Jean Améry (Vienna 1912 -  Salisburgo 1978). Scrittore austriaco

Jean Améry  fu una vittima ebrea dei nazisti la cui intera carriera letteraria è stata dedicata all’esplorazione delle nozioni di ebreo e di vittima, al suo obbligo e alla sua impossibilità di essere ebreo. Anche  se si rifiutò di diventare un superstite “professionista”, disprezzò ugualmente coloro che negavano Auschwitz e l’ Olocausto. Un saggista autobiografico e filosofico i cui i testi sono notoriamente intransigenti e difficili da catalogare.
 
Améry era nato al secolo col nome di  Hans Mayer, a Vienna, il 31 ottobre 1912, ma fin da  piccolo visse  a Hohenems, paese natale dei suoi genitori, nel  Vorarlberg, provincia alpina dell’Austria occidentale dove la sua famiglia vi si era insediata fin dal diciassettesimo secolo. Il suo bisnonno, di professione macellaio, a detta di Améry,  parlava un  ebraico fluente. Ma al momento della nascita di Améry, tuttavia, l’ ebraico fluente era sparito e la famiglia totalmente assimilata al contesto austriaco. Il padre di Améry, buon suddito austriaco, era morto nella Grande Guerra, senza  che il figlio, ancora infante, potesse serbarne ricordo. La madre di Améry, cui toccò l’educazione e il sostentamento del  bambino (gestiva una locanda), era cattolica romana e parecchie volte, come scrisse il figlio, invocava Gesù Giuseppe e Maria che nel dialetto di casa diventava tutto un “Jessamarandjosef.’”
Al momento dell’ascesa del nazismo al potere in Germania nel 1933 Améry vive a Vienna  dove ha intrapreso studi filosofici e letterari.  Ben presto si immerge negli scritti canonici dell’ antisemitismo e del nazionalsocialismo iniziando così, come egli stesso dirà  « una completa e impossibile educazione sentimentale per un giovane ebreo ».  Queste letture collegate alla situazione politica in Austria, rendono ancora più problematico il rapporto di  Améry con la propria condizione di ebreo. Pur non accettando ancora di prendere su di sé il proprio destino di ebreo, di una cosa è certo: di uscire da queste letture profondamente antinazista. Il giovane Améry vive con dolore un temporaneo stato di confusione mentale: riflette sulla propria condizione di austriaco educato nella religione cristiana e tuttavia il contesto culturale austriaco comincia a diventargli totalmente estraneo. Le leggi antisemite di Norimberga del  1935 sanciscono la sua esclusione dal mondo austro-cristiano-tedesco (l’heimat di ogni uomo di formazione germanica)  nel cui ambito fino ad allora era cresciuto,  ma d’altra parte anche il giudaismo ortodosso gli è  completamente estraneo. Tuttavia negli anni a seguire Améry pur registrando la propria estraneità ai costumi ebraici, per i quali può giustamente essere definito un non-ebreo, accetta infine il proprio destino  per ragioni intellettuali e di nascita.
Dopo l’Anschluss del marzo del 1938, Améry fugge in Francia e  - dopo la disfatta francese ad opera dell’esercito tedesco che è giunto fin nel cuore di Parigi nel  maggio del 1941-  in Belgio. Qui si unisce alla resistenza, anche se più tardi riconoscerà in ciò l’ultimo tentativo inconscio  di eludere la propria identità ebraica.  Gli ebrei sono stati braccati, arrestati, deportati in quanto ebrei, commenterà in seguito riflettendo spietatamente su se stesso,  mentre egli  aderendo alla resistenza sembrava volesse essere considerato dal nemico tedesco  più in quanto resistente che come ebreo.  Nel luglio del 1943  è tratto in arresto dalla Gestapo  con l’accusa di propaganda antinazista tra le forze tedesche di occupazione nel Belgio.

   Tradotto al  Forte  di Breendonk, Améry venne sottoposto a tortura dalle SS  per parecchi giorni. Le  mani legate alla schiena e sospeso dai   polsi con  un gancio al  soffitto confesserà tutto, inventandosi anche crimini politici  mai commessi,  senza però rilevare nulla di sostanziale, essendo i suoi commilitoni coperti da pseudonimi. Una volta che la Gestapo realizzò di trovarsi davanti ad un ebreo piuttosto che a un cospiratore venne spedito ad Auschwitz. Da qui poi venne trasferito a  Buchenwald indi  a Bergen Belsen dove venne colto dall’avanzata dell’Armata rossa e liberato nell’aprile del 1945.
 Rientrato a Bruxelles, trascorse  il resto della propria vita fuori dall’establishment culturale. Quando cominciò a scrivere per la stampa di lingua tedesca della Svizzera, scelse uno pseudonimo francese costituito dal nome francese di battesimo (Hans, Jean) e da un anagramma del proprio cognome (Mayer-Améry).  Con lo  pseudonimo intendeva segnare  il proprio  rifiuto della cultura tedesca, la sua identificazione con il mondo francese; tuttavia Améry continuò  a scrivere in tedesco. Nondimeno, rifiutò di recarsi in Germania per due decenni dopo la guerra. Soltanto nel 1964, per incitamento del poeta tedesco Helmut Heissenbüttel, che lavorava per un ente radiotelevisivo  tedesco, avvenne  la rottura del silenzio di Améry   in terra di Germania.  Scrisse infatti per la radio una  riflessione   sull’intellettuale ad Auschwitz, che in seguito si trasformò nel saggio “Jenseits von Schuld und Sühne – Bewältigungrsversuche eines Überwältigten” (1964) (“Intellettuale a Auschwitz”).

Ma Améry aveva già pubblicato cinque collezioni di scritti giornalistici: “Karrieren und Köpfe”, ritratti di contemporanei famosi, “Teenager-Stars”, Idoli del nostro tempo,  “Im Banne des Jazz” , “Geburt der Gegenwart”, e uno studio su Gerhart Hauptmann   “L’eterno tedesco” (1963). Benché avesse scritto e pubblicato migliaia di  pagine è il libro su Auschwitz che  cambia tutto e che segna il destino letterario di Améry anche nel mondo di lingua tedesca. Aveva 54 anni e aveva trovato l’identità letteraria cercata fin dall’adolescenza. Il libro non gli procurò molto denaro ma lo  rese famoso. Era improvvisamente saltato alla ribalta, chiamato a scrivere saggi collettanei, a rilasciare interviste radiofoniche, a partecipare a  congressi e simposi. «Ho il sospetto», scriverà in seguito, «che ho soltanto pizzicato una corda che ha cominciato a vibrare giusto nel momento in cui era ancora alla moda occuparsi del destino delle vittime naziste giusto prima degli anni settanta quando i miei amici di  sinistra cominciavano a  rappresentare Israele come una peste universale e tutta la compassione cominciava a rivolgersi ai combattenti palestinesi,. 
  
  Seguirono altri libri. Due romanzi, la sua inchiesta filosofica sul suicidio, “Levar la mano su di sé” e un curioso saggio “Charles Bovary, Medico di campagna” (1978)  dove Améry individuando nel marito di Emma Bovary il vero protagonista del famoso romanzo, sviluppa una polemica contro Flaubert che a parer suo si sarebbe preso gioco della borghesia della propria epoca in maniera impietosa.

 Il  17 ottobre 1978 Améry pose fine alla  propria vita a Salisburgo. È sepolto nello Zentralfriedhof a Vienna. Il suo numero di Auschwitz è stato inciso sulla pietra tombale.

 Forse meglio di qualunque altro scrittore che ebbe a meditare sull’ Olocausto, Améry denuncia  che le colonne liberali su cui poggerebbe la civilizzazione occidentale  non sono poi piantate molto in profondità se hanno sopportato quell'indicibile orrore.   



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Pagina a cura di Alfio Squillaci.
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Pour une typologie des intellectuels devant Auschwitz 
Quando nel 1964 a Francoforte ebbe inizio il processo ai criminali nazisti, Jean Améry scrisse - dopo vent'anni di silenzio - un primo articolo sulle sue esperienze nel Terzo Reich. Nato nel 1912 a Vienna da famiglia ebraica assimilata, emigrato nel '38 e successivamente attivo nella resistenza belga, Améry era stato arrestato dai nazisti nel '43, torturato e internato a Auschwitz. Dopo il '45 si era trasferito a Bruxelles, recidendo anche attraverso la scelta di uno pseudonimo francesizzante - il suo nome era Hans Mayer - ogni legame con la storia tedesca. E tuttavia, dopo due decenni di muta "ricerca del tempo incancellabile" Améry varca la soglia del silenzio. Si tratta - inizialmente - del tentativo di fare chiarezza su di un problema "specifico" forse anche troppo, rispetto alle dimensioni della tragedia: "quello della situazione dell'intellettuale in un campo di concentramento". Ma, una volta concluso questo lavoro, Améry avverte che non basta: "Auschwitz, certo. Ma io come ci ero arrivato? Cosa era accaduto prima, cosa era avvenuto dopo, dove mi colloco oggi?" - leggiamo nella prefazione alla prima edizione. Nascono così cinque saggi che compongono questo testo: una anamnesi inizialmente distaccata e metaforica, ancora segnata dalla prudenza di quegli anni (già, perché anche questo chiese l'Europa del dopoguerra ai sopravvissuti: di parlare di Auschwitz con signorile astrattezza, di questioni spirituali insomma, piuttosto che di camere a gas) ma che diventa progressivamente la confessione personale, intima e contraddittoria di un intellettuale austriaco a confronto con l'identità ebraica. Un'identità imposta "per legge e decisione della società (nazista)" e quindi necessariamente incoerente con la memoria infantile della Heimat austriaca, la patria alla quale va tutta la "nostalgia primaria" di Améry. Un'identità "impossibile" dunque, e tuttavia - dopo la barbarie nazista -"obbligata" attraverso la solidarietà "con tutti gli ebrei minacciati di questo mondo". Nella testimonianza di questo dissidio lacerante - Améry si tolse la vita, nel '78, a Salisburgo - oltre che nella profetica diagnosi di una predisposizione europea all'azzeramento dei crimini nazisti attraverso l'equazione lager/gulag - sta, io credo, l'importanza di questo testo: una scheggia della storia dispersa degli ebrei assimilati, privati dalle leggi razziali del proprio passato, dall'esilio della propria lingua madre, dalla rimozione collettiva del senso stesso dell'esistenza. 





dal 18 febbraio 2005
BIBLIOGRAFIA
Libri di Jean Améry

–––.  Karrieren Und Köpfe: Bildnisse Berühmter Zeitgenossen. Zurich: Thomas, 1955.

–––. Teenager-Stars: Idole Unserer Zeit. Vienna: Albert Müller, 1960.

–––. Im Banne Des Jazz: Bildnisse Grosser Jazz-Musiker. Vienna: Albert Muller, 1961.

–––. Geburt Der Gegenwart: Gestalten Und Gestaltungen Der Westlicen Zivilisation Seit Kriegsende. Olten: Walter, 1961.

–––. Gerhart Hauptmann: Der Ewige Deutsche. Stieglitz: Handle, 1963.

–––. Preface to the Future: Culture in a Consumer Society. Trans. Palmer Hilty. London: Constable, 1964.

–––. Jenseits Von Schuld Und Sühne: Bewältigungsversuche Eines Überwältigen. Munich: Szczesny, 1966.

–––. Über Das Altern: Revolte Und Resignation. Stuttgart: Klett, 1968.

–––. Unmeisterliche Wanderjahre. Stuttgart: Klett, 1971.

–––. Lefeu Oder Der Abbruch. Stuttgart: Klett, 1974.

–––. Hand an Sich Legen. Stuttgart: Klett, 1976.

–––. Charles Bovary, Landarzt. Stuttgart: Klett, 1978.

–––. At the Mind's Limits: Contemplations by a Survivor of Auschwitz and Its Realities. Trans. Sidney and Stella P. Rosenfeld. Bloomington: Indiana University Press, 1980.

–––. Bücher Aus Der Jugend Unseres Jahrhunderts. Stuttgart: Klert Cotta, 1981.

–––. Radical Humanism: Selected Essays. Trans. Sidney and Stella P. Rosenfeld. Bloomington: Indiana University Press, 1984.

–––. Der Integrale Humanismus: Zwischen Philosophie Und Literatur. Aufsätze Und Kritiken Eines Lesers, 1966–1978. Stuttgart: Klett-Cotta, 1985.

–––. Jean Amery, der Grenzganger: Gesprach mit Ingo Hermann in der Reihe "Zeugen des Jahrhunderts." Ed. Jürgen Voigt. Göttingen: Lamuv, 1992.

–––. Cinema: Arbeiten Zum Film. Stuttgart: Kletta-Cotta, 1994.

–––. On Aging: Revolt and Resignation. Trans. John D. Barlow. Bloomington: Indiana University Press, 1994.

–––. On Suicide: A Discourse on Voluntary Death. Trans. John D. Barlow. Bloomington: Indiana University Press, 1999.



Libri su Jean Améry

Cinanni, Maria Teresa. Testimoni di voci sommerse: l’esperienza del nazismo in alcuni scrittori ebrei europei: Joseph Roth, Primo Levi, Jean Améry, Miklos Radnoti. Cosenza: Periferia, 1997.

Coquio, Catherine. "La Fin a l’infini: Le Temoignage inacheve de Jean Amery." Op. Cit.: Revue de Litteratures Francaise et Comparee 12 (1999): 197-215.

Fiero, Petra. "The Body in Pain: Jean Amery's Reflections on Torture." Publications of the Missouri Philological Association. 18 (1993):26-32.
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