanta pazienza, con quanta inflessibile e perseverante ipocrisia, egli sia riuscito nell'intento. L'atteggiamento di soddisfatta beatitudine col quale lo incontriamo può essere inteso solo avendo presente gli sforzi con cui è giunto alla meta: comprendiamo così anche la sua costante affermazione del diritto a godere dei vantaggi di quelle fatiche, e l'ostilità feroce che egli manifesta nei confronti di chiunque, per qualsiasi ragione, si azzardi a disturbare la sua quiete e i suoi privilegi.
Don Abbondio ha fatto fin dall'inizio una scelta netta in termini di funzione-obiettivo Il suo 'sistema' è dominato dalla minimizzazione del rischio: egli scarta ogni alternativa, pur a sua disposizione. in grado di dargli vantaggi di ricchezza, di potere, odi altra natura, che implichi un innalzamento del livello del rischio. Ciò gli consente di stabilizzare l'obiettivo raggiunto entrando nella Chiesa, e di estraniarsi dalla vita,  contemplando il caos sociale da una tranquilla posizione di rendita.
Non si tratta né di debolezza, né di mansueta innocuità, come vuole la critica che lo definisce, alla luce del suo sistema. un 'pover'uomo': la 'neutralità disarmata' scelta da un prete, membro di una corporazione potente, riverita e temuta, è cosa ben diversa dalla neutralità disarmata di un povero diavolo privo di potere e di protezione.
L'obiettivo di quieto vivere che domina la funzione-obiettivo di don Abbondio opera nella fiaba come un potente fattore di simpatia e contribuisce in modo determinante a far perdonare al curato i suoi comportamenti criminali. Ma fuori dai meccanismi di simpatia-antipatia della fiaba non è lecito derivare dal sistema di don Abbondio, cioè dalla particolare configurazione della funzione-obiettivo, alcuna conseguenza in termini di egoismo-altruismo dei suoi comportamenti. e tanto meno di moralità di questi ultimi.
Desumere dal fatto che don Abbondio è un "eroe del quieto vivere" che egli "è un debole ma non un malvagio", o che "ha rinunciato ad ogni aspirazione personale sia di vizio sia di virtù", o che il suo è un "amor proprio senza aspirazioni, senza concupiscenze, senza vanità, senz'orgoglio, destituito di quell'aggressività che sembra definirlo", è un errore.
Il suo sistema di quieto vivere non origina dalla debolezza, o dall'innocuità: gli è costato tant'anni di studio e di pazienza, seguiti a tant'anni di fatiche improbe per riuscire a entrare nella Chiesa.
Come si può affermare che "egli non ha desideri, se non quello negativo di essere lasciato in pace'? Quello di godere l'esistenza in una posizione di privilegio, senza essere coinvolto nelle rischiose contese della vita, senza dare nulla agli altri uomini se non un burocratico annuncio della parola del Cristo, non è assenza di desideri ma desiderio fra i più ambiziosi che un uomo possa coltivare, in un'epoca feudale, di miseria e violenza, come quella in cui il  nostro curato vive.
Come si può affermare che don Abbondio, in virtù del suo sistema, non chiede niente agli altri? Ha chiesto e ottenuto una posizione di privilegio che gli consente di estraniarsi dalla vita, di chiamarsi fuori. Sappiamo dai suoi comportamenti che chiede agli altri - ai deboli indifesi - di esentarlo dal dar loro ciò che il puro dovere gl'impone di dare; che chiede ai superiori di coprirgli le spalle e dì non punire i suoi comportamenti immorali e criminali. Sappiamo che vuol tener fuori dalla sua vita gli altri, determinato a non dar loro niente, letteralmente niente. Ci vuol del coraggio ad affermare che "non ha, e non ha mai voluto avere ambizioni dì nessuna specie".
"Gli altri reagiscono agli avvenimenti, cercano di piegare le cose ai loro fini nobili o perversi; egli, don Abbondio, non ha di queste pretese": le ha, eccome, lungamente meditate e saggiate, solo che i suoi obiettivi, in accordo con i gusti personali, sono diversi da quelli di altri individui. Certo, la funzione-obiettivo dì don Abbondio non dà spazio a comportamenti aggressivi, ma non esclude la ferocia dell'egoismo passivo, anche se per ora niente possiamo dire sul suo egoismo e sulla sua moralità, essendo la struttura della funzione-obiettivo di per sé neutrale al riguardo.

L'egoismo di don Abbondio

Definita la funzione-obiettivo, si può ora completare l'analisi delle peculiarità dell'egoismo di don Abbondio esaminando gli altri fattori strutturali che lo qualificano: la visione del mondo e la razionalità.[...]La visione del mondo di don Abbondio si caratterizza, anzitutto, per la sua totale impermeabilità ad ogni ideale: si è fatto prete per interesse, non per viltà, e pur vestendo la divisa di sacerdote di Cristo, si muove nel romanzo, in ogni momento, come un personaggio (quanto meno) laico. Trascinato a viva forza, dal cardinale, sul terreno religioso, "il suo spirito si trovava tra quegli argomenti, come un pulcino negli artigli del falco, che lo tengono sollevato in una regione sconosciuta, in un'aria che non ha mai respirato" [Xxv] L'ari religiosa, dunque, a sessant'anni, non l'aveva mai respirata, nemmeno in seminario, nonostante avesse sempre con sè il breviario, e lo leggesse scrupolosamente.
Ma la totale estraneità all'esperienza religiosa diventa secondaria rispetto a un altro carattere fondamentale della sua visione del mondo: non solo quest'ultima è al riparo da ogni interferenza ideale, ma don Abbondio è fermamente convinto che anche per gli altri l'ideale non esista, che sia sovrastruttura, o accidentale irrazionalità, o egoismo camuffato. Per non parlare dell'eroismo, della santità, che considera una forma di pazzia o di sublime ipocrisia. Si può rammentare, in proposito il suo giudizio sui confratelli i quali "a loro rischio, prendevan le parti di un debole oppresso, contro un soverchiatore potente. Questo chiamava un comprarsi gl'impicci a contanti, un voler raddrizzare le gambe ai cani" (I): un atteggiamento che i soliloqui portano frequentemente allo scoperto.
C'è di più: questo atteggiamento di totale chiusura nei confronti dei valori ideali si estende anche agli aspetti morali, fatto questo che va ben oltre la sua laicità e di cui occorrerà valutare attentamente i significati e le implicazioni. Non c'è solo irriverenza nei confronti dei valori, c'è un vero e proprio atteggiamento blasfemo.
Lui fa solo i conti con la forza, quella logica spietata priva di ideali che regola il mondo: "non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza" [II]. L'ideale è un lusso, uno sfizio che serve a ingentilire la vita e i rapporti sociali nei momenti di riposo, quando tutto va bene e non si devono fare i conti con la violenza, In questi momenti, in cui i suoi interessi non sono minacciati, don Abbondio sfodera il repertorio religioso, quello che usa nelle prediche domenicali: "vedete, figliuoli, se la Provvidenza [...]" [XXXVIII].
Si cerca di recuperare questo suo modo di essere alla logica dell'ispirazione religiosa del romanzo  evitando in tal modo lo scandalo  definendolo "l'uomo dei paradossi"'. Come dire: la conformazione della sua intelligenza, il suo humour, stimolati dalla natura paurosa, lo portano, più o meno innocente-mente, a scherzare con i valori, e anche questo confluisce nella buffa comicità.
Si tratta veramente di paradossi? L'abito che porta e l'atmosfera della fiaba cattolica tutta impregnata di sublimi, evangelici valori lo suggeriscono, dato che il paradosso esprime un'asserzione incredibile, in netto contrasto con l'opinione comune. Ma se i comportamenti risultano conformi alle asserzioni incredibili, anche il linguaggio perde il suo carattere paradossale, quindi Innocente e diventa espressione di una visione del mondo. E se poi il romanzo, nel suo insieme, dovesse 'dar ragione' a don Abbondio, allora don Abbondio assurgerebbe a 'portavoce dell'autore', cioè a elemento portante dell'ispirazione del romanzo. [...]
In un tale contesto, la razionalità di don Abbondio diviene un fattore non secondario, ma cruciale, per la lettura del personaggio Occorre dare atto che don Abbondio rivela una straordinaria razionalità, una razionalità perfetta.
Questa perfetta razionalità, accoppiata alla visione del mondo che conosciamo produce due conseguenze:
I. l'ideale non riesce a penetrare nei comportamenti di don Abbondio nemmeno accidentalmente, attraverso i varchi che normalmente si producono per difetto di razionalità, per ingenuità, nei momenti di debolezza sentimentale, soprattutto attraverso le lacerazioni prodotte nella corazza dell'egoismo dalla passione.
2. sappiamo così esattamente qual è la logica di comportamento di don Abbondio: egli decide sulla base di una ponderazione razionale degli interessi (determinati dalla funzione-obiettivo) e dei rischi. "Gli avessi maritati! non mi poteva accader di peggio" (XXIII): se, al momento dell'intimidazione di don Rodnigo, avesse dovuto mettere in conto un rischio maggiore di quello che correva disubbidendo al tiranno, li avrebbe maritati, avrebbe avuto il coraggio di maritarli. Il coraggio non gli manca dunque; solo lo impiega secondo i rischi che i suoi interessi corrono.
Si apre, a questo punto, il problema morale.


La moralità dei comportamenti non è legata alla presenza di valori ideali nella visione del mondo, o alla configurazione della funzione-obiettivo: l'imperativo morale può, e deve, sussistere anche nei comportamenti di un soggetto la cui visione del mondo è priva di valori ideali. È questo il caso che c'interessa.  I contenuti, i modi di essere della moralità, in tali condizioni, sono i seguenti:
I. minimizzazione del danno inflitto agli altri nel perseguimento dei propri interessi. Questo atteggiamento, che come vedremo rientra nell'altruismo, si fonda sulla consapevolezza e sull'accettazione della legittimità degli interessi altrui, che devono coabitare con i nostri, e ai quali viene fatto posto. Il dovere morale consiste quindi nello sforzo di rendere compatibili gli interessi altrui col perseguimento dell'interesse proprio, che non dev'essere sacrificato ma armonizzato con quello degli altri. È, in fondo, la logica della reciprocità.
2. Lo sforzo di rispettare l'interesse altrui pur nel perseguimento del proprio, deve tener conto della posizione e della funzione sociale dell'attore, nella misura in cui tale funzione sociale è fonte dì privilegi, o di impegni contratti con la collettività, che devono essere onorati.
3. Ogniqualvolta il perseguimento o la difesa del proprio interesse si traduca, o possa tradursi, in un danno grave per gli altri, l'attore ha il dovere di esplorare tutte le alternative a sua disposizione per evitarlo o ridurlo, tenendo conto soprattutto della proporzione tra gli interessi in conflitto. È in ogni caso gravemente immorale provocare agli altri danni gravi quando ciò non sia strettamente indispensabile alla difesa dei propri interessi.
4. Ai fini del giudizio morale conta soprattutto 'atteggiamento interiore con cui il soggetto affronta le situazioni di conflitto. Rivelatrice è a tal fine la presenza, o l'assenza, di compassione nei confronti dei nostri simili, che testimonia di un atteggiamento morale, di rispetto per gli altri. Dove c'è compassione c'è generalmente moralità; dove manca, la strada è aperta all'immoralità.
La tesi di un'immoralità di don Abbondio è suffragata da numerosi elementi.

Per la difesa del proprio quieto vivere, don Abbondio non esita a mettere Renzo e Lucia in una situazione di pericolo mortale. Che non rischiasse la vita, lo sappiamo di sicuro: sappiamo anche che non era convinto di rischiarla. Ciò che intende evitare non sono le schioppettate sulla schiena, ma un'alterazione del suo rapporto con don Rodrigo, che avrebbe potuto in futuro, in qualche modo vendicarsi dello sgarbo subito. Per questo dice al cardinale: "bisognerebbe che vossignoria illustrissima fosse sempre qui, o almeno vicino" [xxv]; per questo rifiuta di celebrare il matrimonio finché non è certo della morte di don Rodrigo. Ciò che vuole, insomma, è non guastare i rapporti di buon vicinato col tiranno locale, ed evitare così ogni possibile disturbo, presente o futuro, alla tranquillità del proprio vivere.
La sua agitazione, dopo l'ambasciata dei bravi, riguarda soprattutto i possibili rischi della complicità che egli è subito disposto a concedere, senza alcuna considerazione per il danno a Renzo e Lucia. Dolorosa è per lui l'incertezza nella valutazione dei due ordini di rischi: da un lato quelli connessi a uno sgarbo a don Rodrigo, dall'altro quelli che la complicità gli può procurare. Non è in grado al momento di ponderarli adeguatamente, e allora decide di prender tempo in modo formalmente pulito: si tratta di arrivare con un pretesto al tempo proibito per le nozze: poi avrà due mesi di tempo per ponderare e decidere.
Non è quindi detto che don Abbondio non avrebbe giocato, in un secondo tempo, la carta del cardinale: l'avrebbe fatto se i possibili rischi della complicità fossero risultati superiori a quelli della disubbidienza a don Rodrigo. Nessuna considerazione morale dunque, ma solo un calcolo di convenienza, in cui pone sullo stesso piano i suoi piccoli fastidi e i pericoli mortali dei due giovani: o meglio, questi non li considera neppure. Gli eventi successivi non consentono di assistere alla scelta, ma non c'è dubbio che per don Abbondio si sarebbe posta in quei termini.
"Un sistema di quieto vivere, ch'era costato tant'anni di studio e di pazienza, sconcertato in un punto, e un passo dal quale non si poteva veder come uscirne". Non si poteva veder come uscirne garantendo la complicità senza rischi: il problema non è quello morale della complicità, al quale poteva sottrarsi in tanti modi, ma quello dei rischi posti dalla complicità.
Il dilemma che agita don Abbondio riguarda quindi la difficile comparazione dei rischi, in una situazione di urgenza decisionale (la minaccia giunge il giorno prima delle nozze). A questo si aggiunge la stranezza della mossa di don Rodrigo, che il curato certamente percepisce, e che accresce la sua perplessità, Ma le schioppettate nella schiena non c'entrano.
Più ancora dell'incertezza sui rischi della complicità, gioca la sorpresa per 'infrazione di una regola del gioco sempre rispettata tra 'galantuomini', e ancor più il fatto che a don Abbondio una cosa del genere capita certamente per la prima volta, in quarant'anni di funzionamento del sistema.
La 'moralità' di don Abbondio è eterodiretta: decide per lui chi determina l'entità dei rischi dei suoi comportamenti: se all'interno della Chiesa don Abbondio avesse dovuto fare i conti col rischio di sanzioni commisurate alla gravità dei suoi comportamenti, avrebbe sicuramente mandato al diavolo don Rodrigo e maritato, senza esitazioni, Renzo e Lucia.

Aldo Spranzi - "Il segreto di Alessandro Manzoni", Unicopli, Milano 2001)

Don Rodrigo è lo stesso ideale [ di padre Cristoforo] preso a rovescio: natura violenta e inculta, guasta ancora più dalla falsa educazione e dalle male abitudini della sua posizione sociale. Non è già un tipo di malvagio, un vero contro-ideale. Questo è certo il posto assegnatogli nel romanzo, questo il suo significato, ma solo come genere. La sua individualità è prodotta da un complesso di motivi storici. Egli è il nobilotto degenere di villaggio, l'antico feudatario che reputa tutto intorno, uomini e cose, come roba sua, e cerca di far valere il suo diritto con la forza, circondato di bravi. Il mondo non è più lo stesso: ci è lo Stato e la legge; ci è un'ombra di borghesia incontro a lui, il podestà, il console, il notaio, l'avvocato; questo lo rende anche più cattivo, costringendolo a congiungere con la violenza l'intrigo e la corruzione. La sua vita non ha scopo; l'ozio rode in lui tutto ciò che di elevato vi avea posto natura e lo volge al male. Pesa su di lui l'atmosfera della sua classe. Ciò che lo spinge o lo frena, è questa interrogazione: - Cosa diranno di me i miei pari? - Onde nasce il puntiglio, il falso punto d'onore, che lo rende ostinato in un primo passo, e cangia la velleità in volontà, e lo tira di grado in grado sino al delitto. Le beffe del cugino e i ritratti de' suoi antenati operano più in lui che la stessa sua libidine. Una scommessa è il piccolo principio, da cui nascono avvenimenti molto seri, dov'egli si trova imbarcato e inchiodato al di là di ogni sua intenzione. Casi simili hanno per lo più a movente la libidine o la passione; il motivo è qui un puntiglio, un voler « spuntare l'impegno », motivo comico, pure altamente tragico per l'importanza che ha nella coscienza di tutta una classe. Chi guarda bene addentro, vedrà che don Rodrigo non è il peggiore de' suoi pari. Ci è nel fondo del suo cuore un avanzo di buoni sentimenti, che lo rende pensoso innanzi alle parole di padre Cristoforo [VI, 16; VII, 36 e 41], e benché spesso tra banchetti e stravizi, pur non vi si mostra così cinico, come i suoi compagni di orgie. Egli è come tutti gli altri, pure il men tristo di tutti gli altri. Il suo peccato è di esser nato tra quei pregiudi e in quell'atmosfera viziata: ciò che falsifica nella sua coscienza la nozione del bene e del male, e gli dà un torto concetto dell'onore. Pure la fatalità della sua posizione morale non lo giustifica e non lo assolve. C'è un mondo superiore, le cui leggi non si violano impunemente. L'espiazione di don Rodrigo [XXXIII, e sgg.], così piena di terrore e di compassione, è la reintegrazione nella coscienza di quel mondo superiore offeso.

FRANCESCO DE SANCTIS
("Alessandro Manzoni", Bari, Laterza, 1953, pp. 71-2)

Presentazione di don Abbondio
Don Abbondio ci è presentato sin da principio come uomo tranquillo, amante dei propri comodi, abitudinario, nemico d'ogni inciampo o novità, sia un ciottolo che incontra sul suo cammino, sia la comparsa di persone con le quali è bene non aver che fare. E due sono appunto le cose messe in rilievo in lui: della sua quiete e mancanza di coraggio. S'è creato con tanti anni di studio un suo  sistema di quieto vivere, evitando d'entrare comunque nelle cose altrui e cedendo ovunque fosse pericolo di contrasti: uomo di fondo bonario, e incapace di far male altrui anche per non crearsi nemici, ma neppure disposto a far il bene, o a fare liberamente il suo dovere, se ciò portasse qualche disturbo alla sua vita, e tanto meno se ci fosse da temere qualche grosso guaio o ci fosse una minaccia (Dio liberi!) di morte. I critici mettono in rilievo specialmente l'uomo pauroso; e veramente nel periodo dell'azione del romanzo, la paura è il sentimento che prevale in lui; ma il fondo del suo carattere è questo desiderio della quiete, che, in tempi ordinari, l'ha «assorbito continuamente», per modo da non curarsi nemmeno dei vantaggi «per ottenere i quali facesse bisogno d'adoperarsi molto, o d'arrischiarsi un poco » [I.53.3-5]. Si capisce bene come a lui paia in coscienza d'aver fatto sempre il galantuomo (« a un galantuomo par mio » [I.78.2] e, pensando  a quel ch'erano i preti allora, d'essere anche un buon prete. Si spiega come di fronte alle prepotenze e alle efferatezze di cui si avevano continui esempi» e da cui tanto rifuggiva il suo animo, egli parli del suo buon cuore, del bene che vuole ai suoi parrocchiani, anche nel momento in cui la violenza altrui gl'impedisce di fare per loro quello che sarebbe suo dovere e suo desiderio. Ma si capisce anche come nel suo egoismo venga a considerarsi come disobbligato dal fare quello che vorrebbe e dovrebbe fare, sin che perduri il contrasto tra interessi che direttamente non lo riguardano. « Che c'entro io? » [I. 62.3]. Non è giusto che anche la vittima di un sopruso abbia un po' di pazienza invece di mettere in pericolo la vita d'un sacerdote? Aspettiamo che le cose s'appianino; ci sarà tempo poi per ogni cosa.

MICHELE BARBI
(« Istituto Lombardo », 1961, pp. 413-4)

I due bravi
Cotesto gusto della stampa secentesca poi ritornerà in ogni capitolo, non solo a tratti ma imbevendo di sé ogni immagine; ritorna nel primo capitolo, con la digressione sui bravi e con quel mirabile ritratto dei due che attendono don Abbondio [I. 11-12]. Dove ogni nota è piena del gusto del secolo. Giacché sono alternati sapientemente i particolari della paura e della pompa: La paura e la pompa, due delle divinità dominanti nel Seicento manzoniano: l'enorme ciuffo, segno di ribalderia, e i due lunghi mustacchi arricciati in punta, segno di equivoca eleganza; il picciol corno ripieno di polvere, simbolo di rissosi disegni, e quel suo pendere trascurato sul petto, come se fosse un vezzo; le pistole e quella cintura lucida di cuoio, così vistosa nella sua lucentezza. Anche lo spadone, con una guardia traforata a lamine d'ottone, è un'arma di minaccia, ma portata come se fosse un insegna gentilizia. Non ci sono qui due ribaldi tipici e generici, ma due ribaldi penetrati dell'atmosfera del loro tempo, in cui la ribalderia, secondo lo spirito allora disuso, è presentata e vista come vanità e pompa barocca.

LUIGI RUSSO
("Ritratti e disegni storici", Serie IV, Firenze, Sansoni 1965, p. 7)

Perpetua serva indocile
Era Perpetua [I.65.1]. È secondo la ritrae qui l'autore, come il complemento del suo padrone, e l'un carattere serve a mettere in rilievo l'altro. Dopo l'incontro, niente più ha desiderato don Abbondio che ritrovarsi a casa per avete un aiuto a portare il peso della inaspettata intimazione; e appena entrato il suo grido è stato infatti: Perpetua! Perpetua! [I.64.6]. La proibizione di non lasciarsi scappar parola su quell'intimazione non può valere per lui: cerca di resistere a fare una sì pericolosa confidenza quanto può, ma neppure il pericolo della vita può trattenerlo dallo scaricarsi del pesante segreto almeno in casa sua. D'altra parte, come ella potrebbe tollerare d'esser tenuta al buio di cosa che apparisce così grave, di non potergli dare un buon parere e sollevargli l'animo? Che l'erompere di Perpetua contro don Rodrigo e i suoi pareri e i rimproveri stessi al padrone siano tali da far scattare don Abbondio è richiesto dal carattere di Perpetua, che vien così nettamente profilandosi; e vien nel tempo stesso a lumeggiarsi meglio anche quello del curato. Quanto egli è cauto e prudente, tanto ella è sciolta d'atti e di lingua. Ma ha una virtù che a lui manca: saper risolversi, togliersi e toglierlo dagli impicci. È il contrapposto, quindi frequente il bisticciarsi; è il complemento, quindi il ricorrer sempre a lei. A certi momenti per stizza « la signora Perpetua »; ma più spesso: «Che ne dite, Perpetua ». Piena di buon senso e ardita, ha anche lei il suo punto debole, che ben s'aggiunge alle altre caratteristiche che la rendono già così singolare come domestica di un curato, in quanto le danno anche un senso più intimo d'umanità: scontenta d'esser rimasta nubile, vorrebbe che almeno non si dicesse che è stato per non aver trovato un cane che la volesse. Di questo suo tratto l'autore saprà valersi a render più viva e gustosa questa sua figura.

MICHELE BARBI
(« Istituto Lombardo », 1961, pp. 414-5)

Renzo e Lucia
di Alberto Moravia
Abbiamo voluto serbarci per ultimi Renzo e Lucia perché, oltre a essere forse le due figure più belle e originali de I promessi Sposi, essi sono anche la chiave della concezione manzoniana della vita, della società e della religione. Questi due personaggi non sono ricostruiti storicamente, saggisticamente, come Gertrude; sono presentati attraverso il loro agire come don Rodrigo e l'Innominato; ma al contrario di don Rodrigo dell'Innominato, sono ben vivi e reali. Gli è che la malvagità di don Rodrigo e dell'Innominato sono di testa; mentre le qualità e i difetti di Renzo e Lucia sono intuiti per simpatia. Quali sono queste qualità e questi difetti? Lucia è soave, dolce, discreta, pudica, riservata; ma anche, talvolta, leziosa, cocciuta, rustica, inclinata a compiacersi e a strafare nel senso Li una perfezione di maniera. Renzo è schietto, onesto, coraggioso, pieno di buon senso, energico; ma anche, talvolta, melenso, avventato, violento. Come si può vedere da quest'insieme di qualità e di difetti, il Manzoni ha voluto dipingere due figure di contadini che aveva probabilmente avuto il modo di osservare a lungo nella realtà, magari proprio in uno dei paesi del lago di Como, prima di ricrearle nell'arte. La sensibilità sociale del Manzoni, così sottile e così pronta, va ammirata una volta di più in questi due personaggi umili nei quali sono visibili tutti i caratteri di una condizione inferiore senza però il distacco e la sufficienza che spesso si accompagnano questo genere di rappresentazione. In realtà il Manzoni ha saputo vedere Renzo e Lucia con affetto; l'affermazione ben nota, alla fine del capitolo XIV: « ... quel nome per il quale anche noi sentiamo un po' d'affetto e di riverenza »[XIV, 60.10-11], non è una civetteria letteraria ma la pura verità. Questo affetto è una cosa nuova, originale; ai tempi del Manzoni, come del resto ai nostri, fare di due popolani gli eroi di un romanzo richiedeva infatti un salto qualitativo non indifferente, una capacità di idealizzazione potente. La novità dell'affetto del Manzoni per Renzo e Lucia si può valutare appieno pensando che bisogna arrivare fino al Verga per trovare un altro scrittore italiano che volga al popolo uno sguardo fraterno.

ALBERTO MORAVIA
("L'uomo come fine", Milano, Bompiani, 1964, pp. 333-4)

Renzo e Lucia
di Natalino Sapegno
Al centro della storia stanno i due popolani, i « promessi sposi », la cui esistenza passerebbe su questa terra inavvertita, senza lasciarvi traccia, se essi non finissero proprio per caso, e senza volerlo, a capitar fra i piedi dei grandi e dei prepotenti e ad inciampare così nelle loro trappole. Uno è Renzo, che sembra davvero riassumere in sé tutte le doti di un certo mondo contadino: la bontà generosa, la giustizia istintiva, la religiosità schietta, la laboriosità ilare e serena, la freschezza non corrotta dei sentimenti [II, 7-10];  Renzo; di cui la vicenda  è tutta una coperta ininterrotta battaglia contro l'orgoglio e le stregonerie dei dotti, di quelli che san leggere e scrivere e servirsi a tempo del latino dei decreti e della scrittura, contro le ingiustizie dei signori che han fatto la legge e l'adoperano secondo i loro fini e il loro capriccio; e questa battaglia egli la combatte senz'altra arma che le sue idee chiare e non artefatte, la sua fiducia tetragona nel trionfo del bene, la forza sana delle sue braccia e delle sue spalle addestrate da sempre alla dura fatica: è la figura più lieta e franca, la più cordiale e convincente che il Manzoni abbia saputo inventare. E poi c'è Lucia, in cui la fede ha creato una sensibilità più alta, più delicata e sottile; un pudore, una ritrosia, una superiore gentilezza d'affetti, che reca con sé una luce ineffabile e la proietta su tutte le cose e persone con cui s incontra [II, 55-81]:
una creatura che non sembra di questa terra, e pur rimane una contadina, con il suo modo di sentire semplice e quadrato, ben circoscritto in una precisa misura di tempi e di luoghi e di educazione. Intorno ai due protagonisti brulica tutto un mondo di umili; contadini, artigiani, barcaioli, barocciai, povera gente tormentata dall'ingiustizia degli uomini e dalla crudeltà della sorte, ma non distorta e soffocata, tuttavia umana e solidale: sempre pronta al bene nei pensieri e nelle opere. E c'è la vita del villaggio, con i suoi interni squallidi e le sue magre cene e i suoi focolari spenti; e la
chiesetta, la canonica, il convento dei cappuccini; e le campagne bruciate dalla siccità, devastate dalle invasioni soldatesche, spopolate dall'epidemia; e le lunghe strade che corrono il mondo pieno di sorprese e di malincontri; e le osterie; e infine anche la città, ma come la vede il contadino, stupenda e vasta, ma irta di insidie e di tranelli, la città del popolo, stremata e atterrita dal contagio, ovvero eccitata e fremente nei giorni di gazzarra. E nello sfondo, il paesaggio familiare di Lombardia, con i suoi cieli, i suoi monti, le sue acque, la sua mite luce autunnale.

NATALINO SAPEGNO
("Ritratto di  Manzoni", Bari, Laterza, 1961, pp. 145-6)

Don Rodrigo: Orgoglio e pregiudizio
dall'11 novembre 2001
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L’uomo come fine, Alberto Moravia Ordina da iBS Italia

Il Moravia saggista racchiude in questo libro il meglio della sua produzione artistica. Machiavelli, Boccaccio, Pavese, Maupassant, tutta una serie di rapidi incontri e distesi, di riletture o di esperienze nuove, sino al celebre saggio su Manzoni e l'ipotesi di un realismo cattolico che impose a suo tempo una nuova angolatura nella lettura dei 'Promessi Sposi'. Ogni lettura o rilettura chiarisce anche gli aspetti più oscuri del testo, facendone risaltare con chiarezza nuovi aspetti e volti inediti.

Personaggi dei promessi sposi, Luigi Russo Ordina da iBS Italia

"Destinati più ai giovani che alle discussioni dei dotti", così l'Autore nel presentare ai lettori questi personaggi manzoniani raccontati in forma popolare e colloquiale. "Attraverso l'apparente ricostruzione di quattro personaggi, l'Innominato, il cardinale, don Rodrigo, fra Cristoforo, io vengo cogliendo i motivi fondamentali di tutto il capolavoro manzoniano e li vengo ravvicinando insieme e illuminando reciprocamente".


Ritratto di Manzoni, Natalino Sapegno Ordina da iBS Italia

Storia della letteratura italiana, Francesco de Sanctis Ordina da iBS Italia

La singolarità di quest'opera consiste nell'essere insieme una storia della letteratura e una storia della vita morale del popolo italiano. La preoccupazione moralistica può parere qua e là che deformi la visione dello storico letterario; ma, invero, bisogna riconoscere che ogni storico traccia sempre la storia di un suo mito. Senza quel mito di un'Italia che decade per eccesso di letteratura, e che la grandezza drammatica della storia italiana risiede in questa antinomia fra lo splendore dell'ingegno e la decadenza politica, non avremmo avuto un'opera così compatta e così eloquente. Noi possiamo rivedere e correggere uno per uno i giudizi del De Sanctis, ma nella sua interna coerenza la "Storia" ci oppone una granitica resistenza. Con quella particolare visione, era quello il solo modo di scrivere cotesta storia. (Luigi Russo). La presente edizione è arricchita con note di Grazia Melli Fioravanti.


Descrizioni di descrizioni, Pier Paolo Pasolini Ordina da iBS Italia

"Che cos'è e come è fatta la critica? Naturalmente questo è un problema molto vecchio, benchè neanche lontanamente risolto. Tuttavia pensavo che facendo personalmente io della critica e per tanto tempo questo "mistero" mi sarebbe almeno un po' e almeno pragmaticamente chiarito. Invece no... Ho fatto delle "descrizioni". Ecco tutto quello che so della mia critica in quanto critica. E "descrizioni" di che cosa? Di altre "descrizioni", che altro i libri non sono". (Pier Paolo Pasolini)

Il romanzo senza idillio, Ezio Raimondi Ordina da iBS Italia

Movendo da punti di vista diversi, coordinati però da una stessa ipotesi di metodo, i saggi del volume mirano a cogliere all'interno del romanzo manzoniano la dinamica delle sue forme narrative e il senso della sua ricerca sottile e implacabile, che dal narratore passa alla fine al lettore, su ciò che Brecht chiamava la convivenza degli uomini, l'ordine e il caos della storia, il potere e la distruzione. Nella sua doppia voce saggistica la strategia del racconto genera uno spazio dialettico, dove viene messo alla prova il codice composito e problematico del realismo, l'ironia come misura del "vero" e come conoscenza del "cuore" attraverso l'insieme dei rapporti sociali che ne motivano le reazioni, i gesti ritualizzati del teatro del mondo a tutti i livelli della vita quotidiana. Le antitesi romanzesche di una poetica paradossalmente romantica che mette in discussione un intero sistema letterario possono così essere scandagliate nelle figure profonde dei paradigmi narrativi, nell'intreccio polemico dei significati tematici, nelle inquietudini e nelle contraddizioni delle scelte culturali, nel movimento discontinuo delle ossessioni o delle certezze ideologiche sottoposte al giuoco prospettico del racconto. Dalla scienza alla mescolanza dei generi, dall'ideologia alla satira e al grottesco, dalla fiaba al romanzo, dalla parola che occulta a quella che rivela l'uomo all'uomo, il nuovo sistema manzoniano è in questo modo ricerca di una logica che distrugge l'idillio, euresi, come diceva Gadda, per cui le strutture formali divengono a un tempo funzioni di una topologia sociale e immagini sintagmatiche di una realtà storica come insieme di conflitti: tanto dalla parte del narratore, nel suo ruolo straniante di coscienza critica, quanto da quella del lettore e del suo presente che si cala nel testo, nell'atto stesso della lettura.

Altre pagine:

1. Introduzione ai Promessi Sposi
di Natalino Sapegno

2. Manzoniana - La lirica del Manzoni
di Attilio Momigliano

3. La religione del Manzoni
di Adolfo Omodeo

4. Ritratto del Manzoni.
di  Attilio Momigliano

5. Vedi anche alcuni saggi critici di Giulio Savelli
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La Frusta Letteraria