Hans  Christian ANDERSEN - Favolista danese  (Odense, 1809 - Copenhagen 1875 ). (Biografia semiseria di Paolo Nori)
Hans Christian Andersen nasce il 2 aprile del 1805 in Fionia, una delle
tante isole dell'arcipelago danese, nel villaggio di Odense, uno dei tanti
villaggi di Fionia, di padre ciabattino, uno dei tanti ciabattini di Odense
e madre lavandaia, una delle tante donne del ciabattino.
In basso, risponde a quelli che gli chiedono dov'è nato, e ricorda per
sempre il giorno della sua cresima, quando il pastore della parrocchia di
Odense lo relega nell'ultimo banco perché è vestito male. Gli Andersen sono
talmente poveri che il talamo dei genitori di Hans Christian è un catafalco
di una famiglia nobile dal quale il ciabattino ha cancellato alla buona i
segni dell'originario uso funebre.
Il padre di Andersen, che gli leggeva le fiabe delle Mille e una notte,
fabbricava marionette e inventava per lui storie stravaganti, muore nel
1816. La madre si risposa con un bergamino analfabeta e sogna per il suo
Hans Christian un futuro da sarto, ma Andersen non ne vuole sapere e a
quattordici anni parte per Copenaghen. Quello che arriva nella capitale è
uno spilungone sgraziato, ignorante, esaltato, strabico, con un naso camuso
da orangotango, che si cimenta nei mestieri più umili: apprendista falegname, oste, beccaio, mozzo. Ma dopo qualche mese, invariabilmente, i datori di lavoro lo chiamano in disparte, lo guardano di traverso e gli dicono Andersen! Andersen!, mimando con la mano destra un moto da luogo.

Dopo l'ennesimo licenziamento, Andersen crolla sulle ginocchia in un vicolo
nei pressi del porto e comincia a ripetere, singhiozzando Sono rovinato,
sono rovinato. Passano in quel momento due gentiluomini, Giuseppe Siboni,
direttore italiano del conservatorio e Søren Guldberg, scrittore di fama. I
due, mossi a compassione, prendono il giovane sotto la loro protezione.
Provano a fare di Andersen un cantante, «ma la voce del piccolo Andersen è troppo debole» . Pensano allora di farne un ballerino «ma la sua figura
sbilenca e magra non ha successo sulla scena» . Gli chiedono quindi di
scrivere un'opera teatrale, ma si accorgono che Andersen non conosce la
grammatica danese. E allora che, in un accesso di stizza, erompono in un
contemporaneo Andersen! Andersen!

Proprio in questo frangente drammatico, siamo agli inizi del 1822, il
consigliere aulico del teatro regale Collin legge la commedia scritta da
Andersen; nonostante gli errori di ortografia, Collin intravede nel giovane
un autore di talento e gli ottiene una borsa di studio per il ginnasio di
Slagelse.
A Slagelse Andersen è la vittima preferita degli scherzi dei suoi compagni
di classe, i rampolli viziati della nobiltà danese, e il capro espiatorio
ideale per il sadico direttore della scuola, Simon Meisling. In compenso,
negli anni di Slagelse, Andersen scopre Walter Scott, Hoffmann, Heine,
Brentano, i romantici e, soprattutto, si innamora di Louise Collin, figlia
del consigliere aulico del teatro reale.
In una notte estiva di luna piena, «i fiori brillavano come fiamme dai più
smaglianti colori», Andersen si avvicina alla «sottile, bellissima
fanciulla, sembrava che risplendesse anche lei» e le apre il cuore. Louise
Collin lo guarda sorpresa, trattenendo il fiato. Andersen teme un
mancamento, ma quasi subito Louise si riprende, lo trafigge con uno sguardo
altero e sibila Andersen! Andersen!, mimando con la sinistra un moto da
luogo.
Comincia a viaggiare: Germania, Francia, Svizzera, Italia: Roma, Firenze,
Napoli. A Napoli, nel 1833, comincia a scrivere il suo primo romanzo, Il
circolo Pickwick, seguito immediatamente da Oliver Twist (1834) e David
Copperfield (1835). Ferito dall'indifferenza degli editori, che giudicano i
manoscritti indegni di pubblicazione, nei primi mesi del 1836 Andersen
scrive la sua ultima opera romanzesca, Grandi illusioni, inedita anch'essa
e, pare, distrutta dall'autore insieme alle tre che l'avevano preceduta.
Continua nel frattempo a vagabondare: l'Olanda, il neonato Regno del Belgio, la Normandia, l'Inghilterra. A Londra finalmente trova un essere umano disposto ad ascoltarlo di buon grado: stringe infatti amicizia con un
giovane inglese, Charles Dickens, che rimarrà fino alla fine dei suoi giorni
«l'amico più onesto e più caro».
Tornato in patria, accoglie con gioia il successo delle proprie fiabe, che
aveva cominciato a pubblicare nel 1835. Nel trentanove, dopo l'uscita della
prima raccolta in due volumi (un trionfo), avido di comprensione e di
ammirazione parte per la Germania e bussa alla porta dei fratelli Grimm. Gli
apre il più anziano, Jakob Ludwig Karl, che lo squadra e borbotta: Lei cosa
fa, chi è? Scrivo fiabe... Andersen. Esatto, Andersen! Andersen!, sbotta il
professore e gli chiude la porta in faccia. Si giustificherà poi nelle
Memorie adducendo a motivo della sua malagrazia un soffritto sulla stufa.

Ma la fama di Andersen ha già varcato i confini danesi e le sue opere sono
ormai tradotte in tutte le lingue europee. Divengono sempre più frequenti i
viaggi in paesi stranieri per ricevere onorificenze, lauree honoris causa,
attestazioni di stima che risarciscono Andersen delle tante ingiustizie
subite, anche se sono fonte di nuove preoccupazioni. Andersen infatti ha
«paura dei cani, paura di perdere il treno, paura di sbagliare a dare la
mancia, paura delle correnti d'aria» e porta in valigia una corda
arrotolata, per mettersi in salvo in caso di incendio dell'albergo .
Né è bello, una volta tornati, intendere, attraverso la finestra di casa, un
passante che dice «E' tornato il nostro ourang-utang, così celebre
all'estero».

Paolo Nori
tratto da  Le cose non sono le cose , Fernandel, 1999, pp. 128-131

Paolo Nori, nato nel 1963, vive a Bologna. Ha pubblicato Le cose non sono le cose (Fernandel
1999), Bassotuba non c’è (DeriveApprodi 1999, poi Einaudi 2000), Spinoza (2000), Diavoli (2001),
Grandi ustionati (2001) e Si chiama Francesca, questo romanzo (2002), tutti negli Einaudi Stile libero.

Esempio 1
Gli invitti

ILa ricerca richiama l'esplorazione dell'infanzia nel XIX secolo attraverso la rilettura delle opere di tre famosi scrittori, H. C. Andersen, J. Verne e J. M. Barrie, in una narrazione dell'umanità che, a tre voci, è continua e articolata negli aspetti sostanziali della vita che sono universali e dentro ogni epoca. Affiora la tridimensionalità di un mondo fatto di riflessività, di creatività, di spirito di avventura e indagatore e di tendenza socializzante, all'interno della quale è possibile collocare i rapporti e gli aspetti dell'educazione e della formazione.

Hans  C. Andersen 

<<< The Hans  C. Andersen Center.Research – Fairy tales – Life & Works

<<< Liber Liber. Ottima biografia






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