Chicco Testa ... e l' "Educazione sentimentale" di Flaubert - I cambiamenti di opinione di alcuni nostri personaggi "romanzeschi"

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Il titolo che ho imposto a questo mio intervento potrebbe fare l’eco a quella battuta di Nanni Moretti che nel “Caimano”, da produttore  cinematografico, inventava titoli ad effetto per i suoi “B-Movies”, tra i quali c’era anche un “Maciste contro Freud”! Ma nelle mie intenzioni non c’è solo la voglia di far cozzare l’alto e il basso  per vedere l’effetto che fa, quanto qualcosa di più meditato e di più serio, almeno spero.

Giorni fa ho finito di leggere per la terza volta “L’Educazione sentimentale” di Flaubert: segno di un’appassionata e un po’ allocchita fedeltà ad un autore che dalla prima giovinezza e per il resto della vita è diventato il “mio” autore di riferimento, ma anche conferma di quello che è quasi un assioma tra i frequentatori dell’opera del grande scrittore normanno, ossia che le prime letture de  “L’Educazione” si possono considerare come non fatte. È un romanzo di grande complessità, di nessuna attrattiva “romanzesca” ma per me di irresistibile fascino. Occorre saperlo prendere però, altrimenti ti sfugge tra le mani e rischi di non comprenderlo e di non amarlo mai, come è successo ad alcuni miei amici, lettori forti e appassionati, che l’hanno lasciato cadere a metà, con mio grande raccapriccio.  Non so che cosa significhi esattamente “saperlo prendere”, forse il raggiungimento di una consonante temperatura spirituale, di una consentaneità di vedute fra te e l’autore, di capacità di saperne decrittare tutte le riposte malie letterarie, di saperne catturare l’intimo significato.  Certo, entra in gioco anche il  momento in cui avviene l’incontro con un grande libro come questo. A vent’anni capisci alcune cose, a quaranta altre, dopo i cinquanta altre ancora e forse non ancora tutte. Ma c’è anche in agguato il rischio capitale, e fatale per tutti i lettori:  forse non hai capito mai un bel nulla del romanzo e ci hai visto solo delle cose che erano in te e non nel libro: in questo caso mi considero  un fallito in quanto lettore e forse anche in quanto uomo, detto in termini  solenni e compromettenti. O forse – estrema e soccorrevole spiegazione – interviene quanto asserito da George Steiner in “Passions impunies”, ossia che non si giungerà mai ad una lettura formalmente e sostanzialmente completa, esaustiva e finale  di un’opera, e che solo all’ora messianica l’opera troverà la chiarezza finale della sua interpretazione, restando ogni lettura fino a quel momento provvisoria e tangenziale.
Mi potrò rifare, dunque.  Resto dopotutto distante dal numero di letture, circa mezza dozzina,  cui un flaubertiano e anche flaubertologo di indiscutibile genio come Vargas Llosa ha sottoposto il “suo” romanzo di riferimento, “Madame Bovary” (vedi M.Vargas Llosa, “L’orgia perpetua”, Milano 1986).

Da lettore accorto e diligente  ho interrogato qualche critico sommo. Vediamo le ragioni critiche di un altro flaubertiano illustre e d’antan. György Lukács   affronta “L’'educazione sentimentale” ( in “Teoria del romanzo” Roma, 1972, pp.150-152) da un punto di vista fortemente astratto e teorico, com’è usuale presso i filosofi e critici tedeschi o di scuola tedesca. Secondo questo pensatore marxista ungherese di lingua tedesca,  il tempo è il pieno dispiegamento della vita, ma la pienezza della vita significa anche il suo estinguersi, e con essa il tempo stesso. Orbene, tutto ciò potrebbe portare alla “disperazione” ossia all’accertamento della vita e del tempo come momenti di irreparabile dissoluzione. Ma il romanzo  («che è forma della virilità fattasi matura»),  esprime invece positività, ossia accettazione serena di questo destino, ed è  suprema rassegnazione. Continua così Lukács: « Ora, è da questo maturo sentimento di rassegnazione che scaturiscono le esperienze autenticamente epiche – in quanto impulso alle azioni e da queste innescate – dalla dimensione "tempo". La speranza e il ricordo: esperienze vissute del tempo che sono anche superamento del tempo: visione complessiva della vita come unità svolta ante rem e sua intelligenza complessiva post rem. E anche  se a questa forma e ai tempi che la generano resta necessariamente preclusa l’ingenua e felice esperienza vissuta dell’in re, anche se tali esperienze sono condannate a permanere soggettive e riflessive, tuttavia non si può togliere il sentimento plasmatore proprio della percezione del senso; sono queste le esperienze vissute che avvicinano l’essenza alla vita il massimo possibile in un mondo abbandonato da Dio. A fondamento dell’Education sentimentale di Flaubert c’è appunto una tale esperienza  vissuta del tempo, [ricordiamo che il romanzo è posto tra la scena iniziale della speranza e quella finale del ricordo, ndr] laddove il fallimento degli altri grandi romanzi  della disillusione va ricercato nella mancanza di quest’esperienza, nella concezione sostanzialmente negativa del tempo. Fra tutte le grandi opere di questo tipo, l’Education sentimentale è quella apparentemente meno "costruita"; l’autore non tenta minimamente di rimediare alla disgregazione della realtà esterna in parti eterogenee, frammentarie, caduche, ricorrendo ad un qualsiasi accorgimento atto a riunirle, né di supplire alla mancanza di coesione e di valori sensibili mediante il lirismo descrittivo degli stati d’animo; i singoli frammenti della realtà vi restano l’uno accanto all’altro in tutta la loro spigolosa e rigida incoerenza. E la figura centrale del romanzo non viene posta in risalto né contraendo il numero dei personaggi o mediante la rigidezza di una composizione  che abbia il suo centro strutturante, né in virtù dell’esaltazione di queste sulle figure di contorno: la vita intera dell’eroe è altrettanto  precaria, in-coerente, parziale, del mondo che lo circonda, e la sua interiorità non possiede né la forza lirica né la forza velenosa e corrosiva del pathos che le consentirebbe di riparare alla propria umiliante irrilevante e pochezza. E tuttavia questo romanzo – il più tipico di tutto l’Ottocento sotto tutti gli aspetti della problematicità della forma del romanzo – è l’unico che nell’insuperabile desolazione da nulla palliata del suo contenuto, abbia raggiunto l’autentica oggettività epica e, grazie a questa, la positività e l’energia di una forma compiuta.»

Bellissima prosa astratta, ma non del tutto incomprensibile, credo. Dunque romanzo della disillusione della vita,  romanzo che si muove tra “speranza” e “ricordo” (scorrono 27 anni nella vicenda narrata) -  tra giovinezza e maturità diremmo nel nostro linguaggio ordinario-;   romanzo  di un maturo sentimento di rassegnazione da cui scaturisce un’accettazione “epica” del dissolversi del tempo, dell’esistenza, anche quotidiana.

Tutto ciò si rintraccia nel romanzo se lo si legge seguendo il percorso del suo “eroe” principale, che è poi un “antieroe”: Frédéric Moreau, héros inactif , lo definisce Flaubert in una sua lettera. Ma chi ha letto“L’Educazione” sa che attorno a Frédéric e alla sua tormentatissima  e struggente storia d’amore con M.me Arnoux (il fil rouge della narrazione) si muove tutta una folla di personaggi: Deslaurieres, Dussardin, Regimbart, Martinon, Cisy, Rosannette, M.me Dambreuse, la Vatnaz e altri ancora, e infine Sénécal.

Ho ripreso il romanzo questa volta cercando di seguire attraverso i personaggi di secondo piano alcuni “percorsi laterali”, i fili secondari. L’”Educazione sentimentale” non è solo la storia di un’educazione sentimentale, è anche il dispiegamento di una educazione sessuale sottotraccia (quella divisa tra l’amore impossibile e mai carnale di Frédéric per M.me Arnoux e quella, carnalissima,  svolta con le prostitute nei bordelli con l’amico Deslauriers e su cui si chiude beffardamente e liricamente  l’ultima battuta del romanzo: «Non abbiamo avuto niente di meglio dopo»).
È anche un’educazione politica.
Questa chiave di lettura aggiuntiva la si ottiene, tra l’altro, seguendo l’evoluzione del personaggio di Sénécal. Questi è un giovane povero che si guadagna da vivere con  ripetizioni di matematica,  uomo di “forte tête” e di convinzioni repubblicane e socialiste, un futuro Saint-Just. Non vede mai i fatti ma solo i sistemi, noi oggi diremmo le “ideologie”. Sempre gettato sui libri cerca in essi “de quoi justifier ses rêves”. Non ama perdersi nella frequentazione dei teatri, non crede che tutte le opinioni si  equivalgono, l’arte per lui deve mirare esclusivamente alla moralizzazione delle masse, la prostituzione è una tirannia, il matrimonio un inganno, meglio la continenza. Alla vista del cocchiere sotto la neve ha un moto di rabbia e inveisce contro i “guanti gialli”, il Jockey-Club, odia i ricchi. Picchia il figlio di un aristocratico e viene espulso dalla pensione,  cade nella più cupa miseria. L’amico Frédéric afflitto nell’intimo nel vedere così malridotto un uomo di genio, gli trova una sistemazione presso la fabbrica di maioliche di Arnoux: diventa il capo stabilimento. E qui Sénécal mostra il suo vero volto verso gli operai. Il repubblicano, il socialista: « les gouvernait durement. Homme de théories, il ne considérait que les masses et se montrait impitoyable pour les individus». Diventa uno spietato direttore. Obbliga gli operai a spazzare tutti gli stabilimenti e a fermarsi un’ora di più il sabato qualora non l’avessero fatto durante la settimana. Vessa «par sentiment du devoir ou besoin de despotisme» un’operaia che mangia la “schiscetta” contro i regolamenti nello stabilimento e le infligge una terribile ammenda. Urla: «La democrazia non è la scostumatezza dell’individualismo. È il livellamento comune sotto la legge, la divisione del lavoro, l’ordine! »   Insomma impone a tutti la sua inflessibile volontà. Litiga con la proprietà, si licenzia. In finale di romanzo Frédéric crede di individuarlo tra gli agenti di polizia che sparano contro i rivoltosi del ’48…

Seguendo la palinodia romanzesca di  Sénécal  si capisce qualcosa di più delle idee politiche di Flaubert (un liberale enragé),  ma, aggiungerei, del ruolo giocato dalle idee politiche nelle esistenze individuali in generale, e, vorrei sbilanciarmi,  si è anche in grado di interpretare la biografia di qualche uomo politico che si muove oggi attorno a noi, uomini del 2009. Un romanzo è potente per quanto di vita e di mondo accoglie, rappresenta, implica (da qui la sua forza implicita) ma anche per quanto di esso c’è ancora nel nostro mondo e nella nostra vita (da qui la sua forza esplicita, o esplicativa).

Grazie a questo romanzo io ho “capito” meglio…. Chicco Testa. Toh!

Quando Chicco Testa venne nominato presidente dell’Enel Giorgio Bocca scrisse che era come se un esperto di lenzuola annodate fosse stato nominato capo dei secondini. Alludeva alla sua formidabile ascesa dal movimento ambientalista ai vertici di un’azienda industriale di forte impatto ambientale. Al momento della nomina – maledetta letteratura! – io avevo pensato invero a Vidocq, quel personaggio realmente esistito che nell’epoca napoleonica era passato da galeotto a capo della polizia, da capo degli irregolari – diciamo così –  a capo dei poliziotti, ma sempre capo! (Mi viene in mente adesso il racconto conclusivo de “Il muro” di Sartre “L’infanzia di un capo”). Non poteva passare inosservata una biografia estrema come quella di Vidocq: e infatti Balzac  lo “assunse” in letteratura e gli fece recitare se stesso, sotto diverse vesti “romanzesche”  (Vautrin e tutti i suoi “memorabili travestimenti”, come Nick Carter) nella sua “Commedia umana” (quale grandioso titolo!).
Ma se ti guardi in giro oggi di esistenze “rivoltate” ne trovi tante nella nostra commedia umana italiana: sindacalisti che diventano capi azienda, giornalisti di quotidiani comunisti  che passano alla stampa un tempo detta borghese e non trovano di meglio che infilzare con l’umorismo lepido e “sinistro” delle iene, tutti i santi giorni, la parte appena abbandonata; radicali anticlericali che diventano più che clericali, aspri anti-anticlericali e baciapile,  mantenendo lo stesso fiero cipiglio…  insomma tutta la fauna variopinta degli ex, che sono ormai una legione.
In francese il processo delle giravolte si chiama revirement (in Italia versipellismo, e “voltagabbana” ne vengono definiti  i protagonisti, dal fatto che un tempo c’era chi all’arrivo del potente di turno, austriaco o francese che fosse, “rivoltava” la  gabbana, la giacca). Credo che un Balzac o un Flaubert del nostro tempo troverebbe ampia materia nel raffigurare la vicenda di un individuo che compie  nella fase della “speranza”  la propria ascesa sociale a capo di un’idea, e, che poi, giunto in quella del “ricordo”, diventa l’agitatore (stavo per dire l’Amministratore delegato) dell’idea esattamente opposta, senza battere ciglio. E senza pagare pegno.
 
Nelle personalità complesse e presso gli individui che si pentono della vita precedente, si mettono in moto particolari percorsi psichici. Nelle strategie del cambiamento interiore poste in essere dai “rivoltati” succede che l’ex spesso diventa un anti (l’ex fumatore un anti fumatore, l’ex comunista un anti comunista); ciò avviene quando unitamente alla metanoia (al cambiamento interiore di paolina memoria) si innesta il processo di metamelestai (“pentimento”, vedi Dictionnaire de spiritualité, ad vocem). Nell’abbracciare la nuova fede il convertito (l’ex)  manifesta un particolare rancore verso il se stesso di un tempo: l’ennemi antérieur diventa l’ennemi intérieur ed entrambi si scagliano   contro l’ennemi extérieur, che spesso altri non è che il gruppo di provenienza, dunque il se stesso di una volta. Di più: i tre “nemici” altri non sono che figure del proprio Io  affioranti di volta in volta  nel rito di passaggio  della vita individuale e nella   condizione liminale del soggetto interessato agli slittamenti progressivi della conversione. L’ex diventato anti è un soggetto che odia principalmente se stesso, il se stesso di una volta, che non riesce completamente a seppellire e che lo rode dentro (osservate Giuliano Ferrara, e avrete la rappresentazione icastica di quanto finora detto). Nel suo processo di conversione il convertito che si è pentito  mette in moto una dialettica, per certi versi così scontata, da lasciare allibiti ogni uomo che si è posto come principio di direzione della propria anima, non già quello di credere, ma quello di pensare. Ritengo che queste persone rimangano nell’intimo quello che erano (ossia dei “credenti” più che “redenti”) e che cambino solamente di segno o di 180 gradi il proprio mondo interiore: dal segno più al meno. Abbiamo registrato nel passato passaggi  davvero spettacolari: quelli che da “Lotta Continua” sono passati a “Comunione e Liberazione” ad esempio, dove sembra che ci sia stata una semplice inversione delle consonanti, da LC a CL, restando invariata la loro “personalità di base”: ossia quella di prevedibili  fideisti o di impudenti  narcisi.

I passaggi di fronte in Italia sono una costante, uno dei meccanismi privilegiati della formazione della classe dirigente, si direbbe. Sembrerebbe che per progredire  occorra talora agitarsi molto nello schieramento opposto, nella speranza, che è sempre una certezza  visto come vanno le cose,  di essere notato dagli avversari. È lo schema classico del garibaldino assunto nel regio esercito, dell’estremista che compiuto  il suo romanzo di formazione nell’altra sponda (per usare una celebre espressione di Alexander Herzen) del Movimento, è già pronto per l’Istituzione: ma non da novizio, da vescovo.
Nell’800 i passaggi furono vistosi ed eclatanti: “sinistri” come Nicotera e Crispi che una volta giunti al potere “inghiottirono” letteralmente il proprio passato e fecero strame della loro vicenda politica passata; poi fu la volta del socialista massimalista  Mussolini, e con lui di  molti dei sindacalisti rivoluzionari ( i “sessantottini” dell’epoca) che passarono armi e bagagli nel movimento fascista.
Oggi non è difficile rimarcare che esponenti prestigiosi del gotha del giornalismo   italiano si sono  formati presso il quotidiano “comunista” “Il Manifesto” (di cui io ho abbandonato la lettura quando cominciò ad apparirvi, nei perduti anni ’80,  un   inserto di lussuosa gastronomia: mi affretto ad aggiungere che sono pronto a ricomprarlo quando in edicola uscirà un periodico di gastronomia con dentro un inserto di   comunismo);  anzi questo giornale sembrerebbe la scuola di formazione del giornalismo dell’establishment, la “nave scuola”,  l’incubator, per dirla da fighetti, dei futuri accigliati notisti  moderati.

Perché tutto ciò?
Innanzi tutto occorre rimarcare che il fenomeno è registrato sempre in una direzione: garibaldini che si intruppano nel regio esercito, e quasi mai “truppe regolari” che abbandonano lo schieramento per infrattarsi coi rivoltosi. Una ragione ci sarà, ed escludo che sia di tipo ideale o idealistica.
Ma più in generale e ritornando all’oggi, tutto ciò accade, perché nella nostra società porosa e friabile non c’è un sistema stabile e ferreo, istituzionale, di formazione della classe dirigente: la quale si forma non per certa schedulazione dei talenti -  un’asta degli ingegni -  secondo principi  rigidi di formazione presso Istituzioni prestigiose e consolidate, ma per contiguità ai provvisori centri di potere.
Da noi,  scriveva Luigi Barzini (non ricordo più se ne “Gli italiani” o ne “L’antropometro italiano” il leader è metà Cagliostro e metà Casanova: metà imbroglione e metà seduttore. (A chi state pensando?). Da qui la proliferazione della figura tutta italiana del “faccendiere” (i  brasseurs d’affaires francesi sono altra cosa e i lobbisti americani tutt’altra).
Sto forse insinuando, tornando alla mia “testa di turco” polemica Testa, che egli sia un faccendiere? No! Egli è qualcosa di più: nulla egli ha da condividere con quella figura basso-mimetica del faccendiere che rimanda a incarnazioni tuttavia letterariamente sublimi come quelle di alcuni personaggi del nostro sottobosco politico; no, Chicco Testa è un elegante, aereo, narciso  Lebenskünstler (un “artista della vita”). È un bo-bo (bourgeois-bohémien).  Pur scontandogli il  narcisismo (Gadda ha scritto pagine indimenticabili sulla “carica narcissica” di ciascuno di noi)  a Chicco Testa qualcuno dovrebbe tuttavia chiedere il conto di questo suo spettacolare revirement. Nel suo caso  c’è stata solo metanoia, e non metamelestai, cambiamento d’opinione e non operoso pentimento: la sua leggerezza non consente intricati percorsi interiori. Non ci ha mai intrattenuti perciò sui costi sociali pagati dal Paese per la scelta antinucleare da egli agitata vent’anni fa. E quanti di questi costi egli addebiti alla propria azione di una volta, come sanno fare i buoni amministratori.
Personalmente ero pro-nucleare allora,  all’epoca del referendum del 1987(a causa della mia maledetta passione per la Francia, e anche perché nei miei soggiorni nell’Esagono notavo che nei blocchi delle cucine a posto dei fuochi a gas c’erano le piastre elettriche, costando così poco l’energia elettrica), non lo sono adesso, proprio perché tra i  capifila della scelta nucleare c’è un  Chicco Testa e non un Felice Ippolito.  Ho cambiato opinione anch’io, senza essere diventato presidente di niente. Testa dice che il nucleare di 20 anni fa non è quello di adesso e il mondo di oggi non è quello di vent’anni fa: e allora ci spieghi perché la Francia non è da adesso che si è convertita al nucleare, o perché non ha rinunciato al nucleare 20 anni fa… Perché non aveva un Chicco Testa, evidentemente.

Concludendo con la tormentosa e da me tormentata letteratura. Agli scrittori italiani di oggi  così intenti a contornare il proprio ombelico ricordo  che Flaubert nel Frédéric Moreau dell’ “Educazione sentimentale” cacciò tutto se stesso (il “c’est moi” di “Madame Bovary” vale anche per Frédéric), ma non trascurò tutto il contesto sociale; anzi il proprio Io travestito in personaggio da romanzo risaltava nella fitta trama di incontri quotidiani con altri personaggi sociali netti e tipici. Scrittori italiani, dateci  il vostro “Maciste contro Freud”! Parlate di voi stessi ma date un’occhiata ai Sénécal attorno a voi, “assumeteli” nei vostri romanzi, prelevate i Lebenskünstler dalla vita: sono già lì, sono personaggi letterari belli e pronti, cui basta solo un po’ di sforzo redazionale e il trattamento di  una sapiente cosmesi letteraria per proiettarli nel mondo sublunare del romanzo: una delle forme di eternità che ancora ci restano.

Alfio Squillaci

dal 29marzo 2009
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