D. Nel febbraio del 2010  segnerai  il decennale del varo della rivista on line “La Frusta”. Come è nata l’idea?

R. La rivista è nata sotto la spinta del “tutti in rete” che attraversò il Paese alla fine del ’99. Ricordo che in quell’anno i maggiori provider (le compagnie telefoniche perlopiù) distribuivano nelle edicole i CD autoistallanti , al fine di catturare il maggior numero di utenti. Nel novembre del ’99 fui colpito da un trafiletto del “Corriere” che segnalava un applicativo di una Net.com americana che ti consentiva di “farti il sito” con davvero pochi colpi di mouse. Debbo dire che io ero principiante in informatica (conoscevo, male, il pacchetto “Office”) e totalmente digiuno di linguaggi di programmazione e men che meno di HTML.

D. Vuoi dire che non sapevi come si costruivano le pagine web, gli ipertesti?

R. Non ne sapevo letteralmente nulla. Cominciai  a comprare delle riviste divulgative in edicola e armatomi di santa pazienza ma assistito da immensa curiosità feci ingresso in questo mondo. Le riviste suggerivano un sito “Aracnophilia”, in inglese ovviamente, dove ti avrebbero insegnato a costruire come un ragno (Aracne) la tua tela. Ma, in parte per la mia poca dimestichezza con la lingua inglese (sono un francofono e un francofilo: lo so: uno fuori dal giro, una specie di “vecchia zia”) in parte per la difficoltà del linguaggio HTML   mollai subito l’idea di costruirmi il sito con il bloc notes e i tag (anche se tutti dicevano che era facile come bere un bicchier d’acqua). C’era anche “Frontpage”, è vero,  ma credo che occorresse anche avere  buona pratica di FTP (File Transfer Protocol), insomma una strada impervia per un absolute beginner come me. Venne questo suggerimento di homestead.com  del “Corriere”, scaricai l’applicativo dalla Rete e benché in inglese, capii subito che era alla mia portata. L’applicativo era un editor di siti del tipo “drag and drop” (trascina e rilascia) e si dimostrò subito rispondente alle mie necessità. In più ti consentiva di saltare la fase dell’ FTP, perché pubblicavi la pagina  in Rete con un semplice clic. Curiosando in Rete, mi accorsi che gli americani lo utilizzavano per le pagine personali (non esistevano allora i blog); insomma un applicativo per  analfabeti informatici come me.

D. Ma già puntavi al sito?  Credevo che la tua curiosità fosse indirizzata solo verso il mondo della Rete,  come “utilizzatore finale”, direbbero gli avvocati di provincia.

R. E no!  Puntavo già al sito. Volevo esserci in  Rete da protagonista. Qualche mese prima avevo letto un articolo di Umberto Eco che ti riassumo brevemente. Eco riflettendo sulla rivoluzione informatica in atto, stilava una originale classificazione del mondo nuovo dell’informazione sorto con la diffusione planetaria di Internet. Secondo lui, ricordo a mente il suo discorso, sarebbe sorta questa specie di nuova Atene: nel gradino più basso i Meteci, ossia solo gli spettatori passivi della TV, quelli che hanno il telecomando in mano e credono di essere liberi di scegliere i programmi ma che in verità sono dei “telecomandati”; poi il Demos, ossia la massa indistinta e anonima degli utilizzatori di Internet, e infine gli Aristoi coloro che non si limitavano a consumare i contenuti di Internet, ma ve li immettevano. I nuovi signori dell’informazione.

D. Hai puntato all’aristocrazia vecchia talpa…

R. Eh già: a parte lo scherzo, l’idea di poter scrivere tutto ciò che mi passava per la testa l’ho vista subito come una forma ineguagliabile di libertà.

D. Volevi dunque esprimerti, essere un blogger avant la lettre.

R. No, no.  Mi faceva e mi fa  orrore l’idea di esporre le mie intimità, fossero solo intimità intellettuali, a un pubblico anonimo di guardoni. Un diario in pubblico? Brrrr… No, volevo fare proprio una rivista classica, militante, una specie di “Revue Blue” o “Revue Blanche” in Rete. Le fin du fin della chiccheria intellettuale. Avevo lumato (così dicono a Milano) alcune riviste francesi in Rete. Volevo fare come loro. Chiamare a raccolta un gruppo di sodali, un Nucleo di Combattenti Estetici, da qui il titolo “percussivo” della rivista e il tono combattente della pagina di presentazione … ma avevo sottovalutato il fenomeno dell’isteresi…

D. Isteresi? Oddio cominci a parlare difficile…

R. Sì, isteresi . È una nozione sorta in campo fisico e scientifico, ma io alludo all’elaborazione fattene da Pierre Bourdieu. Che parla di isteresi dell’habitus (isteresi = caratteristica di un sistema di reagire in ritardo alle sollecitazioni applicate e in dipendenza dello stato precedente). Questo concetto cerca di designare il fenomeno con il quale un agente, cresciuto  in un certo mondo sociale,   tende tuttavia a conservare in un’ampia misura, le disposizioni originarie, anche se sono diventate inadatte a seguito per esempio di un’evoluzione storica (o tecnologica) brutale, come una rivoluzione, che ha fatto scomparire questo mondo. Un esempio, che Bourdieu prende in prestito da Marx, benché si riferisca ad un personaggio di romanzo, permette di illustrare questo fenomeno: quello celeberrimo di don  Chisciotte. Cavaliere in un mondo in cui non c’è più cavalleria, ed inabile a fare fronte al crollo del suo universo, arriva a cacciare i mulini a vento che prende per mostruosi tiranni.
Nel mio caso era quello di applicare modalità e processi delle riviste letterarie d’antan nel mondo di Internet. Errore, errore, errore.

D. Eppure c’è chi ritiene, a dispetto di McLuhan,  che il mezzo non sia proprio o del tutto  il messaggio.

R. Adesso sei tu che parli difficile. Ma insomma: hai presente “Le nuove  ragioni del socialismo”?

D. Quella tradizionale, a stampa, di Emanuele Macaluso o quella on line?

R. Quella a stampa. Trenta pagine fitte di articolasse in corpo 10, oggi, nel mondo del fast e dello streaming… Ti pare possibile?  La sfogli e credi di essere a Parigi negli anni ‘30: ti manca solo il basco in testa come Nenni, la petanque, il pernod,  i bistrots e i balli del  Quatorze Juillet   in piazza. Una cosa fuori dal tempo. Che richiede tempi, anche interiori, che non abbiamo più a disposizione. A parte il fatto che devi fare domanda di ferie per leggerla tutta… Ecco, io ragionavo come Macaluso (in termini redazionali eh!); ma ero, come lui,  vittima dell’isteresi.

D. Dici che Internet impone modalità diverse di lettura, una nuova estetica della ricezione?

R. Mettiamola così: devi adattarti ai tempi da “coniglio” del famoso end user, l’utilizzatore finale. Lo vedo dal mio retro-bottega. I tempi di utilizzo sono ridottissimi. C’è chi sosta per ore sulle pagine, ma la maggior parte dei lettori è del tipo “mordi e fuggi”. Ispezionano la pagina, copincollano forse, e scappano via come dei furetti. È chiaro che i tempi del silicio non possono essere quelli meditativi della carta stampata di una volta, ed è altrettanto chiaro che ciò che i lettori chiedono sono frantumi di informazione, lacerti di nozioni, sunti, saggi brevi insomma, lemmi da enciclopedia.

D. E visto che ci sei arrivato da solo, te lo dico con sincerità: sei partito che volevi fare una rivista di militanza o di meditazione, ma “LaFrusta” oggi appare tutt’al più come un regesto di nozioni. Non ti offendere: mi sembra un bigino, un bignami, generoso e volenteroso quanto vuoi, ma nient’altro di più.

R. Non mi offendo per nulla e ti rispondo con le parole di due intellettuali italiani, che ho fatto subito mie. La prima di Arbasino tratta da “La gita a Chiasso”, «Il Giorno» 23 gennaio 1963: «Voglio chiarezza, lucidità, ragioni critiche; pretendo concisione, possibilità di sommari e compendi, dal momento che, lo si sa, non esiste opera di pensiero veramente significativa che non si possa riassumere in poche proposizioni»,  e la seconda di Claudio Magris: «Un’onesta e fedele divulgazione è la base di ogni seria cultura, perché nessuno può conoscere di prima mano tutto ciò che sarebbe, anzi è necessario conoscere. Tranne pochi settori che riusciamo ad approfondire, tutta la nostra cultura è di seconda mano: è difficile o impossibile leggere tutti i grandi romanzi della letteratura universale , tutti i grandi testi mitologici, tutto Hegel e tutto Marx, studiare le fonti della storia romana, russa o americana. La nostra cultura dipende in buona parte dalla qualità di questa seconda mano: ci sono divulgazioni che, pur riducendo e semplificando, trasmettono l’essenziale e altre che falsificano o alterano, magari con presunzione ideologica; i riassunti del vecchio Bignami sono talora più vicini al testo di molte lambiccate interpretazioni psico-pedo-sociologiche. Una buona divulgazione invita ad approfondire l’originale». “Corriere della Sera” 17 agosto 2003.

D. Ma di bignami e di enciclopedie è piena la Rete
R. “Più uno”, aggiungeva serafico Zavattini  all’amico che si sgolava a tirar fuori i numeri più stratosferici e chilometrici. “Più uno” dico io. Mi aggiungo a tutti coloro che vogliono fare informazione, onesta e pulita informazione. Anzi ti dirò: lo spirito enciclopedico ben si attaglia al mio penchant illuminista e critico-razionalista, convinto come sono che nulla sia veramente comprensibile se non nel quadro di una ideale sinossi di tutto il sapere, che per me che non ho purtroppo una cultura scientifica, significa soprattutto sapere umanistico.  Diffondere perciò nozioni il più possibile corrette, concise,  precise e in buon italiano se possibile, potrebbe essere la nostra nuova frontiera di militanza: un modo per combattere la nostra battaglia del bello e del vero in un’epoca che non ci piace. E in più: siccome l’Enciclopedia completa e definitiva è impossibile, oltre che ridicola, come ben sapeva il Flaubert di  Bouvard e Pécuchet, mi sforzerò di tirare un “canone”, un mio personale canone dalla massa sterminata delle nozioni. Farò quella che i narratologi chiamano la “selezione epica” delle informazioni: un mio percorso nella savana sterminata del sapere.

D. Buon lavoro, allora. Non mi resta  che augurare a  “LaFrusta” di doppiare anche il prossimo decennio.
R. Lo spero anch’io. Ma come dicevano gli Antichi, il futuro è nel grembo di Giove.

Milano 4 novembre 2009




Vecchia presentazione
L'esercizio della critica  è un'impresa disperata in Italia. Si tratta infatti  d'avvalersi d'una facoltà intellettuale, non già d'abbandonarsi all'esaltazione estatica o alla denigrazione scorticapelle com' è usuale. Non stati d'animo ma idee occorre mettere in campo. Sia l'esaltazione che la denigrazione sono due forme di acrisìa, il segno della rinuncia alla formulazione (e alla fatica) di un giudizio critico-estetico. Entrambe le due forme nascondono poi sentimenti simulati. Dietro l'esaltazione smisurata spesso c'è una combine con un gruppo (una casa editrice, un produttore cinematografico, discografico etc) o una semplice piaggeria verso il singolo (spesso amico o parente), come anche un intento ecumenico di non dispiacere a nessuno (non si sa mai...)   Dietro la denigrazione, anche quella disinteressata, c'è un'arietta da sopracciò (io sì che me ne intendo!), un disgusto immotivato, o il sospetto, non sempre infondato ma comunque sterile, verso "le solite mafie".

Dietro la critica vera, invece, c'è la verità  e l'amore per la verità. C'è la conoscenza, c'è la bellezza .

"La critica deve essere costruttiva", quante volte abbiamo sentito questa locuzione nel nostro Paese. (Dove, dai tempi della Controriforma,  si può dissentire solo col "permesso dei Superiori", e la Rivoluzione, in ogni campo, la si vuol fare trasformisticamente insieme ai carabinieri!).

E  invece no. La critica deve essere  distruttiva. Deve abbattere un mondo morale e intellettuale per farne sorgere  un altro. Non deve essere tendenziosa è vero, ma tendenziale...sì. Significa che essa deve essere necessariamente "di parte, appassionata, politica, ossia condotta da un punto di vista particolare, ma un punto di vista che scopra la maggior parte d'orizzonte" (Baudelaire).

La critica esprime una visione del mondo mai neutrale e mai disimpegnata. Quando diciamo infatti "bello" o "brutto" mettiamo in gioco un sistema di rapporti che implica tutta la nostra intelligenza e personalità. Verità, giustizia, politica, bellezza ed  eticità, tutto è legato nell'attività critico-estetica. Essa è  dunque un aspetto del razionalismo critico, di quella forma generale di organizzazione della mente che è la nostra suprema ambizione.

Si rompono amicizie e fidanzamenti al cospetto di divaricanti gusti estetici. Mai avvertiamo tutta l'estraneità del nostro prossimo più di quando ci troviamo di fronte a giudizi che promuovo libri e film che detestiamo o viceversa bollano libri e film che amiamo. Dimmi cosa ti piace e ti dirò chi sei.

"La Frusta!" dunque, si propone  il duplice scopo di "scacciare i mercanti dal tempio" e di incitare i sodali: aiutare la formazione di un gusto, contrastare, grazie alla  libertà della Rete, i soliti "giri" dei quotidiani e delle riviste che spesso impongono  giudizi già fatti e inappellabili.

La ripresa di una rivista del '700, in piena epoca telematica è  la sfida, implicita alla nostra impresa, che qui si offre al giudizio critico dei lettori

Milano, febbraio 2000

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