Esempio 1
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Ciro Vitiello     Lunedì perduto
     
dal 9 aprile 2008
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      Nella camera bianca- o rossa

Nella camera bianca- o rossa (tale era lo studio
di Sant’Eframo)- tu eri fulgida, bella,
contratta nell’ansia di non farti prendere dall’ossessione,
e io ero, lì, impietrito- franto al risucchio di lascivia,
frammento, solitudine. L’ammonimento è sortito
a ragno di fortune nelle litanie di non udenti- è la camera
d’albergo che attende di consumare la purezza
della tua anca, trionfale sulla scena della storia.
La chiave arrugginita è dimenticata- nell’angolo,
ormai la luce a poco a poco si spegne.
Il sole- fuori langue.

 
 

Napoli è città paradossale. Contiene tutto e il contrario di tutto. E non da quando esibisce impudica cumuli di spazzatura accanto   a una natura che, per definizione, “è” in assoluto il Golfo. Quando gli uomini vivevano ancora in comunione con gli dei, al Lago d’Averno - un passo appena da Napoli - esisteva il varco per il quale si accedeva al Regno dei Morti. L’Averno a un passo di via dalla punta di Posillipo dove aveva dimora la ninfa Partenope, Posillipo che assicurava una sosta nell’arco esistenziale del dolore. O, per venire ad anni più recenti, Benedetto Croce solitario e “furesteco” alla sua stessa città e, quasi negli stessi giorni, il Comandante Lauro che raccoglieva folle sterminate ai suoi comizi. Così pure nella vita culturale. Il sentimentalismo mielato delle canzonette di pronto consumo e la ricerca raffinatissima di inedite forme letterarie. Il ruscello sotterraneo della ricerca letteraria che continua a scorrere infrattato nelle pieghe di una città sempre sull’orlo di essere sopraffatta e tuttavia sempre pronta a riaffermare la sua vitalità. “Lunedì perduto” di Ciro Vitiello è il segno più recente di questa eterna vita sotterranea di Partenope: al di là della coperta delle miserie quotidiane. 

Ciro Vitiello ha impresso una propria e non secondaria traccia nell’irrequieto gruppo dei poeti sperimentali napoletani, quei poeti che cercavano vie nuove per il far poesia e che, da Napoli, non raramente si sono imposti all’attenzione generale. La loro parola d’ordine era, allora, ”oltranza” - rompere le righe del risaputo - andare al di là: verso un “dove” anelato ma vago. Tutto da scoprire. Ma il “dove” verso cui tutti quanti siamo corsi in questi ultimi quarant’anni, ci si è rivelato una fata Morgana: per cui il ripiegarsi. La poesia di “Lunedì perduto” è la certificazione di questo inevitabile ripiegarsi. Non che le inquiete domande di un tempo si siano dissolte. Anzi la ricerca del senso della parola e, perciò, della vita è diventata forse ancora più incalzante. Il segreto ultimo dei suoni, delle parole, degli allacciamenti sintattici scava negli strati profondi del nostro stesso essere nel mondo.








Il vecchio fonografo

Il vecchio fonografo risuona cose memorande
e tu, odorosa come aloe, ti protendi dalle note
come allora, denudi la mirabile bellezza alla profondità
del tuo sentire… scorre lenta dal rubinetto l’acqua,
il frigo è giallo o bianco (si confondono le icone
nella mente)- simboli sono i colori che mi posseggono,
i rossi mattoni della scala a merli, domina la sera (le sere!)
dove passano le ombre… Accomunati
in un solo guizzo, bocca a bocca, respiriamo
fino a essere l’unità
il diverso, l’ineguale… 



È lunedì, ultimo giorno

È lunedì, ultimo giorno di luglio. Dalla notte
la civetta annuncia sopore di morte.
Sorgono paesi e fiori da specchi vuoti, accensioni,
fremiti; del godimento carnale è invasata la mente-
dolce è la luce- se non rapita subito dilegua
come improvviso lampo.
Nell’aria afosa ti vedo venire dal cancello che s’apre
come mosso da una volontà ignota: tutto è libero
avvento quando il sangue vibra veloce più della luce,
e l’ansia è di conquistarti perché sia la libidine
concentrata sulla fronte del fato. Forse ho sentito
nelle fibre il brivido dell’utopia, l’altrove da cui
lo sguardo ci riverbera di felicità? E trepido
a incontrare il ciglio dei monti, l’orizzonte,
la velocità del dio
con le frecce acute.




L’uomo che parlava latino

L’uomo che parlava latino diceva che la logica
è vitalità della lingua e della vita-
garbuglio di risoluzioni nella pronta presa della ragione-
e un’oncia di follia rende il giorno “più allettante”,
poi ficcò la testa nelle fauci dei cento cavalli
alla ricerca del fallo, dell’intoppo- ma chi può
vedere la verità, questa astratta finzione
della umana idiozia…

La rossa spia fermò il percorso, ci avvinghiò
nella raucedine della nullità.
Fremendo, quasi isterico, capivo che improvviso l’incaglio
disintegrava il bel giocattolo del giorno…
e tu leggevi le congiunzioni delle stelle e dei mari,
convinta che tutto era ormai vano: il latte ingurgitavi
lentamente inseguendo forse- lo vidi
nel tuo sguardo mansueto- agnellino pronto all’ara-
il piccolo enigma, lo strappo nella calma
della mente, dissociata…

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