Come romanziere, Fogazzaro fu l'idolo della borghesia italiana nel periodo che corre all'incirca tra il 1880 e il 1910; dell'alta borghesia prevalentemente intellettuale e terriera, che confinava con l'aristocrazia, con cui talvolta riusciva a confondersi; e anche della borghesia media e piccola in quanto seguiva i gusti di quella e ne condivideva i sentimenti e ne ammirava le forme. E fu adesione tanto più spontanea e naturale, in quanto lo scrittore stesso apparteneva a quella classe sociale; e vi apparteneva non pure per la nascita, ma per la sua formazione intellettuale e morale, con tutte le fibre del suo essere. Altri scrittori adempivano allora lo stesso ufficio di narratori per la borghesia, e basti nominare fra tutti il Farina, il Barrili e il Rovetta, che furono infatti assai letti, e che, come sono ancora i più noti, così furono certamente i più tipici. Ma non si guadagnarono quel seguito, quel consenso, quella fiduciosa dedizione che il Fogazzaro riscosse; e non li riscossero, non per la loro inferiorità artistica, ma per certi loro peculiari caratteri. Il Farina non poteva soddisfare appieno per la povertà dei suoi motivi, per l'angustia del suo orizzonte, per il suo ambiente più tipicamente piccolo-borghese; il Barrili, pur così amabile, rimaneva purtroppo eccessivamente roseo e sdilinquito, e i suoi effetti migliori li raggiungeva solo nell'ambito ristretto della letteratura garibaldina; mentre il Rovetta, che aveva ambizioni più larghe, non rifuggiva nelle sue pitture di costumi da certi contrasti, da certe amarezze, da certe punte che non dovevan tutte piacere a quei suoi lettori. Essi non li seppero, come il Fogazzaro, scuotere e rasserenare, commuovere e divertire e lusingare, e soprattutto non seppero farli vivere, e vivere pienamente, in un mondo che pareva reale ed era ideale, che pareva ideale ed era reale, e che rimaneva pur sempre il loro mondo.

Sui narratori borghesi dell'età sua il Fogazzaro ebbe questo prezioso e inestimabile vantaggio, di saper essere drammatico e idillico: drammatico nella rappresentazione dei sentimenti, idillico nella pittura della vita sociale. La vita sociale è nei suoi romanzi una beata e quieta arcadia, dove tutto va per il giusto verso, che è poi il verso gradito a chi sta in alto. Gli urti e i contrasti, o non nascono dalle differenze sociali, o sono posti e risolti secondo i principi borghesi. Non c'è il senso pungente dell'ineguaglianza sociale. In lui, profondamente sincero e convinto cattolico, viveva ed operava sempre implicito il senso dell'eguaglianza delle anime, e questo non gli faceva avvertire, o gliela faceva avvertire troppo scarsamente, l'ingiustizia delle disparità sociali. L'uguaglianza giuridica e formale, che allora si era già raggiunta, lo appagava compiutamente. Nei suoi romanzi, l'ordinamento della vita sociale attuato dalla borghesia non è mai seriamente turbato, né, tanto meno, scosso o compromesso. Ognuno sa stare al suo posto, e vi sta spontaneamente, naturalmente. Fra i vari strati sociali non corrono relazioni d'interesse, ma d'affetto. Gli ambienti dei ranghi superni trattano gli inferiori con arguta bonomia, con amorevole condiscendenza, e ne riscuotono una commovente devozione; tutt'al più, dinanzi a certe manifestazioni di quelli, i poveri diavoli usciranno a dire che i signori sono tutti matti. E detta in dialetto è anche questa un'espressione affettuosa. Fioriscono qua e là pettegolezzi, anche con qualche tinta di malignità; ma non si giunge mai alla vera malvagità. Codesta idillica visione della convivenza umana poteva far scivolare il Fogazzaro nelle smancerie di una stucchevole arcadia; ma un suo felice istinto lo trattenne sempre dal cadervi. È qui specialmente che la realtà e il suo idealizzamento giuocano a rimpiattino. L'arcadia è nell'impostazione delle relazioni sociali; il realismo è nella pittura delle singole macchiette. E ce n'è in gran copia; sbocciano i motti arguti e le barzellette; il dialetto vi profonde le sue migliori risorse; e per arricchire la sua collezione di curiosità umane il Fogazzaro non disdegnò neanche di scendere fino al verismo. S'intende anche troppo bene, come uno scrittore dei suoi gusti e della sua educazione dovesse per natura, ancor meglio che per principio, aborrire da quella corrente letteraria. Ma se egli era indotto a respingere come una follia la visione veristica della vita, e come un assurdo il concetto veristico dell'arte, nulla impediva però che egli ne traesse quel tanto che gli tornasse utile. E se ne servì per la signora Fiamma del Cortis, per Momi Camin e per il dottor Molesin di Leila, cioè per le sue macchiette più losche e ripugnanti, raggiungendo il duplice profitto di giovarsi artisticamente del verismo e di screditarlo moralmente. D'altra parte egli si guardò bene dal disegnare queste figure con eccessivo rilievo, dall'affidar loro un'azione troppo invadente. Esse variano, ma non turbano, il tono generale della sua comicità, che è di un'affettuosa bonarietà, un po' alla Goldoni, un po' alla Dickens, e non di rado tocca il segno. In queste zone dei suoi romanzi il Fogazzaro non pose il suo mondo del sentimento; vi pose il suo mondo del comico. E fu questo il talismano segreto che lo salvò dall'arcadia. Inoltre, qui non siamo nel cuore delle sue opere; siamo solo nelle parti periferiche o episodiche. Qui l'autore ci mostra l'altra faccia della vita; ma non le conferisce piena autonomia. Questo vivace brulicare di vita minuscola è sempre in funzione di quel che vibra nell'alto declamato della vita superiore del compositore rimane però la risorsa di ricavarne pregevoli effetti di contrappunto.

Con la stessa felicità, con la quale tra lo scrittore e la classe sociale a cui apparteneva e a cui si rivolgeva era nato spontaneo e naturale l'accordo sul sentimento sociale, si saldò anche l'accordo sul modo di interpretare le istituzioni e i principi morali, civili, politici e religiosi. Non era quella una borghesia retrograda e gretta e ombrosa. Anzi, essa usciva da una rivoluzione vittoriosa e ne coglieva i frutti, aveva molteplice e florida attività, era animata da slanci e da iniziative, si sentiva alla testa della progrediente vita nazionale e non rifuggiva perciò dall'inclinare a certa spregiudicatezza e libertà di atteggiamenti. Ma fino a un certo limite, e cioè fino al limite consentitole dai suoi concreti interessi. Il principio rimane questo: innovare conservando. Così, la famiglia non poteva più essere concepita alla maniera patriarcale d'un tempo. Il ritmo più rapido e più vivace della vita moderna tendeva ad alternarne il rigido schema tradizionale, ad articolarne i nessi e le dipendenze, ed era bene assecondarlo; ma non bisognava concedere troppo, non si poteva consentire a una radicale trasformazione e tanto meno alla dissoluzione dell'istituto. Il Fogazzaro impostò in questi termini la sua rappresentazione della vita familiare ...  

Il principio dell'innovare conservando vige naturalmente anche nel campo dello Stato e della vita politica; qui, anzi, riesce forse più evidente il conservatorismo del Fogazzaro col suo aspetto liberale e col suo aspetto reazionario. Egli accettò di slancio la formazione storica dell'unità del regno; ma sopprimendone tacitamente i fattori più conturbanti. Mazzini e Garibaldi non sono nominati. Il suo dio era il Cavour; la forza più vitale e giustificatrice dello Stato, la monarchia, il più potente instrumentum regni, il cattolicesimo. Egli non poteva acquetarsi alla norma che il re regna, ma non governa. La monarchia, secondo lui, responsabile dinanzi a Dio e alla storia, era una ruota maestra del meccanismo costituzionale; se essa rimaneva inoperosa, tutto il meccanismo ne soffriva. In quegli anni, e cioè poco dopo la caduta della storica Destra, si era diffuso nei vari ceti italiani un sordo scontento per quella che sembrava decadenza e corruzione della vita politica del giovane regno; scontento che si concentrava particolarmente in una crescente sfiducia, in un sempre più aperto discredito dell'istituto parlamentare. Questo sentimento affiora spesso nel Cortis e una volta sbocca iroso e violento nel Santo, nel colloquio di Benedetto col ministro dell'Interno ... L'idea di una, come egli la chiamava, « democrazia sinceramente liberale », e cioè la sua concezione di uno Stato forte, ordinato e progressivo, essendo un elemento strutturale della sua mentalità, continuò ad operare implicita e sotterranea anche negli altri romanzi. Alla politica esplicita il Fogazzaro tornò solo in Piccolo mondo antico; ma con un radicale mutamento di rotta. Qui egli non presentava la borghesia italiana nelle sue insofferenze, nella sua vaga aspirazione a un indirizzo politico che, consono ai suoi ideali e ai suoi interessi, scaturisse per rettilinea genesi dalle premesse risorgimentali; qui egli la rappresentava operante nel moto risorgimentale stesso, in quello che era stato il suo slancio più vitale e più generoso, quando essa si era veramente messa alla testa della vita nazionale e al modo che aveva potuto ne aveva interpretato e realizzato i più imperiosi postulati. Accettata a priori, e quasi come un elementare dato di natura, la soluzione monarchica, non vi potevano aver luogo i contrasti e le competizioni della lotta politica. Perciò rimaneva dominante il sentimento patriottico in quel che esso ha di più comune e generico e tuttavia ricco delle esigenze vitali che vi lievitavano: un amor di patria umile e fiero, come un dolente affetto che è la ragione stessa della vita, l'aspirazione all'indipendenza e alla congiunta libertà, sentita anzitutto come un dovere morale, come un dato elementare della dignità umana. Era un sentimento non gladiatorio, ma profondamente umano e gentile e cavalleresco. Ed anche per questa via s'intende come specialmente su questo romanzo dovesse polarizzarsi pacifico e appagato il consenso dei lettori.

La tendenza del Fogazzaro a innovare conservando si estese anche alla religione; anzi, essa fu forse più evidente in questo campo che negli altri. Questo fu, infatti, il solo suo tema che uscì dai romanzi per esporsi ai pericoli della discussione e della polemica, finendo poi col lasciarsi coinvolgere e travolgere nel clamoroso episodio del modernismo. Molti si indignarono quando il Fogazzaro si sottomise obbediente alla condanna della Chiesa; ma era un'indignazione poco ragionevole, la quale non teneva conto di quel che il Fogazzaro era veramente. E la verità è che egli era un cattolico sinceramente e profondamente convinto, che il cattolicesimo era inseparabile da tutto il suo essere, fin dalle radici. Nato e cresciuto in ambiente di cattolicismo operoso, educato cattolicamente, aveva ceduto negli anni critici della gioventù ad una leggera brezza di scapigliatura, aveva avuto i suoi dubbi e i suoi squilibri; ma si era ricreduto ben presto, e forte della avventurosa ma salutare esperienza la fede cattolica si era assisa in lui più incrollabile che mai ...

Per quanto queste idee in materia di religione potessero allora riuscire attuali e appassionanti, è tuttavia chiaro che esse avevano virtù di interessare una sola categoria di lettori, e di per se stesse non potevano perciò costituire uno degli elementi decisivi del successo del Fogazzaro. La sua vera innovazione fu altrove, fu nell'impostazione del sentimento religioso, e qui si saldò infatti il consenso dei lettori. Nella nostra letteratura narrativa non c'era, di veramente valido, se non l'esempio del Manzoni. Ma è ovvio che la nuova società borghese non potesse più trovare pieno appagamento in quella fede indiscussa, assisa nel suo infallibile e granitico assolutismo. La generazione del Fogazzaro amava discutere e periclitare; sentiva esigenze spirituali, se non più ricche e profonde, almeno più varie e tentanti. Ebbene, il sentimento religioso dei romanzi del Fogazzaro espresse fedelmente quelle esigenze. La fede non si presentava nella sua assiomatica immobilità; ma si moveva con la mobilità dello spirito e ne secondava le curiosità, anche morbose; si alleava con l'amore e si profumava di peccato; sempre compromessa, sempre in pericolo e pur sempre divincolantesi e risorgente, viveva nella coscienza ed anche nel subcosciente; non era un fatto, ma era un fare perenne, una inesausta esperienza. Perciò si attirava facili anatemi e sarcasmi; eppure sempre avvinceva, sempre attirava nel suo gorgo meduseo, specialmente le donne. E sempre salvo rimaneva il principio, sempre intatta splendeva la maestà di Dio.

In fondo, la maggior seduzione dei romanzi del Fogazzaro consisteva nell'appagare il gusto borghese di affrontare il rischio e di ritrarsene in tempo. Nella religione, come nella politica e nell'amore, si era condotti all'orlo del baratro, ma non ci si cadeva; si provavano le vertigini dell'abisso, ma da un fidato belvedere. Era come - tanto per restare nell'Ottocento e cioè in un' epoca che non conosceva ancora le acrobazie aeree, - era come sulle montagne russe, che facevano sentire l'ebbrezza delle ascese, le angosce dei vorticosi aggiramenti, lo spasimo della caduta; girava la testa, la coscienza si smarriva e si oscurava, ma solo per un attimo; il carrello funzionava a dovere, e alla fine si toccava terra palpitanti e felici.

A compiere il quadro delle affinità tra il Fogazzaro e i suoi lettori manca ora solo qualche pennellata. I principi morali e civili, politici e religiosi, di cui s'è discorso, si incarnano in personaggi d'eccezione, che vivono in raffinati ambienti aristocratico-borghesi, qual era l'ambiente proprio dello scrittore. Corrado Silla, Daniele Cortis e gli altri protagonisti, appartengono alla ' borghesia; ma i loro parenti sono conti e marchesi; accanto al lustro dei blasoni essi portano la luce della loro nobiltà d'animo, della loro intelligenza, della loro cultura, e vivono perfettamente intonati in quegli ambienti di elegante mondanità. Siamo in quella zona di confine in cui le due classi riescono a convivere fino a confondersi insieme. La scena è di solito una villa con un paesetto fra i monti o in riva ad un lago; ma non così isolata che non vi giungano le voci del mondo circostante. Non manca in Malombra qualche riflesso della mondanità milanese, c'è la mondanità romana del Santo; e non bisogna neanche dimenticare le località del turismo mondano, Isola Bella, l'abbazia di Praglia, Subiaco, Bruges, Norimberga. Ecco veramente gli ambienti in cui potevano alimentarsi e fiorire i nobili pensieri, le alte passioni. Il Fogazzaro non deludeva mai i suoi lettori. Mentre rispondeva alle loro tendenze sentimentali e morali, egli ne lusingava anche le esigenze mondane e intellettuali.

La cultura è nei suoi romanzi una cosa viva; ma di una vita, per l'appunto, mondana. Essa non vi è intesa come vitale e insopprimibile necessità interiore; ma piuttosto come raffinato ornamento, allo stesso modo, benché su un piano più alto, delle vesti, dei gioielli e dei fiori. E non ha pedanteria alcuna, nessuna pretesa estetizzante. Chiamata a commentare o a interpretare le passioni dominanti, essa è una voce ricorrente del sapiente concerto ed emerge a ora a ora con la sua grazia assorta, pensosa e rasserenante. La letteratura è prevalentemente straniera, inglese, tedesca o francese, e fioriscono al loro luogo le citazioni da Goethe, da Shakespeare, da Chateaubriand; ma c'è anche la favola del Mistero del poeta, col suo profumo orientale; e anche il latino dei mistici vi pone una sua nota di seduzione. Le arti figurative non sono assenti, e basti ricordare ora gli affreschi della villa Valmarana e l'angelo del Guercino che prega su Corrado Silla morto. Ma veramente sovrana vi regna la musica: segnatamente musica italiana non contemporanea o tedesca: Corelli e Pergolesi, o Bach e Mozart e Meyerbeer e Schumann. La scelta, sia nella musica che nelle arti figurative e nella letteratura, non risponde tanto a una ragionata selezione estetica, quanto piuttosto a certe istintive esigenze del gusto ... Insomma, siamo in pieno nel mondo del dilettantismo artistico e culturale. Anche per questo aspetto la società borghese d'allora poteva ammirare in quei romanzi una riflessa immagine di se stessa, e compiacersi di vedersi a un tempo vera e ideale, qual era e quale voleva essere. Il Fogazzaro non si comportava diversamente da un pittore, che pur idealizzando la figura ne rispetta le linee e riesce a fare un ritratto somigliante e lusinghiero.

Nei vari temi trattati, nella pittura dell'ambiente, nell'impostazione e in tutti i vari spunti e motivi dei romanzi, l'accordo fra lo scrittore e i suoi lettori fu dunque pieno e incontrastato. Eppure, il nostro esame non ci lascia del tutto convinti; ci pare d'aver toccato finora e d'aver chiarito la ragione necessaria del successo del Fogazzaro, ma non la ragione sufficiente. I dati emersi dalla nostra ricerca, se spiegano l'estensione del consenso, ci pare che non ne spieghino ancora quel calore, quell'entusiasmo, quella commossa vibrazione che l'accompagnarono. Potremmo sbrigarcela ora invocando la discesa di un deus ex machina, e cioè di quel tanto di arte e di poesia poco o molto che fosse e che il Fogazzaro effettivamente ebbe - ad animare col suo fiato quella folla di motivi, a riscattarli dalla loro inerte attesa e a conferir loro vita, movimento e parola. Ma sarebbe un gioco assai facile, che ci condurrebbe a risultati più appariscenti che sostanziali.

Ripercorrendo mentalmente quei romanzi non si stenta a cogliervi la presenza di un altro fattore, non strutturale, ma formale, che fu certo il più potente; un fattore che da solo non si sarebbe potuto reggere, ma senza il quale tutti quegli elementi sarebbero rimasti smorti o suscettibili di realizzarsi e configurarsi diversamente. Siamo giunti dinanzi alla vibrazione romantica del sentimento del Fogazzaro. E poichè il bisogno di sentire romanticamente era in quegli anni vivo e diffuso, fu proprio questo l'elemento che diede il sigillo definitivo al consenso dei lettori e per il quale si potè celebrare la mistica unione del sentimento loro con quello dell'autore. I « fedeli» del Fogazzaro nacquero così ...

Questo largo fremito romantico, non incomposto, anzi sempre decorosamente atteggiato, fu l'elemento decisivo della vittoria del Fogazzaro, quello per cui egli riuscì a rapire e a sollevare con sé l'animo dei suoi lettori. Essi aspiravano, almeno nell'illusione, a evadere in una vita più nobile e alta, avevan perduta la fede e volevano credere, si sentivano insozzati di colpa e anelavano alla purezza, volevano amare non grettamente ma col tumulto dei sensi e dell'anima: lo scrittore offrì loro il vasto pascolo ideale che cercavano, fece, di là dalle tenebre della carne, balenare la sublimità dello Spirito, ed essi arsero nella fiamma della sua anima.

Poi, col passare degli anni, quel fanatismo iniziale scemò e si affievolì, pur senza sostanzialmente sviarsi. Mentre sopravvivevano gli ultimi fedeli del Fogazzaro, gli altri, anche quelli che gli contrastavano apertamente, movevano dalle sue premesse. Mentre il gusto del drammatico veniva rapidamente esaurendosi, il persistente romanticismo borghese tendeva a potenziarsi tutto nel gusto del sublime. Ma il sublime fogazzariano, così vago e crepuscolare, non bastava più. Si voleva un sublime atto a investire e a trasfigurare tutte le forme della vita, e soprattutto un sublime che, abbandonata la sua sede sopramondana, si celebrasse tutto sulla terra, incarnandosi nell'individuo e sollevandolo sulla servile umanità a sbranare la sua bruciante sete di conquista e di dominio. Nacque, o meglio, si perfezionò così il gusto della vita come avventura inimitabile, e il Fogazzaro dovè a poco a poco consegnare i suoi lettori a un incantatore ben più agguerrito e più ricco di multiformi e incestuose magie: il despoto dell'estetismo dannunziano, lordo di sangue e d'oro.

Gaetano Trombatore. (da Riflessi letterari del Risorgimento in Sicilia, Palermo, Manfredi, 1960.  pp. 119-31, 135-36).



Esempio 1
dal 4 marzo 2011
Pubblicato nel 1896, Piccolo mondo antico è ambientato negli anni che precedono la seconda guerra di indipendenza, sulle rive del lago di Lugano. Narra della famiglia del nobile Franco Maironi, cattolico e liberale, e della piccolo-borghese Luisa Rigey, al cui matrimonio si era opposta la filoaustriaca marchesa Orsola, nonna di Franco. Le difficoltà economiche e il senso profondo di schiettezza e di giustizia che anima Luisa, rispetto al carattere flessibile di Franco, rendono difficile il rapporto fra i due coniugi fino ad allontanarli quando la piccola figlia Maria muore annegata nel lago; ma mentre Luisa si chiude in se stessa e si dedica allo spiritismo nell'illusione di ricostituire un contatto con la bambina, Franco si trasferisce a Torino, dove lavora e acquisisce la coscienza della necessità di partecipare attivamente alla liberazione delle terre italiane dall'occupazione austriaca. Il romanzo si conclude con l'incontro dei due coniugi all'isola Bella, nel 1859, dove Franco s'imbarca per raggiungere la riva lombarda del lago Maggiore e combattere con le truppe italiane: l'annuncio del rinnovamento risorgimentale allude a un prossimo, rinnovato rapporto tra Franco e Luisa. Il romanzo è letto in versione integrale dalla voce dell'attore Lino Spadaro.
Il successo di Fogazzaro


di Gaetano Trombatore
Antonio Fogazzaro
Antonio Fogazzaro

Nasce  a Vicenza il 25 marzo del 1842. Dopo la maturità si laurea in legge a  Torino nel 1864, ma la sua vocazione è quella letteraria. Si trasferisce a Milano  dove subisce gli influssi della Scapigliatura.  Nel 1866 si sposa con Margherita dei Conti di Valmarana. Dalle loro nozze nasce Gina.  Dopo questo matrimonio affronta l’esame di avvocato e si trasferisce nella sua città natale.
Dopo un'iniziale e deludente produzione poetica, nel 1881 esce il suo primo romanzo, Malombra. Nel 1883 inizia la sua relazione con Felicitas Buchner, colei che segnerà la sua vita sia sul piano sentimentale che spirituale (vedi il libro di Ileana Moretti, in basso).  Nel 1885 è la volta  del romanzo  Daniele Cortis  e nel 1888 esce  ll mistero del poeta. Nel 1895 è la volta di  Piccolo mondo anticoe nel 1901 di Piccolo mondo moderno. Nel 1905 esce  Il Santo e nel 1910 Leila, quest’ultimi messi all’indice  da parte delle gerarchie cattoliche.

Fogazzaro fu, sul piano delle idee, un esponente di primo piano del cattolicesimo liberale. Notevole il suo sforzo di coniugare cattolicesimo e scientismo, cui non fu estraneo il magistero del prete e poeta Giacomo Zanella, suo insegnante. Si veda a tal proposito il suo tentativo di accreditare Darwin e l'evoluzionismo nel panorama retrogrado e codino della cultura del tempo. In politica fu ostenitore di una monarchia  rispettosa delle religioni e  propugnatore  di un governo alla Bismark nonché  di un rinnovamento della parte più attiva  della gerarchia ecclesiatica. Fogazzaro voleva un rinnovamento della religione  e per questo si legò a coloro che interpretavano simbolicamente i testi sacri per allargare il significato letterale dei testi stessi.

La poetica
Nelle opere di questo scrittore troviamo  gli elementi  del suo mondo spirituale e artistico che spesso è tortuoso e contraddittorio (vedi l'eros e la religiosità sottocutanea, che tuttavia costituiranno la ragione principale del suo successo. (Cfr il saggio di Gaetano Trombatore a sx).  L’amore, uno dei temi d'elezione di  Fogazzaro,  viene visto come un sentimento  misterioso, torbido, tarlato di una sensualità repressa e  fortemente intriso di un romanticismo portato all'estenuazione decadente.   Questo sentimento  è anche  sogno o rimpianto.  Lo scrittore non osserva con occhi del popolo  ma con quello dei cattolici penitenti. Nei suoi romanzi si muovono  solo personaggi di élite, ossia quelli che abitano in ville con giardini e parchi, e che sono i soggetti sociali di quel mondo dal quale proviene lo scrittore: l'alta borghesia.

La sua poetica, tuttavia la possiamo capire meglio  dal testo di una sua conferenza tenutasi a Parigi dal titolo ”Il grande poeta dell’avvenire”. Compito del poeta spiritualista  è quello di riprendere le idee spiritualiste, sostituire nel cuore ardente la concezione socialista con una concezione  che colleghi la felicità dell’uomo al bene assoluto.



Malombra
Questo è il primo romanzo di Fogazzaro, nel quale la protagonista  Marina, rimasta orfana, riceve ospitalità  presso lo zio Cesare d’Armengo. La ragazza trova  un manoscritto della nonna Cecilia Verrega, morta per la pazzia insorta,  per il fatto che, per anni, è stata segregata dal marito. Il manoscritto racconta dell’amore della nonna per Corrado Silla che, coinvolto dalla pazzia della donna, muore ucciso da un colpo di pistola.

Daniele Cortis
Il protagonista è un conservatore ambizioso che con le sue idee vuole rifondare la politica, ma questo lo porterà al fallimento. Il romanzo racconta anche  di Elena la donna che si innamorò di lui, ma sposata con  il barone Carmine di Santa Giulia, già amante della madre di Daniele. Uno rinuncerà all’amore per stare vicino alla mamma e l’altro per seguire il marito in Oriente.

Il mistero del poeta
Il mistero del poeta è  il romanzo più corto nel quale un poeta lascia un libro con la testimonianza  di una storia sentimentale diversa da quelle volgari. Questo scritto è espressione del decadentismo.

Piccolo mondo antico
La storia, ambientata sul lago di Lugano  racconta  di Franco e Luisa e del loro matrimonio ostacolato dalla nonna di lui. Dalle loro nozze nasce la piccola Maria che muore per una disgrazia cadendo nel lago proprio mentre Luisa si stava recando dalla nonna per discutere della loro situazione. Franco all’evento reagirà tuffandosi nella fede mente Luisa si legherà allo spiritismo che la porterà quasi vicino al suicidio.

Piccolo mondo moderno
Il protagonista è Piero Morioni, figlio di Luisa  e Franco ed erede del patrimonio della bisnonna. Piero vive un matrimonio infelice con Elisa, affetta da una malattia mentale che la porterà a essere rinchiusa in un manicomio. Eletto sindaco vive la sua vita di delusioni e di grande infelicità.

Il Santo
In questo scritto continua la storia di Piero  che si è rifugiato in una comunità di frati a Subiaco. Ritiratosi poi da eremita in montagna  prende il titolo di Santo per le opere da lui svolte.  Piano piano si lega a una fede fanatica  e la sua santità è superata  dal mondo, dalle donne e dal mondo mondano. 

Leila
In questo romanzo incontriamo il discepolo di Santo, Massimo Aliberti, colui che vuole rinnovare il cattolicesimo. Pur allontanandosi dal mondo  subisce il fascino di Leila. I temi affrontati in questo scritto sono la religione e il sentimentalismo.

Fogazzaro, il romanticismo e la religione

Per quanto riguarda il romanticismo fu proprio lo scrittore a capire e assecondare l’esigenza romantica dei suoi lettori. In lui fu molto forte il senso del destino. Il mistero, l’apice del romanticismo  è stato sempre presente nei suoi lavori letterari. La religione, è altro tema molto presente sia nei romanzi che nella vita privata: ha una rilevanza fondamentale per capire lo stesso scrittore.  Fogazzaro fu infatti un cattolico  e un osservante, ma con la novità  di inserire una fede religiosa che “si alleava con l’amore e si profumava di peccato e per questo sempre in pericolo”.

Critica letteraria, stile e riferimenti letterari
Nella produzione  letteraria vi è un orientamento  al romanzo psicologico, infatti nei suoi scritti vengono affrontati temi come la malattia, la morte e i personaggi sono  visti attraverso un’analisi interiore: sono inoltre risaltati  i loro caratteri  e i  loro sentimenti.

Il suo modo di scrivere ha qualcosa di malinconico e di misterioso.
A tratti scrive in dialetto e in altri in italiano e per questo fu criticato da alcuni.
Nei suoi romanzi troviamo dei riferimenti manzoniani; basti pensare a Piccolo mondo antico dove la nonna di Franco ricorda Don Rodrigo.

Molti critici hanno scritto su questo scrittore tra cui Gaetano Trombatore per il quale i romanzi di Fogazzaro sono caratterizzati da una visione idilliaca della vita sociale perché ognuno sa stare al proprio posto naturalmente. Secondo Trombatore inoltre:  “Questo largo fremito romantico, non incomposto, anzi sempre decorosamente atteggiato, fu l'elemento decisivo della vittoria del Fogazzaro, quello per cui egli riuscì a rapire e a sollevare con sé l'animo dei suoi lettori. Essi aspiravano, almeno nell'illusione, a evadere in una vita più nobile e alta, avevan perduta la fede e volevano credere, si sentivano insozzati di colpa e anelavano alla purezza, volevano amare non grettamente ma col tumulto dei sensi e dell'anima: lo scrittore offrì loro il vasto pascolo ideale che cercavano, fece, di là dalle tenebre della carne, balenare la sublimità dello Spirito, ed essi arsero nella fiamma della sua anima".
                                          Claudia Crocchianti

Nella vicenda di Antonio Fogazzaro, che ben può dirsi singolare e ineguagliabile, un ruolo rilevante assunse l'incontro con Felicitas Buchner, per il contributo di valori, di temi e di ripensamenti che la donna fornì allo scrittore vicentino, il quale poté meglio chiarire, in seguito, i principali dettati della sua religiosità - anche in senso modernistico - e riproporre l'impegno intellettuale come un impegno di vita, all'insegna delle virtù evangeliche e di una morale che nelle alte e schiette idealità del cristianesimo aveva scorto l'unica via di liberazione, di autentica dignità e di definitivo riscatto. Questo libro tenta di ricostruire i contenuti di quella complessa vicenda e di far luce sugli aspetti che ne scaturirono.
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