Nell’interpretazione della
Sicilia, si creano due posizioni: da una parte gli isolani affetti da sicilianismo,
dall’altra i continentali
visti con sospetto.
Da La Sicilia come metafora Intervista a cura di Marcelle Padovani. Mondadori 1979
Sui rapporti con la Francia
Tra gli altri miti che sono presenti, o sono stati, nell'animo siciliano c'è il mito della Francia. Agli occhi delle masse popolari , la Francia, ha dapprima rappresentato un mito negativo, a partire dai Vespri siciliani e fino al XVIII secolo: per dire «fame» si diceva «francia»,con allusione ai francesi di Carlo d'Angiò che a quanto pare più di altri invasori hanno affamato la Sicilia. In compenso, per gli strati aristocratici o colti, a partir da una certa epoca, probabilmente dal XVI secolo e in uno stato d'animo di polemica nei confronti degli spagnoli, la Francia ha cominciato a essere un mito positivo. Ed è nell'epoca dell'Illuminismo che si vedono i letterati prendere a modello i razionalisti francesi. Se si consultano i registri delle dogane e di polizia, si constata allora che l'importazione di libri francesi è sbalorditiva.
Sulla giurisprudenza «policroma» siciliana
Se è vero che la funzione crea l'organo, allora dobbiamo ammettere che questo continuo viavai giurisprudenziale, che lo immerge in una perpetua contestazione codificata, ha fatto nascere nel siciliano un'intelligenza particolare che definirei «formale», capace di afferrare i punti deboli di un'argomentazione contraria e di capovolgerli a proprio favore - formalmente o concretamente.
Su se stesso
Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che si dicesse: «Ha contraddetto e si è contraddetto». Come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante «anime morte», a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano.
Sul suo rapporto con la Sicilia e l’Italia
Odio, detesto la Sicilia nella misura stessa in cui l’amo, e in cui non risponde al tipo d’amore che vorrei nutrire per essa. È un sentimento che posso estendere all’Italia tutta quanta. Qui sono nato, e sono pertanto condannato ad amarla, eppure a volte mi prende una voglia folle per lo meno di non morirci… Sarebbe in qualche modo una compensazione per il fatto di esserci nato.
<<< Vedi "A ciascuno il suo".
Mentre l'azione si dipana, mutandosi in un potente apologo, il Vice - il commissario di polizia protagonista di questo romanzo - tiene sempre nella mente l'incisione di Dürer intitolata "Il cavaliere, la morte e il diavolo", che lo ha accompagnato sulle pareti di tante stanze, nelle sue peregrinazioni da un ufficio all'altro, come se in quell'immagine si celasse il segreto di ciò che avviene intorno a lui. Solo che il mondo, ormai, sembra poter fare a meno del Diavolo. Forse perché "il Diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui".