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Quaderni del cinema
di Enzo Gallitto



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Esempio 1
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line

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IL CINEMA ITALIANO DEGLI ANNI ’60 – 5 FILM

Accattone – Pier Paolo Pasolini (1961)
 “Lavorare stanca” è il titolo di una bella raccolta di poesie di Cesare Pavese, ma potrebbe anche essere il motto del protagonista del film di Pasolini. Accattone, interpretato splendidamente da Sergio Citti (un attore non professionista che ha collaborato anche alla sceneggiatura) è l’esponente tipico del sottoproletariato urbano di cui Roma è ricca. Rifiuta per principio di integrarsi nel sistema sociale il cui presupposto è il lavoro come fonte di sostentamento e modalità di vita. Pur di non lavorare è disposto a tutto: sfrutta una prostituta, Maddalena, che lavora per lui, vive di espedienti, ruba, imbroglia, insomma tutto fuorché il lavoro. E non solo non ha rimorsi, ma addirittura nel suo intimo ritiene che ci sia quasi un aspetto “nobile” nel suo operato e deride chi è inserito nel sistema e da questo è sfruttato. Quando sul ponte del Tevere è in procinto di gettarsi in acqua per un rito che si ripete negli anni, può esclamare con orgoglio “diamo soddisfazione al popolo…”.
  E’ separato dalla moglie e in un impeto di resipiscenza tenta anche di tornare da lei, ma viene respinto e quasi malmenato dai suoi parenti. Incontra una ragazza dolce e accondiscendente, Stella, di cui s’innamora. Pur di regalarle un paio di scarpe, non esita a rubare una collanina dal collo del figlio piccolo; alla fine però non esita a mandare anche lei sul marciapiede a fare la vita. Stella però si ribella. Accattone nel suo animo ha una certa consapevolezza della situazione drammatica in cui versa ed una notte sogna anche come segno premonitore il suo funerale. Gli amici seguono il feretro e lui osserva tutti i dettagli con attenzione e chiede anche che la sua fossa venga spostata dall’ombra al sole. Decide infine, disilluso anche da Stella, di fare un colpo con alcuni amici, ma la polizia è sulle sue tracce e a seguito di un inseguimento ha un incidente, cade malamente e muore a ridosso di un marciapiedi. Le ultime parole che pronunzia sono “ora sono contento”. 
  La descrizione, il racconto che ne fa Pasolini è epico e tragico insieme. Accattone è un rappresentante di una classe fuori dagli schemi, ma allo stesso tempo spensierata ed in qualche modo anche felice, malgrado il degrado delle borgate e l’assenza di alcuna finalità di vita; gli ultimi esponenti di una società che rifiuta l’integrazione nel processo produttivo e capitalistico del lavoro, ma che l’autore ama e descrive con partecipazione e che vede come ultimo baluardo all’omologazione della società del nostro tempo.

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Il sorpasso – Dino Risi (1962)
Anche Bruno il protagonista del film di Risi, come Accattone, non ha voglia di lavorare, ma intende la vita in tutt’altro modo: nella vita lui si diverte in ogni istante e con ogni espediente, approfittando dell’indulgenza e della simpatia che sa procacciarsi da tutti con la sua vitalità ed esuberanza.  
 Il film narra la storia di due giorni, a cavallo di ferragosto, i cui protagonisti sono due giovani, Bruno (interpretato da Vittorio Gassman) e Roberto (Jean-Louis Trintignant), un giovane studente molto timido e preoccupato per i suoi esami. Quei due giorni insieme non fanno che scorazzare felici con la spider, in giro per l’Italia del boom economico di quegli anni. Sono due giorni di follia con un susseguirsi di mattate, di Bruno, e di situazioni a volte imbarazzanti per Roberto, che non è abituato a questo genere di vita. Infatti i due non potrebbero essere più differenti: Roberto che pianifica la sua vita: lo studio, la ragazza che ancora non ha abbordato, ma che vorrebbe forse anche sposare, gli esami da fare… e Bruno che non ha un’attività fissa, vive di espedienti, approfitta della casa della moglie da cui è separato per risparmiare e non andare in albergo, della figlia che è fidanzata con un uomo attempato, più grande del padre, ma pieno di soldi. Combina ogni genere di scherzi a volte anche atroci ai danni del prossimo, ma è di una vitalità e di dinamismo che trascina.
  Quando Roberto, pensando all’esame da sostenere, timidamente gli suggerisce che “forse… non è il caso…” di accettare l’invito per un giro in barca, Bruno immediatamente gli risponde “è sempre il caso” e in poche parole ha esposto la sua filosofia di vita: approfittare sempre e di tutto, non lasciare nulla. Il suo motto potrebbe essere “carpe diem”, ovvero cogli l’attimo fuggente.
  Kierkegaard (un filosofo danese dell’ottocento) ha scritto un libro “Aut-aut”, sull’estetica ed etica della personalità. In questo saggio teorizza due atteggiamenti caratteriali degli uomini: uno, “l’estetico”, che vive nel momento, che coglie con spensieratezza tutto ciò che la vita offre di buono, non pensa al passato, né fa piani per il futuro, ed il prototipo di questo tipo di vita, secondo lui, è “il libertino”. K. scrive nell’ottocento, ma noi ora potremmo dire il “playboy”, lo “scapolo impenitente”, insomma un tipo proprio come Bruno.
  L’altro, invece “l’etico”, è un individuo che vive nella continuità del tempo, che si assume la responsabilità di quello che fa, che pianifica la sua vita con obiettivi che intende seriamente raggiungere; il prototipo di questa personalità è “lo sposo”, ossia il tipico marito che sceglie di formare una famiglia, che è conseguente con le scelte che fa, assicurando la sussistenza (e la riproduzione) alla sua famiglia, con l’obiettivo di procurarle un’esistenza serena.  
  Non credo proprio che Risi abbia letto o pensato a Kierkegaard quando ha fatto il suo film, ma certamente il confronto e la coincidenza sono notevoli. Alla fine del saggio K. risolve il confronto indicando la superiorità della personalità “etica”. Roberto invece, malgrado il rigetto che ha avuto all’inizio verso il tipo di vita di Bruno, man mano che lo conosce, sembra in qualche modo affascinato dall’esuberante personalità dell’amico. Bruno è certamente più 
brillante, più acuto osservatore, sa sempre cogliere l’opportunità in ogni situazione e dà certamente il meglio di se durante la sequenza della visita di Roberto ai suoi parenti in campagna. Bastano solo pochi minuti di frequentazione perché Bruno diventi il beniamino di questi parenti; riesce quasi a sedurre una zia di Roberto (e suo segretissimo amore quando era piccolo), non solo ma si accorge pure che il cugino non è figlio dello zio, ma del fattore della tenuta agricola. Insomma basta quel soggiorno di poche ore per scombussolare tutte le convinzioni di Roberto che in tanti anni incredibilmente non era riuscito ad accorgersi di niente. La stessa cosa avviene quando vanno a Castiglioncello e incontrano la moglie e la figlia di Bruno e tutta la compagnia dei loro amici. E’ sempre lui il mattatore che sfida tutti, e tutti seduce con la sua simpatia e istrionismo. 
  La società in cui siamo immersi ci costringe, nostro malgrado, a tutta una ripetitività di azioni, sempre le stesse (studiare, lavorare, sposarci, fare figli, comprare la casa, educare i figli, sposarli, etc.) passi che bisogna necessariamente superare per affrontare la vita, i suoi problemi, le nostre necessità. E se cambiassimo completamente punto di vista ? Non è forse del tutto sbagliata la riflessione che fa Roberto <<merito proprio di finire, come mio cugino, a sposare una bruttina insulsa ed avere come obbiettivo finale della mia vita l’acquisto di una millecento ?>> e questa idea lo convince che forse vale la pena di vivere almeno qualche giorno da leone. Roberto comincia a pensare che forse sia lui a sbagliare e che una vita come quella che conduce Bruno gli sarebbe più confacente (“questi due giorni sono stati i più belli della mia vita” confessa), ed allora è lui che spinge l’amico a correre con la spider, sempre più forte sui tornanti della strada, a “volare, ancora di più…”, a correre e sorpassare tutte le auto, finché davanti alla spider lanciata a folle velocità non appare un camion !
  Nell’incidente muore solo Roberto. Perché è il più debole ? Perché deve pagare per aver osato infrangere le regole? Bruno, invece, che si è subito buttato fuori dalla macchina prima che precipitasse nel dirupo, si salva. E’ il più forte, il più adatto a sopravvivere? il più veloce a cogliere l’attimo fuggente?  

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Rocco e i suoi fratelli – Luchino Visconti (1960)
La famiglia Parondi, madre e quattro figli, Simone, Rocco, Ciro e Luca, si trasferisce dalla Basilicata a Milano dove è già emigrato il figlio più grande Vincenzo ( ). Riescono a trovare una sistemazione in una casa molto modesta ed i figli, ognuno per proprio conto, si arrangiano in ogni cosa cercando di trovare un qualche lavoro. E’ una famiglia molto unita e salda, ma ben presto si manifestano le diverse reazioni che ognuno di loro ha verso il nuovo ambiente in cui sono arrivati.
  Simone (Renato Salvatore) conosce una prostituta, Nadia (Annie Girardot), e si avvia subito su una cattiva strada, sedotto com’è dal denaro facile e dagli allettamenti della grande città. Rocco (Alain Delon) invece trova un lavoro modesto, ma viene richiamato e deve partire per fare il militare. Ciro si mette a studiare e riesce ad entrare come meccanico in una grande azienda. 
  Il conflitto, che è il punto focale del racconto, nasce dal rapporto tra Rocco e Simone. Rocco (che Ciro dice “è un santo”) è sempre incline ad aiutare Simone che si caccia continuamente nei guai e si sacrifica spontaneamente per coprire tutte le sue malefatte, anche quando deve compromettere le sue mire ed il suo futuro. Il comportamento di Rocco è di primo acchito inspiegabile e richiede un approfondimento concettuale.  
  A chi gli chiedeva se si deve perdonare fino a sette volte per un danno patito, come impone la Torah, l’antica legge ebraica, Gesù rispose “bisogna perdonare non sette volte, ma settanta volte sette…” cioè bisogna perdonare sempre! Perdonare sempre, amare gli altri come se stessi e non ergersi mai a giudice del nostro prossimo (come insegna la storia del tentativo di lapidazione dell’adultera). Questa è l’essenza del messaggio cristiano. Ma una cosa è additare un ideale… e un’altra metterlo in pratica; il nostro mondo va ormai per altre strade, e il comportamento di Rocco (a cui Alain Delon da un’interpretazione superba) è certamente fuori del comune.
  La cultura occidentale ha sposato l’etica della responsabilità ed ha rinunciato da troppo tempo al messaggio cristiano: ossia, prima di agire, occorre valutare le conseguenze prossime e remote delle nostre scelte e di queste assumersi tutta la responsabilità. Altra cosa invece è l’etica cristiana che si può definire, in un certo senso, l’etica dell’obiettivo. Esiste un fine che il cristiano sceglie, vivere cioè per salvarsi l’anima e guadagnare il Paradiso. Ogni scelta, rinuncia, sacrificio o sofferenza di cui il cristiano si fa carico, è un mattone in più che serve a lastricare il cammino verso il Regno di Dio; il resto non conta…!
  E Rocco si comporta proprio così: malgrado gli innumerevoli errori e delitti di cui Simone si macchia, non si erge mai a giudice dei suoi misfatti, ma lo perdona sempre offrendo se stesso in sacrificio. Gli lascia subito Nadia, di cui era molto innamorato, quando si accorge quanto fosse importante per il fratello; per restituire i soldi che Simone ha rubato non esita a firmare un contratto capestro con il suo allenatore. E infine, quando Simone irrompe in casa ancora macchiato del sangue di Nadia che ha appena ucciso all’Idroscalo, proprio mentre lui festeggia un’importante vittoria alla box, Rocco è pronto a soccorrerlo, nasconderlo e forse anche a farlo scappare.
  Ciro però questa volta si oppone. Ciro ha una diversa personalità: è una persona integrata nel sistema e ragiona con una mentalità razionale. In un breve colloquio che ha con il fratello più piccolo gli spiega bene come ci si deve comportare. Bisogna prima ben valutare cosa si vuol fare nella vita, poi occorre studiare, prendere un diploma e cercare un lavoro se si vuol tirar su una famiglia. Ragiona con l’etica della responsabilità ed ha ben capito che perdonare sempre e coprire sempre le malefatte di Simone, come fa Rocco, non solo non serve a nulla, ma lo si danneggia perché gli si impedisce di prendere coscienza del suo stato. E questo non perché non gli vuole bene, forse lo ama come e più di Rocco, ma capisce che il perdono in questo caso non è assolutamente produttivo. 
  Ciro telefona così alla polizia ed il destino di Simone si compie.  
Rocco, quindi, pur non professando esteriormente alcuna religiosità, in realtà si comporta da perfetto cristiano, anzi, in un certo senso, come un martire; e questo non per scelta ragionata, ma in modo istintivo e passionale, e solo per il profondo affetto che nutre verso il fratello ( ). 
  E’ da sottolineare, però, che questa religiosità innata non gli deriva dalle sue origini: infatti il cattolicesimo non ha fondamenta così solide ed evangeliche nella “cultura contadina” del sud Italia. Anche lì la religione è ridotta a puro rito esteriore o tutto al più a desiderio di protezione e consolazione nella sventura. Chi avesse dei dubbi su quest’aspetto può rivedere “I basilischi”, quel bellissimo film della Wertmuller del ‘63, o leggere le opere di Ignazio Silone, ambientate anch’esse nel meridione d’Italia, dove l’autore illustra la cultura povera di quei posti, ma anche la fierezza e la tenacia dei suoi abitanti. 
  Visconti usa la storia (cioè l’emigrazione sud-nord di quegli anni) solo come quadro di riferimento al “racconto” del film, perché in realtà sviluppa un discorso svincolato e specifico basato solo sulla personalità di ogni personaggio: l’amore, l’odio, le passioni individuali, insomma prevale nettamente l’aspetto “melodramma” rispetto alla questione sociale che pure è sottesa nella storia ! Tanto è vero che, anche se Rosaria Parodi ed i suoi 4 figli, invece che venire dalla Basilicata, fossero venuti dalla Bassa Padana oppure dalle Langhe o da qualsiasi altro posto di Italia, ed anche se tutti i fratelli avessero origine ognuno da una diversa città, la storia o meglio “il racconto” portato avanti da Visconti potrebbe avere uno svolgimento analogo e lo stesso senso compiuto. 
  In questa ottica è chiaro che il fervorino finale fatto da Rocco al fratellino Luca sulla necessità di “tornare un giorno al loro paese di origine”, si spiega solo nel rispetto del quadro di riferimento, ma non per una effettiva necessità scaturita dal racconto.


















Salvatore Giuliano – Francesco Rosi (1961)
Il bandito Giuliano imperversò nella Sicilia del dopoguerra, dal 1943 inizio della sua latitanza fino al 1950, cioè fino alla morte per mano del suo luogotenente Gaspare Pisciotta. Ne ‘46 entrò nel movimento separatista siciliano EVIS che lottava per l’indipendenza della Sicilia dal potere centrale, ma con l’amnistia concessa per tutti i reati politici dallo Stato e sciolto l’esercito, Giuliano ritorna al banditismo terrorizzando tutta la zona della Sicilia occidentale.  
  Quando nel ’47 sembra che il “Blocco del Popolo” abbia vinto le elezioni, gli agrari decidono un’azione dimostrativa contro i contadini ed convincono Giuliano e la sua banda a sparare contro la folla riunita per la festa del 1° maggio nella località di Portella della Ginestra. L’episodio solleva un enorme risentimento popolare e lo Stato decide d’intervenire radicalmente. Viene costituito il Corpo Repressione Banditismo al comando del colonnello Luca a cui vengono conferiti poteri eccezionali. A poco a poco i banditi vengono catturati, anche con l’ausilio dei capimafia locali che non vedono di buon occhio l’attività eversiva della banda che disturba i loro affari, ed infine anche Giuliano viene tradito e ucciso da Pisciotta che si è accordato con i carabinieri.  
  Gli episodi salienti della storia di Giuliano fanno da sfondo alla narrazione del film che è in pratica una rappresentazione corale della realtà siciliana di quel tempo. Non è quindi un film “biografico” in senso stretto, ma piuttosto un “affresco” che, con una tecnica di tipo documentaristico, descrive l’arretratezza economica e culturale dei siciliani, gli intrecci tra poteri costituiti e mafia, le velleità di una classe politica impreparata e corrotta, nonché lo strapotere degli agrari, cioè i proprietari dei latifondi che la fanno da padroni, come da sempre hanno fatto in Sicilia, alle spalle dei contadini sfruttati ed ignoranti.
  L’effetto “documentario” è reso evidente dall’utilizzo della voce narrante che, come raccordo, ricorda ogni tanto gli avvenimenti storici del periodo, dai continui flash back, nonché per la tecnica di ripresa con la splendida fotografia di Gianni di Venanzo che usa una pellicola molto contrastata, con bianchi e neri assoluti. Vengono usate anche di sovente riprese di massa e da lontano e riprese aeree che schiacciano quasi le persone a terra… a quella terra di Sicilia a cui il destino ha da sempre voluto abbarbicare ed avvinghiare la vita dei contadini siciliani. 
  Quando il film descrive i rastrellamenti condotti di casa in casa, o le donne spaventate che cercano di riprendersi i mariti portati via dalla polizia, o della vita di tutti i giorni dei paesi (Montelepre, Castelvetrano) le persone, riprese dall’alto, diventano piccole come formichine impazzite che sciamano dappertutto.
 Rosi non fa suo il “mito” di Giuliano (una icona, diremmo oggi) allora molto vivo nell’immaginario popolare: la figura fisica di Giuliano è appena accennata, ripresa sempre di spalle o, al più, di tre quarti e, sempre in campi lunghi, con l’immancabile impermeabile bianco al comando dei suoi uomini. Non sappiamo nulla di lui e del suo punto di vista, tranne un’unica frase che rivolge a Pisciotta.
  La strage di Portella della Ginestra è una sequenza memorabile del film. Mentre tutta la folla è riunita e dal palco i politici fanno discorsi infuocati per la terra che, secondo loro, finalmente sarà assegnata ai contadini, si sentono dei colpi di fucile e di mitraglia. All’inizio nessuno capisce cosa succede, poi cominciano a cadere sotto i colpi qualche donna, un bambino, un cavallo… ed è un fuggi fuggi generale. Gli autori della strage restarono e sono tuttora sconosciuti, ma l’artificio di non far vedere da dove sparano e chi spara sulla folla, provoca sgomento ed è di una drammaticità unica.
  Altra scena indimenticabile è quella in cui la madre di Salvatore Giuliano, è chiamata a fare il riconoscimento della salma di “Turiddu”, cioè del figlio. Nel silenzio più assoluto, il suo dolore si esprime con l’abbraccio tenero del corpo steso su un marmo bianco ed i baci che gli da come se fosse ancora vivo. E’ una “mater dolorosa” che piange il figlio morto, come Maria con il Cristo; da questo punto di vista, il dolore delle madri è sempre lo stesso.  
  Il percorso del film è discontinuo a causa dei flash back, ma in ogni modo nella seconda parte predomina il racconto del processo che si fece a Viterbo per la strage di Portella. Il giudice (un ottimo Salvo Randone, siciliano anche lui…) inutilmente cerca di districare la matassa: è impossibile ricavare qualcosa tra la reticenza e l’omertà degli imputati che pure dimostrano una certa dignità e coerenza. “Si dovrà fare un giorno il processo per la morte di Salvatore Giuliano, ed in quella occasione dirò tutto quello che so” grida minaccioso Pisciotta al giudice. Ma non avrà mai questa opportunità perché viene ucciso in carcere con la complicità dei secondini.
  Rosi dimostra di non parteggiare per nessuno tra i vari protagonisti delle lotte in Sicilia: pur tuttavia si nota che non infierisce mai contro Giuliano e la sua banda. Evidentemente la sua intima convinzione è che, malgrado i loro delitti e ruberie, in definitiva i giovani “picciotti” sono solo l’anello più debole della catena e che le principali responsabilità vanno ai notabili, alla mafia e a tanta parte del potere costituito che direttamente o, quanto meno, per omissione hanno la vera responsabilità della tragedia del popolo siciliano.  
  Dal film si ricava un senso di smarrimento e di desolazione per la realtà di una terra, peraltro bellissima ed affascinante per la sua natura e la sua storia, ma sempre martoriata dagli stessi problemi che sembravano allora, e sono tuttora irrisolti. E Rosi ci dice anche qualcosa in più: sono difficili, se non impossibili, anche da conoscere e da capire ! Cioè la verità oggettiva sulla realtà che ci circonda, non la sapremo mai, e questo specialmente se riguarda i grandi problemi sociali e strutturali della nostra società !

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Il posto – Ermanno Olmi (1961)
E’ la semplice storia delle vicissitudini di un ragazzo che va a Milano per concorrere ad una selezione per un posto di lavoro presso una grande azienda. In pratica una “storia di successo”, perché alla fine riesce ad ottenere il lavoro, ma raccontato con molta partecipazione e afflato, mettendo in evidenza le problematiche che il protagonista incontra a contatto con la grande città (la Milano rutilante e piena di lavori dei primi anni ‘60). 
  Il protagonista ha tutta una serie di problemi che il regista mette bene in evidenza, come la tensione e la preoccupazione per un incontro che, come gli dice anche il padre, può essere “decisivo per tutta la sua vita”. Viene da una famiglia estremamente modesta (forse la famiglia di un operaio) che vive a Meda, un sobborgo di Milano, ed ha un evidente impaccio a contatto con la grande città. A questo si aggiunga che l’ambiente di lavoro di una grande azienda, specialmente in quei tempi, era molto formale e distaccato. C’è un abisso tra i dirigenti e il personale, che Olmi illustra acutamente con molti particolari. Il distacco però, non è per superbia o iattanza dei superiori, ma solo perché a quel tempo (non è ancora arrivato il ’68) così si usava. Tutto l’impianto del film è a livello minimale: prevalgono i primi piani del ragazzo che, di pochissime parole, quasi muto, con i grandi occhi sgranati guarda l’ambiente che incontra ed i suoi interlocutori. Pur se molto timido, in realtà non è passivo e riesce anche a fare amicizia con una ragazza che, come lui, tenta l’assunzione. Gli sguardi tra loro, i piccoli gesti con cui si scambiano una certa affettuosità, le poche frasi che si dicono, sono disegnate e rappresentate con rara maestria ed analisi dei sentimenti più reconditi. Non succede quasi nulla, ma quel poco è realizzato filmicamente con molta intensità e partecipazione e con un tratto veramente poetico. Nella seconda parte, quando ormai la sua assunzione è stata decisa e il ragazzo inizia ad andare al lavoro, Olmi allarga un po’ i confini della storia e illustra le figure dei vari impiegati con le loro piccole miserie e gli impacci quotidiani. E’ notevole, ad esempio, la sintetica storia dell’impiegato che di notte di nascosto scrive il romanzo (forse della sua vita…). Anche se in questa seconda parte l’analisi è sempre accurata e sottilissima, si perde un po’ la linearità del racconto e della storia dei due protagonisti, che resta, secondo me, la parte più riuscita e poetica del film.  

















“ZABRINSKY POINT” – MICHELANGELO ANTONIONI - 1970

  Dopo la fine della II° guerra mondiale gli Stati Uniti d’America hanno avuto un prodigioso sviluppo economico che proseguì poi anche negli anni ’50 e ’60 e che si concretizzò in quello che fu chiamato “american style of life” ossia lo stile di vita americano, che si impose a tutto il mondo, imitato anche dall’Europa e quindi dall’Italia. Gli elettrodomestici, la televisione, i frigoriferi, le gite nei weekend, il mito delle automobili e tutta la cultura americana in genere si diffusero anche da noi, con una malcelata invidia di essere sempre in ritardo con un gap temporale di molti anni rispetto ai nostri cugini di oltre atlantico. 
  Antonioni con questo film compie una specie di rivisitazione dell’America e del mito americano con occhi europei, con un evidente volontà di demitizzare questa cultura, una volta egemone, o almeno di metterne in rilievo le evidenti contraddizioni. La sua intenzione però non si risolve in un film politico o di denuncia sociale, ma usa quell’ambiente (geograficamente forse la California o il Nevada) solo come cornice alle sue tesi esistenziali ed umane che sono il vero fulcro del film, pur condividendo ed utilizzando anche alcuni spunti tipici del cinema americano, quali la ribellione, la fuga, la corsa verso la morte...
 La disanima impietosa dell’America degli anni ’70 prende lo spunto dalla contestazione giovanile contro la guerra in Vietnam e si allarga poi a tutta la società in genere. Le citazioni sono discrete e non rimarcate, ma si colgono subito e lasciano il segno: la severa brutalità della polizia in assetto antisommossa, l’uccisione di un agente e di uno studente, la vendita delle armi ai ragazzi e i consigli assurdi su come usarle, etc.  
  Anche la stessa contestazione giovanile non sfugge alle sue osservazioni critiche: gli studenti vorrebbero cambiare il mondo, ma non hanno le idee chiare sul da fare, sentono solo l’impulso a ribellarsi ed agire in qualsiasi modo, ma non hanno obiettivi definiti. Un guazzabuglio di idee diverse e contrastanti, in cui non è estraneo anche il diverso punto di vista tra neri e bianchi, che inseguono un sogno indefinito, o meglio indefinibile, e che in fondo riflette il vuoto esistenziale di quella generazione.
  L’analisi di Antonioni non risparmia neppure la società degli “adulti”, delle persone che investono, che producono, il cosiddetto “establishment”, ossia la classe dirigente, che pensa a salvaguardare i propri interessi e che ha appunto nella polizia la principale difesa del suo tenore di vita agiata. Sono loro a creare, ad esempio con disinvolte speculazioni immobiliari, quel livello di benessere che si esprime poi nei circoli sportivi, nelle case per le vacanze, i campi da tennis e da golf, i barbecue e le bistecche alte quattro dita... Solo che la società che creano, definita appunto la “affluent society”, risulta stereotipata, artificiosa ed è ben rappresentata dai manifesti pubblicitari che affollano le vie, con mille logo e lusinghe consumistiche, e dai manichini di plastica senza vita che illustrano la campagna pubblicitaria che la ditta di Allen, un affarista con pochi scrupoli, sta approntando...  

IL FILM
Il nucleo principale della storia si sviluppa in una sola giornata e racconta di due giovani, Mark (Mark Frechette) e Daria (Daria Halprin), che per ragioni diverse vogliono evadere dalla loro vita quotidiana.  
  Mark abbandona l’assemblea che alcuni studenti hanno indetto per decidere il da farsi sull’occupazione dell’università, sfiduciato dall’aridità dei loro discorsi. Acquista molto facilmente una pistola e si trova poi coinvolto all’università in una sparatoria tra gli studenti e la polizia. Sospettato dell’uccisione di un poliziotto, fugge via e in un aeroporto privato ruba un aereo e vola via verso il deserto. 
  Dallo stesso desiderio di fuga è presa Daria (una segretaria, una ragazza probabilmente di buona famiglia) che con una macchina si dirige anch’essa verso il deserto per raggiungere Phoenix, ma non si conosce il motivo del suo viaggio. Mark insegue la macchina di Daria non appena la intravede dall’alto dell’aereo. La sensazione che ha però lo spettatore è che due tipici mezzi della moderna tecnologia, cioè un aereo ed un’automobile, si inseguono e sembra che l’aereo faccia la corte alla macchina.
  Mark è costretto ad atterrare perché si accorge che all’aereo sta per finire la benzina. Daria lo raggiunge, deviando dal suo percorso. I due giovani fraternizzano facilmente e, per cercare un distributore, arrivano in macchina a Zabrinsky Point, dove si fermano subito rapiti dalla bellezza del posto: un deserto smisurato con rocce e pendii di mille colori, dal bianco al giallo, dal verde all’ocra che si estendono a perdita d’occhio.  
  Il “deserto” è la perfetta metafora della vita per questi giovani: aperto, illimitato, infinito permette qualsiasi movimento o evasione e qualsiasi sogno ad occhi aperti, ma nello stesso tempo si rivela anche il vuoto assoluto, la mancanza di tutto, ed in particolare di ciò che è necessario per vivere. Il posto si chiama appunto “Death Valley” ossia “la Valle della Morte”. A quella vista Daria commenta “E’ un bellissimo posto, è tranquillo”, ma Mark le risponde “E’ morto...”. 
  I due ragazzi si inoltrano in quello spazio libero ed incontaminato e si ritrovano a giocare come bambini... cominciano a rincorrersi, a spingersi, si rotolano per terra, gridano a perdifiato, recuperando la vena ludica della loro giovane vita.
  Come era facile supporre, ad un certo punto quell’intimità fisica si fa più prossima e finiscono per far l’amore. Hanno scoperto che pur nel vuoto e nella solitudine del posto, loro invece sono vivi e quindi si ritrovano nel legame più semplice e primordiale dell’umanità, cioè l’amore che rappresenta il livello base che tutti unisce e affratella. E’ certamente un gesto simbolico il loro atto d’amore, tanto che, a riprova del suo valore universale ed emblematico, la valle si riempie anche di altre coppie, ragazzi e ragazze che come loro si rincorrono, giocano e fanno l’amore. Solo quando l’atto è finito, lo sguardo di Daria, girando intorno per quegli spazi infiniti che li circondano, si accorge del vuoto e della solitudine della valle in cui sono rimasti soli.
  Mark in un impulso di resipiscenza (borghese?) decide di tornare indietro e restituire l’aereo che ha rubato. Ma questa decisione gli sarà fatale, perché il mondo degli adulti non capisce il suo gesto, che ha interpretato come un furto bello e buono, ed in una imboscata sproporzionata per numero di poliziotti ed auto che lo attendono all’aeroporto, finisce per ucciderlo con una spietatezza che resta assurda ed incomprensibile. 
  Daria tramite la radio viene a conoscenza dell’epilogo della vicenda e della morte di Mark ma, pur agitata e sconvolta per l’evento, decide in ogni modo di proseguire il suo viaggio verso Phoenix. Al suo arrivo, in una bellissima villa moderna, dotata di tutti i confort, riconosce che non ha nulla che la coinvolga e le interessi. Non dice una sola parola e lascia Allen, il suo principale, che ha dei problemi a vendere il suo progetto di lottizzazione del deserto, e fugge via. Prende la sua auto e cerca di mettere più spazio possibile tra lei e la villa, che solo ora in lontananza vede forse nella sua vera essenza: come un escrescenza tumorale, estranea all’ambiente, che cresce sulla sabbia e tra le rocce pulite del deserto.
  Ma ad un tratto questa villa esplode, come la profezia di una moderna apocalisse non annunciata. Un’esplosione che vediamo e sentiamo da diverse angolazioni e distanze, che distrugge tutto: le camere, la terrazza, le suppellettili, i muri, facendo alzare un minaccioso fungo di fumo e fiamme, eloquente allusione al simbolo atomico.  
  Ad un tratto però non si avverte più il rumore delle esplosioni e nel silenzio assoluto, con il solo accompagnamento di una chitarra che in maniera straziata e malinconica commenta le immagini, assistiamo ad un balletto fantastico in cui oggetti di tutti i tipi vengono scagliati in aria e fluttuano inconsistenti nello spazio privi di peso: un televisore, un frigorifero, un pollo crudo, dei vestiti, della biancheria intima, tavoli, sedie e quant’altro può esserci nell’arredo usuale di una casa, tutti simboli di quella società dei consumi che Daria delusa vorrebbe cancellare per sempre. 



EPILOGO
Nel 1922 Oswald Spengler, un filosofo della storia tedesco, scrisse un poderoso saggio intitolato “Il tramonto dell’occidente” in cui presagiva la fine della cultura occidentale a conclusione del suo ciclo storico, secondo lui, ormai esaurito. Fu un libro che fece epoca ed è rimasto da allora come emblema dell’insicurezza della nostra società nei riguardi del futuro che l’attende.
  Nel finale del film gli emblemi ed i simboli dell’”occidente” nella concitata esplosione della villa ci sono tutti: la televisione, i vestiti, gli elettrodomestici, i libri, etc. E, a conclusione della giornata, assistiamo anche al “tramonto” su cui si ferma lo sguardo malinconico di Daria, che non può avere un significato così banale e scontato per essere stato scelto come inquadratura finale del film. Forse è solo un caso questa combinazione di elementi, ma non si può escludere che Antonioni, che certamente conosceva l’opera di Spengler, abbia voluto inserire questa dotta citazione letteraria con un accostamento certamente simbolico, ma anche molto significativo.

Roma, aprile 2009


FRANCIS FORD COPPOLA - 1979

Il 15 gennaio del 1973, sul tetto dell’ambasciata a Saigon, l’ambasciatore americano, con sotto il braccio la bandiera che per l’ultima volta ha ammainato, sale su un elicottero della US Navy e lascia definitivamente il Vietnam. Le immagini di questo episodio circolarono in tutto il mondo e sono rimaste impresse nell’immaginario collettivo come il simbolo della sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam. L'esercito americano, dopo ben dieci anni di guerra (1964–73) non era riuscito a prevalere sull'ostinata resistenza della guerriglia locale a difesa della propria nazione e si trovò costretto a ritirare le proprie truppe dal Paese, lasciando dietro di sé una nazione completamente distrutta e diversi milioni di morti.
  F. F. Coppola con questo film ha voluto mettere a nudo la psicologia dei militari che combattevano in Vietnam, la loro arroganza, la presunzione e in fondo quello che forse era il peccato capitale che ha generato la sconfitta, cioè l’essersi fatti coinvolgere in una guerra che il popolo americano non sentiva e non voleva. Una guerra obiettivamente difficile non per carenze tecniche, ma per la mancanza di un motivo ideale ed emotivamente valido per combattere quella guerra e quindi tentare di vincerla.
  Nel film non si parla di battaglie (l’offensiva del Tet, la battaglia di Saigon, la strage di My Lai), né di grandi operazioni militari di massa come i classici film sul Vietnam, ma Coppola riesce lo stesso a dare una visione delle problematiche della guerra condotta sul campo, con un’attenta analisi introspettiva dei personaggi, dei loro sentimenti e della tensione morale che la guerra genera sempre nell’animo umano.


LA STORIA
La vicenda del film è relativamente semplice : il capitano Willard dei servizi speciali riceve l’ordine da parte della Cia di eliminare il colonnello americano Kurtz che nella giungla vietnamita, ai confini con la Cambogia, sottraendosi agli ordini del suo comando, combatte una guerra personale. Tutto fa pensare, stando alle informazioni che si hanno, che egli sia uscito di senno e vani sono stati i tentativi di ricondurlo nei ranghi; anzi una precedente e analoga missione affidata ad un altro ufficiale ha sortito solo l’effetto di far schierare anche questo ufficiale dalla parte di Kurtz.
  Willard, malgrado sia già molto provato da precedenti missioni, accetta l’incarico, ma per recarsi sul posto deve fare un lungo viaggio su di un battello, risalendo il fiume Nung che lo porta ai confini con la Cambogia dove si trova Kurtz. E’ proprio questo viaggio che gli da l’occasione di verificare di persona la condotta dei militari, ufficiali e soldati, la mancanza di motivazione, le discrepanze degli ordini e il caos che regna nelle fila dell’esercito americano. Il “viaggio” diventa così l’occasione di una riflessione sui valori in gioco tra le fila dei militari, della condotta della guerra da parte degli alti comandi e quindi inevitabilmente anche una riflessione sull’atteggiamento che ha portato il colonnello Kurtz ad assumere quella condotta che gli sembra, man mano che si avvicina alla sua destinazione, in parte spiegabile e forse comprensibile.

  L’impianto del film è tutto fondato sull’analisi psicologica dei personaggi, lasciando la guerra sullo sfondo ed analizzando invece il conflitto personale tra il senso del dovere in guerra e la propria morale personale, e conseguentemente la tensione che si crea tra le azioni da compiere e i limiti del comportamento ragionevole. Prima di entrare nel dettaglio dei personaggi, analizziamo le componenti che psicologicamente spingono le persone ad agire.
  In genere, un comportamento “equilibrato” tiene conto di tre componenti : il senso del dovere “ciò che devo fare”, il proprio desiderio personale “ciò che vorrei fare” e la possibilità di azione “ciò che posso fare” le quali tutte e tre insieme influiscono e determinano alla fine la decisione di ciò che si fa realmente.
  Per quanto riguarda il “senso del dovere”, ognuno di noi dovrebbe essere portato a seguire ciò che la nostra intima convinzione morale, di natura sociale, religiosa o civile che sia, ci impone di fare. Per un militare in guerra, invece, il senso del dovere è, gioco forza, rappresentato da ciò che i superiori, cioè la sua “linea di comando” gli intima di fare. Al di là della immedesimazione nel ruolo che svolge, un militare però è sempre un uomo e non può cancellare il senso della sua morale che dipende essenzialmente dalla formazione e dall’educazione che ha ricevuto.  
  Quando vi è divergenza tra contrastanti “doveri morali” e specialmente il conflitto tra ciò che ci viene imposto e la nostra convinzione personale, si determina una situazione lacerante che determina uno stress emotivo il cui superamento dipende solo dalla forza d’animo e dal carattere della stessa persona che lo vive. Esaminiamo da questo punto di vista i tre principali protagonisti del film di Coppola.

Il colonnello Kilgore
Dei tre personaggi principali del film, il più coerente in un certo senso, è il colonnello Kilgore (interpretato da Robert Duvall): per lui il suo dovere – uccidere i vietcong – è ciò che i suoi superiori gli chiedono e coincide perfettamente anche con la sua personale convinzione, cioè con la sua morale personale. Poiché ha il comando di un reparto di Cavalleria Aerea ha la possibilità di farlo e quindi trova naturale attaccare in pompa magna con gli elicotteri un villaggio vietnamita e distruggerlo completamente con tutti i suoi abitanti al suono della “Cavalcata delle Valchirie” di Richard Wagner ( ). Non ha scrupoli di sorta per i nemici, la sua sola preoccupazione è il morale e la vita della sua truppa e quindi si dà da fare per far soccorrere i feriti affinché siano portati all’ospedale il più presto possibile; insomma un ottimo comandante che fa coscienziosamente il proprio dovere. 
  Quando ha finito il suo compito – macabro, ma secondo lui indispensabile e giusto - trova naturale dedicarsi al suo hobby preferito, cioè il surf, così come farebbe un dirigente di una grande azienda di New York che, finito il proprio lavoro, fa a fare una partita a squash per tenersi in forma. Ma, per praticare il surf in quel golfo che è sotto il tiro di un mortaio da parte di un cecchino, deve dare l’ordine all’aviazione di bombardare tutta la costa con il napalm. Così, per far fuori quell’unico cecchino, distrugge con un rogo immenso tutta la foresta circostante. Conclude poi con la battuta che è rimasta famosa : <<mi piace l'odore del napalm di mattina, ha il profumo della vittoria>>.
  Quanto sia deprecabile il suo comportamento, inutilmente odioso e militarmente irrilevante ai fini di una razionale condotta della guerra, Coppola lo lascia intendere all’intelligenza dello spettatore.


Il capitano Willard
La missione assegnata al capitano Willard (Martin Sheen) è in effetti un po’ complessa, in pratica gli si ordina di commettere un “assassinio”. Il suo senso del dovere gli impone di accettare la missione, ma in realtà potrebbe anche rifiutarsi : la sua giustificazione “cos’altro potevo fare...” lascia il tempo che trova. Cosa dovrebbero dire allora i nazisti che erano sottoposti ad una disciplina ben più minacciosa e realmente temibile ?
  Nel suo intimo però è quanto meno perplesso e cerca razionalmente di capire perché Kurtz sia impazzito e dubita che l’ordine ricevuto di eliminarlo sia ragionevole. Il capitano Willard è la personalità più concreta e la meno dissociata tra tutte; e si pone quindi con impegno per capire che cosa succede, sia in ordine alla pazzia di Kurtz, che sull’ordine ricevuto.
  L’impianto della prima parte del film è tutto organizzato sull’analisi delle reazioni emotive di Willard durante il tragitto del battello che, nel suo viaggio tempo e nello spazio lo conduce a Kurtz, per permettergli di capire cosa gli sia successo e come un brillante ufficiale possa decidere di disobbedire e condurre una sua guerra personale. Il generale che l’incarica della missione gli ha consegnato anche un dossier che è ricco di ogni informazione concernente il colonnello, della sua carriera nell’esercito, della sua vita personale e familiare ed anche di ciò che scrive a casa alla moglie ed al figlio. 
  Il capitano ha quindi molti elementi per comprendere o almeno tentare di comprendere la complessità dell’animo del colonnello ribelle. Quello che più lo convince sarà però l’esperienza che matura nel viaggio in battello che dura parecchi giorni e a stretto contatto con i suoi uomini di cui osserva la scarsa motivazione a combattere e l’angoscia di vivere in un territorio di guerra dove non c’è una netta distinzione tra amici e nemici. In una “guerra tradizionale” -si sa chi è, e dove è il nemico- e ci si organizza per combatterlo; lì invece il nemico poteva essere chiunque, la ragazza che passava accanto, o il vecchietto che fingeva di pescare ai bordi del fiume. Questa è una delle assurdità di quella guerra che logorava l’animo ed il morale di tutti i militari che combattevano in Vietnam.  
Dopo l’episodio con il colonnello Kilgore, già citato, Willard con il suo battello arriva ad una specie di raduno dove ha modo di assistere ad uno spettacolo di Conigliette di Playboy che si esibiscono per i soldati. E’ inevitabile che lo spettacolo si conclude con un’invasione di campo da parte dei militari che hanno mire molto più concrete su quelle ragazze; incontrano poi un plotone di soldati allo sbando e senza ufficiali che spara alla cieca a dei Vietcong ben nascosti nella boscaglia; sterminano dei pescatori vietnamiti su una barca che hanno fermato per un controllo, solo perché una donna ha fatto una mossa precipitosa verso il suo cagnolino; incontrano una piccola comunità di piantatori francesi, coi propri servitori, che continuano a vivere nella giungla fuori dal tempo e dallo spazio, come quando l’Indocina era ancora francese; mentre un soldato si diverte con un fumogeno quasi fosse un giorno di festa, il battello subisce un attacco da parte di vietcong che da una riva del fiume crivellano di colpi la barca; etc. etc.  
  Insomma in questo viaggio Willard, che scandisce i giorni che passano rileggendo le note caratteristiche di Kurtz, riesce a ripercorrere idealmente la vita del colonnello, ripassando nei luoghi che anche Kurtz ha visto e dove ha potuto vedere tutte le atrocità e le incongruenze della guerra. Quando il viaggio giunge al termine, e Willard finalmente arriva da Kurtz, più della metà dei suoi uomini sono stati uccisi: alla fine solo lui ed una persona del suo equipaggio sopravvivranno agli orrori che hanno visto.

Il colonnello Kurtz
Il colonnello Kurtz (Marlon Brando) è un brillante ufficiale, come dicono le note caratteristiche: la sua preparazione e la sua professionalità sono di prim’ordine e all’inizio tutto lasciava sperare che potesse compiere una rapida carriera.
  Personalmente è convinto del dovere da compiere, ma è molto critico nei riguardi dei suoi superiori di cui non condivide la tattica di guerra; ad un certo punto, quindi, insofferente di dover seguire ordini che non condivide, non ubbidisce più alla sua linea di comando ( ).
  E’ la personalità che vuol fare solo ciò di cui è realmente convinto. Tecnicamente è un disertore, ma non abbandona il suo posto per tirarsi fuori dalla guerra: diserta pur restando dentro la guerra, e solo per iniziare una sorta di “guerra privata” che conduce con alcuni soldati sbandati e degli indigeni secondo criteri del tutto personali e senza alcuno scrupolo. E forse il suo punto di vista non era tanto sbagliato, visto che, come descrive il dossier, con le sue azioni riesce ad ottenere anche alcuni brillanti risultati. “C’è sempre un po’ di ragione nella follia” ( ) . 
La sua convinzione personale è che bisogna lottare con ogni mezzo: spiegherà infatti a Willard che in guerra è lecito “non essere umani”, occorre cioè uccidere, distruggere e mutilare, anche donne e bambini (sull’esempio di come ha visto fare ai vietcong) purché la causa sia giusta; e lui evidentemente la ritiene tale. ( )
  <<Loro erano più forti di noi (riferendosi ai vietcong) avevano un cuore, una famiglia, ma avevano avuto la forza di farlo (il taglio delle braccia ai bambini), hanno un senso morale, ma anche la capacità di utilizzare il loro primordiale istinto di uccidere senza sentimento e senza giudizio. E’ il giudizio che ci indebolisce>>. 
  E’ questo che lo ha affascinato, che ha imparato dai suoi nemici, ossia la possibilità di compiere qualsiasi azione, anche la più brutale, senza rimorso. Il suo è quindi un caso di - ipergiustificazione dell’azione militare - da condurre anche spietatamente purché sia realmente efficace e risolutiva e non inutilmente odiosa (come le azioni cruente, ma assolutamente inutili, che conduce il colonnello Kilgore).  
  Il suo modo di pensare è completamente svincolato dalla razionalità “hai mai pensato seriamente” dice a Willard “a delle reali forme di libertà, dagli altri ed anche dalle tue stesse opinioni ?”. Anela ad una libertà che non è di questa terra o per lo meno al di fuori di qualsiasi schema umano e razionale: un vero delirio di onnipotenza.
  Kurtz è tra l’altro in completo disaccordo con il suo comando che, secondo lui, è anche colpevole di non avere la minima idea di cosa stia succedendo in Vietnam (ed in parte ciò era vero). Cita degli articoli del Time Magazine che denunziano la totale confusione del comando militare americano con giudizi contrastanti sull’andamento del conflitto: ad esempio: <<Si possono apprezzare progressi considerevoli nelle operazioni in Vietnam>>, che potrebbe sembrare una nota di ottimismo, ma in un altro articolo candidamente si ammette che <<E’ difficile pensare ad una soluzione militare in Vietnam>>.  

  Quando Willard infine arriva sul posto, con metà dell’equipaggio del suo battello ucciso, trova un paesaggio spettrale: idoli di pietra, teste mozze, una confusione incredibile di indigeni che adorano Kurtz come un dio. Le persone che sono con lui sono soggiogate dalla sua personalità: 
 <<non si giudica il colonnello come si giudica un uomo qualunque...questo colonnello è fuori di testa, è peggio che pazzo, lui è il male...>>, <<è lucido nei pensieri, ma la sua anima è pazza...>>.
  Intimamente sente di capire Kurtz e, dopo le esperienze maturate nel viaggio e l’osservazione delle reazioni dei suoi uomini, riesce quasi a comprendere l’operato di quest’uomo misterioso, abbrutito da quelle atrocità che anche lui ha vissuto in quei giorni, con l’animo disgustato da quella guerra inutile che nessun americano sente come propria. 
  Il problema di Kurtz, in senso tecnico, è che non risponde a nessuno dei propri atti, e ciò lo rende arbitro assoluto ed insindacabile del proprio agire, e giudice inappellabile: una posizione che è al di là del bene e del male; una situazione in cui non è difficile perdersi. E’ un eroe o un pazzo ? “Chi si pone al di là dell’umano, perde per sempre la capacità di distinguere tra il bene e il male”. ( )
  La sua situazione psicologica ricorda la “hybris” della tragedia greca, cioè la tracotanza dell’uomo che sfida gli dei con l’arroganza della propria ragione e quindi si pone al di fuori del consesso umano e civile. I greci pensavano che la presunzione di un uomo comportasse inevitabilmente anche la “nemesis” cioè la vendetta degli dei, la punizione che gli dei giustamente infliggono a chi si macchia di tracotanza. E questa “giusta vendetta” è quella che Kurtz si aspetta e a cui alla fine, disgustato del suo stesso comportamento, non vuole neppure sfuggire percependo in Willard il suo implacabile ma giusto esecutore. 
  <<non avete il diritto di chiamarmi assassino, ma di uccidermi si, ma non di giudicarmi...>>
Willard, da parte sua, pur sconvolto da ciò che ha visto e comprese le motivazioni di Kurtz, esita tuttavia per un soprassalto di coscienza :  
  <<venendo qui pensavo che avessi saputo cosa fare, ora sono qui da giorni, ma non so... se i generali di Nha Trang vedessero questo, avrebbero voluto lo stesso che lo uccidessi ?>>
  Il suo senso del dovere lo spingerebbe a compiere la missione che gli è stata affidata, ma la sua morale gli dice di abbandonare tutto e fuggire via. I suoi dubbi svaniscono quando Kurtz gli getta in grembo la testa di Chef, uno degli uomini che era con lui sul battello. E’ in quel momento che decide di farla finita e liberarsi finalmente con un sol gesto dei suoi incubi e dell' "orrore" di quell’uomo, trasformando un atto di omicidio nel compimento della stessa volontà della vittima.
  L’uccisone avviene come un rito sacrificale: il capitano Willard lo assale con una specie di daga, un’ascia con cui mena grandi fendenti sul capo di Kurtz. Nello stesso istante e poco lontano anche gli indigeni uccidono allo stesso modo un bufalo, forse quale rito propiziatorio. Una vittima, in entrambi i casi, è stata immolata ed il sacrificio è stato compiuto ( ). 
  Il capitano Willard torna al battello e, con l’unico sopravvissuto, rientra alla base, mentre parte un attacco di aerei da bombardamento che annienterà il villaggio. 


EPILOGO
La sconfitta in Vietnam non fu mai ben metabolizzata negli Stati Uniti, e la riprova si ha nell’accoglienza che la nazione americana riserbò ai reduci, come se fossero loro i responsabili degli errori politici e militari sulla condotta della guerra. Diventate delle “perfette macchine da guerra” i reduci ebbero molte difficoltà a riciclarsi in un mondo civile che non comprendevano più ( ). Le ragioni della pace sono completamente diverse da quelle della guerra, due distinte “morali”, due diverse concezioni del “dovere” che, come appunto dimostra Coppola, non si intendono tra di loro.
  “Chi non conosce la propria storia è condannato a ripetere gli stessi errori” e infatti trenta anni dopo questa stessa “storia” si è ripetuta: il presidente George W. Bush, supportato ideologicamente dai suoi consiglieri con la teoria della guerra preventiva”, invade l’Iraq per “esportare la democrazia” in quel paese e mentendo sulle presunte (ma inesistenti) armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.  
  E’ ancora l’hybris, la protervia del potere, l’arroganza della propria supposta superiorità (quella che già duemilacinquecento anni fa deprecavano i greci) che opera ancora nella mente di tanta gente comune, quella che non capisce i rischi del proprio agire e di mettere un ragionevole limite al potere indiscriminato che detiene.


Roma, aprile 2009



Nota 
La fine del personaggio del colonnello Kurtz del film di Coppola ricorda la morte (reale) nell’agosto del 1940 di Lev Trotsky, che viveva a Città del Messico dove si era rifugiato per sottrarsi alla vendetta di Stalin. Un agente segreto russo, Ramòn Mercader (il fratello della moglie del regista Vittorio De Sica) fingendosi amico, carpì la sua fiducia ed un giorno gli sfondò il cranio con una piccozza.






NOTE AUTOBIOGRAFICHE  

La mia formazione di base è certamente scientifica, ma nella mia vita ho sempre cercato di coltivare culture diverse come per una sorta di compensazione. Ho fatto il liceo classico e mi sono diplomato anche con ottimi voti, eppure ricordo che proprio negli anni del liceo, per equilibrare il peso del latino, del greco e di tutta la letteratura che ci facevano studiare, mi interessavo molto a tutti gli argomenti di carattere scientifico. Leggevo di tutto e mi divertivo a fare esperimenti di fisica e di chimica in casa (facendo ammattire i miei genitori) e a svolgere le più diverse attività manuali: aeromodelli, missili, costruzioni, circuiti elettrici, lavori con il legno, etc. 
  Dal momento che la mia passione prevalente era per le materie scientifiche, trovai logico iscrivermi alla facoltà di fisica, la cui laurea poi ho conseguito nel ’63. Ma proprio in quel periodo, poiché tutte le materie parlavano ovviamente di scienza, ho iniziato, per una sorta di contrappasso, a leggere di letteratura e di filosofia. E quel periodo è stato anche quello in cui ho iniziato, per puro caso, ad interessarmi di cinema. 


IL CINEMA - ESPERIENZE
Un giorno un mio amico, collega d’università, mi offrì di vendermi per poche lire una cinepresa Bell & Howell che credo avesse avuto in eredità da un vecchio zio. La macchina era, anche per quel tempo, un po’ antidiluviana: aveva uno chassis di metallo ed il motore con il caricamento a molla. La pellicola da usare era la 2x8 mm con fotogrammi davvero minuscoli, ma che in ogni modo avevano una buona resa in proiezione. 
  Mi sono subito dedicato a fare dei filmetti, in casa dei miei e in occasione di viaggi, finché non mi è venuta l’idea di girare dei piccoli cortometraggi. Essendo un campo nel quale non avevo nessuna esperienza, ho comprato qualche libro che illustrava le nozioni minime indispensabili per ottenere dei risultati almeno soddisfacenti. A questi libri dedicavo molto tempo cercando di digerire rapidamente le nozioni più necessarie per riuscire a fare almeno qualcosa di decente. Nello stesso tempo facevo varie prove, andando in giro per Roma a riprendere quello che più mi colpiva e poi, una volta che il laboratorio mi restituiva la pellicola sviluppata, mi davo da fare per imparare a montare le varie scene, inserire i titoli, le dissolvenze, gli inserti, etc. Questo training comportò naturalmente un certo dispendio di pellicola e di soldi, ma alla fine, in un tempo tutto sommato ragionevole, raggiunsi una certa padronanza delle tecniche di ripresa e del montaggio, ovviamente sempre molto a livello “dilettantistico”.
  I film da me realizzati erano senza nessuna pretesa, ma comportavano in ogni modo un impegno non indifferente: calcolare i tempi, le inquadrature, la luce (con un esposimetro esterno, perché la cinepresa non l’aveva, ed io non potevo permettermi di comprare), la profondità di campo, nonché tutti i problemi del montaggio che risolsi con una giuntatrice meccanica che era la mia disperazione. 
  Trovavo quell’attività affascinante, perché non comportava solo la risoluzione di problemi tecnici, su cui in qualche modo ero preparato, ma mi dava anche l’occasione di esprimere un certo estro artistico che non avevo mai sperimentato in nessun campo. 
  Ricordo che, con alcuni colleghi dell’università con cui studiavo regolarmente, provammo a girare anche un cartone animato. Si trattava di una storia semplicissima: un Vichingo (armato di tutto punto con elmo e corazza) parte per la guerra lasciando sola la fidanzata (che piange disperata mentre la nave si allontanava); dopo molti anni lui ritorna e la coppia convola felicemente a nozze (festa, addobbi, invitati, etc.). Mi costruii un piano di lavoro, su cui poggiare i disegni, ed un asse fissato al piano alla cui sommità piazzavo stabilmente la cinepresa. La cinepresa Bell & Howell aveva la possibilità di scattare un fotogramma alla volta, per cui ogni scena in cui c’erano degli spostamenti erano necessari decine di scatti. Il film era ovviamente muto e le frasi dei personaggi erano scritte su dei cartelli, come si faceva ai tempi del cinema muto. I fondali li dipingeva la sorella di uno di questi amici ed i personaggi erano disegnati su delle sagome in cartoncino che venivano mosse a mano, tra uno scatto e l’altro, per simulare il movimento. In tutto alla fine produsse un filmato di 15 minuti, per il quale avevamo impegnato circa un mese di lavoro. Fu però un’esperienza molto divertente in cui riuscii a coinvolgere tutti e che ci offrì un buon diversivo allo studio piuttosto impegnativo delle materie di fisica.
 Quando ritenni di aver raggiunto una certa padronanza della tecnica di ripresa e del montaggio decisi di girare un film un po’ più impegnativo: un cortometraggio sulla città di Roma secondo un particolare schema che avevo in mente. Appena mi ritenevo libero dallo studio, giravo per le strade, cogliendo persone, situazioni, scorci della città e tutto ciò che mi sembrava intrigante. Quando ritenni di avere materiale sufficiente, lo montai scegliendo le varie scene secondo un ordine logico ed aggiunsi anche i titoli. Il film montato durava circa 20 minuti e tutto sommato era abbastanza gradevole. Per dargli una veste un po’ più pretenziosa, aggiunsi all’inizio anche una frase tratta da “Tonio Kroger” di Thomas Mann.
  Una volta sposato, però, molte di queste mie velleità si spensero e la cinepresa la utilizzai solo per fare i soliti filmetti ai figli nelle occasioni canoniche (battesimi, compleanni, feste). Solo ai film fatti durante i viaggi più importanti dedicavo un po’ più di tempo e curavo bene il montaggio ed aggiungevo anche il sonoro. 


LA FOTOGRAFIA
Non appena la mia situazione economica me lo permise, decisi di comprare una macchina fotografica, una Nikkormat, e da quel momento dedicai molto del mio tempo libero a fare fotografie. Ho fatto da allora migliaia di foto e diapositive, e non solo di tipo famigliare, ma anche con una certa pretesa estetica, dal momento che i miei intenti artistici non erano sopiti: la portavo sempre con me nei miei viaggi di lavoro, anche all’estero, e mi divertivo in particolar modo a fotografare la gente, gli ambienti, dovunque insomma ci fosse dell’umanità. Dopo la prima macchina, e quando potei permetterlo, comprai infine una Nikon F3, una macchina veramente eccezionale che ancora ora conservo religiosamente. Ho un monte di fotografie fatte in quel periodo in tutti i luoghi e circostanze. Ne allego una che ricordo particolarmente. L’ho fatta alla Grand Place a Bruxelles, in una giornata con molto sole. Notate le espressioni dei volti: la curiosità un po’ morbosa e sfacciata del marito, l’ira malcelata della moglie che vuole farsi bella gareggiando con la ragazza, e lo sguardo vagamente indifferente e forse lusingato della ragazza. Si potrebbe scrivere un racconto a partire da questa foto. 

  Ho anche approfondito molto il lato tecnico della fotografia allestendo una camera oscura in uno sgabuzzino di casa, dove passavo le nottate a stampare foto. Compravo i rulli da 30 metri di pellicola e montavo i caricatori da me in camera oscura. Così facendo riducevo considerevolmente il costo di ogni scatto. Poi sviluppavo la pellicola, sempre in camera oscura, e stampavo le foto scegliendo tra i vari tipi di carta per ottenere la resa ottimale. Sperimentavo anche tecniche più ricercate, quali i viraggi, gli sviluppi speciali con la pellicola fotomeccanica per aumentare il contrasto, le foto stroboscopiche ultraveloci, etc. Ricordo anche che mi dedicavo alla tecnica dei “fotogrammi”, che consisteva nell’interporre vari oggetti sul piano dell’ingranditore (dove di norma va la pellicola) che poi proiettavo sulla carta sensibile che era sul piano. Ho scoperto poi che era una tecnica già nota: Andy Warhol, per esempio, l’ha usata spesso e sono note alcune sue opere così realizzate. 
  Con le foto stroboscopiche, che fu la tecnica più sofisticata che provai, riuscii ad ottenere delle belle foto con dei lampi di luce molto frequenti, e di durata brevissima (ognuno di mezzo millesimo di secondo e con una frequenza di circa 90 lampi al secondo). Una goccia di latte veniva fotografata 10 volte mentre cadeva da un’altezza di 8/9 cm.  
  Allego qui alcune foto di quel periodo, frutto dei miei tentativi di scandagliare sempre nuove soluzioni. La prima l’ho ottenuta facendo volteggiare una lampadina appesa al soffitto; la seconda sono due semi volanti, lunghi circa un centimetro, poggiati sul piano dell’ingranditore secondo la tecnica dei “fotogrammi” (da notare l’elegante disegno delle nervature della foglia); la terza è un mostro degli abissi marini; la quarta una scultura di ferro astratta; la quinta e la sesta rappresentano una goccia di latte ripresa più volte nella sua caduta (come ho spiegato prima); la settima è stata fatta ancora con la lampadina “volante”. 
  Le ultime due (la chiesa dell’Autostrada) le ho aggiunte per far vedere come da una foto che ha un normale contrasto, si possono eliminare le mezze tinte e ridurre l’immagine come se fosse tratteggiata con il carboncino. 
















































































































IL CINEMA – ANALISI DEL LINGUAGGIO 
Come ho già detto, il cinema mi ha sempre affascinato. Forse proprio per il fatto che avevo provato a fare qualcosa da giovane, anche ora quando vado a cinema cerco sempre di analizzare un film anche dal punto di vista tecnico. Oltre la storia, che naturalmente seguo, mi piace osservare la composizione dell’immagine, gli spostamenti della macchina, la tecnica di ripresa, il montaggio delle scene, etc. Trovo che nel cinema, rispetto alle altri arti, vi è un’intima ed inestricabile commistione di elementi tecnici ed artistici insieme, che rispondono quindi bene al mio specifico interesse. 
  Vado molto spesso a cinema, e trovo affascinante il momento in cui la luce si spegne e nel buio della sala le immagini iniziano a scorrere sullo schermo. Si possono vedere e sentire avvenimenti e storie sconosciute che ci portano in posti lontani e con personaggi sempre diversi, con un processo di identificazione e immedesimazione personale come se ci fosse permesso di vivere molte vite parallele. 
  Se l’arte è rievocazione e rappresentazione della vita secondo le intenzioni dell’autore, il cinematografo, tra tutte le arti, ha certamente il maggior potere di rappresentazione e di verosimiglianza. La storia scorre davanti a noi che stiamo in prima fila a vedere ed ascoltare tutto quello che succede e non richiede, per una prima lettura, che aspettare che gli avvenimenti accadano davanti i nostri occhi.
  L’estrema verosimiglianza con la realtà è certamente il maggior motivo del successo della cinematografia nel mondo: anche una persona di poca o nessuna cultura può, all’uscita dal cinema, fare il suo bravo commento al film che ha visto. Vi è un livello base, a cui tutti possono accedere, un livello che permette facilmente di seguire una “storia” e gli avvenimenti che in un film vengono narrati. Però un film è anche un prodotto complesso che non deve essere soltanto visto, ma anche letto, e compreso a tutti i livelli ( ). Il cinema ha un linguaggio suo proprio che, come ogni prodotto artistico, può essere studiato e compreso, e questo può rendere la visione di un film (d’autore ovviamente) un’esperienza emozionante. 
  Se una volta per vedere un film di autore bisognava recarsi in qualche cinema d’essai, ora con la comparsa, prima delle cassette ed poi dei DVD, il mercato ci offre una scelta sterminata di film, di tutte le epoche e di qualsiasi regista e nazionalità, a prezzi assolutamente ragionevoli. E’ questo che, secondo me, ha fatto ancor più sviluppare l’interesse per la cinematografia, anche se in molti cinema imperversano comunque miriadi di film americani dell’orrore o di fantascienza o come dicono di “azione“ che sono semplicemente inguardabili; un tentativo di invasione del mercato a stento combattuto, almeno da noi, con alcuni film che sono davvero pregevoli della nostra cinematografia, ma anche di quella francese e inglese.  
  Ma torniamo al linguaggio filmico: se si accetta che il film è in definitiva un prodotto razionale, proviamo a scomporlo nelle sue principali componenti, che sono essenzialmente : “la storia”, “il racconto” e “la tesi”.
  La storia (o “fabula”) è la successione, per così dire, degli avvenimenti che vengono esposti nel film raccontati sommariamente. In genere è la prima stesura della trama del film a cui segue poi la vera sceneggiatura che invece descrive analiticamente come va eseguita la ripresa, il dialogo, l’ambientazione, i tempi, etc. 
  Il racconto, invece, è -come- il regista racconta la storia a partire dalla sceneggiatura, ossia tutti gli accorgimenti che usa per tradurre visivamente l’azione, gli avvenimenti, i dialoghi e tutto ciò che costituirà il film vero e proprio. Il racconto è la vera essenza del film su cui il regista esercita un controllo assoluto e tramite il quale può manifestare per intero la sua creatività (anche in questo caso mi riferisco sempre al cinema d’autore). Ad esempio, da una stessa “sceneggiatura”, un film potrebbe essere raccontato in una miriade di modi diversi da diversi registi, o dallo stesso, perché ciò che vediamo scorrere sullo schermo è determinato in tutti i suoi particolari dalla volontà che esercita il regista nel momento in cui si gira. 
  Basti pensare, ad esempio, da quanti fattori dipende la resa di una scena: l’inquadratura e la composizione strutturale dei vari elementi che la compongono, la posizione ed il movimento della macchina da ripresa, e quindi dagli obiettivi, la luce, l’esposizione, la posizione degli attori ed i loro movimenti sulla scena, le modalità del dialogo, la musica, la resa della pellicola, il colore, la messa a fuoco, etc. Su tutti questi fattori il regista decide, di volta in volta, autonomamente o, eventualmente con i suggerimenti dei tecnici specialisti del settore, anche se la decisione finale spetta solo a lui.
  In ogni modo un discorso più approfondito sulla “storia” e sul “racconto” porterebbe molto lontano perché ripropone, in un certo senso, l’annosa contrapposizione tra “forma” e “contenuto” nell’Arte, che non è il caso di affrontare in questa sede.
  Infine la tesi è il punto di vista sotteso nel racconto e rappresenta a volte l’idea che ha fatto balenare al regista la volontà di realizzare quel particolare film e rappresentarlo con quella struttura e le modalità che lui sceglie. In altri termini si potrebbe definire “il messaggio” anche se questo termine è in parte fuorviante perché si carica di un’intenzionalità eccessiva. Si potrebbe anche dire che è l’idea di massima che ci rimane dentro, in maniera consapevole o no, dopo aver assistito al film, l’idea che il regista ha voluto trasmetterci.
  Se si va a vedere un film antimilitarista che ci fa vedere l’orrore della guerra e delle ripercussioni sociali e materiali che la guerra comporta (ad esempio “Orizzonti di gloria” di Stanley Kubrick, o “Uomini contro” di Francesco Rosi), non c’è dubbio che un po’ di quell’orrore resta anche nel nostro animo e, almeno in quel momento, ci troveremmo certamente più disposti a fare qualche sacrificio in più in favore della pace. E, secondo me, anche un film che afferma qualcosa che non condividiamo … ci fa sempre in qualche modo riflettere e aggiunge poco, ma sempre qualcosa, sull’altro piatto della bilancia dei nostri ragionamenti che un giorno forse ci potrà essere utile.
  Dal film di “Salvatore Giuliano”, per esempio, non c’è dubbio che si ricava un senso di smarrimento e di desolazione per la realtà di una terra, peraltro bellissima ed affascinante per la sua natura e la sua storia, ma che è sempre martoriata dagli stessi problemi che sembravano allora, e sono tuttora, irrisolti. Dal film di Dino Risi “Il sorpasso” invece ci resta nell’animo, forse pur non condividendola in pieno, una certa rivalutazione della modalità di vita spensierata che ci fa sottovalutare in qualche modo la vita irreggimentata della solita classe borghese. La società in cui siamo immersi ci costringe, nostro malgrado, a tutta una ripetitività di azioni e di comportamenti. E se cambiassimo per una volta completamente punto di vista? La tesi del film suggerisce che forse non è del tutto sbagliata l’idea che valga la pena di vivere almeno un giorno o due, da leone.  

Roma, giugno 2008

NOTA : il “Mostro” è solo un peperone tagliato a metà, e la “Scultura astratta” lo snodo di una pinza.
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