che si  allontanava, urlava -  Vi faccio l'atto di richiamo, l'anno che viene, l'anno che viene! -  E faceva mezzo giro nell'aria col dito indice finché  sparì , inghiottito da una curva del treno e da quel momento Rosina cominciò ad aspettare la prima lettera dalla Germania.
Carmileddu, sul treno che ere soprannominato la Freccia del Sud, smaniava di vedere la Germania che doveva essere grande, senz'altro più di  Paternò o di Sicilia, se ci entrava tutto quel fottìo di gente che ogni giorno ci saliva e grande anche perché 'nsicilia  quando una cosa è grande si dice che è grande quanto la Germania. Ma questa qui non arrivava mai perché era lontana assaione e la freccia del sud non era veloce ma lenta come la circum e sul treno si diceva che ci volevano due giorni. Una vita!

Circa quindici giorni dopo Rosina ricevé una lettera di Carmileddu che cominciava - Cara Rosina, io sto bene come spero di tutti voi in famiglia. Questa lettera che a Rosina sembrò bella bella, Carmileddu se l'era fatte scrivere dal cugino tedesco e Rosina se la faceva leggere dal cugino Cirino, fratello dei tedeschi, che studiava a Catania per dottore. Carmileddu mandava a dire che in Germania lavoro si dice arbàit  e che ce n'era assai, assaione per tutti e che a loro italiani li soprannominavano gastarbàit che non si capiva cos'era. Che lì in Germania c'erano tanti siciliani, italiani, turchi stranamente bianchi - perché nsicilia i neri li chiamano tucchi, 'nsomma anche greci, che già a Ottobre faceva freddo da far tremare il pellizzone e che era tutto merito di Rosina che gli aveva fatto i mutandoni di lana e dei grossi maglioni , se lui non lo pativa. Concludeva assicurando che sarebbe venuto in estate per le ferie e che avrebbero fatto festa grande.

Passò dunque un mese, due mesi , tre mesi e vi debbo dire - ma come dirlo? - che a Rosina che era femmina come tutte le femmine, cominciò a svampare un fuoco grande sotto la sottana e più si ricordava del marito bello e più il fuoco gli svampava sotto, tanto che desiderio del maritello e fuoco grande si mischiavano e non erano due cose diverse, ma la stessa. Rosina aveva voglia grossa di uomo e aveva voglia grossa di Carmileddu. Il momento più brutto veniva la notte quando lei si trovava nel letto e stirava un braccio e non trovava il duro del petto del marito me il molle del sedere di Lucia, la sorella di Carmileddu che sua suocera voleva si coricasse con lei, non perché non si fidasse, che tutto il vicinato sapeva che donna onesta fosse Rosina, ma per farle compagnia, avesse avuto di notte, che so, un malore improvviso, qualche cosa. La notte smaniava la meschina e si ricordava quando Carmileddu le saltava sopra e calcava così forte come un torello di Nicosia, che gli doveva dire, nonostante fosse tanto lo squaglio - Piano, piano Carmileddu bello che così svegli tutto il vicinato! Ma Carmileddu, e che era un mortaio? un battaglio di campana?, dava ogni insaccata che faceva tremare i trespoli del letto, e zùchiti, zùchiti, zùchiti, oh com'era bello Carmileddu, i suoi baci erano più dolci dei mandarini di Scordìa!

 Passarono quattro mesi, cinque mesi, sei mesi, Carmileddu scriveva di meno e mandava più soldi mentre all'inizio era stato il contrario. E Rosina cominciò ad apprezzare il vaglia quanto le lettere. Carmileddu mandava a dire che lei, Rosina, poteva fare con quei soldi la qualsiasi, che tanto ci avrebbe pensato lui a raccogliere gli altri che non spediva. Diceva che li avrebbe portati  in estate quando avrebbero fatto festa grande. E  Rosina non si sognava nemmeno di spenderli; già s'era fatta la libretta alle posta e vi metteva tutti i soldi meno quelli per la spesa di giornata. Non si comprava niente, nemmeno il vestitino di organza che vedeva esposto nella vetrine del negozio del corso, nemmeno le scarpe scasellate, nemmeno le calze di filanca, nemmeno lo scamiciato di gabbaddèn. Gliele avrebbe comprate poi Carmileddu quando sarebbe tornato in estate e avrebbero fatto festa grande.
E la notte Rosina continuava a smaniare, piangeva la meschina e voleva Carmileddu in carne ed osso per toccarlo  e maniarlo  tutto quanto quanto e aprire le cosciazze belle belle e sentirselo insaccare dentro e fare zùchiti zùchiti  fino allo squaglio. Lui entrava con un colpo solo e calcava che era un  piacere se lo ricordava bene, erano dieci anni di matrimonio ormai e lei sapeva tutto sul come e il quanto da quella notte che se n'erano fuggiti e lei ci aveva solo quindici anni e sembrava una palombella. Oh quella notte della fuggitina era stato brutto che lei non sapeva nulla del mistero ascoso dei pantaloni mascolini, ma poi, poi ....

Adesso, durante il giorno Rosina non era più come una volta. Adesso era nervosa più di una mosca e tutti i mestieri di casa venivano male. Quando mai lei, prima, a far venire la pasta scotta che se ci fosse stato Carmileddu gliela avrebbe messa per cappello che lui era buono e caro ma diventava un cefalo quando le cose non venivano a dovere. Quando mai, prima, a non spidocchiare bene i broccoli, a non nettare bene le lenticchie! Adesso Rosina si faceva sempre più nervosa e spesso dava scappellotti al carusello quando questo si ritirava sporco la sera dopo essersi attardato a giocare strada strada con i compagni alla meglio basola o alla fossa con le noccioline. Sempre più Rosina si comportava come una vedova: fuggiva le occhiate dei maschi, cominciava a preferire i vestiti dai colori scuri e non si affacciava più alla porta quando batteva lo strofinaccio impolverato e non cantava più come una volta "la luna rossa mi parla 'e te" che chi la sentiva cantare si ricreava. Sembrava avesse un morto dentro. E che è un marito in Germania se non un morto? La gente lo poteva sapere quello che lei teneva dentro? E quello che le svampava sotto la vestina? Nessuno, nessuno, lo poteva sapere!

Una notte di gennaio quando i gatti miagolano così forte che sembrano bambini scannati e la luna sembra avere un velo davanti tanto è pallida e sfocata, successe un fatto che chi ha carne e sensi dovrà pur considerare.

Rosina nel letto grande non prendeva sonno, si agitava su sé stessa come l'onda del mare in tempesta, si girava di qua, di là, sospirava forte e piangeva piano piano, alla ladricella. Aveva voglia,  voglia furiosa di maschio,  e sotto si sentiva calda e cremosa, avvulcanata; se ci fosse stato Carmileddu gliela avrebbe spenta lei la candela e mettendoglisi sopra l'avrebbe insaccato con cento e uno colpi sino a squagliare insieme. Ma colui non c'era, in Germania era colui, se n'era andato e diolosà cosa faceva. Ma che voglia, ché bruciore, che pizzicore, che cuore di maschio aveva!

Fu così che Rosina rivoltò di un colpo le coperte, lasciando mezzo scoperta anche Lucia che miagolò nel sonno,  e d'impeto  si alzò la sottana, poi si sfilò le mutandine e allargò le cosce più che poté perché sembrava offrire la parte più nascosta di sé al buio della notte e con il dito più ammaestrato  s'aprì lo spacco del ficodindia, facendo come natura e bruciore le comandavano. Lucia si svegliò e trovandola con le mani nel sacco che singhiozzava come carusella che ha perso al gioco delle catenelle e si strofinava la ferita e la guardava con gli occhi pietosi di giumenta, ne ebbe pena, perché a Rosina lei le  voleva bene. « Eh povera creatura, bisbigliò, per forza, ragione hai!» E anche lei incendiatasi di fuoco cominciò a dare pace a Rosina, come poteva, con la mano femminina che sa dove donna vuole essere maniata, perché si è maniata lei stessa e Lucia sola sapeva da quando e quanto. E Rosina non pianse più e si fece sbucciare tutto il ficodindia più e più volte, smaniando come una pazza ché sotto era tutta avvulcanata e sentiva una lava  calda rigarle le cosce, e chiese le due dita dentro e si fece rivoltare e aprire dove credeva e dove voleva, dappertutto, scriteriata pazza,  facendo ah ah a mezza bocca e fammi questo e fammi quest'altro, ma senza una parola, con lo sguardo, cogli occhi pieni di fuoco. Eppur non sapendo come fare, fecero ugualmente e la indovinarono, e  incrociarono perciò  le cosce e  si diedero pace sfregandosi la spaccazza contro la spaccazza, fuoco contro fuoco, maniandosi il piripicchio come potevano. Ed anche  Lucia pareva assatanata e se lo fece sbucciare più e più volte il ficodindia  e anche le minne di vergine  si fece succhiare che c'aveva i crapicchi duri come le mennole, e tutte e due si dettero pace soffiando e ansimando e quasi piangendo e trattenendo il respiro quando arrivava lo squaglio e poi lasciandosi andare tutte di petto di reni e di culo e sbattendo le calcagna quand'erano sommerse dalla piena,  perché era misteriosamente bello avere ricreo della loro  bellezza.   E mai pensavano di poterlo avere così: perché ad esse i mascoli ci piacevano assai assai.

Alla fine si addormentarono placide e squagliate, Rosina con la coscia bella che non c'aveva fino allo spacco nemmeno un pelo, a cercarlo, su quelle di Lucia e questa con le braccia attorno al collo di quella, ma quando, dormenti, si rivedevano il film che avevano appena girato, nel sonno si maniarono ancora come sonnambule,   tanto che la spaccazza e il piripicchio  le bruciò a tutt'e due per una settimana.

Passarono altri mesi e Rosina non aveva abento lo stesso che non era di mano femmina che aveva bisogno -  anche se tutte le notti ormai s'abbandonava allo squaglio femminino - ma di un maschio, di un maschio in carne ed osso c'aveva bisogno, un maschio  che le  spegnesse il fuoco grande dei venticinque anni suoi. Così la notte sognava sempre di più Carmileddu e di giorno - ed eravamo ormai a maggio sbocciato -  spiava dietro la cassina il gonfiore degli uomini che malandrini si casseriavano per il cassero, portando a spasso le gloria dei pantaloni. E mentre li guardava s'immaginava i loro trionfi in mano e credeva di portarseli dritti e duri dentro il bersaglio delle sue cosce e allora cominciava a maniarsi disperata piangendo fino allo squaglio. 
Ma lei non era donna capace di fare cotanto torto a Carmileddu, non era femmina che si tirava sopra un malandrinello qualsiasi, seppure grande era il calore, grande il bruciore.

Così Rosina rimase senza assaggiare sarda per tutto l'anno. E infine giunse il Ferragosto di Sicilia, secco come le mandorle secche che asciugavano stese sulle tovaglie nel cortile. Carmileddu entrò in paese con un macchinone da far ubriacare gli invidiosi. Poco mancava che nello strombazzare che faceva, non investisse il mulo di Jeli il fruttivendolo che era attaccato alla porte a masticare erba secca. Aveva Carmileddu una zazzera tedesca, persa la sfumatura jonica e le  basettuzze fenicie, tanto che non si riconosceva più e sembrava un americano di nuiocchi tanto era stracambiato. Non appena Rosina lo vide che era appena entrato nel cortile col solito passo traccheggiato di come quando tornava dal lavoro con pagliuzza  in bocca gli saltò addosso e se lo baciò e se lo strinse al petto il maritello di Germania e sentì il duro di lui contro la coscia, e piangeva e rideva la meschina che pareva una giornata di primavera quando il sole brilla tra la pioggia.

E fu subito festa grande e si mangiò e si fece baldoria tanto che ad Alfiuccio bello sembrò che si fossero riunite in paio di giorni le feste dei Morti, di Natale e di Pasqua. Ma la festa più grande per Rosina fu nel letto grande che appena tutti se ne furono andati Carmileddu la prese e la spogliò tutta quanta quanta  - quando mai prima ! - e la cominciò a mungere con le manazze grosse da stuccatore stuccandola e stazzonandola in tutti i posti che pareva un affamato di guerra e poi la incalcò subito e la insaccò con cento ed uno colpi mentre Rosina apriva le bocca come un'affogata e stringeva le cosce squagliando di goduria femminina e arrivò a sbattere le calcagna come non mai. Solo Carmileddu le poteva spegnere il fuoco grande, solo lui c'aveva il battaglio per la sua campana solo lui c'aveva la pompa per stutare la calce viva del desiderio suo.

- Adesso ti insegno come fanno l'amore le francesi, disse ad una cert'ora delle notte Carmileddu.

- Ma non sei in Germania ? chiese la palombella

- Si passerotto bello che sono in Germania, ma al confine, al Nord, che se stiro una gamba sono in Francia, ne stiro un'altra e sono in Belgio, ne stiro un'altra ancore e sono in Olanda

- E tu, Carmileddu, come lo sai, come fanno l'amore ste  francesi?

-  Eh Rosina che domande! L'uomo cacciatore è nato: e che ti pare che sono di ferro? In Francia le femmine tentatrici sono, dai pantaloni me la strappavano...Ma adesso stai zitta che ti debbo fare scuola:'nSicilia con gli occhi chiusi siamo, lì è un altro mondo, succedono cose che manco te le immagini...che uno esce pazzo appena ci pensa. E mentre diceva queste cose si stirava tra le cosciazze di Rosina che sapevano di cosa femminina e diceva a Rosina che cosa doveva fare con la bocca che in Francia tutte così facevano e le diceva di  succhiare bello bello come faceva Ciccina 'mbriacona con la bottiglia di Marsala mentre lui le faceva il lavoretto in mezzo alle fresche frasche. E non appena Rosina faceva musione di non aggredire la cosa e gli diceva «Carmileddu facciamolo alla siciliana!» e storceva la testa e leccava male male l'affare come un grosso gelato al pistacchio che lo sapevano tutti che a lei non ci piaceva, quello da basso la incoraggiava e le diceva che tutte le donne in Francia,  ma tutte,  facevano così, che facevano solo a quel modo.

Quando il lavoretto finì e si stirarono sul letto che Rosina pareva una rosa spampanata tanto era bella e Carmileddu un asinello di Pantelleria con tutto il pelo scuro e manso, e tutt'e due avevano la bocca impastata di cosa femminina e mascolina, Rosina gonfiandosi il petto con un sospiro disse:

- Però che sono curiosi sti francesi. E che piacere ci tirano cosi? No, niente,  l'amore alla siciliana è  un'altra cosa! 

-Eh babbicella,  fece Carmileddu ogni popolo ha il suo modo di fare. È la civiltà! E la Francia è tutta un altra cosa; là tutti fanno così, ma tutti,ogni giorno, ogni volta.

-Pure Brigittebbaddò?

- Tutte, tutte, pure Brigittebbaddò e Alendilòn e Clerì Clerì, quella della Stuardò. Ma  Rosina sospirò, più convinta che persuasa e quando Carmileddu incominciò a ronfare alla porchicella, quatta quatta andò in cucina e si sciacquò la bocca tre volte, ché lui aveva voluto l'inghiotto chiudendole la bocca.

Nei giorni che seguirono Carmileddu si spaparazzò con la macchinazza grossa con la targa icseipsilon per tutto il paesello che pareva un americano in vacanza. E Rosina era contenta come una pasqua perché Carmileddu bello era tornato, perché anche lei ora ci aveva un marito da spasseggiare per il corso, con cui andare sottobraccio a far compere.  Ed era contenta anche se Carmileddu  aveva portato solo quattro lire che erano quattro e s'era comprato la macchina grossa e il mangianastri, mangiadischi, mangiacose che assordavano la casa e il vicinato e che non c'erano messe nel conto. Ed era contenta anche se Carmileddu le faceva fare l'amore alla francese che lei non aggradiva assai assai e doveva sempre sciacquarsi la bocca.

Un giorno all'innocentella uscì fuori quasi per isbaglio il discorso delle quattro lire e della macchina grossa. Carmileddu a botta secca le rispose che per le quattro lire lui non ci poteva fare cosa perché una parte dei soldi  gliela spediva a lei e la restante la spendeva ché la vita era cara in Germania; per la macchinazza disse queste cose:

- Ti pare che dovevo fare ridere gli amici tornando a piedi? E che ero andato a fare, se no, nella grande Germania, se non ero  capace di comprarmi  neanche una mossa di macchina? Il vicinato dovevo far ridere ? Già li sentivo tutti: «Liborio andò in Germania e si comprò la volsvaghén, Ciccio andò in Sbelgio e si comprò il macchinazzo, Carmileddu andò in Cermania e che si comprò? Sta minchia... ?» Rosina ammutolì anche se voleva lire che sia Librorio che Ciccio non c'avevano famiglia, che erano carusazzi di bar, che andavano femmine femmine e strada strada e che certo non c'avevano la serietà di un padre di famiglia come lui. Ma non disse queste cose, perché non voleva fare questioni col maritello tornato fresco fresco dalla grande Germania. Non parlò più, ma dentro di sé pensò che se proprio la doveva comprare la macchina anche una cinquecento fiàt, un simbolo di macchina, poteva andare, che tanto loro non erano una grande famiglia e che anche quando fossero saliti tutti e tre, Carmileddu, Rosina, Alfio, ci rimaneva abbastanza largasìa da incasare pure la suocera che c'aveva il culo quanto la montagna e il cappello col pennacchio.

Ma agosto si squagliò in un baleno e i trenta e uno giorni del mese si squagliarono in una vampa come fogli di carta in fornace di calcara e la notte prima che partisse Carmileddu si mise in testa di insegnare a Rosina come si faceva l'amore alla tedesca. Le disse tante cose dolci come lo zucchero perché lui stesso non c'aveva l'almo di fare cotale cosa con la femmina sua, femmina sì ma anche madre del figliolello bello che c'aveva. Ma poi con altre parolette dolci e brevi la convinse a mettersi a quattro zampe a uso di pecorella della piana e la tastò di dietro che lei non capiva che cosa voleva fare e poi cercò di entrare con lo speronazzo nel bocciolo di rosetta di Rosina che era stretto stretto. Rosina gli diceva che no, che non era lì, così, ma più giù, che così no, no, no, che così non  si faceva, che non ci provava piacere e che ci aveva male e che era meglio alla siciliana e lo guardava con gli occhi pietosi di asinella di dietro intafanata.  E Rosina bella urlò di dolore quando lui che non capiva più niente la tenne stretta ai fianchi come una pecorella da slanare e le azziccò  le unghie nelle carni e incominciò a fare senza riguardi zùchiti zùchiti stretto nella strettoia.

Per tutta la notte Rosina non chiuse occhio e si tastò il culetto addolorato e pianse pensando che questa Germania non era poi quella bella cosa che si diceva e ci gettò un odio grande su tutte le tedesche.

Voi capite  che Carmileddu con la scusa della Germania e della Francia e della civiltà aveva sdoganato cose dal l'estero a gratis, senza  neanche pagar spicciolo di dogana, cose che se fosse rimasto 'nSicilia nemmeno si immaginava, e Rosina che non conosceva bene le cose di questo mondo malvagio credé  veramente alle cose che le  veniva infasciando il maritello tedesco e cioè che tutti i francesi e tutti i tedeschi facevano la cosa a quel modo. E ci attaccò un odio generale su  tutt'e due le popolazioni ma di più sui tedeschi che la facevano più soffrire, perché  lei, solo con l'amore alla siciliana si ricreava e le cose che aveva fatto con Lucia era come quando manca il pane e si mangiano i biscotti secchi.

Quando Carmileddu ripartì con la macchinazza, lei lo accompagnò  sino a Messina e pianse tanto che non le  rimasero nemmeno gli occhi per piangere. Rosina non capì più niente  di niente e solo quando se ne ritornò al paesello si ricordò che Carmileddu non aveva più fatto cenno all'atto di richiamo. E quando si ritrovò a casa nel letto grande,sola, che Lucia non ci dormiva più assieme, che lo zito non voleva più, si ricordò pure che Carmileddu bello s'era portato le trecentomilalire della libretta, metà dei soldi che lei aveva racimolato mollica a mollica, levandosi il pane di bocca e che gli aveva dato nella gioia della festa grande.

E adesso l'estate se ne andava a grandi passi e le giornate diventavano più scure e già pioveva e ripioveva di bel nuovo e lampiava e tuonava all'addannata che lei si chiudeva nel letto come una gatta paurosa e piangeva sola soletta che non ci aveva nessuno a questo mondo, col maritello straboruto in Germania.

Venne Ottobre e dové mandare Alfio a scuola e comprargli  un sacco di libri perché il carusello  non faceva più la quinta alimentare, come dice lei, che era 'naffrabeta e non bastava più il panino col formaggino e l'arancia,  ma ci voleva il libro grosso grosso , il vocabilario, con tante parole dentro messe in fila e che costava un'iradiddio, e ci voleva un vestito nuovo per l'inverno che nessuno del vicinato doveva dire che suo figlio con un padre in Germania andava come sciallotti; e ci volevano i soldi a fine mese per il cuginello Cirino che studiava a Catania per dottore e che doveva fare il doposcuola al carosello  suo. Di tutte le cose di famiglia s'era deciso con Carmileddu: che Alfiuccio doveva fare gli studi lunghi lunghi, che doveva fare il dottore e che ci voleva fin d'ora un professorello che lo facesse studiare perché lei Rosina di scuola non ci capiva niente, naffrabbeta  com'era, e non sapeva fare nemmeno la O col bicchiere. Carmileddu stesso fece il nome del cugino Cirino che coi soldi dei fratelli tedeschi si manteneva agli studi a Catania, e tutti dicevano che era un'acqua di scienza  e che prendeva tante trenta coi loti anche se lui non sapeva che cos'erano queste trenta e queste loti, pensando  all'incirca che gli dessero trenta mila lire e un caco.

Così affrontando questo sacrificio, all'inizio della scuola Rosina fece entrare in casa  Cirino, professorello  acqua di scienza, che capiva uno  di. tutto, che era bravo e che era la delizia di mamma sua. Questa, parlando di Cirino diceva sempre «Ah, mio figlio professore»,  riempendosi la bocca con la parola grossa come mangiando un babà alla panna. Al che il figlio le faceva 
- Mamma quante volte te lo debbo ripetere che non sono professore ma che studio medicina e che debbo fare il dottore?  e sua madre rispondeva:
- E perciò dottore non 'e più alto, più importante di professore?! 
E alle replichè del figlio mormorava interdette alcune parolicchie e rimaneva confusa perché, 'naffrabetazza  com'era, non capiva che differenza c'era tra professore e dottore. 
Dunque il cugino Cirino venne in casa e faceva fare le cose di scuola ad Alfio. Rosina dall'altra parte, in cucina, tendeva l'orecchio e rimaneva estasiata di come Cirino parlava bene 'ntaliano, di come fosse sapiente più dell'arciprete e se la prendeva con sua madre che da bambina non la volle mandare a scuola.

Una notte successe che si sognò Cirino come mamma lo fece, bello in carne ed osso, perché Cirino era un bel caruso, che le diceva tante belle parolicchie e che voleva fare l'amore con lei. Ma lei gli diceva che no, che c'aveva Carmileddu per queste cose e che sarebbe venuto a momenti. Cirino a queste parole se ne andava con la coda, e che coda,  tra le gambe, afflitto afflitto che pareva visto di dietro l'ecceomo flagellato della chiesa matrice quando viene portato in processione.

Il giorno dopo quando Cirino venne per la scuola, Rosina cominciò a gettargli occhiate di contrabbando e lo trovò bello di corpo, coi fianchi duri e buoni per incalcare e bello di faccia che gli sembrava ieri quando era bambino e c'aveva la candela al naso. E una volta con una
scusa e una volta con un'altra entrava sempre nella stanza da pranzo dove si faceva scuola e se lo guardava di straforo il carusello che lui di niente si accorgeva. E guarda oggi e guarda domani, si sa, lo dicono tutti, il fuoco vicino alla paglia brucia, e Rosina cominciò a svampare tutta. La notte cominciò a girarsi e rigirarsi nel letto perché sotto aveva una grande brace che nessuno poteva spegnere. Aveva voglia mascolina e questa volta aveva voglia di Cirino. A Rosina brillavano gli occhi per la gioia quando Cinino entrava per la scuola e l'accompagnava  lemme lemme alla porta quando se ne andava. Per tutto il tempo che lui era in casa non era capace di fare cosa e se ne stava dall'altro lato a sentire la sua voce e ad occhiarlo dalle fessura della porta di cucina che bello com'era gli sembrava un attore della televisione. 
Più di due mesi durò questo supplizio. Finché una volte Cirino alzando gli occhi dal libro e facendoli girare per la stanza incontrò il suo sguardo calamitoso di femmina e lei chiuse la porta d'istinto, ma lui che non era scimunito ma birbante si mangiò la foglia e indovinò tutte cose.

Così successe un. giorno che Cirino la chiamò per farle vedere una cosa sul libro che aveva fatto ridere il carusello e mentre lei di dietro a loro si chinava a vedere, lui le  ficcò una mano tra le cosce belle, arrivando a tastare il boschetto del ficodindia. Rosina cominciò a tremare come una foglia che  nessuna mano di mascolo  oltre quella di Carmileddu l'aveva toccata nei paesi bassi e non sapendo che fare o sapendolo e non facendolo si fece tastare alquanto, nonostante  avesse un certo tremolezzo tra le gambe. Poi si divincolò con uno strattone perché il birbante s'era aperta una strada scivolosa.

Quella notte Rosina non riuscì a chiudere occhio non sapeva lei stessa se per la gioia di vedersi corrisposta o per il dispiacere di aver fatto un mezzo torto a Carmileddu che poverino dava culo in Germania e che proprio ieri le aveva mandato un vaglia di duecento mila lire. A un certo punto sentì bussare alla finestra. 
E chi poteva essere a quest'ora della notte? Forse qualche malandrinello di quelli che spasseggiano per il corso e che si voleva prendere le sue spese di donna sguarnita di uomo e marito, o forse qualche parente che veniva ad annunciare nel cuore della notte una malanuova? Appoggiò l'orecchio alla finestra che dava sulla strada e dalle quale veniva il toppolìo. Sussurrò:

- Chi è?

- Cirino, rispose colui

- O grandiddio e che vuoi disgraziato a quest'ora, ah ?!

- Fammi entrare, sussurrò colui dall'altra parte

- Ma che sei pazzo? Io femmina d'onore sono!

- Fammi entrare ti dico che se mi vedono qui fuori lo perdi lo stesso e subito l'onore e finisci sulla bocca di tutti!

- Oh grandiddio, lunga la sapeva il birbante. Era vero, se fosse rimasto fuori correva il rischio d'essere visto da quell'arpia e malalingua di Sara 'a Lorda e nel buio sarebbe stato scambiato per qualche ganzo che se la intendeva con lei. Meglio chiarisi con Cirino che lasciarlo fuori. Andò dunque ad aprire così come si trovava, in sottana di femmina siciliana e le mutande grandi

quelle rigate con il rinforzo avanti e dietro e l'elastico duro che le comprimeva  i fianchi di femmina strafemmina.

- Pazzo che vuoi, ah? Vattene, mi vuoi disonorare ah?,  gli disse appena aprì la porta incatenacciata di sotto e di sopra e col ferro a mezzo; e mentre diceva queste cose si mordeva il dito indice tra i denti digrignati, a simbolo di disperazione. Ma colui, per tutta risposta, che sapeva il fatto suo lo studentello, le aveva già con una mano agguantato una minna e coll'altra tutto il  culo e la baciava sul collo nonostante che lei gli diceva pazzo pazzo pazzo a mezza voce e lo fermava e quasi  piagnucolava, perché non sapeva che fare. Ma poi Rosina cominciò a rabbrividire e non resisté più e si fece tirare sul letto grande e aspettò che si spogliasse e che la spogliasse e poi sciolse i capelli di mogano e aprì le cosce bianche bianche più che poté,  ché non ce la faceva più dalla voglia e si fece insaccare alla meglio maniera e sospirò e squagliò tutta diventando piccola piccola dal piacere e sbattè le calcagna e lo graffiò tutto alla schiena ché Cirino calcava come torello e sapeva dare baci dolci dolci. E per tutta la notte i trespiti molliarono più di una volta e ci fu più di un  assalto all'arma bianca ché Cirino era giovane giovane e c'aveva tanta valìa nelle reni. E Rosina non ci aveva neanche una goccia di rimorso a mettere le corna a Carmileddu perché era femmina, femmina come tutte le altre femmine, come tutte le femmine  figlie di madri e anche lei ci aveva diritto alla graziadidio. E poi l'anno prima era stata un'intera annata senza tastare sarda e non ce la faceva a stare un. altro anno senza, ché sotto si sarebbe seccata come la fiumana d'estate.
Pure la notte dopo, Cirino, venendo da Catania, ché si ritirava tardi a casa, passò da lei che l'aspettava anche se non si erano dati parola. Bastò un colpetto alla finestra che lei gli aprì subito e se lo tirò per una mano nel letto e se lo godette tutto che si ricreò. Anche Rosina c' aveva una grande valìa di calcatora. Era diventata una cavalla e  per le notti seguenti, quando convennero di lasciare la porta scatenacacciata  per entrare ed uscire liberamente, rivelò una fame di affamata, tanto che in certi momenti era lei ad incalcare Cirino, e da sopra,  con la criniera sciolta  che le arrivava al culo,  lo cavalcava e  gli dava grossi colpi di reni quando sentiva la strizza del piacere salirle dal ventre  e gli dava tutto il petto da succhiare e da spremere e gli diceva, succhia succhia picciriddo e poi gli prendeva il battaglio e glielo scuoteva un po'  e se lo metteva tutto dentro il ficodindia accompagnandolo con la mano - ché il ficodindia  era un torrente di squaglio - e se lo toglieva e se lo metteva nuovamente dentro con un colpo di reni facendo ah! - perché le piaceva sentirselo dentro - chiudendo gli occhi  pazza, pazza di goduria ormai, e si sentiva tutta sugosa dentro e fuori, e tra le cosce e il pelo del ficodindia era tutto un impasto, e sentiva colare tutto giù giù fino al buchino piccolo che adesso era  molle e cedevole, e che lui le stuzzicava col dito. 
E guai se gliela vedeva moscia;  con certe carezze lascive e scivolose gliela metteva in piedi ché lui strabuzzava gli occhi e non ci credeva che ci avesse una  cotale signora minchia.

Passarano alcuni mesi e Rosina cominciò a rivivere solo per Cirino e si era sdimenticata di Carmileddu che tanto chiodo schiaccia chiodo e quando era svampata c'era chi le spegneva il fuoco grande; e non aspettava che la notte. E quando Cirino non passava, rare volte, si prendeva di sconforto e la notte dopo gli faceva scene di gelosia e poi quando facevano la pace se lo baciava dolce dolce sulla bocca come un'innamorata e gli diceva che solo a lui ci aveva a questo mondo e che non la doveva fare soffrire facendo lo sdisamorato. Ed erano entrati in così tanta confidenza di letto che una notte Rosina quasi per non rimanere indietro a lui che ci aveva tanta scuola e sapeva uno di tutto e prendeva tante trenta con i loti, gli volle fare scuola e gli disse, così, a scopo turistico, che lei sapeva fare, anche se non le aggradiva, non  solo l'amore alla siciliana, che tutti lo sanno fere, ma anche alla francese e alla tedesca. Ed era convinta l'innocentella che Cirino non le sapeva queste cose perché non era mai stato in Francia né in Germania, che solo Carmileddu le sapeva perché c'era stato. E cominciò a spiegargli quello alla francese, a parole però, perché si vergognava e con tante smorfie della bocca e delle mani perché quello, il birbante «Come?» diceva come di chi non  aveva sentito e «Com'è?» come di chi non aveva capito. E fece tanti «Come» e «Com'è» che Rosina fu costretta a ricorrere alla prova dei fatti, dei fatti in prova. E così Cirino, che era birbante della peggior specie,  quando lei s'appozzò, per fare solo musione a titolo di prova,  la fece invece sprovare scivolandole in bocca, e anche lui si dispose a farle il servizietto in mezzo alla fresche frasche, che Rosina gradì assai perché era veramente ben fatto, ché lui le aprì con due dita la spaccazza e le girandolò  il piripicchio con la lingua indurita che a Rosina sembrò d'impazzire e giunta allo squaglio  ebbe tante contrazioni e sbattè così tanto i polpacci che gli squagliò davanti, sul muso, con un aaaah che fu un unico infinito respiro.
 Poi quando lei s'alzò e gli disse: « Hai visto come si fa in Francia, lo fanno tutti  tutti così, pure Briggittebbaddò», quello scoppiò in una risata muta e poi sciacquosa. E quando si fu calmato, ma che ogni tanto rideva, spiegò all'innnocentella, mentre le accarezzava una minna, e che lo guardava con tanto d'occhi, che questo amore alla francese lo facevano perfino a Caropepe, nel centro della Sicilia, dove il Signore ci aveva perso le scarpe tanto era internato; ma non le femmine maritate, ma quelle di strada, le buttane. E le spiegò anche, per capacitarla, quale era il nome siciliano e italiano di questo amore alla francese e le disse anche che a Catania, a San Berillo vecchio, il quartiere delle malefemmine, c'era una certe Maria la Bolognese, che poi era di Misterbianco, che con duemilalire ne faceva quattro a ripetizione e faceva lo sconto per comitive e soldati e ci aveva una lingua che era una girandola da mulino. Rosina a sentire queste cose rimase con due occhioni così, che sembravano quelli fissi delle bambole. E non ci credeva a quello che Cirino diceva. Gli ripeteva che queste cose lui le sapeva perché le aveva studiate sui libri di medicina, che non poteva sapere cose francesi se lui in Francia non c'era mai stato, nossignore, che solo Carmileddu le poteva sapere perché c'era stato. Poi quando Cirino le disse chiaro e tondo:  «Rosina lo vuoi capire o no che Carmileddu con la scusa della Francia si prese le tue spese?»,  lei ebbe come una trasognate illuminazione e si convinse chiaro chiaro di tutto e pensò, ché stupida non era, che ci voleva questa bottarel la di Cirino per fargliele capire tutte quelle cose che l'avevano convinta ma non persuasa. Dunque Carmileddu faceva queste cose in Germania? Dunque Carmileddu non era dolce come quando era partito. Dunque aveva fatto di libito licito. Dunque s'era macchiato, s'era smaliziato, aveva preso più vizi della mula in quella Germania grande ricca brutta e viziosa e glieli voleva fare prendere pure a lei? Dunque s'era scordato di casa e famiglia? Ecco perché quando tornava non parlava più dell'atto di richiamo e faceva fare alla moglie le cose delle femmine di strada! Rosina si ricordò di tutte cose e tutte cose le ritornarono chiare, anche l'amore alla tedesca e capì che anche quella era una  fandonia che Carmileddu s'era inventata per prendersi le sue spese. E così una notte pensò: «Se malafemmina  mi ha fatto, malafemmina mi faccio».  E con chiare musioni e con un certo fervore di femminella convinse Cirino, che non ci voleva tanto a convincerlo, a montarla come le tedesche si fanno montare, e gli disse «Piano, piano Cirino bello, fai dolce dolce»  che quello così fece ed entrò senza troppi sforzi che non sapeva il birbante che la strada era stata già spianata, e fu così bravo e la tastò così bene sotto e sopra che lei ci provò piccola goduria e una goccia piccola di dolore. Fu così che Rosina si riprese le spese che Carmileddu le aveva prese, ma per una volta sola, che le altre continuò a calcare alla siciliana che così solo si ricreava e quando Cirino voleva voltare pagina: «Cirino, Cirino, impazzire solo una volta all'anno, poi per tutto il resto sori e saggi dobbiamo essere». Ma quando c'aveva le sue cose, si faceva prendere alla tedesca e ci piaceva pure, ma di più per far  sfogare a lui.
E Cirino e Rosina continuarono a calcare fino a Sant'Agata  cinquefebbraio, ogni notte, tutta la notte. Ma fu la notte la festa della santa  che Rosina dubitò di essere incinta e quando si fece esaminare la piscia che Cirino stessa se la portò a Catania in una boccettina e seppe che era vero, le cominciarono a tremare le gambe ed ebbe paura e chiese aiuto a Cirino che la notte dopo non sì fece vedere, che non si fece vedere nemmeno le notti dopo, che non si fece vedere più, che non si fece vedere mai più.

E rimase di nuovo sola nel letto grande pensando che la colpa era tutta di Cirino che non metteva la retromarcia come faceva Carmileddu, che diceva che ci pensava lui, che le faceva prendere una pillola, manco fosse malata, e poi il giorno dopo le faceva misurare la tempera tura, manco fosse all'ospedale.

La colpa era stata anche sua che si era fidata troppo di uno che sdottorava  solo perché prendeva 
trenta e loti e studiava medicina. Pensò altre cose, ma di più pensò a Carmileddu che se l'avesse trovata incinta l'avrebbe ammazzata a pedate in pancia, perché non si fanno le corna a uno che va a gettare sangue in Germania e tutti, in processione gli avrebbero dato ragione, arciprete in prima. E poi ebbe pietà di se e di lui che meschino gettava sangue così lontano e s'incaponì a pensare che in tutta queste storia non ci colpava né lui né lei ma la miseriazza nera che s'era portato in Germania il suo Carmileddu bello. Tutta la colpa era della miseriazza nera, quella miseriazza nera che fa diventare gli occhi neri di fame e di malinconia che dà malasorte e pene. Ché se non ci fosse stata quella, Carmileddu non se ne sarebbe andato e lei non gli avrebbe messo le corna, ché non c'era motivo, che quando Carmileddu la baciava si sentiva lo zucchero dentro.

Poi andò da una mammana, abortì e morì.

----------



Se avete curiosità a saperlo vi posso dire che Carmileddu dopo aver fatto l'orlandofurioso come all'opere dei pupi di don Biagio, ma per un po' di giorni, si acquietò e se ne partì in Germania dove già teneva tre ganze. E dicono in paese che non abbia voluto cercare granché l'autore del misfatto e sbudellarlo come si doveva. Il quale d'altro canto, oggi, fa il rispettabile mediconzolo in città,  ed è uno di quelli che con leggera calvizie, la pancia traboccante, la faccia rubizza, ha l'aria di non prendere troppo sul serio i vostri mali, ma conosce bene la via, esentasse, che porta al vostro denaro.

Carmileddu si è risposato in Germania con una tedesca anseatica del Nord che gli fa fare l'amore in tutte le lingue, danese, norvegese, finnico comnprese. Alfio dopo aver abbandonato la scuola lavora col padre in una grande fabbrica tedesca a montare cerchioni d'autocarri. 
E tutti dicono che insacca con le tedesche assatanate dalla mattina alla sera come Carmileddu ai tempi belli.

Sulla tomba di Rosina gli ultimi fiori sono seccati da tempo, si direbbe in stile da romanzo. E lo dico anch'io.


<<<Torna all'Indice Enfer
Search this site or the web powered by FreeFind

La Frusta! Web search
Amore alla siciliana
Esempio 1
Senti Zaneto...non voglio
essere amata alla francese , e del resto non ci sarebbe gusto...
(J.J. Rousseau  Le Confessioni)



Gli eventi del fatterello di cui adesso inizierò il racconto accaddero circa trent'anni anni fa in uno di quei paeselli di luce e di mare della riviera jonica siciliana. Era quello un periodo, un evo calamitoso, in cui molta gente di laggiù fuggiva per fame all'estero in Germania, in Francia, in Belgio, nel mondo infame, in cerca di un lavoro e di un destino. Tempi duri quelli, tempi di lupi, uguali se non peggiori a  quelli che viviamo adesso.

-

Dovete dunque sapere che fra tutti quelli che partivano c'era un certo Carmelo Schilirò, Carmileddu per gli amici e parenti:giovane onesto, lavoratore, che proprio perché onesto e lavoratore non se la sentiva, per vivere, di andare a rubare come tanti o di fare rapine con la calzetta in faccia o di fare altre consimili porcherie. E perciò col suo mestiere di muratore viveva così, a livello, col soverchio uguale al mancante tutto l'anno, cercando di colmare il vuoto col pieno e di scremare il pieno in previsione del vuoto.
Un giorno prese il coraggio di faccia e disse alla sua giovane mogliera Rosina, un bocciolo di rosetta vi dico una luna crescente: - Rosina così non si può campare più. Lo vedi tu stessa. Io lavoro un giorno si e due no e non perché non voglio lavorare, tu lo sai bene, che tutti lo sanno quanto Carmileddu sia lavoratore, ma perché qui 'nSicilia lavoro non ce n'é. Qui per campare come i cristiani ci vogliono due entrate e siccome io non mi sento di far sparlare il vicinato mandandoti a fare la cameriera, ché non ti ho maritata per questo, ho pensato di andare a lavorare in Germania che lì ci sono molti siciliani, molto lavoro, molto benessere e c'è un'altra vita.
 E poi devi pensare a questo carusello che ci cresce. Già ha dieci anni e che futuro gli diamo? Quello del porco come me? muratore come me? Ho parlato perciò collo zio Giacomo e lui mi ha detto che i cugini. di Germania Michele e Delfo mi possono tenere per tutto il tempo che voglio, pagando s'intende. E che faccio, mi lascio scappare questa occasione? Poi quando mi sono sistemato bene bene, vi faccio l'atto di richiamo - diceva così come se la Germania fosse l'America -  a te e ad Alfiuccio bello e ci sistemeremo per sempre in Germania. Che faccio? - Rosina per tutta risposta scattò a piangere e tra i singhiozzi diceva che non c'era tutto questo bisogno di andare in  Germania che se si escludeva la cambiale per il televisore e la macchina da cucire, la Sìngeri come la chiamava lei, non avevano altri imbrogli, che lei era una brava massaia, economa assaione, che perciò la surnominavano tirchia, perché sapeva tenere bene stretti i cordoni della borsa. Poi diceva che aveva paura a lasciarlo andare da solo in Germania che 
c'erano stati tanti u omini che, diomenescansi,una volta fuori di Sicilia s'erano scordati di casa e famiglia e tante casate erano andate sotto e sopra e di quelli s'era perduta ogni traccia che anche il consolato, sconsolato, non sapeva più cosa. Perché la Germania è grande ed è lontana e non si può trovare niente in una cosa grande e lontana. Infine diceva che se lui si fosse ammalato, ché in Germania, dicevano, c'è più freddo che a Floresta, chi lo avrebbe curato? I cugini? No, che ognuno pensa per la sua 
pancia e lui sarebbe morto senza cura e senza ventura. 
E fu così che Rosina acconsentì alla sua dipartenza. E piangeva molto e assai quando Carmileddu partì dalla stazione di Giarre col treno delle diciotto e diciotto che veniva da Catania e piangeva per il marito bello che se ne andava e per il figlioletto bello che restava senza un padre. Non piangeva per sè e per il bisogno in cui l'aveva lasciata, che lui s'era portato nella truscia le ultime trecentomilalire della libretta della posta, non piangeva per sé stessa, perché fosse stato per lei sarebbe rimasta nella Sicilia bella anche con la tenaglia della fame in gola. Carmileddu anche lui piangeva un poco. Si sbaciucchiava  con una mano Alfiuccio bello che cinquettava -Papà! Papà!- e con l'altra Rosina che sfontanava come la madonna di Siracusa, con gli occhi grossi, lucidi, che sembravano due pietricchiole di rivamare di Vaccarizzo. 
Quando il capostazione, grosso di panza e corto di gambe e di cerimonie, con la berretta rossa e la paletta verde che pareva un semaforo,  fischiò, e il treno si mosse partendo  con uno strattone - ché così partono i treni strappando gli affetti - ci fu tutto un piangere, uno sventolare di fazzoletti sul marciapiede che restava come sul treno che si defilava,  e Carmileddu dal  finestrino
dal 10 dic. 2002
Avvertenza

L'autore mi prega di avvisare il gentile lettore che questo testo è stato scritto nel lontano 1978 e che, pertanto, la sottile vena linguistica camilleriana era allora assolutamente spontanea, essendo Andrea Camilleri  in quell'anno, totalmente sconosciuto, mentre  adesso,  meritatamente noto, sarebbe richiamato a sproposito  per un testo come questo che aspira semplicemente a dilettare il lettore più che indulgente.

A.S.
Rimanessero dunque, che tutto il mondo è paese e a tutto c'è rimedio, solo alla morte no, che pure quando arriva si porta tutti i guai; rimanessero che dove s'erano fatta l'estate si potevano fare anche l'inverno!
Insomma disse tanti e tali cose, come solo le femmine sanno dire che Carmileddu, che pure non ci aveva tanto almo di lasciare moglie e figlio, s'ammutolì e non parlò più di Germania per una bella pezza.

Poi, un bel giorno, Carmileddu venne licenziato della ditta così, su due piedi, senza poter dire né ai né bai, e nessuno lo poté più fermare, che pareva orlando furioso. Rosina piangendo  tentò l'ultima carta e lo supplicò di mandarla Catania, a persona di servizio, che non c'era vergogna a farla, che tutti la conoscevano Marietta, la vedova, che la faceva da tanti anni e portava avanti la famiglia. Carmileddu diventò di brace e scrollandosela di dosso gridò che finché era vivo lui, mai avrebbe acconsentito, ad aver  la mogliera     cammarera anche se fossero stati ridotti a mangiare pane e a bere acqua.                         
Questo racconto è  stato auto-pubblicato presso Amazon

La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line