XXX

È lento il tempo da scomporre in ritmi
che gli spazi comprende,
o l’incauto rincorrere la storia.
Sorridi ancora, finalmente ebbro
del rutilante calice, sbandando
quasi fossi nel giorno del giudizio
a raccattare stille.
Fra i tralci la tua carne indolenzita
scioglie delizie inaspettate, nude,
con passo dolce e discorde,
avanzando negli umidi presagi
d’una beffa.
Fugace è il bagliore, il suono sordo
ed incauto che svincola melodie,
nuove forze, e l’ardore di vene
ti ritrova delfino a rallegrarti,
scomposto tra sapienza e pudore,
nel gioco acerbo.
Sarà la sonagliera degli angeli
a conforto d’una buffa filastrocca
che si specchia nel fiume arrugginito
del rimpianto,
o bacia e morde l’ugola.
Ecco il tormento delle mani giunte
in armonia col tarlo dell’orecchio,
una realtà, un’immagine inattesa,
un’ombra che ricerca la pretesa
di comprendere quel che accade
al di là dello sguardo.
Tutto è fermo, inferno e paradiso,
nella bambagia rossa della vite,
e le parole sgranano le labbra
in balbettii sconnessi.
Ancora un sorso e le arterie ed i muscoli
saranno le misure in cui più acceso
scomporrai il tuo tempo.
Antonio Spagnuolo - Fugacità del tempo - LietoColle - collana Aretusa, 2008

A

Quali distanze riempiranno
l’impronta della nostra demenza
o veloci
sfuggiranno le misure di una deriva,
netto contrasto al canovaccio delle manie
che hanno sigillato il mio timore?

Tutto o niente,
qualcosa che frantumi il clamore,
goffo retaggio di quanto l’ultima mano insegue
sempre più incerta alle lusinghe.

Rimane un trucco nel fondo della scena
che ci contende,
per quel che siamo,
e lascia che la cronaca riveli fantasie sconvenienti
complici del buio che sopravviene.
























I

Mi annullo e scivolo improvviso
dove la notte ha i fregi della quiete:
così la figura svanisce, a brandelli,
svanisce indifferente ed incerta.

Nascondo impronte più recenti,
tra miniature di volti e lo stupore
dei mattoni,
gli studi, la memoria, il sacrificio
di essere qualcuno,
e le promesse intentate
in quello strano presente che sguscia
ormai indignato.

Anche se diseguale l’orizzonte,
soffia il tempo assalti ed accordi nel respiro
che separa altri umori.
Attimo dolce
sul muro che mi rende straniero,
somigliante a mestizia.


























XIV

Verso il tuo pensiero scavo un piccolo segno,
che sia l’audacia di una spalla, una parola
che confonda i pastelli ad esplorare la malinconia,
mentre l’inganno degli anni ha rovinato il mio nome
sino all’ultima pagina.
Lievemente sorride al di là delle onde
uno sgomento,
mentre l’arteria disseziona il disastro
delle mie imprudenze.



XXVI

Che tu sia parola o musica è segreto del sogno,
è miraggio, appena simulato dal sospiro,
è abbaglio della vista
nella irripetibile storia degli incontri.
Lasciami bere le ossessioni della pelle,
nell’ubriachezza notturna:
ai limiti del ritmo gioco il timore
di brevi parole negli accordi,
nella mia porzione segreta, fra le tue ciglia
quando ritorni dirupo o luce che stordisce.
Festeggio la furbizia dei papaveri,
spoglio gli orpelli, disgrego ogni pastello
per il ventaglio dei petali,
mentre tu nuda confondi la mia rabbia
con le nuvole.









Tell a friend about this page
Esempio 1

Antonio Spagnuolo è nato a Napoli il 21 luglio 1931.

Presente in numerose mostre di poesia visiva nazionali e internazionali, collabora a periodici e riviste di varia cultura. Suoi testi risultano pubblicati in diverse antologie. Attualmente dirige per l’editore Guida la collana "l’assedio della poesia" e la rassegna "poetry wave" in internet. Al suo attivo, numerose pubblicazioni di prosa e poesia che hanno ricevuto l’attenzione di nomi illustri del panorama letterario contemporaneo, nonchè riconoscimenti a premi.


Opere di Alferio Spagnuolo (1904-1981)
In copertina: "Attesa" - olio 40x30
All’interno: "Nudo disteso" - olio 70x50

dal 12 aprile 2008
I sindacati sono oggi nel pieno di una profonda crisi di legittimità, che rischia di cancellare anche i loro meriti storici. L'autore sostiene che lo strapotere e l'invadenza delle tre grandi centrali confederali, e le sempre più scoperte ambizioni politiche dei loro leader, hanno prodotto nel paese un senso di rigetto. Lo documentano i più recenti sondaggi d'opinione: solo un italiano su venti si sente pienamente rappresentato dalle sigle sindacali e meno di uno su dieci dichiara di averne fiducia. L'immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di interpretare gli interessi generali, si è dunque dissolta. E ha lasciato il posto a quella di una casta iperburocratizzata e autoreferenziale che ha perso via via il contatto con il paese reale, quello delle buste paga sempre più leggere e delle fabbriche dove si muore troppo spesso. Un apparato che, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di avere l'ultima parola sempre e su ogni cosa. Che si presenta come il legittimo rappresentante di tutti i lavoratori. Ma bada in realtà solo agli interessi dei suoi iscritti, che valgono ormai meno di un quarto dell'intero sistema produttivo nazionale. E perciò si mette puntualmente di traverso a qualunque riforma in grado di mettere in discussione uno status quo fatto di privilegi.
B

Di me non resta altro che l’accadere delle forme,
sempre eguali,
in un percorso che trattiene l’unica parafrasi
di congetture,
accattivante e violenta.
Banalità che si realizza
dopo l’insulto degli anni,
una poesia senza soccorsi,
precipitata in verbi, fremente,
quasi una pazienza che blocca il tumulto,
che precede il verso,
per deformare il segno di follia
che mi costringe.
Il vuoto, l’assenza, ancora mi stupiscono
lontani dalla scelta.

VI

Qui, ancora sotto voce la tua vaga sembianza
ha le grida di assenze,
ha l’ebbrezza del delirio nell’incanto
appena simulato da un sospiro.

Dirompe quasi a gioco un Dio perverso
dai luoghi ormai fuggiti,
bellissimo Narciso intrappolato allo spazio
che mi fu concesso tra gli uomini e le cose,
stupore e smarrimento che mi azzera.

Discorso da dimenticare
così come il graffio lungo della giovinezza.

Loading
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line