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dal 2 gen. 2003
Raymond Aron
Filosofo e sociologo francese (Parigi  1905 – id.1983)

Il tragitto di Raymond Aron fu il percorso lineare  di un intellettuale attaccato alla tradizione. Nel 1924, entra alla "Scuola Normale" della rue d’ Ulm con la volontà di brillarvi per vendicare le
sconfitte universitarie del padre. Ha in particolare come condiscepoli  Jean-Paul Sartre e Paul Nizan. Arriva primo  al corso di filosofia del 1928 (Sartre sarà respinto ma sarà primo l’anno successivo). Lettore all'università di Colonia (1930), quindi pensionante all’ Accademia di Berlino (1931 -1933), assisterà in diretta all'ascesa del nazismo.
Di ritorno in Francia, sostiene nel 1938 la sua tesi di dottorato, Introduzione alla filosofia della storia. Dal 1940 al 1944, Raymond Aron è redattore capo del giornale La France libre, a Londra. Dopo la guerra, non cessa di svolgere parallelamente una carriera di influente editorialista liberale e conservatore ed una, strepitosa, di accademico. È successivamente editorialista a Combat (1946) quindi a Le Figaro, dal 1947 a 1976. Nel 1977, lascia il quotidiano per il settimanale L'Express  a cui collaborerà  fino alla morte.
A partire dall'osservazione delle realtà della sua epoca, questo filosofo ha tentato di spiegare l'attrazione esercitata dal  marxismo su molte intelligenze francesi ed europee contro cui egli entrò in conflitto, sulla scorta del fatto che quella potente dottrina socio-economico-politica  gli sembrava smentita  dalla reale evoluzione economica e sociale della Francia e del mondo.

Raymond Aron si fece così sociologo al fine polemico e dottrinale di condurre un  raffronto stringente tra il  regime sovietico e comunista da un lato e quello di  tipo occidentale e capitalista dall’altro, con ciò scontrandosi con buona parte dell’intellighenzia francese fortemente sedotta dal pensiero e dalla prassi marxista. La sua analisi è condotta  su tre piani: economico (Diciotto  lezioni sulla società industriale, 1963), sociale (Le lotte di  classe, 1964) e politico (Democrazia e Totalitarismo, 1965). Aron afferma la continuità del pensiero liberale da Montesquieu a Weber, passando  per Tocqueville nel suo lavoro Le tappe del pensiero sociologico scritto nel 1967. Lungo tutto il suo impegno intellettuale  Raymond Aron denuncia l'interpretazione della storia data dai marxisti.
Una carriera esemplare

Nella sua carriera universitaria, segue con successo irresistibile il cursus honorum tipico delle grandi Istituzioni culturali della Francia e che va da  l'Institut d'études politiques alla  Scuola nazionale d'amministrazione (ENA) dove insegna a partire dal 1945, fino al Collège de France dove entra nel 1970 per occupare la cattedra  di sociologia della civiltà moderna, passando dalla Sorbona dove è dal 1956 al 1968 e l'École pratique des hautes études che lo accoglie nel 1960. È il grande universitario ai cui corsi si fa la fila, ma anche il “mandarino” tipo, il barone universitario, bersaglio privilegiato della contestazione studentesca del maggio 68. Membro de  l'Académie des sciences morales a partire dal 1963, dottore honoris causa di numerose università nel mondo intero, vincitore di molti premi fra cui il premio Érasme nel 1982.
Raymond Aron è l'autore di una nutrita serie di opere storiche  e politiche: circa venticinque titoli fra cui L'oppio degli intellettuali, 1955; La tragedia algerina, 1957 (Aron aveva caldamente appoggiato l'indipendenza dell'Algeria); Pace e guerra tra le nazioni, 1962;  Tre saggi sull'era industriale, 1966; Le tappe del pensiero sociologico, 1967; Da una famiglia santa all'altra. Saggio sui marxismi immaginari, 1969; (che in Italia suggerì il titolo al saggio-pamphlet di Vittoria Ronchey, Figlioli miei marxisti immaginari, 1975);  Pensare la guerra, Clausewitz, 1976; Difesa dell’Europa decadente, il 1977; Memorie, 1983.

Il confronto-scontro con Jean-Paul Sartre

L'intelligenza, l'amore per la filosofia e l’ambizione di riuscire avvicinavano  Raymond Aron e Jean-Paul Sartre, ma tutto li ha separati, a cominciare dall'impegno politico. Man mano che Sartre andava verso l’estrema sinistra, Aron si ancorava ad un conservatorismo tanto prudente quanto arcigno.

Da un lato, il  genio  prolifico di Sartre, "l'intellettuale totale" secondo la definizione di Pierre Bourdieu, ricercatore frenetico di una morale della libertà il cui magistero accompagnerà molte generazioni di giovani nei loro entusiasmi, speranze e follie. Dall'altro, lo studioso disciplinato, l'intellettuale sobrio e serio se non  noioso, e che sarà l'analista scettico della società liberale. Secondo le parole del filosofo François George, «Aron mostrava la storia com’era, mentre  Sartre la disegnava come avrebbe  dovuto essere». Questi inseguiva il principio di piacere, quello indicava, severo, il principio di realtà.
Dopo la morte di Sartre, nel 1980, la rotta  del gauchisme ed il fallimento dei maîtres à penser, le incertezze delle ideologie contemporanee hanno fatto avvicinare  a Raymond Aron molti giovani
intellettuali che lo avevano fino ad  allora ignorato se non osteggiato. Dopo la pubblicazione di un libro di interviste, Le Spectateur engagé (Lo spettatore impegnato), nel 1982, e quella delle sue Memorie nel settembre 1983, un omaggio quasi unanime fu  reso al rigore del suo pensiero ed al suo fatalismo ben temperato. Quando morì, nel 1983, la Francia era in preda ad un accesso di "aronismo".

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« Perché in Francia è tanto più vantaggioso sbagliarsi con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron? (...) Perché l'evidente lealtà e il supremo buon senso di Aron non faranno mai parte delle speranze e dei sogni che determinano la qualità di una generazione? »

Jean-Paul Enthoven
Nouvel Observateur
24 aprile 1980

Le dernier des ouvrages de Raymond Aron qui restait à publier. Par le plus grand analyste et philosophe politique français du XXème siècle, l'étude approfondie de la formation de la pensée et des oeuvres de Karl Marx, si souvent déformées par ses interprètes, et présentées ici pour la première fois de manière claire et strictement fidèle à ce que voulait faire Marx. C'est une "lecture" de l'ensemble des oeuvres de Marx, depuis les Manuscrits de 1844 du "jeune Marx" jusqu'à la systématisation de sa pensée par Engels, en passant bien sûr par Le Capital


Aron et Sartre partageaient la conviction que le développement technique modifierait le rapport de l'homme à la nature et à autrui. Mais Aron pensait ce développement dans le cadre de la société industrielle ; Sartre l'envisageait au-delà : demain pouvait ne pas être l'extension du système de production capitaliste à la planète entière, mais réellement l'invention d'un autre mode de socialité. Avec toute l'incertitude qu'implique le pari sur l'avenir. Ce qui, bien sûr, n'est pas l'affaire de l'historien, mais bien celle du sujet moral, celui qui fait l'histoire. Et s'il faut choisir encore aujourd'hui entre Aron et Sartre ce qu'on n'a certes pas prouvé ici , c'est le coeur léger qu'on pariera sur Sartre, parce que ses livres sont meilleurs, plus intéressants, plus troublants parce que l'exigence de l'écriture lui avait appris que l'ouverture à l'avenir réside justement dans cet appel qu'un grand livre lance à la liberté du lecteur.
  Michel Contat

Plutôt que la passion, la vérité et l'exactitude."
R. Aron
Nel decennale della morte di Raymond Aron

Quando la ragione aveva torto
di Jean-François Revel

Per definire nel modo migliore un intellettuale si potrebbe dire « È qualcuno che si sbaglia». E quando non si sbaglia?  Ebbene, allora mente. Giacché nulla è più doloroso per lui dire la verità. Da qui la meraviglia, lo stupore, quando una cultura si trova davanti un intellettuale che si sbaglia relativamente poco, e che non mente mai, cioè non dice mai il contrario di ciò che egli crede sia vero. La maggior parte degli articolo e dei dibattiti televisivi che il decimo anniversario della morte di  Raymond Aron ha suscitato in Francia esprimono l’imbarazzo della comunità intellettuale di fronte a questo fenomeno eccezionale: l’esattezza unita all’onestà e alla sincerità di un intellettuale. Il 12 ottobre in un programma televisivo che faceva un parallelo tra Sartre e Aron, lo storico Michel Winock, pur riconoscendo che Sartre si era sempre sbagliato e che Aron generalmente aveva avuto ragione, concludeva tuttavia in favore di Sartre perché diceva sempre Winock, «si era schierato dalla parte degli oppressi». Quali oppressi? Non certo quelli che subivano il totalitarismo sovietico  o le dittature marxiste del Terzo mondo. Nel  1954, tornando da Mosca Sartre dichiarava: «La libertà regna in  Unione  Sovietica. Di questa frase oggi si ride. All’epoca si sarebbe dovuto piangere. Nel 1973 egli confidava alla rivista Actuel: «Un regime rivoluzionario deve sbarazzarsi di un certo numero d’individui e, a parte la morte, non vedo altri mezzi».Malgrado queste prese di posizione sbagliate e indegne, Sartre ha raccolto per molto tempo più di Aron, il favore degli intellettuali. Ne è una testimonianza questa professione di fede, citata spesso e diventata un classico, di Jean-Paul Enthoven nel Nouvel Observateur del 24 aprile 1980: «Perché in Francia è tanto più vantaggioso sbagliarsi con Sartre piuttosto che aver ragione con Aron? (…) Perché l’evidente lealtà e il supremo buon senso di Aron non fanno mai parte delle speranze e dei sogni che determinano la qualità di una generazione? Sì, ci sarebbe piaciuto sapere… Non perché si ha ragione di ribellarsi. Ma perché, talvolta, si ha ragione di sbagliarsi».
In fondo  era un po’ la stessa conclusione di Winock nel 1993, malgrado un dossier schiacchiante per Sartre. Aron, in un certo senso, aveva avuto torto d’aver ragione. Insomma, il mondo sarebbe stato molto più bello se Sartre avesse avuto ragione, se il comunismo non fosse stato una galera, se il socialismo non fosse stato un errore. Il fatto che si sia sbagliato e che abbia mentito non è quindi così importante.
Aron è un enigma, un’eccezione, uno scandalo. Per solito l’intellettuale si sbaglia, il più delle vote volontariamente, come lo stesso Aron ha spiegato nell’Oppio degli intellettuali (1955), e come aveva già dimostrato nel 1927 Juline Benda nel Tradimento dei chierici. Dal momento che la norma è l’errore spalleggiato dalla menzogna , come mai ogni tanto spunta un intellettuale che aveva ragione e che non nasconde il suo pensiero? È qui il vero problema.
Per la maggioranza degli intellettuali, degli uomini politici, degli stessi scienziati, e soprattutto dei filosofi, la parola serve non tanto per esprimere la verità, ma per imporre il proprio punto di vista. E per imporlo, tutti i mezzi sono buoni, compresa la deformazione dei fatti, l’artificio dei ragionamenti ed eventualmente le vendette personali contro l’avversario. Gli individui che rifiutano questa utilizzazione tendenziosa del pensiero e che dello scritto hanno sempre costituito in tutte le epoche un’infima minoranza. L’opinione pubblica e soprattutto la comunità intellettuale rendono loro omaggio solo con molto ritardo e controvoglia.
È quando succede oggi con Aron. Nella stupefacente biografia pubblicata da Flammarion, il giovane studioso Nicolas Baverez fa bene a segnalare che il primo libro di Aron ad avere «un successo totale e senza riserve» fu Le spectateur engagé, del 1981, quando Aron aveva 76 anni! Il secondo libro, che ebbe un  successo ancora più grande, sono le Memorie, pubblicate nel 1983… cinque settimane prima di morire. All’epoca, un ammiratore di Sartre, Michel Contat, scrisse su Le Monde: «L’intellighenzia si sinistra, di cui Aron fu per tanto tempo lo spauracchio, l’avversario da disprezzare, adesso si trova ad essere aroniana o quasi».
Il che è vero  e nello stesso tempo falso. Vero, perché, grosso modo, si dà ragione retrospettivamente ad Aron, a proposito delle grandi battaglie ideologiche del secolo, che sono state perse dal totalitarismo. Falso, perché essere «aroniano» consisterebbe nell’applicare, oggi, il metodo aroniano, che è un metodo fatto di scrupoli, probità, ai nuovi dibattiti del nostro tempo, invece di applicarlo solo al passato. Ciò che caratterizzava  Raymond Aron non era l’infallibilità, dal momento che nessuno è infallibile, ma l’onestà e il lavoro al servizio del talento e dell’intelligenza. Come tutti, ha commesso degli errori,ma errori per così dire tecnici, che non scaturivano da una posizione ideologica di principio. Il suo insegnamento assomiglia in realtà a quello di Solženicyn: il dovere supremo del pensatore è la lotta contro la menzogna, sempre dura a morire, e la lotta per riaffermare la morale in filosofia e in politica.

Jean-François Revel

Corriere della sera
del 18/10/1993
(Traduzione di Daniela Maggioni)


Vedi in fondo pagina un articolo di Jean-François Revel scritto nel decennale della morte di Raymond Aron
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