La ricezione della
 "Scuola di Francoforte" 
in Italia


Il cielo ideologico degli anni '60-'70 del nostro secolo non fu rischiarato dalle stelle supernovae della Scuola di Francoforte più di quanto si supponga o si ami credere, magari "aggiustando" i ricordi a beneficio di una ricostruzione nobile o gradevole del proprio passato intellettuale (meglio ricordarsi francofortesi che cinesi! ). Stiamo ai fatti e alle date. Non tutti i Maestri della Scuola e non tutte le loro opere ebbero uguale circolazione e fortuna. E dei loro temi - che furono principalmente critico-estetici (e musicali) da un lato e teoretico-filosofico-politici dall'altro su una base comune d'ispirazione ebraico-freudiano-marxista, non tutti ebbero immediata presa.
Innanzitutto i nomi della premiata ditta Institut für Sozialforschung con sede a Francoforte prima del nazismo e poi presso la Columbia University col marchio International Institute of Social Research: non solo Benjamin, Adorno, Horkheimer, Marcuse, ma anche Erich Fromm e Leo Löwenthal.  Cominciamo da quest'ultimo. Delle sue ricerche in campo letterario, scarsissima eco giunse da noi. Erich Fromm ebbe invece un immenso, imbarazzante e alberoniano successo con L'Arte di amare (Milano, 1971), libro che fu visto passare di mano in mano a delle assorte e speranzose signorine in metrò, ignare del tutto del diverso uso che robusti giovanotti del servizio d'ordine del "movimento" facevano dell'opera L'Uomo ad una dimensione del suo collega di scrivania Marcuse.
Da Walter Benjamin (non pronunciare Uolter Béngiamin, please!) molti studenti  di filosofia fummo torturati in quegli anni col bel libro, ma sigillato come un'ostrica, Il dramma barocco tedesco (Torino, 1976), la cui inintelligibile "premessa gnoseologica" rimase per molti di noi un cocente scacco intellettuale. Né ci consolò sapere che esimi professori tedeschi avevano dichiarato di «non capirci niente» confortati peraltro dal giudizio di Gershom Golem, amico di Benjamin, il quale riconosceva che non avevano tutti i torti, poiché tale "premessa" «sta davanti al libro come l'angelo con la spada fiammeggiante del concetto all'ingresso di un paradiso dello scritto». E in tema di angeli, Angelus Novus (Torino, 1962) invece impazzava in ogni prefazione e nota a pie' di pagina dei libri di estetica e nelle primissime opere di Massimo Cacciari. Quando poi si lesse L'Opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica (Torino, 1966) e si conobbe la posizione di apertura, dopotutto, di Benjamin verso l"'industria culturale" (nozione elaborata più tardi da Horkheimer), nella misura in cui essa distruggeva l"'aura" attorno alle opere e le avvicinava alle masse, molti si chiesero come si potesse sposare tale posizione con quella elitaria di Adorno che inorridì non appena scoprì che negli Usa l'aura  era stata tanto distrutta da mettere la musica classica nei caroselli pubblicitari (v. Minima moralia, Torino, 1954).
Quanto a Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, a lungo i due costituirono un binomio per via del volume Dialettica dell'Illuminismo (Torino, 1966). Adorno ebbe sicuramente più fortuna da noi e finì anche in una canzonetta di Franco Battiato. Ad entrambi si deve l'interpretazione forzata dell'illuminismo come ideologia fondativa dell'utilitarismo borghese, che avrebbe fatalmente condotto al moderno universo concentrazionario delle merci e alla progressiva perdita di libertà dell'individuo sempre più affogato nell'appagamento automatico. Da qui la grave accusa di totalitarismo lanciata all'Illuminismo. Occorre dire che tale visione fu fatta subito propria da settori dell'intellighenzia nostrana sia di destra che di sinistra, e produsse i suoi lontani effetti sull'orientamento di case editrici quali Adelphi, il cui animatore è famoso anche per un aneddoto che la dice lunga su certi sdoganamanenti della "Scuola" in Italia. Si narra che il giovanissimo Roberto Calasso al termine di una visita ad Adorno venisse congedato dal filosofo con la battuta: « Complimenti giovanotto, lei ha letto  tutti i miei libri, anche quelli che non ho ancora scritto».
 È vero anche che la posizione di Adorno che contrapponeva Spirito a Massa, Qualità a Quantità, Opere d'Arte a Merci, proponeva un elitismo di "sinistra" che non piaceva ad intellettuali come Umberto Eco (Apocallttici ed integrati, Milano, 1964), già intento in quegli anni a gettare le basi di una teoria estetica che trovasse un accordo tra le produzioni di massa e l'intelligenza critica.
Infine Herbert Marcuse e il suo libro più famoso, L'Uomo a una dimensione (Torino, 1967). Anche qui ci troviamo di fronte ai temi più polemici sviluppati  dalla "teoria critica" e dalla "dialettica negativa" verso un mondo «razionalizzato, automatico, totalmente amministrato» (Horkheimer), che negli Usa trovava una moltiplicazione dei suoi effetti e una prefigurazione  per tutte le società del pianeta. La riflessione di Marcuse  s'incentrava sul valore di rigetto (il  "Grande Rifiuto")  costituito fino ad allora  dall'Arte, rispetto ad ogni imposizione dell'Ordine, della Società, del "Sistema" come si suoleva dire allora. Pertanto  essa ha costituito una «seconda dimensione», un luogo dove ci si proietta e si dice  no al mondo (sublimazione liberatoria). Ora, invece, argomenta Marcuse - coniugando Marx e Freud -, il mondo industriale moderno offrendo a iosa beni e consumi, anche artistici, induce l'individuo ad una sorta di «desublimazione repressiva», ovvero lo priva dell'investimento libidinale della sua coscienza desiderante e lo  appiattisce sull'unica dimensione dell'appagamento del consumo. Da «coscienza infelice» qual era l'artista fino all'Ottocento, ma che diceva no al mondo rimanendo autonomo, si giunge alla «coscienza felice» ingozzata di merci ma totalmente eterodiretta dell'uomo-massa novecentesco.
A tutti sfuggì forse la vera natura "filosofica" della Scuola. Ce la  ricordò un articolo di Lucio Colletti sull'Espresso dell'aprile 1976: 
« Marcuse e la scuola di Francoforte non sviluppavano una critica del capitalismo, bensì una critica della "società industriale", della "società tecnologica". Al centro della loro analisi, non era il rapporto tra capitale e lavoro salariato, bensì la scienza, light="3160" uniqueID="element4"/ppressione e lo sfruttamento non dovevano ascriversi a una particolare organizzazione della società, ma, al contrario, alla base scientifica della tecnica produttiva moderna». Insomma, gratta gratta c'era sotto la categoria del buon vecchio romanticismo spiritualistico, anticapitalistico e reazionario (precise categorie dello spirito segnalate da  Marx prima e Lukács dopo). 
Come una dottrina cosi raffinata potesse diventare il baedeker di una generazione in rivolta è uno dei misteri della circolazione delle idee. (1) Certo è che nessuna generazione come quella del '68 conobbe il godimento delle merci e la gioia dei consumi. Essi furono i figli primogeniti dell'affluent society.  A tutti i componenti di quella generazione toccò perciò coniugare nevroticamente comunismo e consumismo, a molti di accettare nella pratica ciò che rifiutavano in teoria, ad alcuni di pensare a sinistra e di vivere a destra.

Alfio Squillaci


(1) In una intervista rilasciata a Liberal in vecchio numero che non sono riuscito più a rintracciare Daniel Cohn-Bendit  riferisce che il libro di Marcuse divenne la bibbia del Movimento Studentesco per puro caso. Intervistato infatti di corsa all'Aeroporto di Francoforte con la domanda a bruciapelo su che libro stesse leggendo, Daniel il Rosso  rispose indicando L'Uomo a una dimensione che aveva in   quel momento in tasca.
dal 22 maggio 2001
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Erich Fromm
Esempio 1
Approfondimenti: 
Giuseppe Bedeschi
Introduzione alla scuola di Francoforte
Laterza, Bari 2002
scheda pubblicata per l'edizione del 1985)
scheda di Rostagno, M., L'Indice 1985, n. 8

Un atteggiamento disincantato e critico caratterizza il saggio che Bedeschi dedica agli autori della Scuola di Francoforte, dei quali ricostruisce il pensiero e la fisionomia intellettuale. Ciò che costituì uno dei tratti fondamentali di Horkheimer e dei suoi collaboratori fu il tentativo di rifarsi alla tradizionale analisi marxista, rinnovandone contenuti e metodologia. Il materialismo storico, così come era stato concepito da Marx, pur restando uno strumento essenziale per la comprensione della realtà, doveva essere integrato con altri apparati concettuali, in primis la psicoanalisi. Soltanto seguendo l'azione delle strutture economiche sin dentro i confini della psiche degli individui e dei gruppi sociali si ridava alla teoria materialistica una capacità di penetrazione adeguata alla complessità della società. Ma questo tentativo di coniugare psicoanalisi e marxismo, apprezzabile nelle sue intenzioni, appare a Bedeschi sostanzialmente fallito, soprattutto per l'oggettiva inconciliabilità delle due dottrine e delle loro ispirazioni di fondo (pessimistica quella psicoanalitica, ottimistica quella marxista).

Può risultare utile la rilettura de L'Uomo a una dimensione di Marcuse fattane da 

Michael Walzer 
L' intellettuale militante. Critica sociale e impegno politico nel Novecento 
Il Mulino Bologna 2004

Contenuto:
L'attività e le opere di undici fra i massimi intellettuali del Novecento, scelti in modo da rappresentare diversi paesi, gli snodi storici e i temi politici e ideologici del secolo scorso. Da Julien Benda a Ignazio Silone, da George Orwell a Albert Camus, da Gramsci a Simone de Beauvoir, fino a Michel Foucault e Herbert Marcuse, le figure intellettuali descritte hanno assolto il compito di esercitare una funzione critica della società, in differenti contesti storici e su differenti tematiche. Per Gramsci il rapporto con il movimento operaio, il femminismo per Simone de Beauvoir, la decolonizzazione per Camus, la situazione americana per Marcuse. Una funzione assolta all'interno di un rapporto costante con la società criticata.
     -- 

Più nel dettaglio, quella di Michael Walzer, ebreo nuiorchese, amico  di Irving Howe, è una delle più corrosive critiche intentate al libro di Marcuse e alla teoria critica.
A Walzer, Marcuse appare un "critico antidemocratico" sulla scia di Ortega y Gasset. La sua avversione alla società consumistica e di massa è condotta sul versante elitistico (ma paradossalmente di sinistra) di chi invoca la repressione delle libertà  - cui le masse eterodirette non sarebbero degne - a favore della libertà, naturalmente  quella spiegata da  individui intellettualmente superiori.

Walzer  lumeggia il "malcontento filosofico" di Marcuse inquadrandolo sì nella scia  di sociologi democratici (Vance Packard e Whright Mills) ma svelandone anche l'invincibile diffidenza dell'europeo colto e raffinato che mal comprende i riti e i miti della società di massa americana (archetipo e prototipo di tutte le società di massa). Insomma quella di Marcuse è la critica di "un Socrate insoddisfatto verso quella di tanti maiali soddisfatti", per dirla con una metafora che torna spesso nel libro.

Rileva che le accuse alla società ad una dimensione di Marcuse, rivolte come sono ad un "tutto repressivo", dove è difficile distinguere amministratori ed "amministrati", spiriti autonomi e masse eteronome, sono  un "predicato senza soggetto", ossia enucleano una critica  che indica gli schiavi ma non  i padroni: il mercato?, lo stato?, la moderna società per azioni?

Stigmatizza l'impiego di un gergo filosofico esoterico , non un linguaggio segreto, ma uno volutamente difficile e astratto.  Una neolingua.

Infine: "Il tono di una tale opera costituisce una variante collettivista della misantropia, sebbene a venir disapprovato sia soltanto ciò che l'uomo moderno, l'uomo di massa, ha foggiato".

Altrove, in un capitolo non dedicato a Marcuse, ma dove la polemica sotterranea col filosofo francofortese è strisciante, Walzer scrive:
" Non è mai stata  una buona idea per la sinistra quella di collocarsi in netta contrapposizione ai valori della gente comune. L'attacco ai beni di consumo è il punto estremo cui può arrivare l'ostinazizone dei critici della società, poiché la gente privata delle cose è resa libera per una politica non più di quanto siano resi liberi per l'arte gli artisti che fanno la fame. La privazione è privazione; non ci si può sottrarre al mondo del guadagno e della spesa semplicemente non guadagnando e non spendendo. La vita comune ha le sue esigenze, non soltanto di ciò che è assolutamente necessario, ma anche di ciò che è puramente desiderabile".
Alfio Squillaci
Michael Walzer 
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<<< Vedi anche il saggio La ragione strumentale e i suoi nemici. Considerazioni su Horkheimer e Marcuse, di Fausto Giani.
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line