Qualcosa su Edipo
Non gli basta la sua sapienza, e vede bene che non basta ad evitare l'ira divina nemmeno per i suoi, il suo popolo, i suoi figli tebani che tanto lo amano, dacché vinse la sfinge. Chiede anche la conoscenza, vuole proprio affondare lo sguardo nello specchio; ignorando che l'anima non si specchia, che infinito e eraclitiano è il suo logos,e che ogni immagine riflessa non fa che raccontare l'inganno del corpo, eludendo fatalmente il resto. Come il linguaggio che non sia poetico. E allora non sa d'avviarsi nella profanazione più clamorosa:
interrogare e interrogare con protervia la stessa ragione dell'ira degli dei, capire il male che piove dal cielo. Vuole tutto e vuole troppo. E vuole ciò che chiunque vuole. Il Re sapiente, come l'ultimo dei suoi sudditi, chiede ancora: "che fare?"
"Che cosa dobbiamo fare?" dice l'antica domanda. E l'unica risposta possibile, quella che tutti sanno, ciascuno a suo modo, dice "realizzare l'ideale". Risposta tale da raffigurare il vero nella sua unica tinta di senso, da lasciare soprattutto che vi sia sempre l'opportunità di ogni fare, e lo spazio per ogni agire. Per questo vivere è inventarsi, ad-venturarsi in un'impresa che sposi, come nel gioco, regola e diletto, e arrischi vittoria e sconfitta. Finché nel gioco dialettico vi sono domande e risposte, questo spazio rimane aperto, e solo quando le domande saranno finite, perché date tutte le risposte, tutto sarà stato fatto. Il tempo però in cui qualcosa o tutto (è lo stesso) è oramai un fatto compiuto, non verrà mai. Ma il presente può ben capire, nel duplice senso del termine, proprio questo "non verrà mai".
"In questo giorno tu nasci e tu muori", lo avverte Tiresia. Tiresia è l'angoscia di Edipo, la sua cecità prevista ma latente, ed è attraverso l'ambiguità dello sguardo dell'indovino che Edipo riesce a vedersi nello specchio. E speculare e intrecciati sono i loro destini, puntati l'uno contro l'altro, ad offuscarsi l'un con l'altro: se un sapiente è cieco per punizione, un cieco diverrà sapiente per sua colpa. Il loro è il dialogo dell'impotenza profana. L'archetipo d'ogni dialogo umano.
Il male non viene scacciato ma soltanto dislocato, si fa eccentrico nella sua ragion poetica pur rimanendo rigoroso, perché alla colpa intravista a Tebe, segue inevitabile la pena scontata a Colono. Se dapprima vi è la fermezza responsabile della volontà di aver coscienza a costo di violare le sacre porte del cielo (hybris), per rispondere al "che fare?", nel seguito si consuma meno convulso il tempo della pena e del pentimento; ché ormai lì Edipo, predestinato alla cecità, ha coscienza perfetta della sua volontà violenta, ovvero sa la sua colpa. Finalmente la vede. Cioè vede che non doveva vedere. E che avrebbe potuto vedere meglio.
La prima e più vistosa colpa d'Edipo è sì l'omicidio del padre e, connessa e insieme secondaria, il legame con la madre. Un estremo disordine del sangue che però accade remoto e non meno occulto dell'avversa volontà divina. Ma, quel che conta, non è men vero che quella colpa non appare -e, dunque, non è tale - finché il Re sapiente non si grava della reale e principale sua colpa, chiedendo a Tiresia l'impossibile, e ottenendone persino la verità. E' solo in virtù di questa mancanza che Edipo apprende l'altra e per
suo mezzo giunge a vedersi intero (ma non integro) e definitivamente.
Compiutezza circolare, segno ellenico di perfezione, che porta l'investigatore a ritroso sulle tracce del suo stesso delitto; che sia un giallo perfetto, del resto, in molti lo hanno ripetuto.
Forse nell' Edipo a Colono si esce dal chiuso, delineandosi qui ormai
un percorso indubbiamente penitenziale - purgatoriale, direbbe un
cristiano - della coscienza e della volontà di un personaggio tanto
radicalmente protagonista nella sua colpa (Edipo re) e nella sua pena
(Edipo a Colono) perché integralmente rappresentasse la condizione
tragica dell'uomo, così come sentita lucidamente dal Greco.
Cosimo Susco
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