Aristofane


Poeta comico greco (?, circa 445 a.C. -?, circa 386 d.C.)

Non si conosce quasi nulla della sua vita, fuorché la notizia che ottenne molte volte il primo posto nei certami di poesia e che gli attacchi che condusse, in particolare nella sua commedia I cavalieri (424 a. C.) contro il demagogo Cleone gli procurarono un processo con il capo di accusa di avere attentato ai diritti dei cittadini, venendone scagionato. Sembra essere appartenuto alla democrazia rurale, ostile della demagogia urbana al momento della guerra del Peloponneso. Rappresenta, per eccellenza, la commedia vecchia, sorta di rivista degli eventi, inizialmente politici, dell'anno, con attacchi virulenti personali e pesanti caricature. Il teatro nell’antica Grecia con le sue repliche quotidiane era come una sorta di telegiornale dei nostri tempi: il luogo fisico e mentale in cui si narravano e dibattevano, seppur sotto forma metaforica, i fatti del giorno.

Come nella tragedia greca, il coro, i cui personaggi sono qui mascherati sotto le sembianze di rane, uccelli,  vespe, ecc., vi svolge un ruolo essenziale, sia cantando la parabasi, grande pezzo lirico centrale, sia mescolandosi all'azione, sia infine rivolgendosi direttamente allo spettatore.  L’opera di Aristofane si componeva di 44 commedie, rappresentate tra il 427 e 390 a.C; undici soltanto però ci sono giunte intere.

Con un'audacia stupefacente, Aristofane mette sotto il suo mirino tutto, le istituzioni, gli atti politici, i singoli, gli uomini di Stato e finanche gli Dei. Ne Gli Acarnesi (425 a.C) La pace (421), Lisistrata (411), perora la causa della pace, e si erge contro i partigiani della guerra del Peloponneso che doveva rovinare Atene. Le vespe (422) denunciano la stoltezza  del popolo ateniese, che passa il suo tempo a sputare sentenze e trascura gli affari importanti. Le rane (405) sono dirette contro Euripide, le cui le tragedie (secondo Aristofane), contrariamente a quelle di Eschilo, corrompevano il gusto e la morale. Ne Le nuvole (423), sfotte la filosofia di Socrate, presentato come  il più pericoloso dei sofisti; l'Assemblea delle donne (392) è una critica delle teorie comuniste e femministe fatte circolare dai sofisti. Immagina, ne Gli uccelli (414), una città ideale, costruita tra il cielo e la terra dagli uccelli, libera dagli inconvenienti politici delle città terrestri, ed il cui accesso è permesso agli Dei stessi e soltanto a certe condizioni. Citiamo anche Le donne alla festa di Demetra  o Tesmoforiazuse, (411) e   Pluto (408-388).

  Il suo ideale, rappresentato dall'Atene delle Guerre Mediche, di Maratona, ne fa l'avversario irriducibile di tutte le innovazioni politiche, morali, religiose, letterarie. Aristofane è un commediografo conservatore. Con ciò  si spiegano i suoi attacchi ingiusti contro Socrate, che assimila ai sofisti, di cui certo questi fa parte per averne assimilato le tecniche dialogiche, ma di cui Aristofane trascura la spiritualità e la seria scepsi filosofica; o contro il poeta tragico Euripide, al quale rimprovera di abbandonare la semplicità nobile dei suoi predecessori. Lo stile di Aristofane si distingue per la varietà estrema degli argomenti e dei caratteri, la semplicità e la leggerezza dell'azione, il movimento, la nervosità, il ricorso all'allegoria, la grossolanità a volte brutale della lingua che gli è stata spesso rimproverata, ma che era conforme alle tradizioni della commedia greca, al gusto del popolo ateniese e forse di ogni commedia che voglia essere davvero corrosiva. Platone stesso lo ammirava, Racine si ispirò a Le Vespe nei Litiganti.

Le sue opere sono ancora nei cartelloni dei teatri di tutto il mondo.


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Aristofane
La parabasi
Parte centrale della commedia aristofanesca, in cui il coro, deposto il costume scenico, comunica al pubblico idee, recriminazioni, sfoghi del poeta, spesso avulsi dalla trama.
Lucido, irridente emblema di una collaudata 'poetica', Aristofane raccomanda nelle "Ecclesiazuse": "Ai giudici voglio dare un piccolo consiglio. Quelli intelligenti, mi diano il premio per le trovate intelligenti: se ne ricordino. A chi piace ridere, me lo dia per le risate. Pretendo, insomma, che mi votate in massa (o quasi!)". Si pone due scelte, conoscitiva l'una, pragmatica l'altra: partecipa della 'storia', alternandola con la 'cronaca' più mediocre, prefigura una 'commedia' precocemente 'umana'. Tutta la commedia si muove, del resto, su questo duplice piano, non consentendo previsioni né intime certezze. Concludeva, diffidando delle solite baldracche: si ricordano soltanto degli ultimi clienti.
In più modesto agone ("Premio Viareggio" 1968), l'"Aristofane" qui ripubblicato fu insignito di un successo, inatteso quanto lusinghiero. Nelle molte ristampe, la 'traduzione' ha sopportato rifacimenti tormentosi, per sua ingrata natura sottoposta a due padroni: l'originale greco, sconciato da una millenaria tradizione, nonché la 'mutazione' incongrua dell'odierno fruitore: strutturalmente fuorviato dalle contingenze, ma soprattutto dal capovolgimento del processo 'comunicativo', già concepito per un destinatario 'presente', epperò colludente con l'Autore. La trasposizione, non più che 'verbale', deve acconciarsi alla soppressione dello 'spettacolo', della sua primaria 'identità'. Rinuncerà alla costitutiva dimensione 'spaziale' e 'visuale', nonché a metrica, musica, canto, coreografia, mimetica, cui sostituisce un monco tramite 'libresco', un tracciato descrittivo, destinato agli 'assenti': surrogato mutilo, desultorio, fuorviante.
Chi 'traduce' un testo, per sua struttura multimediale ma concertante, si trasforma (se gli riesce) in una sorta di mezzano, sommariamente attrezzato, garante di un protocollo testuale non più che medievale, si obbliga ad una verifica logorante del residuo tessuto. Si affida ad una filologia impaziente, non di rado sibillina, che giustifichi un testo più diffidente che critico. Innumerevoli sono le modifiche introdotte in questa rimordente edizione, raccolte nelle oltre cento pagine di Appendice. Confida in quella 'intelligenza' sottile, che Aristofane sollecitava nei fatti, creando la più classica (e divertita) delle prospettive teatrali.
Nuova edizione, integralmente riveduta, delle "Commedie" di Aristofane, tradotte da
L'ingiuria è un elemento costitutivo del linguaggio di Aristofane. Arma privilegiata della retorica comica dei personaggi, ingrediente importante nella caratterizzazione del protagonista, oggetto di riflessione poetica, la sua presenza organizza e definisce l'universo del commediografo, conferendogli uno stile aggressivo e provocante. Gli studi esistenti spiegano una tale aggressività come la conseguenza di un'analogia tra la commedia e il contesto religioso degli spettacoli teatrali; oppure, in alternativa, come una delle manifestazioni dell'impegno etico e politico del commediografo. Questo libro si propone invece di mettere in valore la dimensione essenzialmente poetica dell'ingiuria aristofanea.
La nozione
Aristofane in Rete


<<< Aristofane. Dossier de l'Agora - Sito canadese. In francese

<<< Aristofane - Gli Acarnesi Testo integrale.
Il "Pluto" è l'ultima commedia a noi pervenuta di Aristofane (388 a.C.) e ci offre una prospettiva singolare sull'Atene degli inizi del IV secolo, un'Atene sulla quale gravavano la miseria e le incertezze sociali. Il "Pluto" si apre mettendo a fuoco subito il tema principale: la rilevanza, la centralità del denaro. Per oltre duecento versi viene proclamato e ribadito che il mondo si regge sul denaro: viene palesato, senza ombra di dubbio, che religione, amore, gloria, vittoria non dipendono che dai soldi, perché il denaro è in campo umano e in campo divino la chiave che disserra ogni porta. E viene demolita la convinzione che esistano altri valori e altre forze al di là del denaro. Zeus si impone agli altri numi ed è supplicato dai mortali proprio in quanto detiene le leve economiche. Ma, a ben guardare, dovrebbe essere anch'egli un servo di Pluto: chi condiziona avvenimenti, decisioni, attività nell'universo. Chi decide sul bene e sul male è infatti lui, Pluto, il Dio Quattrino. (Dall'Introduzione)
Note di Fulvio Barberis.

GLI  ACARNESI    Commedia di Aristofane (450-385 a. C. circa), rappresentata in Atene nel 425 a. c., quando la città era impegnata da sei anni nella guerra del Pelopon neso. Il protagonista Diceopoli è un contadino che la guerra ha costretto a lasciare i suoi campi in balìa delle scorrerie nemiche, e a soffrire privazioni e noie entro le mura cittadine. Disgustato dalle mene dei politicanti e dei guerrafondai, conclude per proprio conto una tregua con Sparta, infischiandosi di ogni verosimiglianza storica e scenica. Ma certi vecchi carbonai della borgata attica di Acarne, i quali costituiscono il coro onde ha nome la commedia, provano invidia di tanto privilegio e assalgono Diceopoli. Questi, per difendersi, ricorre all'arma più usata in Atene: la parola. Si pre- senta a Euripide, il poeta tragico aborrito da Aristofane per le sue tendenze sofistiche, e si fa prestare i cenci divenuti di moda tra i personaggi euripidei. Così acconciato, per far più impressione sui giudici secondo l'uso dei processi ateniesi, tiene una concione, in cui tra i lazzi e le buffonate afferma il concetto serio della commedia: nella guerra il poeta ravvisa la rovina del popolo, abbindolato con l'adulazione dai demagoghi senza scrupoli e dai soldati di professione, che servono solo i loro bassi interessi. I guerraioli sono impersonati da Lamaco con i tratti tradizionali del soldato fanfarone; d'altra parte Diceopoli impersona tutto il popolo ateniese e specialmente quello delle campagne, che conservava sotto rozze forme un giudizio sano. Anzi, in certi punti Aristofane stesso s'identifica col suo personaggio, per ricordare il processo che la propria libertà di parola gli aveva fruttato da parte del famoso demagogo Cleone. Così l'invenzione buffa e l'allusione alla politica contemporanea si frammischiano senza troppo riguardo alla coerenza scenica, ma con effetto comico irresistibile, in una serie di scene ricche di trovate bizzarre. Diceopoli ottiene l'approvazione degli Acarnesi, e lieto della pace di cui è il solo a godere in città, tiene mercato per suo conto; davanti a lui sfilano a negoziare macchiette in parte realisti che (un Megarese e un Beota si esprimono addirittura nei loro dialetti). in parte simboliche, e crepita un fuoco ininterrotto di frecciate e di allusioni a figure della vita pubblica ateniese. Infine Diceopoli, rifornitosi di quelle leccornie che la guerra aveva tolto dalle mense dei concittadini, si reca a un banchetto per la festa dei boccali, mentre Lamaco parte per la guerra irto d'armi e carico di bagagli. Ma eccoli entrambi rientrare poco dopo per il contrasto finale. Lamaco, ferito, è sorretto dai compagni; Diceopoli, ubriaco, s'appoggia a due allegre ragazze, e il coro fa eco alla sua gioconda canzone. Gli Acarnesi sono la più antica delle commedie di Aristofane a noi pervenute, e nella composizione talora slegata, nella simbologia un po' grossolana, in certe in verosimiglianze sceniche più stridenti del solito, mostrano qualche incertezza giovanile. Ma sono già presenti tutti i caratteri del genio aristofanesco: la comicità, che parte dalla satira del mondo contemporaneo, ma subito si solleva con la libertà di una fantasia originalissima in una sfera più alta e comprensiva, onde queste commedie conservano ancor oggi freschezza e significato; la capacità di dar vita a personaggi e ambienti con pochi tratti suggestivi; e soprattutto l'opposizione appassionata ai vizi della sfrenata democrazia e della sofistica sovvertitrice dei valori consacrati dalla tradizione; sicché, attraverso la schietta giocondità dell'invenzione, si rivela la serietà di una decisa coscienza morale.

Dal Dizionario delle Opere e dei personaggi, Bompiani
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