1. Profilo biografico
  Agostino nasce il 13 novembre del 354 a Tagaste in Africa settentrionale (oggi Souk Abras in Algeria) da Patrizio, un funzionario romano piuttosto abbiente e da Monica, una fervente cristiana. La prima parte della sua vita si svolge a Tagaste dove inizia i suoi studi e poi a Cartagine, dove studia retorica; la morte del padre lo costringe a guadagnarsi da vivere insegnando grammatica e retorica. La sua vita durante il soggiorno a Cartagine non è di specchiata virtù: intrattiene per quindici anni una relazione di fatto con una giovane, mai nominata nei suoi scritti, che gli dà anche un figlio, Adeodato. La sua vita intellettuale invece è sempre agitata: è il periodo in cui studia a fondo Cicerone (in particolare ammirava l’Hortensius, un dialogo di Cicerone oggi perduto) ed aderisce alla comunità religiosa dei “manichei”.
  Nel 383 (a 30 anni) si trasferisce a Roma dove prosegue la sua carriera di insegnate di retorica. Si sposta poi a Milano, allora capitale dell’impero, e lì alla corte imperiale si distingue per la sua preparazione e professionalità tanto da ottenere la prestigiosa carica di “magister rhetoricae”. A Milano incontra il vescovo della città, Ambrogio, che sarà determinante per le sue scelte in campo religioso ed entra anche in contatto con il circolo dei filosofi neoplatonici (tra cui Simpliciano e Zenobio).
  Nel 386 in seguito ad un’esperienza mistica (l’episodio “tolle, lege” nel giardino che lo spinse a leggere la Lettera ai Romani di Paolo di Tarso) poi variamente interpretata nei suoi scritti, si converte al cristianesimo, che fino a quel momento aveva respinto, e riceve il battesimo dallo stesso Ambrogio. Abbandona l’insegnamento e la retorica e si ritira a vita quasi monastica a Cassiciaco (forse Cassago) vicino Milano, con il figlio e la madre. Nel 387 decide di rientrare in Africa ma durante il viaggio a Roma muore la madre. Resta per due anni a Roma, dove scrive vari libri, tra cui “De libero arbitrio”.
   Nel 388 rientra a Cartagine e poi a Tagaste, dove fonda una comunità religiosa dedita alla preghiera ed allo studio. Nel 391 a Ippona, contro il suo desiderio, è nominato sacerdote, ma continua la sua attività monastica. Inizia la disputa che proseguirà per anni con i manichei e i donatisti e la critica esegetica sulla “Lettera ai Romani” di Paolo di Tarso, che sarà fonte per lui di importanti considerazioni teologiche.
  Nel 395 (a 41 anni) è consacrato vescovo di Ippona e nel 397 inizia a scrivere “Le Confessioni” che finirà nel 401. Nel 404 partecipa al IX° Concilio di Cartagine che si pronuncerà contro l’eresia donatista. Resta molto impressionato, come tutti nell’impero, dalla notizia del sacco di Roma (nel 410) da parte dei goti di Alarico, ed inizia a scrivere “De civitate dei” che completerà nel 427. Circa la disputa contro i pelagiani sui temi della grazia, del peccato originale ed il battesimo, scrive vari libri in particolare contro il pelagiano Giuliano di Eclano. Il 28 agosto del 430, a 76 anni, muore a Ippona mentre la città è assediata dai vandali di Genserico. 
  La fine della sua vita coincide quasi con il tramonto dell’età antica: l’Impero Romano d’Occidente, sotto l’urto dei popoli germanici, resisterà ancora pochi anni, fino all’abdicazione dell’ultimo imperatore, Romolo Augusto, che avverrà nel 476.

  2. Il  pensiero
  Agostino è uno scrittore facondo di cui ci sono pervenute migliaia di pagine, lettere, appunti, molti libri e abbiamo notizie dettagliatissime della vita, del suo pensiero, della sua psicologia che conosciamo a fondo più di tutti gli altri autori latini e greci del suo tempo. Il suo pensiero, che ha segnato in maniera decisiva l’occidente cristiano per tutta la sua epoca, ha avuto però un’evoluzione nel corso della lunga vita e quindi, seppure complesso e sottile, non è privo di contraddizioni; le sue convinzioni maturano attraverso una continua revisione e rielaborazione, tanto che a buon diritto lo si può definire “essenzialmente evolutivo”. ( Agostino scrisse nel 427 anche un libro di “Ritrattazioni” in cui corresse alcune sue tesi.)
  È interessante notare che una gran parte della sua produzione filosofica e teologica fu elaborata per confutare le diverse “eresie” che in quell’epoca si svilupparono quando la dottrina cristiana non era ancora ben definita. 
  Le principali eresie, a cui Agostino si dedicò con tutta la sua preparazione e con appassionata difesa dell’ortodossia, sono il “Manicheismo”, il “Donatismo” e il “Pelagianesimo”.

  3. Contro il Manicheismo
  Il manicheismo, una variante dello gnosticismo, ebbe una vastissima diffusione nelle province dell’Africa del nord (e da qui anche l’adesione in gioventù di Agostino) tanto che va considerata come una vera e propria religione, piuttosto che una semplice setta cristiana. 
  Il suo fondatore fu Mani (ca. 216-276) un persiano nato nella Babilonia del nord, che si rifece ad elementi attinti da varie religioni, come il buddismo, lo zoroastrismo (ca. 600 a.C.) e il più antico mazdeismo (ca. 2500 a.C.). La Chiesa manichea si presentava come la risposta religiosa più completa e perfetta perché inglobava e superava il messaggio dei profeti Zarathustra, Buddha e Gesù, di cui Mani si riteneva il successore e “sigillo” definitivo. Il manicheismo si rivelava come una religione universalistica e missionaria, notevolmente adattabile alle diverse condizioni culturali che incontrava nella sua espansione in medio oriente e nel nord Africa.
  L’elemento centrale della riflessione era costituito dal problema del Male e la risposta si basava su una visione dualistica del mondo, con la contrapposizione tra la Luce e la Tenebra, ossia tra il principio del bene ed il principio del male. Quest’ultimo era il creatore del mondo di cui narra la Genesi (Javhé); ciò che permetteva peraltro ai manichei di spiegare anche alcuni passi del testo biblico molto problematici sotto il profilo morale (come ad esempio l’ira e la crudeltà che Javhé dimostra in varie circostanze dell’Antico Testamento). Il dio buono è invece quello del Nuovo Testamento, dio invisibile, che dà la Luce interiore, che vuole riscattare l’uomo e propone appunto Gesù ed il suo sacrificio per il ritorno dell’uomo verso Dio. 
  L’uomo che, secondo la dottrina manichea, è composto da particelle divine esiliate in un corpo di carne, anela attraverso la conoscenza-anamnesi a tornare alle proprie origini. Da ciò deriva la nostalgia di un’esistenza primigenia ed un disgusto per il mondo reale da cui bisognava fuggire. Il processo si sarebbe completato alla fine quando, grazie ad un cataclisma finale, tutta la sostanza divina sarebbe stata riscattata, mentre quella materiale sarebbe sprofondata negli Inferi (è evidente in queste teorie l’influsso neo-platonico).
  Agostino aderì per circa dieci anni al manicheismo, ma poi se ne allontanò per uno scarso appagamento delle proprie attese e, proprio nel suo soggiorno romano (383-384) si avvicinò per un certo tempo allo “scetticismo”, la teoria secondo la quale la vera conoscenza sarebbe irraggiungibile... Si ritiene però che la sua adesione fu più di natura letteraria che per intima convinzione. 
  Agostino, da un punto di vista concettuale, supera il manicheismo con un pensiero unitario che, abbracciando l’Antico ed il Nuovo Testamento, punta sull’unità della rivelazione. Per risolvere gli indubbi contrasti ed incongruenze tra il Nuovo e l’Antico Testamento, ripropone una lettura di quest’ultimo in chiave simbolica, allegorica ed analogica (oltre che quella letterale). La sua tesi era che l’Antico Testamento si dovesse leggere come un annuncio ante litteram della venuta di Gesù (interpretazione Cristocentrica).
  Anche lo stato romano, quello che non era ancora cristiano, reagì duramente contro il manicheismo e con l’editto di Diocleziano (del 297) accusò la setta di spionaggio in favore del re persiano, condannando i membri a pene severissime. L’impero romano, una volta diventato cristiano, per non essere da meno, addirittura condannò i manichei alla pena di morte.

  4. Contro il Donatismo
  Donato, vescovo di Cartagine, sosteneva un estremo rigore nella professione di fede e contestò i cristiani, ed in particolare i vescovi, che avevano abiurato la loro fede, i cosiddetti “lapsi”, a seguito delle persecuzioni particolarmente cruente da parte di Diocleziano nei primi anni del IV° secolo (303-305). 
  Sotto l’ingiunzione “o ti converti o muori” molti erano tornati al paganesimo, salvo ad abiurare nuovamente una volta cessato il pericolo. 
  Secondo Donato, i fedeli ed in particolare i vescovi che, finite le persecuzioni e facendo atto di contrizione, rientravano nella comunità cristiana, non potevano chiedere di riprendere i ruoli precedentemente ricoperti, e ciò che più premeva, non potevano neanche amministrare i sacramenti, perché considerati ormai indegni.
  Agostino invece sostenne che la bontà e l’efficacia di un sacramento è indipendente dalla integrità personale del sacerdote che li impartisce. Questa interpretazione determinò una completa revisione del ruolo del “sacerdozio” nell’ambito del cristianesimo, in quanto tra l’uomo, che restava sempre peccatore anche se riscattato dal sacrificio di Gesù, e Dio, si intromise, da quel momento in poi e per sempre, la struttura gerarchica della Chiesa, unica e sola depositaria delle “chiavi” della salvezza.  
  Agostino cercò all’inizio di condurre la polemica contro il “donatismo” in maniera moderata, ma vista poi la preponderante supremazia numerica dei donatisti nella provincia d’Africa, giunse all’inizio del V° secolo a legittimare l’uso della forza contro gli aderenti al movimento, fino a rendersi corresponsabile di misure repressive da parte delle autorità statali. 
  Con questa scelta Agostino abbandonò il modello di una libera adesione al cristianesimo guidata dall’intelligenza, per adottare l’idea che la Chiesa fosse autorizzata a usare metodi coercitivi contro gli eretici; scelta rivelatasi poi fatale per tutti gli sviluppi che questa determinazione ebbe nella storia del Cristianesimo (ad esempio, l’Inquisizione). La giustificazione morale di questa azione la trovò nella parabola evangelica degli invitati obbligati a prendere posto al banchetto nuziale (“compelle intrare” citato da Luca 14,23).      

  5. Contro il Pelagianesimo
  Nei primi decenni del V° secolo il pelagianesimo costituì un movimento ascetico iniziato dal monaco bretone Pelagio (ca. 384-422) quasi contemporaneo di Agostino. La sua dottrina, diffusa specialmente nell’aristocrazia urbana di Roma, sosteneva che Gesù, con il suo sacrificio, ha riscattato definitivamente il peccato originale dell’uomo. Con questo sacrifico quindi l’uomo si è liberato del peccato originale e non ha più bisogno di un intermediario, né umano come un sacerdote, né soprannaturale come la grazia, ma può salvarsi solo con le sue opere per le quali sarà giudicato (in parte una ripresa del pensiero di Paolo di Tarso, come è espresso nella Lettera ai Romani). 
  L’uomo, secondo Pelagio, non ha necessità della grazia per agire bene e la sua salvezza dipende solo dalla sua libera volontà indirizzata dall’esempio della vita di Gesù. Attenendosi strettamente alla legge divina, ciascun uomo è in grado di raggiungere la perfezione e nella vita futura sarà ricompensato da Dio per i suoi meriti o punito per le sue colpe. Poiché secondo i pelagiani, la natura dell’uomo è sostanzialmente buona, questo programma non solo era considerato realizzabile, ma anche auspicabile, dal momento che valorizzava l’autonomia morale dell’uomo. Proprio per questo motivo venne molto apprezzato nel mondo aristocratico romano dove l’esaltazione della virtù individuale trovava facilmente riscontro con la tradizione antico-romana ed in quella della filosofia stoica.
  Agostino invece, per contrastare Pelagio (ed anche sulla base della sua esperienza personale che gli suggeriva ben altro), sosteneva una versione pessimistica della natura umana: il peccato di Adamo ha corrotto radicalmente e definitivamente la natura e la volontà dell’intero genere umano, cosicché l’uomo non è più in grado di accedere alla salvezza indipendentemente dal battesimo e dalla grazia che proviene solo da Dio (anche se i Vangeli non dicono niente al riguardo...).
  La polemica con i pelagiani continuò per molto tempo anche se non ebbe una diffusione popolare, poiché si svolse più sul piano dottrinale e teologico. Per vincerne infine le resistenze, Agostino fu indotto ad elaborare un sistema radicale che riservava la salvezza solo ad una comunità di “eletti” per grazia divina fin dall’eternità, i cosiddetti “predestinati” estratti a sorte dalla “massa dannata” dell’umanità peccatrice. Da questa teoria ne discende però automaticamente che l’uomo non gode del libero arbitrio, poiché tutto deriva dalla scelta insindacabile di Dio e non esiste alcun merito morale per l’uomo: inutile sarebbe vivere cristianamente la vita, dal momento che le buone opere, come le cattive, non hanno alcuna influenza sulla sua salvezza finale. (Fu questa fase finale del suo pensiero che la posterità identificò poi come “agostinismo”).  
  Nell’anno 418 il sinodo generale dei vescovi africani, tenutosi a Cartagine, ricusò le teorie di Pelagio, ma solo  nel Concilio di Efeso del 431 se ne proclamò la definitiva condanna.     

  6. Le opere principali e le sue tesi

  6.1. “Le Confessioni”  
  Dotato di uno straordinario talento letterario e di un linguaggio ricco ed originale, la  riflessione teologica di Agostino denuncia un pensiero profondo ed un’analisi acuta della psicologia dell’animo, prima di lui ignota.  È  proprio con questo libro che egli si rivela completamente e, interrogando se stesso nel profondo del suo animo, svela il cammino che lo ha condotto da una vita sregolata e dissoluta alla conversione al cristianesimo. In questo è un anticipatore dell’identità moderna per certi motivi ricorrenti in questi suoi scritti: sulla solitudine, la memoria, il senso interiore dell’esperienza umana, la consapevolezza intima del tempo, etc.
  Egli vuole comprendere se stesso non più a partire dal mondo (come il pensiero classico) ma da se stesso e attraverso se stesso “se ipsum per se ipse videre” e qui scoprire quel grande “profundum” interiore come il più grande miracolo ed il più grande mistero. Il principio per cui “in interiore hominis habitat veritas” pone le basi per vedere il mondo come “oggetto” e se stesso come “soggetto” e quindi la fuoriuscita dell’uomo dall’ordine naturale. L’uomo si estranea del tutto dagli altri esseri, tali solo per natura, per diventare importante in un mondo del tutto particolare “a immagine e somiglianza di Dio”.
  Il primato del soggetto è un’ideazione di Agostino che privilegia appunto la soggettività dell’individuo a cui riconosce un’anima come principio della sua individualità e della sua destinazione ultraterrena, per effetto della quale l’esistenza del cristiano, pur svolgendosi in questo mondo, dovrà essere per principio separata dal mondo “amare mundum non est cognoscere Deum”.
  Un’altra intuizione molto profonda fu nello scoprire che il neo-platonismo poteva rendere accettabile il cristianesimo dal punto di vista filosofico. 
  Le classi più colte dei cristiani, ed in particolare gli intellettuali dei primi secoli, anche se convinti della superiorità della loro religione rispetto a quella degli dei pagani, sentivano una certa soggezione rispetto al corpus imponente della filosofia greca che tanti filosofi (Platone, Aristotele, Socrate, etc.) avevano illustrato in modo logico e razionale e che, sfidando il tempo, anche allora (ben nove secoli dopo) facevano ancora parte del patrimonio culturale dell’umanità.
  L’aspetto concettuale della dottrina cristiana, peraltro per alcuni versi di difficile comprensione (come i “misteria” e i “dogmi”), sembrava non reggere a questo confronto ed in particolare alla razionalità della filosofia greca che, al di là delle sue tesi, si esprimeva sempre e comunque secondo criteri logici e consequenziali. 
  L’obiettivo che si pose Agostino fu appunto quello di togliere alla dottrina cristiana l’apparenza di una teoria insostenibile sul piano razionale (come tenterà anche Tommaso d’Aquino nell’ambito della Scolastica), partendo dalla consapevolezza che la filosofia può aiutare e guidare la ragione a comprendere i misteri cristiani secondo l’affermazione “credo ut intelligam”. Anzi “la rivelazione e la fede non insegnano nulla che anche un filosofo non potrebbe conoscere”, quindi gli enunciati di fede indicano alla ragione dove vada cercata la soluzione di un problema. Tanto la filosofia quanto la teologia raggiungono una forma compiuta solo quando coincidono, per cui “verus philosophus est amator Dei”. 
  Restò però fermo il concetto che l’autorità ecclesiastica e le scritture hanno, in ogni caso, un valore imprescindibile, poiché senza questa guida la stessa ricerca filosofica resterebbe priva di orientamento. 
  Tutto il suo pensiero è in un certo senso permeato della dottrina platonica e neoplatonica, ma in particolare lo interessò la dottrina neoplatonica dei “due mondi”, secondo cui dietro l’universo visibile sta un mondo spirituale ed intelligibile e la teoria degli “universali” che adombrava la divinità ed il mistero della Trinità. 
  Le sue idee invece divergevano completamente dal neo-platonismo per quanto riguardava l’incarnazione di Cristo che naturalmente non si compenetra con la visione della filosofia platonica.  


  6.2. “De civitate dei”
  Con Agostino nasce anche la Filosofia della Storia cristiana che informa di se tutto il pensiero medievale e moderno: da un tempo ciclico che veniva percepito per naturale analogia con l’alternarsi delle stagioni e dalla teoria “dell’eterno ritorno” di Platone, si passa ad una concezione del tempo lineare (già presente nella cultura ebraica), che invece presuppone un inizio, a partire dalla creazione del mondo, ed una fine, il Giudizio Universale. La vita terrena dell’uomo è quindi solo una parentesi in attesa della “vera vita” che lo attende dopo la morte. Questo pensiero, certamente molto consolatorio, è la novità che Agostino sostiene nella sua opera più importante.  
  Il principio etico a cui conformarsi è il raggiungimento di un unico obiettivo: la salvezza eterna nel giorno del giudizio. Tutto il mondo e la sua storia terrena sono visti solo in funzione dell’aldilà, per quel regno dei cieli che arriverà alla fine dei tempi. La storia umana peraltro è retta da una Provvidenza superiore che ha nel Cristo la sua massima espressione, la ragion d’essere e il significato ultimo.
  Questa teoria era quanto mai opportuna in un tempo in cui le certezze di una volta, e lo stesso impero romano, sembravano non reggere di fronte all’incalzare degli avvenimenti. Roma era stata già violata nel 410 dal saccheggio dei Goti e lo stato romano, profondamente umiliato, non sembrava più capace di organizzare una difesa e ristabilire la sua autorità; tutto lasciava presagire la fine completa di quell’ordine costituito che aveva retto per circa mille anni. La stessa Ippona, in cui Agostino passò gli ultimi anni della sua vita, era caduta nelle mani dei Vandali. 
  Agostino, con questa opera intese anche demolire l’accusa che molti pagani facevano ai cristiani, che cioè la loro religione non garantiva una sufficiente protezione all’impero e che la pietas, ossia la diligente osservanza dei doveri religiosi da parte dei sacerdoti romani, era ritenuto il segreto del successo della crescita e della fortuna secolare dell’impero. Agostino, con adeguati esempi storici, demolì la pretesa esistenza di un nesso tra il culto degli dei pagani e il successo politico di Roma e riaffermò decisamente il criterio che la speranza cristiana non deve essere legata alle istituzioni politiche. 
  Agostino non arrivò a sostenere che la Chiesa del suo tempo fosse una comunità ideale da contrapporre all’impero romano (  la lotta per il primato tra il Papato e l’Impero era ancora di là da venire... ) ma, in ogni modo, volle mettere in evidenza l’opposizione tra due atteggiamenti etici diversi, due modi di orientare la vita, ciascuno dei quali è prodotto da un “amor”, una leva profonda e non riconoscibile esteriormente che spinge l’individuo o verso la comunità celeste “amor Dei” o verso se stessi “amor sui”.
 “Due sono le città: l’una è formata dagli uomini che vogliono vivere secondo la carne, l’altra da quelli che vogliono vivere secondo lo spirito… La vera giustizia è solo in quello Stato, se pure si può chiamare così, fondato e retto da Cristo”.
  I cristiani quindi, e questo è il suo messaggio consolatorio, non devono temere la fine dell’impero, perché la comunità vera non è quella terrena, ma è la comunità celeste dei salvati e degli eletti. “La città terrena” (Roma e l’Impero in senso alto) potrà anche scomparire, ma nulla potrà togliere all’uomo “la città di Dio” che è la meta e consolazione finale dell’uomo. 

  6.3. “Fede e ragione”
  Altra speculazione rilevante del pensiero agostiniano è la connessione tra fede e ragione. Se la fede, sostiene Agostino, è essenzialmente “ricerca”, non può essere sottomissione inerte a un dogma esteriore. Quindi, proprio in quanto ricerca, la fede non è opposta alla ragione, ma anzi la richiede continuamente. Proprio perché l’uomo aspira a conoscere la verità con la ragione, gli accade anche di scoprire la sua essenziale limitatezza, riconoscendo i propri dubbi e quindi implicitamente anche l’esigenza di una illuminazione superiore che lo guidi e lo sorregga, cioè di un essere superiore e perfetto, ovvero Dio. La ragione pertanto perviene da sola a scoprire la necessità e la legittimità della fede, anche se non riesce a spiegarla interamente.
  Corollario a questa sua interpretazione è “la teoria dell’illuminazione” con la quale si rifaceva esplicitamente alla tesi degli “Universali” di Platone.
  Questa teoria pretende di spiegare in che modo l’uomo partecipa a un sapere universale ed eterno: solo la presenza dalla luce proveniente dalla ragione eterna permette di comprendere ciò che è vero, compresa la conoscenza empirica, perché l’illuminazione rinvia a un fondamento implicito a priori del giudizio (l’equivalente delle categorie degli Universali). Ma come si spiega la presenza della “luce” nella mente umana? La conoscenza in questa prospettiva non è un fenomeno di natura psicologica, ma è generata dall’azione diretta di Dio sul soggetto conoscente, che purtroppo, anche se “parla a tutti”, non tutti poi la capiscono. L’illuminazione interiore costituisce una condizione necessaria, ma non ancora sufficiente alla visione intellettiva.

  6.4. “Il pessimismo
  Il pessimismo di Agostino è un altro elemento che contraddistingue questa personalità multiforme: l’uomo non può raggiungere da solo né la verità né la salvezza perché il peccato originale ha definitivamente corrotto la sua anima (come sostiene nel confutare l’eresia di Pelagio). Probabilmente su questa interpretazione ha influito ciò che era stata la prima parte della sua vita, dedita al piacere e ad un certo grado di dissolutezza, dal quale con l’aiuto della madre, e a Milano anche di Ambrogio, nonché un’esperienza mistica che ebbe nel giardino della sua casa a Milano, riuscì poi ad allontanarsi e a riscattarsi, pur mantenendo un fondo di pessimismo concettuale.
  L’uomo secondo Agostino è irrimediabilmente peccatore: solo Dio può salvarlo donandogli la grazia di sua iniziativa e per sue imperscrutabili ragioni. Ma questa considerazione implica necessariamente anche la predestinazione, ossia che sia già deciso tutto “ab initio”, chi sarà salvato e chi dannato... Non si può quindi parlare di “libero arbitrio”, ma come correttamente esprimono i suoi commentatori di “servo arbitrio”. 
  Agostino cerca di difendersi da questa accusa precisando che in Dio vi è solo “prescienza” e non predestinazione, in ogni caso però precisa, l’uomo ha la necessità della grazia divina per salvarsi e Dio non è obbligato a darla. Il che riporta tutto al punto di partenza. Il pensiero agostiniano purtroppo ha lasciato irrisolto questo tragico e complesso interrogativo.

 

 
   7. Considerazioni generali sul pensiero di Agostino
   “Per un paradosso della storia, il cristianesimo occidentale latino è nato nell’Africa settentrionale, un paese oggi completamente islamizzato” (Claude Lepelley – S. Agostino e l’irradiazione del suo pensiero). Fu proprio lì infatti che il cristianesimo ebbe il suo suggello e costruì la propria identità intellettuale e spirituale grazie al pensiero e all’opera di Agostino che segnò in maniera decisiva l’occidente cristiano per tutto il Medioevo ed in parte anche fino all’epoca moderna. 
  Prima di Agostino il pensiero teologico e filosofico cristiano era quasi esclusivamente di lingua greca; con lui invece l’occidente cristiano e latino ebbe un maestro di primo piano che esprimeva il proprio genio con immediatezza proprio perché usava la lingua comune a tutto l’impero occidentale (che poi poco a poco finì per dimenticare il greco).  
  La considerazione su Agostino è però variata nel tempo: fu massima durante il medioevo e fino allo scisma (1054) che separò l’oriente greco-ortodosso. La scolastica nel XIII° secolo ne prese le distanze, dato che l’interesse precipuo di Tommaso d’Aquino si volgeva alla filosofia aristotelica e contro la tendenza mistico-platonica che a quel tempo era sostenuta invece dai Francescani (il ramo dei cosiddetti “conventuali”).
  Ritornò in auge con la riforma luterana (1517) che in un certo senso può intendersi come espressione di un rigido agostinismo (Calvino addirittura sposò integralmente la teoria della predestinazione). Nella Francia del XVII° secolo Agostino godette di un prestigio indiscusso e a lui si ispiravano i giansenisti di Port-Royal che si definivano (siamo nel 1710 !) “fedeli osservanti della sua dottrina” (e con questo escamotage pensavano di essere al riparo dall’Inquisizione... ).
  L’Europa dei Lumi, come è facile immaginare, si tradusse in un netto rifiuto dell’agostinismo: l’idea di una natura corrotta e non perfettibile andava poco a genio ai “philosophes” dell’Enciclopedia, convinti sostenitori di un progresso senza fine, sia morale che intellettuale.
  Resta fondamentale in ogni modo il contributo che Agostino dette con la sua eccezionale analisi psicologica introspettiva. Fu lui a scoprire, nel profondo del nostro essere, quelle forze oscure che, al di fuori della chiara coscienza e del libero esercizio della volontà, determinano il nostro comportamento. Quelle stesse forze oscure che poi nel XX° secolo Freud fece confluire nella definizione di “inconscio”.
  Esaminiamo in particolare alcuni temi specifici.

  7.1. Libero arbitrio
  La considerazione di Agostino circa la predestinazione delle anime e l’assoluta indifferenza delle opere ai fini della salvezza è certamente insostenibile sul piano filosofico ed non accettabile sul piano etico. 
  Chiunque, sulla base della propria psicologia personale, si rende conto che abbiamo sempre la possibilità di scegliere e siamo sempre consapevoli che il nostro operato può essere conforme alle determinazioni che la nostra volontà o il nostro desiderio ci fanno preferire, a volte anche contro il nostro stesso interesse o di ciò che reputiamo “meglio”. Anche se le nostre scelte sono indubbiamente determinate dalla nostra storia personale, dalla formazione ricevuta e dalle personali inclinazioni di ciascuno, questo non toglie tuttavia che, sino ad un istante prima di compiere un’azione, abbiamo sempre la libertà di realizzarla o no, e questo lo percepiamo nettamente sia nei riguardi dell’azione più banale, che per il più orrendo dei delitti... 
  Quindi il principio posto da Agostino non è sostenibile né sul piano della introspezione psicologica personale, né dal punto di vista intellettuale, come tutta la filosofia e la cultura greco-romana ha sempre chiaramente inteso (come diceva Sallustio “Faber est suae quisque fortunae”) ed ancor più dal punto di vista morale. Quale etica per la vita dell’uomo si può fondare su un giudizio finale già precostituito, ancora prima della nostra scelta? Dove va a finire l’autonomia morale che è la caratteristica fondante dell’essere uomo...? (vedi anche il punto seguente).   

   7.2. L’etica cristiana secondo Agostino
  Con il primato del soggetto, sostenuto da Agostino, si consuma la separazione tra individuo e società. La chiesa cattolica, sulle sue orme, difende il primato dell’individuo rispetto alla comunità perché, sostiene, la salvezza dell’anima è individuale. In questo modo, però, ha separato l’individuo dalla società, e quindi l’etica (che è rimasta individuale) dalla politica. Quest’ultima è pensata come un luogo in cui l’individuo necessariamente agisce, come essere sociale, ma non come il luogo in cui l’uomo realizza i suoi fini ultimi.
  La cultura laica occidentale, riallacciandosi alla filosofia greca e al mondo del diritto romano, a partire dall’Umanesimo e dal Rinascimento ha abbandonato ormai questa impostazione, poiché ha cercato di trovare la realizzazione completa dell’uomo nell’ambito della stessa società, rifiutando la trascendenza intesa come rifugio ed attesa di “un mondo che verrà”. La moderna concezione dell’etica cerca la realizzazione dell’uomo nell’ambito di questo mondo e secondo le sue sole forze.    
  Il cristianesimo non è passato invano: Agostino ha instaurato la soggettività, ma il processo di secolarizzazione della cultura laica occidentale ha trasformato poi il fine ultimo dell’uomo da speranza “ultraterrena” in “terrena” per costruire una società a misura d’individuo. Con il progredire del pensiero civile e politico nei secoli seguenti, tale processo si è ancor più consolidato e l’umanità intera (pur conservando forse in qualche profondo recesso dell’anima la speranza escatologica per una vita ultraterrena), cerca di realizzare, anche a costo di lotte e sacrifici, il paradiso qui su questa terra (obiettivo di tutte le Rivoluzioni moderne, da quella Francese a quella d’ottobre in Russia ) “hic et nunc”, indifferente all’attesa dell’altra vita che potrebbe esserci dopo...
  Il mondo occidentale e la cultura moderna ha rinunciato quindi da tempo al messaggio cristiano ed ha ripristinato, come nel diritto romano, l’etica della responsabilità (sull’etica della responsabilità ha scritto esaurientemente Max Weber ), ossia il principio secondo il quale, prima di agire, occorre valutare attentamente le conseguenze prossime e remote delle nostre scelte e di queste assumersi tutta la responsabilità. E su questa scelta fondamentale è basata sia la nostra moderna morale individuale che l’ordinamento del diritto, delle leggi degli stati e delle stesse Costituzioni. 
  Altra cosa invece è l’etica cristiana (e delle principali religioni in genere) che anche Agostino ha contribuito a formare, che si può definire, in un certo senso, l’etica dell’obiettivo: esiste un fine che il cristiano sceglie, vivere cioè per salvarsi l’anima e guadagnare il paradiso; ogni scelta, rinuncia, sacrificio o sofferenza di cui il cristiano si fa carico, è un mattone in più che serve a lastricare il cammino verso “la città di Dio”; il resto non conta... !  
  Nel pensiero cristiano, rigorosamente inteso, la morale e la politica quindi  divaricano, perché la destinazione dell’individuo non è più in relazione con la vita sociale della comunità in cui vive; e questa è la ragione perché J. J.Rousseau scrive che “il cristiano non è un buon cittadino”. Lo può essere di fatto, ma non a partire dalla sua visione del mondo, se è coerente con la dottrina che persegue.  
  In questo la inattualità del pensiero di Agostino, ed in parte anche del cristianesimo, come luogo in cui il suo pensiero ha concorso alla formazione dei fondamenti dell’ortodossia cattolica. All’alba del terzo millennio naturalmente questa differenza si è, nella pratica, attenuata ed anche la Chiesa di Roma, dissociandosi dal pensiero di Agostino, ha riconfermato la doppia necessità della grazia divina e delle buone opere per aspirare alla vita eterna.
  Ribaltando il detto di Agostino si può quindi affermare che ora noi (nel migliore dei casi...) tendiamo di più a “cognoscere mundum et amare Deum”. 
   
  7.3. Il sacerdozio cattolico
  Il sacerdote cattolico è ben altro che il rabbino ebreo o l’imam mussulmano o quello che sarà dopo lo scisma, il pastore luterano. Nessuno di questi rivendica un potere soprannaturale che invece il cattolico pretende di avere. La loro preparazione e competenza li autorizza solo ad essere di guida e di aiuto ai fedeli laici, come un fratello maggiore che ha più competenza e cultura perché ha studiato e conosce a fondo la dottrina ed i principi religiosi. Il prete cattolico invece, secondo l’ortodossia cristiana, ha un potere sacro e reale per quello che fa e per quello che dice: la potenza della parola e dell’azione che ha ricevuto come dono eterno al momento della sua ordinazione.
  La teoria che propugna Agostino nella confutazione del “donatismo”, ossia che il sacerdote ha sempre e comunque il potere di amministrare i sacramenti, anche se personalmente indegno (“olim sacerdos, semper sacerdos”), sembra poca cosa rispetto alla natura del problema, invece è densa di significato e specialmente di conseguenze...  
  Si viene a creare, tra cielo e terra, una competenza specifica di un intermediario che ha l’esclusività del dono divino e lo gestisce insindacabilmente nei confronti dei suoi fedeli. La Chiesa cattolica non solo ha recepito questo principio, ma lo giustifica anche come volontà di Dio, con il cosiddetto “primato di Pietro” come è espresso nel vangelo:
  <<Ed io ti dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli. >> [Matteo 16, 18]   
  Su questa sola ed unica frase (in Marco, Luca e Giovanni non esiste nulla al riguardo) si regge la giustificazione di tutta la gerarchia della Chiesa e il monopolio della grazia divina... Non solo, ma la Chiesa di Roma per riaffermare il suo primato ha costruito, a posteriori e a tavolino, tutta la successione dei papi (la cosiddetta “successione petrina”) sostenendo che tale incarico “ad personam” si è sempre trasmesso da Pietro in poi al vescovo di Roma in carica, in una successione ininterrotta fino ad ora, cioè all’attuale papa Ratzinger, Benedetto XVI.
  La moderna esegesi biblica è estremamente critica al riguardo: che senso ha fondare una Chiesa (e poi nel modo che è stato fatto...) nella imminenza della fine del mondo? Ed infatti molti ritengono che la frase sia stata un’aggiunta a posteriori quando il secondo avvento - la parusia - ossia la fine del mondo ed il giudizio universale, tardavano ad arrivare, e la comunità dei cristiani aveva bisogno di darsi una struttura ed un’organizzazione (vescovi, diaconi, chierici, etc.). 
  La Chiesa, che ai primordi era intesa solo come “comunità dei fedeli” (Ecclesia), si è istituzionalizzata e quindi ha avuto bisogno di trovare una giustificazione (divina) alla sua scelta, d’altronde necessaria, vista la non realizzazione della profezia, sempre di Gesù, che la fine dei tempi era prossima (“non terminerà la vostra generazione...”) e che invece anche noi stiamo ancora aspettando dopo duemila anni.
  

   7.4. Le eresie
  Ciò che noi ora definiamo “eresie”, allora, al tempo in cui si discuteva, erano solo opinioni e credi diversi che, in linea di principio, potevano avere la stessa legittimazione ed accoglienza quanto le opinioni opposte. La Chiesa, nel corso dei primi secoli, e specialmente nei primi quattro concili “ecumenici” (Nicea del 325, Costantinopoli del 381, Efeso del 431, e Calcedonia del 451) discusse e definì le tesi che riteneva ortodosse, respingendo ogni altra contraria definita da allora in poi come eretica. Secondo la Chiesa, le tesi adottate sono quelle che erano state scelte sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, cioè ispirate da Dio, e secondo la giusta interpretazione delle Sacre Scritture.
  La verità è che nell’ambito dei Concili la discussione ferveva accanita e le decisioni finivano poi per essere prese a maggioranza (espresso come “consensus ecclesiae”): quindi la versione “ortodossa” era quella espressa dalla fazione che vinceva solo perché più numerosa, e l’altra versione da quel momento era considerata “eretica” e quindi abrogata. (Anche se Walter Bauer sostiene che molte “eresie” avevano, in alcune regioni, un maggior seguito di popolo e la tesi ortodossa faticava ad imporsi... )
  Peraltro, a quel tempo, i Concili erano convocati dagli stessi imperatori che ne assumevano la conduzione, partecipando attivamente e non di rado facendo pressione in modo da difendere una decisione che poteva avere anche implicazioni politiche non indifferenti. Non è difficile immaginare che le decisioni venissero “pilotate” per adottare o rigettare quelle soluzioni che potevano essere più o meno gradite o avverse all’imperatore. 
  Ad esempio, nel primo concilio di Nicea del 325, vi fu un’aspra lotta contro Ario, un monaco di Alessandria, che sosteneva che Gesù, il “figlio”, non fosse della stessa sostanza del “padre”. Costantino, che aveva a cuore l’unità della chiesa, riuscì a far dichiarare anatema le proposizioni di Ario e ne ottenne anche l’esilio. La tesi ortodossa fu definita quella per cui il “figlio” ha la stessa sostanza del “padre” (“homousios”). 
  Ma non per questo la discussione si placò: per quaranta anni la questione fu dibattuta ed infine l’imperatore Costanzo, che nel frattempo era succeduto a Costantino, fece approvare una soluzione intermedia (l’omeismo) e gli oppositori furono esiliati. Con la morte di Costanzo (nel 361) il successore Valente riprese la diatriba, ma senza arrivare a conclusione. 
  Solo Teodosio (379–395) infine con il Concilio di Costantinopoli del 381 ribadì la fede di Nicea ed in quella occasione fu anche affermata “la divinità dello Spirito Santo, adorato e glorificato come il Padre ed il Figlio”, e la fede nella Trinità in cui sussiste una sola natura (sostanza) in tre persone (ipostasi) e furono definiti come “cattolici” solo quelli che professavano questa fede.
  La Storia ufficiale della Chiesa ha operato poi in modo da ricacciare man mano nell’ombra le tesi “eretiche” fino a farle dimenticare, quanto meno alla gran massa di fedeli, e tacere degli avvenimenti che potevano interferire con la versione canonica. La dottrina ufficiale ha poi riscritto la storia iniziale come se tutte le diverse interpretazioni non fossero mai esistite, e le opinioni ritenute appunto “ortodosse” fossero state da sempre quelle ereditate direttamente dall’insegnamento di Gesù. 
  In definitiva è più che lecito dubitare che l’ispirazione divina c’entri davvero qualcosa in quella che ora è la religione cristiana come noi la conosciamo.
  
  Enzo Gallitto 
 

  
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Agostino di Ippona
Teologo e filosofo cristiano. Vescovo di Ippona. Santo
 della Chiesa Cattolica  (Tagaste 354 – Ippona430). 

Agostino ha svolto un ruolo di primo piano nella storia
della filosofia occidentale come mediatore ed interprete
tra il pensiero antico e il cristianesimo, oltre che per 
l’influenza che esercitò in maniera decisiva sulla teologia cristiana. Non a caso è considerato il primo “Dottore della Chiesa”
che aiutò a definire le basi dell’ortodossia cristiana, e specificatamente cattolica, che proprio nei primi secoli assume
la sua veste definitiva così come noi oggi la conosciamo.  



Esempio 1
Agostino di Tagaste
dal 1 feb. 2011
Agostino in Rete:



Sant'Agostino - Augustinus Ipponensis. Sito qaudrilingue. Il sito ufficiale in rete. C'è tutto.quanto occorre.



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Le Confessioni di Agostino sono, dopo la Bibbia, una delle opere religiose che hanno avuto più lettori dall'Antichità ai giorni nostri. Raccontano le vicende, intellettuali e umane, del loro autore con un tono di sincerità che le rende straordinariamente attuali. Proprio perché opera "moderna", le Confessioni richiedono una lettura e un'interpretazione che spieghino attraverso quali canali uno scrittore del V secolo possa raggiungere con tanta immediatezza la sensibilità dell'uomo d'oggi. È quanto fa Margaret R. Miles in questo saggio, che trasforma profondamente tutte le "idee ricevute" sull'opera di Agostino. Per l'autrice le Confessioni sono un testo nel quale il problema del piacere, in tutte le sue manifestazioni, occupa uno spazio centrale. Dall'analisi che ne offre, Agostino appare una figura ancora più viva e vicina di quanto si fosse finora pensato, un individuo capace di affrontare il mondo con vitalità, coraggio, vigore e passione, impegnato in una riflessione a tutto campo su quel desiderio che, come egli stesso ha scritto, "risiede nel profondo del cuore" di ogni uomo.
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