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Simone de Beauvoir
Romanziera e saggista francese (Parigi, 1908 - Parigi, 1986).

Nata in una famiglia bene cattolica, Simone de Beauvoir intraprende, a diciassette anni, studi superiori di lettere e di matematica. Nel 1926, aderisce al   movimento socialista e, mentre prepara gli studi di ammissione all’università, segue corsi di filosofia alla Sorbona. Ammessa all’Università, compie un tirocinio all’Istituto universitario Janson-de-Sailly. Fa la conoscenza di Jean-Paul Sartre nel 1929 al quale si lega. Sarà l’incontro determinante con l’uomo col quale condividerà, da allora in avanti, tutta la vita  eccetto qualche breve separazione dovuta agli incarichi d’insegnamento in provincia. Ritorna a Parigi come  professore di filosofia al liceo Molière   nel 1936. Il suo primo libro,  L’invitata, esce nel 1943, anno in cui lascia l’insegnamento. A partire dal 1947, i viaggi si succedono: gli Stati Uniti, dove soggiorna nel 1950, l’Africa e l’Europa. Riceve il premio Goncourt nel 1954 per I Mandarini. Partecipa alle attività politiche di Sartre, militante per le cause vietnamite ed algerine. Continua a viaggiare, in Cina (1955), a Cuba ed in Brasile (1960), in Unione sovietica (1962), pur proseguendo la redazione delle sue memorie e la sua azione per la liberazione della donna. Nel 1971  assume la direzione di una rivista di estrema sinistra. Una delle prime a avere sostenuto la legalizzazione dell’aborto, ribadisce questa convinzione durante la campagna cominciata nel 1972.

Opera
La sua opera, fondata sulle stesse opzioni esistenzialiste di Jean-Paul Sartre, se ne differenzia nella misura in cui Simone de Beauvoir, preoccupata di dare ad ogni problema che affronta il proprio carattere concreto, utilizza di rado il linguaggio  filosofico, e preferisce piuttosto alla formulazione di una teoria, una riflessione diretta ed immediata sul vissuto. Si direbbe che utilizzi un linguaggio femminile - attento al particolare concreto - se il linguaggio maschile è invece teso all’universale astratto. Nata da un desiderio profondo di comunicare, la sua opera  è anche un’interrogazione sulla funzione ed il senso della comunicazione. Così, i suoi saggi (Pyrrhus e Cinéas, 1944; Per una morale dell’ambiguità, 1947; L’America  giorno per giorno, 1948; L’esistenzialismo e la saggezza delle nazioni, 1948; Privilegi, 1955; La lunga marcia, 1957; Djamila Boupacha, in collaborazione con Gisèle Halimi; A conti fatti, 1972; Bisogna bruciare Sade?, 1972) abbracciano temi diversi. Quest’opera - postulata dal fatto che l’esistenzialismo, negando  l’esistenza di un uomo universale ed assoluto  e mirando alla molteplicità delle esperienze umane -, è destinata a prendere corpo in una letteratura autentica che «supera la separazione (degli esseri) affermandola».
Simone de Beauvoir intenterà una critica mordace al ruolo tradizionalmente assegnato alla donna (Una donna spezzata, 1967; Il  secondo sesso, 1949) o alla Terza età (1970), moltiplicado gli esempi concreti, presi in prestito tanto dalla sua vita che dalla letteratura di tutti i tempi,  purché atti a dirci qualcosa  sull’esperienza  propria di ciascuno, in una situazione data. Una stessa volontà di radicare pensiero e progetti nel vissuto anima la sua impresa autobiografica, allo stesso tempo tentativo d’interpretazione di un’esistenza e testimonianza del suo impegno.
L’azione - incessante compimento del proprio progetto intellettuale -, come anche l’esperienza del fallimento e la presenza della morte (L’ospite; Una morte  dolcissima) accrescono la presa di coscienza della nostra  finitezza dalla quale  sorge il movimento verso l’altro. L’impegno politico – lotta  per la liberazione della donna, sostegno ai popoli colonizzati, attività rivoluzionaria - non risponde, nella sua intimità di pensiero, ad un imperativo ideologico; è piuttosto la misura della libertà come anche l’atto con il quale, proiettandoci nel mondo, ci si situa e si situa gli altri nel mondo.
Simone de Beauvoir si è infine cimentata col teatro (Le bocche inutili, 1944); ma è probabilmente la sua autobiografia (Memorie di una ragazza perbene, 1958; L’età forte, 1960; La forza delle cose, 1963; A conti fatti, 1972) che perverrà ai posteri.
Non sappiamo quanto dell’opera di  un’intellettuale siffatta sia giunto o possa giungere alla giovane generazione del terzo millennio. Certo è che alle ragazze degli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso la parola, il gesto, l’esempio di Simone de Beauvoir arrivavano con tutto il clamore e il fascino di un article de Paris, ed ebbero grande influenza sulla successiva elaborazione femminista compiuta dalle donne degli anni settanta. La "presenza"  e il discorso della de Beauvoir  fecero presa non solo  presso le intellettuali-donne che più si interessarono ai suoi libri, ma anche presso la massa delle ignare che, pur non sapendo cogliere le specifiche  articolazioni di quel  discorso, seppero tuttavia  avvantaggiarsi di quell’esempio, traducendolo negli atti concreti della vita di tutti i giorni.


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Esempio 1
dal 1 settembre 2003
Simone de Beauvoir su IBS:
Il secondo sesso
€ 18,08 
Dati 872 p. 
Anno 1999  e 2002
Editore Il Saggiatore

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Nel 1949 esce "Il secondo sesso" che fece, allo stesso tempo, successo e scandalo. Con veemenza da polemista di razza, de Beauvoir passa in rassegna i ruoli attribuiti dal pensiero maschile alla donna e i relativi attributi. In questo saggio l'autrice si esprime in un linguaggio nuovo, parla di controllo delle nascite e di aborto, sfida i cultori del bel sesso con 'le ovaie e la matrice'. Provocando il pubblico conservatore, de Beauvoir cerca riconoscimento personale e solidarietà collettiva, e li avrà. L'opera di respiro universale è diventata una tra le fondamentali del Novecento.


Una morte dolcissima, Einaudi, 2001

Qui

La malattia e la morte della madre. Questo è ciò che registra la scrittrice, in un diario che copre un mese di realtà ospedaliera. Con l'avanzare del male, il mondo esterno perde sempre più consistenza, fino a scomparire. Rimane solo la camera d'ospedale in cui tre donne, la madre e le figlie, continuano a combattere una guerra che è impossibile vincere. In questo microcosmo che attende l'imminente catastrofe, Simon de Beauvoir descrive anche altri personaggi: medici, preoccupati di sperimentare sulla paziente la loro scienza; infermiere, impassibili nella sicurezza dei loro gesti professionali e le ombre della vita già trascorsa, delle occasioni perdute, di una borghese vicenda matrimoniale vissuta dalla madre come una grande avventura.

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Simone de Beauvoir,
Per una morale dell'ambiguità, Se, Milano 2001

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LA FORCE DE L'AGE
de : "Simone de Beauvoir"
su alapage.com
Le " charmant Castor " (c'est ainsi qu'elle signe la plupart du temps) parle certes, dans ses lettres, de leur existence particulière, à Sartre et à elle, de leurs secrets, de leur intimité sentimentale comme de leurs ennuis financiers, mais à travers cela se lit, pour qui veut bien le voir, pour qui consent à mettre en cause un instant les confortables modèles qui régissent son destin, une réflexion sur la vie, sur la manière singulière de la penser sans pour autant refuser de la vivre, une extraordinaire volonté de ne jamais se résigner. Bref, un excellent antidote aux temps de conformisme moral et de mollesse intellectuelle.
JOSYANE SAVIGNEAU
Le 23 Février 1990


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-Biographie

Guy Le Clech : dictionnaire des auteurs

BEAUVOIR Simone de.
Ecrivain français. Née à Paris le 9 janvier 1908, morte en avril 1986. . Elle appartient à une famille aisée, de religion catholique. A six ans, elle entre au cours Désir et observe les rites chrétiens mais perd la foi à quatorze ans. Elle passe l’agrégation de philosophie en 1929. Trois ans auparavant, elle a rencontré Jean-Paul Sartre. Nommée professeur de philosophie, elle enseigne et voyage beaucoup. En 1943, paraît son premier roman, L’invitée . Elle quitte l’université. En 1945, elle appartient au premier comité de rédaction des Temps Modernes . Elle reprend ses voyages et se lie aux États-Unis avec l’écrivain Nelson Algren. En 1949, elle fait paraître Le Deuxième Sexe . En 1954, son roman Les Mandarins remporte le Prix Goncourt. Elle participe aussi au " Congrès du Mouvement de la Paix " à Helsinki, voyage en Chine. Au cours des années 1956-1962, elle mène de front la rédaction de ses mémoires et des voyages (Cuba, Brésil, U.R.S.S.). A mesure que se développe l’œuvre, la littérature proprement dite—à part deux courts récits, Les Belles Images (1966) et La Femme rompue (1967)—cède la place à l’essai et aux mémoires. Deux ouvrages, de courts traités, avaient déjà permis à Simone de Beauvoir de préciser sa pensée tout en restant fidèle à l’existentialisme. Dans Pyrrhus et Cinéas (1944) et Pour une morale de l’ambiguïté (1947), on trouve les idées qui sont à la base de toute l’œuvre. " Se vouloir libre, c’est aussi vouloir les autres libres. Ma liberté exige pour s’accomplir de déboucher sur un avenir ouvert: ce sont les autres hommes qui m’ouvrent l’avenir. "

Dans L’Invitée, elle parut prendre le contrepied de ce principe.

L’épigraphe empruntée à Hegel affirme que " chaque conscience poursuit la mort de l’autre ". Mais ce n’est que le premier moment de l’œuvre. Le Sang des autres (1945), un roman, puis la pièce Les Bouches inutiles (1953) prennent en compte la responsabilité de l’homme envers son prochain. Et donnent la première place à l’engagement dans la vie quotidienne. L’éthique humaniste allait voler en éclat au contact de l’histoire. Et c’est ce constat d’échec que l’on trouve dans Les Mandarins, roman à clef qui pose le dilemme des intellectuels de gauche: Faut-il dénoncer les camps de concentration soviétiques au risque de nuire à la révolution? Les Mandarins, annoncent déjà l’œuvre de mémorialiste de Simone de Beauvoir, qui se développe sur deux plans. Celui de l’essai d’abord. Et c’est là sans doute l’apport essentiel de l’auteur du Deuxième Sexe—et il est considérable— à l’existentialisme. Défense et illustration du féminisme, cet ouvrage donne à ce mouvement un essor décisif et durable en France. A travers " Les Faits et les mythes " , titre du premier volume, elle dresse un constat: " L’homme, au long de l’histoire, est le Maître, la femme, l’Esclave. " Dans le second volume, " L’Expérience vécue", elle se livre à une série d’enquètes sur la condition de la femme depuis l’enfance jusqu’à la vieillesse. L’ouvrage a été contesté et attaqué, à la différence des mémoires, qui font l’unanimité. Se suivent Les Mémoires d’une jeune fille rangée (1958), La Force de l’âge (1960), La Force des choses (1963), Une mort très douce(1964) et Tout compte fait (1972) où elle parle de sa vieillesse pour répondre au public qu’avait bouleversé son essai sur La Vieillesse (1973). Son œuvre a exercé une forte influence sur le cours de la littérature française. Elle a contribué, surtout par ses essais, à donner le pas aux sciences humaines sur l’imaginaire.

La méthode de Mme de Beauvoir conduit en effet seulement à ébaucher des raisonnements et à les développer dans un sigle relâché pour faire vécu. Jacques Laurent.

Simone de Beauvoir, la pieuse, élevée au cours Désir qui communiait trois fois par semaine, est devenue cette adversaire implacable et méprisante, mais qu’il nous est impossible de ne pas admirer, de ne pas aimer " François Mauriac.

Éternelle étudiante, éternelle récoltée cherchant partout la misère cachée, la duperie, la statistique sinistre, la rencontre enrichissante, Mme de Beauuoir peut nous agacer parfois, elle nous touche toujours. François Nourrissier.

Ici, la poésie, c’est Ia vérité. Ici, personne ne triche. Dominique Aury.

REF.: Francis Jeanson, Simone de Beauvoir ou l’entreprise de vivre, Paris, 1966.

Léon Cagnebin, Simone de Beauvoir ou le refus de l’indifférence, Paris, 1968.

Suzanne Lilar, Le Malentendu du deuxième sexe, Paris, 1969

Claire Cayron, La Nature chez Simone de Beauvoir, Paris, 1973.

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Mona Ozouf : Les mots des femmes (l’esprit de la cité, Fayard, 1995)

Celle-ci, la dernière des dix, transporte une pleine besace de diagnostics, d’admonestations et de conseils, dont elle aurait volontiers fait profiter les neuf autres: on peut voir l’œuvre de Simone de Beauvoir comme un immense courrier du cœur, du corps, de l’esprit des femmes. À madame du Deffand, elle aurait fait comprendre que son salon rouge et or n’était pas une création authentique: tout juste une activité de substitution. À madame Roland, figure exemplaire, qu’elle n’avait pourtant pas la dignité d’un " agent historique ".

Elle aurait supplié Isabelle de Charrière de ne pas consentir à la torpeur d’un mariage stupide. À madame de Staël, qui l’agaçait pour avoir soutenu que la gloire et le bonheur sont chez les femmes antinomiques, elle aurait conseillé à la fois la distance (comment ne voyait-elle pas que ses déclamations de Phèdre allumaient le sarcasme chez ses admirateurs supposés ?) et l’engagement: mieux eût valu s’oublier elle-même et lutter pour ses sœurs. Elle n’avait pas de tendresse pour la grande George Sand, qu’elle aurait souhaitée moins sentimentale, moins contente d’elle-même, plus revendicative aussi. À Hubertine, dont elle avait salué le combat suffragiste, elle aurait montré l’étroitesse sans espoir du combat parlementaire. À Colette, à qui elle avait beaucoup emprunté pour décrire le monde clos, fade et répétitif des femmes entre elles, elle reprochait précisément sa complaisance à s’y enfermer: pourquoi tant s’occuper d’animaux, de plantes, de fanfreluches, de savonnages et si peu du vaste monde ? Madame de Rémusat, qui de toutes mena l’existence la plus conforme, mais n’avait nul besoin de conseils de bonheur, l’aurait probablement déconcertée. Et l’on sait que Simone Weil, qui, elle, poursuivait le malheur et l’humiliation, la déconcerta vraiment.

Le bonheur, elle-même en a l’obsession: " mon unique affaire ", dit-elle. À chaque minute de sa vie—si l’on en juge par ce Journal de guerre où son lecteur a la chance de faire sa connaissance à travers ce qui ne trompe jamais dans une vie, l’emploi du temps, ici méticuleusement restitué—, elle s’ausculte. Authentiquement heureuse ? Seulement un peu ? Pas du tout ? Et quelle est, au juste, la couleur de l’instant qu’elle vit ? Plaisante, déplaisante, supportable ? À cette interrogation fiévreuse et obstinée qui pourrait, tant elle manque d’abandon, faire fuir la sensation fraîche du bonheur, elle donne pourtant presque toujours une réponse allègre. D’instinct, elle déteste avoir à reconnaîre une situation négative ou simplement restrictive. Elle en veut durablement à George Eliot, qui n’a su imaginer pour la Maggie du Moulin sur la Floss, une des compagnes romanesques de son adolescence, une fin heureuse. Pour sa part, elle est convaincue qu’il y a toujours, quelque part, une issue heureuse. Elle pense conjurer le malheur en imaginant à l’avance les situations où il lui faudrait arranger sa vie " presque sans matière ": elle avait prévu l’extrême pauvreté, la solitude, la maladie et même, malheur presque aussi accablant, l’exil de la rive gauche. Elle croyait pouvoir toujours" se débrouiller dans le noir ". Même si l’on n’est pas aimé, même si l’on n’est pas aimable, restent encore la littérature et le simple plaisir de respirer. Avec de bons livres, " tout ça qui est bien réel et si solide, et ne nous manquera jamais ", des capsules d’encre à stylo, de la confiture d’abricots et pour peu qu’on puisse encore humer l’air de la rue Bréa, grapiller un instant " plaisant ", une anecdote " amusante ", rien de vraiment tragique ne peut advenir. Elle n’avait pas spontanément le sens du malheur collectif: elle saute de joie après Munich

(" Le malheur, dit-elle, ne m’atteindrait jamais ") et se répète, en 1939, que la guerre ne pourra arriver. " Pas à moi, susurre en elle une voix obstinée. " Elle sait d’expérience que le sentiment de tristesse la déserte vite: elle s’acharne à être satisfaite, y parvient presque toujours.

Ce n’avait pas toujours été le cas. Son enfance, à la lire, s’est interminablement étirée dans la torpeur, si morose, si rangée qu’elle a failli en étouffer. Bien avant les Mémoires, sa première œuvrette avait été une satire de sa jeunesse, manière de s’en délivrer. Elle a détesté son enfance, âge pour elle tout entier ingrat; son lecteur pourtant peine à en imaginer la déréliction. La famille Beauvoir était certes conventionnelle. Mais le père emmenait la petite fille à la Comédie- Française, était orgueilleux de ses succès scolaires, aimait la littérature, et même s’il y avait des livres que pointait la censure familiale, ils étaient là, sur les rayons, à portée de main et d’autant plus délectables qu’interdits. La mère était bigote, mais la conscience de l’athéisme paternel disait assez que d’autres choix étaient possibles, et la fillette avait elle-même retenu de l’Évangile des leçons utiles et, singulièrement, un sens vif de l’égalité. Les " relations " étaient tristement prévisibles, les mondanités mornes, il y avait beaucoup de visites où il fallait attendre, silencieuse, stoïque et raide sur sa chaise, mais c’était alors le lot commun des enfances bourgeoises. Les leçons du cours Désir étaient peu exaltantes, bien niaises les vieilles demoiselles qui les délivraient. Mais, du moins, les parents avaient dû admettre, nécessité oblige, qu’il faudrait un métier aux filles; celle-ci avait su très tôt qu’il faudrait travailler, avait puisé dans cette certitude à la fois le sérieux et la joie des études. Il y avait eu enfin, dans toute cette morosité, des lieux—le Limousin—et des êtres—son amie Zaza—éblouissants. Non, ce n’est pas une enfance disgraciée. Elle l’est pourtant devenue dans le regard que jette par-dessus son épaule la femme mûre. Celle-ci répète souvent que tout est joué à dix ans et peut-être même à deux. L’an un de sa propre histoire est pourtant celui où, à vingt ans, elle sort de l’aveugle et pesant milieu familial: une vraie levée d’écrou. Les Mémoires s’ouvrent sur la naissance, mais la merveille de vivre commence à vingt ans. Entre les deux s’étend une contrée rebutée et hostile.

Faute de trouver dans la biographie de quoi justifier ce violent rejet de l’enfance, son lecteur la soupçonne de se fabriquer un passé d’oppression pour mieux mettre en valeur le lacher-tout de la liberté et donner au drapeau de l’émancipation, qu’elle brandit si volontiers, ses couleurs héroïques. On flaire parfois dans les Mémoires de cette jeune fille rangée, mais choyée aussi bien, la mise en scène rétrospective de l’aversion, portée par la haine de la bourgeoisie. Mais ce n’est pourtant pas l’essentiel: si le monde qui était offert à l’enfant lui a paru si étroit, si rigide, c’est que, dès l’origine, elle voulait tout. Avec pareille disposition d’âme, le moindre obstacle devient révoltant, une banale permission de minuit insultante et tout objet refusé, tout être hors norme acquièrent un irrésistible attrait: dans le trio d’étudiants qu’elle rencontre en préparant l’agrégation, c’est Sartre qu’elle élit pour sa séduction gaie sans doute, mais aussi pour sa réputation sulfureuse. Il passait pour " le plus terrible des trois et même on l’accusait de boire ". C’était conquérir sans coup férir le cœur de l’audacieuse.

De la jeune personne des Mémoires, on retient donc moins la timidité bourgeoise que l’impérieuse avidité. Sur les photographies, une Simone de deux ans et demi affiche déjà l’air de l’indépendance: la fillette, à l’évidence, ne manque pas d’initiative. C’est une impatiente, une colérique, avec des flambées brusques de désirs et des suffocations de rage; une despote qui aime tenir sa petite sœur courbée sous sa volonté. Elle attribuera au conformisme moral de sa famille l’épée de feu qui, dit-elle, séparait le Bien du Mal et fendait violemment le monde en deux. Mais cette éducation trouvait chez elle un assentiment natif: elle n’avait elle-même que trop de propension à ouvrir un vertigineux fossé entre les choses qu’elle n’aimait pas et les choses qu’elle aimait. Celles-ci lui inspiraient une convoitise illimitée, elle les poursuivait avec emportement; elle avait un sens violent, presque douloureux, de la nécessaire plénitude. Pendant ses vacances limousines, elle avait fait le rêve, ou le projet, de parcourir et de tenir sous son regard, sans manquer la moindre prairie, le plus petit bosquet, la France entière, voire le monde. Déraisonnable et impérieuse, elle voulait " la possession de la terre jusqu’à ses confins ".

La merveille, c’est que ces espérances, " les promesses de cette mine d’or qu’est une vie à vivre ", ont été tenues. Grâce à ses dons propres. Grâce à la chance aussi. Dans son livre somme, ce Tout compte fait où elle établit le bilan de sa vie, il est frappant de la voir chercher à imaginer les mille avenirs différents—et moins souriants—qui pouvaient à quinze ans s’ouvrir pour elle et n’en découvrir jamais que trois : elle aurait pu tomber malade, devoir interrompre ses études, ne pas rencontrer Sartre. A-t-elle conscience d’énumérer ainsi les trois talismans dont un bon génie avait songé à la munir ? Une santé insolente qui lui permettait de remplir à ras bord la semaine et le dimanche, les heures du travail et du loisir, d’émerger fraîche et joyeuse des jours gris et des nuits blanches, de rebondir à neuf chaque matin. Des études réussies, qui lui garantissaient cette indépendance matérielle dont elle a vite professé qu’elle était la clef de tout et dont le sentiment suffit, lorsqu’elle débarque jeune professeur à Marseille, au haut des marches de la gare Saint-Charles, à l’emplir d’un submergeant et orgueilleux bonheur. Enfin, dans la personne de Sartre, l’être à qui on peut dire gravement: " Vous n’êtes pas sujet à variation ", l’amour durable, l’amour-toujours. Trois cadeaux très tôt faits par l’existence: si bien qu’une Simone de vingt ans peut penser accomplir le rêve qu’elle prêtera à Françoise, son double de L’Invitée: être tout, avoir tout, être partout à la fois.

Et cela d’autant mieux que pour la chasse au bonheur, leitmotiv de ses livres, de ses lettres, de son journal intime, elle se savait supérieurement équipée: elle avait le talent simple de saisir le plaisir du moment et la couleur du jour, de faire son miel de chaque chose. Elle a donc fait de toute découverte une joyeuse aventure (ses textes sont scandés de

" pour la première fois " victorieux: Venise pour la première fois, la Grèce pour la première fois, la première bicyclette, le premier avion), su goûter à la fois la fraîcheur de la belle étoile et la tiédeur des cafés, les gros livres et les gros gâteaux, avaler les kilomètres, dévorer à belles dents de robustes nourritures: l’univers pour elle était un palais de Dame Tartine et égal à l’immense appétit. Au fil des années, la vie n’en finit pas de la choyer: oui, elle verra l’Inde et la Picardie, l’Amérique et le Confolentais, elle traversera, touriste intrépide et ingénue, les terres de la révolution, Cuba, Chine, l’Algérie, partout voyant ce qu’elle a décidé de voir et de croire, elle serrera la main de Castro, son nom sera sur toutes les lèvres et son beau visage enturbanné dans toutes les mémoires. Celles qui la liront, enivrées par son exemple et son image, croiront toutes—à la condition, qui paraît légère, de se suffire à elles- mêmes—pouvoir bénéficier des mêmes chances, dont elle est la garantie et l’emblème: car elle se fera imiter et admirer par ses livres, le plus beau rêve de ses vingt ans enfin réalisé.

L’étonnant est que la complaisance du destin ne parvient pas à éteindre chez elle l’avidité de la découverte. Toujours affamée, Beauvoir n’est jamais vraiment rassassiée. Et par là s’expliquent aussi les traits singuliers de sa vision et de son écriture. Au rebours de Colette, qui enferme le monde dans un jardin de curé, elle aime le voir étendu à ses pieds, comme un grand animal docile. Jeune fille, elle s’était orgueilleusement identifiée au grand chêne du parc des vacances et plaignait, à ses pieds, la foule solitaire et anonyme des brins d’herbe. Rien ne la grise davantage, toute sa vie durant, que le panorama. Au fil de ses Mémoires, que de montagnes hardiment gravies (derrière, Sartre traîne les pieds en pestant), de falaises escaladées, de terrasses conquises ! De là-haut, un sentiment ivre de possession envahit l’alpiniste. Et comme elle sait mieux dire que voir, elle ne se lasse jamais d’énumérer ce qu’elle tient alors sous son regard. On a beaucoup moqué cette façon fiévreuse qu’elle a de compter sur ses doigts: " Nous allâmes à Agrigente, nous revîmes Ségeste, Syracuse, nous parcourûmes les Abruzzes ", sa manière appliquée et enfantine d’explorer par les mots: " J’ai identifié l’arc en plein cintre, les arcs surbaissés, surhaussés, entre-passés, polylobés", toute une maladresse à suggérer, qu’elle conjure par la répétition: c’est, a-t-on dit méchamment, l’esthétique du Guide bleu. Mais justement: elle adore le Guide bleu, l’évoque avec un mélange de tristesse (je ne pourrais pas tout voir) et de jubilation (tant de choses à voir, à saisir, à étreindre). L’action de nommer lui paraissait nécessaire et créatrice, faire des dénombrements était son péché mignon: chez elle l’énumération ne traduit pas seulement la gaucherie, mais l’insatiable gourmandise.

Que toute cette richesse à ses pieds ne soit pas donnée, mais ait à être rudement conquise, est une évidence pour celle à qui on a dès l’enfance inculqué que tout se mérite. Mais voyez comme les choses s’arrangent: la conquête laborieuse est un ingrédient indispensable du plaisir. Vu d’avion, le panorama sans doute est plus parfait encore, mais il livre sa splendeur de manière quasi immorale. Il vaut bien mieux avoir laborieusement gagné la vision de la terre et d’abord, en l’inventoriant au rythme des pas: dès la sortie de l’aéroport, à New York, elle se jette dans les rues, marche jusqu’à l’épuisement. Le zèle double toujours chez elle le sentiment du bonheur. Parvenue au mitan de La Force de l’âge, brusquement elle s’arrête: et si le lecteur, à force de la suivre au long des jours et des nuits où elle égrène les voyages, les rencontres, les dîners, les terrasses où l’on boit et palabre et dont on rentre parfois en zigzaguant, allait conclure qu’elle ne travaille pas ? Elle tient à faire savoir que chaque livre lui coûte deux à trois ans, pendant lesquels elle écrit, récrit, coupe, corrige, peine des heures chaque jour à sa table de travail. Le plus remarquable pourtant est que tout ce labeur reste un plaisir: elle croit plus volontiers aux bonheurs mérités que gratuits, aux découvertes que fait faire une vertueuse et consacrante fatigue.

Efforts, travaux, plaisirs, visions, créations, moments éblouissants et œuvres durables, elle a donc tout rêvé, tout obtenu, tout accompli. Dans le tricot si serré de l’existence file pourtant parfois une maille d’inquiétude. Comment être certaine d’avoir tout connu et tout embrassé ? Pareille ambition paraît porter en elle l’échec. De fait, elle précipite Simone dans des listes fiévreuses et infinies: livres à lire, ceux pour s’instruire, ceux pour s’égayer, villes à visiter, êtres à connaître, entretiens à mener. Elle développe l’obsession de ne pas perdre une parcelle de ces richesses étalées devant elle. Simone adolescente avait rêvé que le moindre détail de sa vie put se déposer sur un magnétophone géant, dont elle pourrait plus tard dévider la bande. Faute de l’avoir, elle s’acharne à gaver son emploi du temps, à remplir les temps morts et à tout consigner, l’accessoire avec l’essentiel. Ainsi s’explique l’étrange activité récupératrice qu’elle a toujours menée, où tout ce qu’elle a vécu au jour la journée sert à plusieurs fins (la jeune fille rangée montre qu’elle a assimilé ce secret de la vie bourgeoise, tirer parti de tout): elle le consigne d’abord dans le journal méticuleux qu’elle tient (elle " fait " ses carnets, comme on dit d’une gymnastique quotidienne), puis elle utilise et presque recopie ce matériau brut dans les lettres qu’elle écrit. Elle y puise ensuite la matière de ses Mémoires et de ses romans eux-mêmes: ceux-ci, quoi qu’elle en ait dit, sont, au détail près, autobiographiques, paradoxalement bien plus proches du vrai que les Mémoires, où elle doit ménager les entours. Entre tous ces textes, les variations menues feront un jour le bonheur des exégètes, mais le simple lecteur y perçoit surtout l’activité d’une chiffonnière maniaque: même les journées " déplaisantes " peuvent " servir " aux romans, même les lieux ont plusieurs usages; la maison de son ami Charles Dullin à Ferrolles est le Saint-Martin des Mandarins, le Feuverolles des Belles Images. Non, elle n’a pas eu besoin de magnétophone: elle a accumulé sur elle-même une telle masse documentaire qu’elle laisse peu d’espace à ses biographes, accompagné le moindre de ses actes d’un immense enregistrement.

Dans cette vie si comble, enfin, il y a eu l’amour en prime. L’amour, il y en a de toutes sortes et elle ne s’est privée d’aucun: ni de celui des hommes ni de celui des femmes; ni de la passade ni des affections constantes. Vivre près de ceux qu’on aime a toujours été l’idée simple qu’elle s’est faite du bonheur, et ses livres racontent le contentement inépuisable que lui donne la fréquentation assidue du même petit groupe d’amis, qui vivent a deux encâblure les uns des autres dans le même quartier parisien, sans cesse reliés par le téléphone et irrigués par la conversation, célébrant pourtant sans fin la joie des retrouvailles. En même temps, elle a toujours cru qu’il n’y avait vraiment qu’une sorte d’amour, celle qui donne l’assurance de ne faire qu’un avec un être, " mon petit côté Delly ", dit-elle.

Dès son vingt et unième anniversaire, elle avait rencontré le double qu’attendait à quinze ans l’adolescente exaltée et sérieuse qui jurait de ne se marier que si elle rencontrait ce double, celui auquel on pourrait écrire " vous autre ma vie ". Après quoi, les années peuvent bien couler, la foi jurée les traverse sans s’altérer. Elle inspire les phrases célèbres qui ont fait rêver des générations de demoiselles: en trente ans de compagnonnage avec Sartre, un seul soir de désunion, des intérêts indivis, un jumelage intellectuel et affectif infracassable. Sartre, pour elle, est l’homme par qui aucun malheur, hormis sa mort, ne pouvait survenir.

Qu’était-ce, pour une personne si avide de tout étreindre, qu’être née femme ? Chance, malédiction ? Ce n’était rien du tout, elle n’y songeait pas. Autant la situation enfantine lui avait paru pesante, autant la situation féminine lui était légère. La famille, monde de femmes fortes et d’hommes indolents, ignorait la hiérarchie des sexes. La vie intellectuelle, sans doute, était du côté du père. Mais la vie spirituelle, elle, appartenait à la mère: celle-ci enseignait à se préoccuper d’abord de son âme, et toute âme en vaut une autre au regard de Dieu, si bien qu’avant de lire les philosophes la petite fille croyait à l’égalité des êtres. Plus tard, à la Sorbonne, ses camarades d’études ne lui montrèrent aucune condescendance. Elle ne les percevait en rien comme des adversaires et se sentait fort à l’aise avec eux. Quelques années encore et elle choisit d’écrire: elle a alors un pied dans l’univers masculin et nul mieux qu’elle ne voit et ne décrit le bénéfice, quasi ethnologique, qu’on tire de l’appartenance à deux mondes. Bref, jusqu’à la quarantaine, on ne l’aurait jamais fait convenir qu’être femme était avoir tiré un mauvais numéro à la loterie des sexes.

Aussi écrit-elle ses premiers ouvrages sans même soupçonner qu’il y ait là un problème: chacun doit laborieusement construire son existence et tirer son épingle du jeu, mais homme, femme, c’est tout un. Elle reste indifférente à la campagne pour le vote des femmes. Elle manque souvent à l’élémentaire solidarité féminine et il y a même, chez elle, quand elle parle des femmes, des touches de sarcasme: elle n’en finit pas de recenser, autour d’elle, des grosses et des grasses, des larmoyantes, des petites bonnes femmes veules et dépendantes. Elle recule, légèrement dégoûtée, devant l’odeur du gynécée,

" tout ce qui fait femme dans la chambre de Wanda ": boîtes à poudre, lit défait, vêtements épars. Les femmes passives, comme sa cousine Jeanne, seulement occupée à " devenir ce qu’on lui avait appris à croire qu’elle devait être ", n’ont pas droit à son indulgence, pas plus que toutes ces abandonnées qui " restent là plantées à soupirer après un homme qu’elles ne méritent pas ". Au reste, l’émancipée connaît peu de ces femmes-la, ses amies mènent rarement la vie rangée des épouses, tout la porte à croire qu’il n’y a pour les êtres humains que des problèmes strictement individuels.

Le livre qui a fait sa réputation, l’énorme Deuxième Sexe, est donc une œuvre de hasard. Elle admirait L’Age d’homme, le livre où Michel Leiris avait eu le courage de s’exposer, tel un torero, à la corne du jugement d’autrui, souhaitait prendre elle aussi le risque de l’autobiographie. Sartre, qui s’entretient du projet avec elle, a l’intuition qu’une question préalable se pose et s’impose: qu’a signifié pour elle le fait d’être une femme ? Rien du tout, " ça n’a pour ainsi dire pas compté ". Comme il insiste, l’élève consciencieuse s’enferme pour deux ans à la Bibliothèque nationale. Elle y vole de surprise en surprise—la première, la plus forte, est de découvrir que toute femme qui entame son autoportrait doit commencer par ce truisme: "Je suis une femme ", alors qu’un homme peut paisiblement passer outre. A mesure qu’elle progresse dans ses lectures se modifie aussi, car elle ne fait rien à moitié, sa vision du monde. De tout cela, elle émerge avec ce monument, à travers lequel le monde entier va la juger, et qui confirme paradoxalement le " rien " dont elle était étourdiment partie. Être femme, ce n’est rien, en effet, ni essence ni destin. Mais pour la grande majorité des femmes, ce rien est tout, et voilà de quoi justifier huit cents pages.

Livre étrange, château de fiches où pourtant ce qui frappe n’est pas l’appareil érudit, mais un mélange de véhémence—est-ce la mort de son amie Zaza, assassinée par les conventions, qui inspire l’accent passionné ?—et de tranquillité sérieuse, voire de placidité dans le discours. Elle qui a toujours soutenu qu’avoir un corps, et un corps féminin, ne l’avait pas gênée, décrit avec une précision clinique la menstruation, la défloration. Elle qui n’avait pas vécu l’événement pubertaire comme une crise (elle eût seulement souhaité que sa mère en parlât plus, et moins son père, dont la compassion amusée la glaça) raconte par le menu la découverte, par la fillette jusque-là libre, des accablantes, des répugnantes servitudes du corps. Le lecteur, aujourd’hui, peine à imaginer quel scandale fit lever le livre. Il n’a plus conscience de l’immense silence que la littérature, même vouée aux femmes, observait sur tout ce sang qui coule: on n’en parlait jamais, y songe-t-on assez, dans les traités d’éducation des filles et, dans les romans, on ne trouvait que de pudiques, d’obliques constats. Colette elle-même suggère, plus qu’elle ne décrit, le passage féminin de la souveraineté à l’esclavage. Beauvoir, elle, a décidé de tout dire, avec une intrépidité appliquée, sans recourir à la moindre périphrase. Cette couventine, qui disait ce qui passait alors pour des horreurs, ce fut pour beaucoup, dont Mauriac, l’indécence même; et pour fort peu, dont Julien Gracq, le courage. C’est lui, bien sûr, qui a raison. Et si elle va son train, impavide, c’est aussi qu’à côté de sa description du piège où la biologie prend les femmes elle a placé l’amulette qui leur permet de s’en libérer. L’accablement de la condition féminine ne naît nullement du biologique (si tel était le cas, il n’y aurait plus, sempiternellement, qu’à le subir), mais du social. C’est la société qui fait de la femme un être relatif et subalterne.

Ainsi de la menstruation: " Dans une société sexuellement égalitaire, on ne l’envisagerait que comme une manière singulière d’accéder à sa vie d’adulte. " Ainsi de la pénétration: elle n’est humiliante que déjà prise dans toute une mythologie de l’infériorité des femmes. Bref, les faits comptent moins que leur interprétation, on ne naît pas femme, on le devient: phrase-drapeau, qui claque encore dans nos mémoires.

Elle avait, pour sa part, tout fait pour ne pas le devenir. Et, d’abord, en refusant tout ce qu’elle avait détesté dans sa jeunesse, tout ce qui tournait autour de l’image des mères: la sienne propre, courbée à la fois devant Dieu le père et le père Dieu, et faisant payer cette double servitude d’un despotisme menu, mais aussi celles de ses amies, dont Zaza. Mères à la fois souffrantes et manipulatrices, perfectionnistes et futiles, dévorées par l’obsédante niaiserie des travaux domestiques. Pour Simone donc, à rebours, pas d’emménagement, pas d’installation. Des rapports désinvoltes et quasi magiques avec l’argent. Ni meubles, ni maison, ni appartement, tout juste, et fort tard dans la vie, un studio: elle admirait Sartre d’avoir si peu le sens de la possession qu’il n’avait même pas un exemplaire de son dernier livre. Pas de tâches ménagères : on travaille et corrige les copies au fond des bistrots, se nourrit ordinairement audehors, et le clou de l’activité féminine consiste à se préparer un jambon-beurre dans une chambre d’hôtel. Pas de mariage non plus, bien que Sartre le lui ait proposé: mais elle refusa, il en conçut quelque déception, après quoi ils rationalisèrent leur choix, un peu confus d’avoir joué un instant avec l’idée de l’installation bourgeoise, mais heureux d’avoir échappé aux " obligations " qu’elle multiplie nécessairement. Pas d’enfants: elle se donne beaucoup de mal, dans Le Deuxième Sexe, pour montrer l’artificialisme du prétendu " instinct maternel " et toutes les raisons truquées, de l’injonction grondeuse à la persuasion sentimentale, qui obligent les femmes à avoir des enfants et à croire qu’elles les ont voulus. Dans le désir d’enfant, elle ne veut voir qu’un choix individuel, qu’elle refuse pour son compte personnel en invoquant la répétition monotone à quoi condamne l’enfant. Bref, ses choix dessinent avec une fermeté exemplaire l’envers du noir tableau qu’elle a dressé dans Le Deuxième Sexe et illustrent sa thèse centrale, que la féminité, ni nature, ni essence, ni même condition, est seulement une " situation " indiquée à travers les données physiologiques, mais toujours modifiable par la force de la volonté et de l’esprit.

Cette idée d’une vie différente possible pour les femmes a donc été chez elle une pratique avant d’être un concept, et l’image qu’elle donnait d’elle-même a nourri la véhémence de ses adversaires, acharnés à dénoncer l’observatoire strictement personnel du Deuxième Sexe. Tantôt, disent-ils, elle décrit le destin féminin à travers l’étroite lucarne de cette vie bourgeoise qu’elle avait détestée enfant, et tantôt du haut de cette luxueuse liberté qu’elle affichait pour sienne. Rendue aveugle dans le premier cas par la proximité à l’objet et, dans le second, par la distance. Doublement, quoique inversement handicapée. Elle- même y avait réfléchi: les femmes sont-elles mieux placées que les hommes pour comprendre la situation féminine ? Son sens de l’universel l’incline à penser que non. Et puis, elle se ravise: certaines femmes oui, qui ont eu le privilège, mais aussi la volonté et l’intelligence, de mettre un pied dans l’univers masculin. A la marge donc, un peu, dit-elle, comme le correspondant de guerre, ni tout à fait dehors ni tout à fait dedans et l’œil aiguisé par cette bâtardise même. De cette oscillation entre l’appartenance et la non-appartenance, elle joue avec bonheur. On admire dans Le Deuxième Sexe que l’intellectuelle qui avait échappé à la répétition maussade des occupations féminines décrive de façon si saisissante l’existence ménagère vouée à la facticité; que celle qui n’avait pas emprunté les chemins de la tradition ait su, à sa manière prosaïque et brutale, compter les cailloux dont ils sont semés. Et que celle qui avait voulu être l’égale des hommes et s’était sentie telle, par la culture, la responsabilité et les libertés, la même donc, ait reconnu dans la femme l’Autre. Qui devait être le titre initial du Deuxième Sexe.

L’Autre, mais pourtant pas le tout Autre. Au temps du Deuxième Sexe, si elle admet que la mesquinerie et la médiocrité des valeurs féminines s’expliquent par l’interdiction qui est faite aux femmes d’accéder aux plus hautes destinées humaines, héroïsme, révolte ou invention, elle sait que pour les hommes non plus elles ne sont pas si communes: tant d’hommes sont, comme les femmes, réduits à une vie sans projets et sans espoir par l’appartenance de classe, plus impérieuse encore que l’appartenance de sexe, et qui est toujours au commencement.

Aucune révolte spécifique ne viendra donc jamais à bout de l’oppression des femmes, on ne les affranchira qu’en changeant le système tout entier. D’où la légère condescendance à l’égard du féminisme. D’où la certitude qu’avec l’abolition des classes —encore que son évocation du socialisme à venir soit toujours d’un déconcertant schématisme—et seulement avec elle, la vie des humains, hommes et femmes, pourra décisivement changer. En attendant ce grand soir, elle se félicite que l’amélioration de la vie féminine soit en marche, se réjouit, en observant les femmes américaines dans L’Amérique au jour le jour, que les Européennes, elles, aient compris qu’on ne gagne rien à s’affirmer " en tant que femmes " et qu’il faut, au contraire, faire la preuve de sa valeur " sur un plan universel, dans la politique, les sciences et les arts ". Davantage encore: elle ne croit nullement que ces nouvelles conquêtes, qui développeront chez les femmes l’aisance et la mobilité, permettront de voir surgir un monde d’idées inédit. Rimbaud annonce, elle lui en sait gré, la fin de " l’infini servage de la femme ": elle ne jurera pas pour autant que la création humaine s’en trouvera bouleversée. La femme, cet Autre, niera et dépassera sa situation, mais non vers le tout Autre. Vers le même, au contraire. En se libérant, la femme aura accès à ces valeurs d’indépendance, de risque, d’intelligence, qui sont déjà privilégiées par les hommes: le monde masculin a l’universel dans son particulier.

Au fil des années, on la voit affûter la lame de ses jugements, au point de dire qu’on ne la trahit jamais en la présentant comme une féministe radicale. Est-ce l’énergie cinétique du livre célèbre, le fait d’avoir été poussée sur des estrades, accablée de revendications et d’injures, choisie par tant de femmes comme porte-bannière ? Ou seulement l’esprit du temps ? En tout cas, elle a changé. Elle ne croit plus que les femmes soient en passe de gagner la partie et ne jurerait pas que de la lutte des classes à la lutte des sexes la conséquence est bonne. Elle ne serait plus prête à voir dans l’affrontement des sexes le face-à-face idéaliste de deux consciences. Elle fait passer la lutte collective des femmes avant l’affranchissement personnel. Des féministes avec lesquelles elle s’est liée, elle a appris l’intransigeance. Il ne faut rien laisser passer, même les petites choses: c’est pourquoi elle finit par donner son aval à cette réfection féminine du vocabulaire et de la grammaire qu’elle avait d’abord jugée si puérile et même si incongrue. Elle va jusqu’à infléchir la conviction spontanée qu’on lui a donné les mêmes chances qu’à un garçon. Non, c’est bien une éducation de jeune fille qu’elle a reçue. Et nonobstant les études, sa situation est demeurée " celle d’une femme au sein d’une société où les sexes constituent deux castes tranchées ". Deux castes vraiment ? Là-dessus elle bronche un peu, car elle conserve l’horreur native du ghetto.

De son credo central, celui du jeu que chacune conserve par rapport à la différence biologique, elle n’a pas démordu. Si elle avait postulé la dépendance des femmes, elle avait consacré ses romans à montrer que c’est précisément la dépendance, l’impossibilité à s’affirmer comme sujet, et non la féminité, qui est responsable du malheur féminin. Si elle avait décrit mieux que personne les tristes servitudes du corps féminin, elle refusait toujours de faire du corps le fondement de la différence intellectuelle et sociale, la source de la destinée féminine, moins encore le point d’appui d’une culture féminine particulière. Dans la pente différencialiste du néo-féminisme, elle voyait une mystification encore, nouveau et joli piège tendu aux femmes. Son allergie à tout ce qui exalte la corporalité, la féminité, son hostilité aux féministes—elles la lui ont, selon Antoinette Fouque, amplement rendue—qui mettent la différence au centre de la vie des femmes ont été entières. Cette répugnance avait été la clef de son rejet des doctrines, saint-simoniennes ou comtistes, qui exaltaient la Femme-majuscule, façon subtile mais imparable de la desservir : identifier la femme à des vertus ou à des mérites particuliers, c’est l’enfermer dans l’impératif catégorique, devoir-être qui lui paraissait meurtrier; elle avait toujours professé que la liberté (des hommes comme des femmes) consiste à s’arracher aux déterminations qu’on leur impose et conçu une méfiance instinctive pour toutes les doctrines qui, au lieu d’assimiler la femme à l’homme, I’opposent à lui, fût-ce en célébrant son intuition, son dévouement, la force et la fidélité de ses attachements: autant de supercheries.

On comprend alors qu’elle n’ait jamais entonné le refrain de l’" écriture féminine ", de la littérature féminine: de toutes les entreprises réservées aux femmes, elle tire une impression d’étroitesse accablante. Elle méprise l’associationnisme féminin, les clubs des femmes américaines. Invitée à dîner, aux États-Unis, par deux jeunes femmes indépendantes, dont l’annulaire est vierge d’alliance, elle soupire: l’appartement sent le célibat, le dîner baigne dans " une absence amère ", ce repas entre femmes est un triste repas sans hommes. Elle voit dans l’ordinaire séparation des sexes en Amérique la raison de l’attitude de défi des Américaines face à des hommes considérés comme des ennemis. En comparaison, le métissage social européen est une bénédiction. Elle peut admettre que l’agressivite masculine s’accroît à proportion des progrès de la cause des femmes, mais résiste de toutes ses forces à l’idée de l’incommunicabilité entre les sexes. Tout cela lui vaudra la méfiance des féministes radicales et l’accusation de double jeu. Elle y répondra en concédant qu’il est bon, pour la cause, qu’il y ait des féministes radicales. Mais elle ne les suivra pas plus avant Elle reste fidèle à son expérience d’un rapport aisé, détendu avec les hommes. Heureux.

Au total, l’a-t-il été autant qu’elle le clame ? Surtout, a-t-il été—un de ses mots fétiches—si " authentique " ? Elle l’aurait juré. Elle mettait au-dessus de tout la sincérité, revendiquait la transparence. L’ambition de dire le tout d’une expérience avait été le moteur de son entrée en écriture, le but à quoi elle revenait sans cesse dans ses carnets de jeunesse. Elle a conçu ensuite chacun de ses livres comme un pas supplémentaire dans une entreprise de démystification. Ainsi s’expliquent la crudité salubre du Deuxième Sexe; la sympathie pour les héros qui cherchent à bâtir des rapports humains vrais, hardiment, comme Henri des Mandarins, timidement, comme Laurence des Belles Images; la condamnation de ceux qui, comme Paule des Mandarins, ou Élisabeth de L’Invitée, s’emploient à fuir la vérité dans la brume des illusions sentimentales. Dans le vigoureux monde en noir et blanc qu’elle dessine, où il y a des honnêtes et des salauds, des plaisants et des déplaisants, des authentiques et des inauthentiques, tout son mépris va aux truqueurs. " Tomber dans l’inauthenticité ", formule légèrement comique, est le mal absolu. Dont elle se croit préservée.

Avec Sartre, elle s’était tout de suite avisée—à moins qu’il ne le lui ait insidieusement fait croire—qu’à côté de l’amour qui les liait (" nécessaire ") il y aurait forcément des amours " contingentes ". Ils avaient donc imaginé un dispositif destiné à protéger le premier, à prévenir les turbulences des secondes et à conjurer ainsi les surprises de l’existence. Pacte de vérité, qui consiste, entre les deux êtres qui se sentent " nécessairement " liés, à tout se dire, à raconter à l’autre tout ce qui se dit ou se fait avec les autres, tout ce que les autres ont dit, tu, suggéré, esquissé, paroles, gestes, soupirs, caresses. Pacte ingénieux, qui les lie alors même qu’ils se délient. Pacte d’abord passé pour une durée limitée, puis reconduit, jamais explicitement abandonné et amplement commenté, au moins par elle. Pacte devenu fameux. Les termes de l’accord rencontraient chez eux deux un penchant au commérage, mais aussi la passion des rencontres entre les êtres, contacts, collisions, esquives, ruptures: ils professaient que chaque conscience poursuivait la mort de l’autre; mais aussi qu’aucune n’existe autrement que sous le regard de l’autre; de là, entre eux, ces conversations— ni elle ni lui ne s’en lasse—qui font bouger à l’infini le kaléidoscope coloré de leurs relations; de là, dans les romans de Simone, les êtres vus comme faisceaux de réciprocités, à la manière, génie en moins, d’Henry James, qu’elle admirait.

Liés par leur pacte " essentiel ", les voici donc tissant autour d’eux une toile serrée, d’autant plus compliquée qu’à leurs yeux aucune forme de lien entre les individus n’est privilégiée, ni interdite, objet de création perpétuelle de surcroît. Astres souverains au centre d’un système qui fait graviter autour d’eux quantité d’étoiles subalternes: Louise, Olga,Wanda, Nathalie, le petit Bost; amis, amants, amoureuses, maîtresses, de l’un, de l’autre, ou des deux. Relations entrecroisées qui ne doivent pourtant pas menacer le cœur-à-cœur royal. Aussi faut-il mettre au point un système complexe d’entrevues individuelles et de réunions plénières et inculquer à toutes les " petites consciences " subordonnées la hiérarchie vraie des affections. Pas simple: ces êtres faibles et plaintifs n’en ont pas le sens, ont toujours tendance à quémander entretiens et étreintes, à réclamer plus que leur dû, à chipoter la part qui revient aux uns et aux autres. Ils inclinent à juger fort avare une Simone pourtant généreuse à leur égard: elle joue auprès de la part féminine de la petite troupe asservie et adorante le rôle de pédagogue (il faut, entre deux baisers, leur expliquer les Méditations), de surveillante générale, d’organisatrice des loisirs et des désirs, de consolatrice, de mère aussi, qui paie libéralement les voyages à Paris, les chambres d’hôtel et les whiskies. Sartre, de son côté, montre la même complaisance et sème son argent à tout-va.

Dans tout cet arrangement, il y a pourtant quelque chose de difficilement partageable, le temps non élastique, le temps toujours trop vite envolé (malgré l’énergie dépensée à le saturer et la minutie mise à le répartir: " Je lui donnerai deux soirées, il en donnera trois à Olga "; " J’ai aperçu Sorokine au Mahieu, mais je l’ai juste saluée, ce n’est pas son jour ". Partager le temps, le calculer, préserver le temps de l’amour nécessaire et davantage encore celui de l’œuvre—entendons surtout celle de Sartre— tel est le métier de chien que racontent tout au long et le journal de Simone et la correspondance qu’elle échange avec Sartre, quand la guerre exile celui-ci du carrefour Vavin. Lettres de l’une à l’autre, et de l’autre à l’une, où éclate, quoi qu’elle en ait, la dénivellation de leurs existences. À lui, soldat puis prisonnier, la guerre, qu’il contemple plus qu’il ne la fait, donne la chance de vivre comme dans le poêle de Descartes, en bienheureux tête-à-tête avec sa création. Elle, en revanche, sans bouger de leur territoire d’élection et sans accorder à la guerre, qui la prive de lui, autre chose que des pensées négligentes et rancunières— l’indifférence à l’événement de cette future championne de l’engagement est stupéfiante—, est au front: mobilisée par l’administration des amours contingentes qu’il faut gérer de concert avec l’amour nécessaire, seul, lui, et libre dans les brumes allemandes.

On sent ici la main de fer de la gouvernante et son aptitude à surveiller et à punir. On saisit aussi quel déni de soi entraîne, chez celle qui n’aimait que la transparence, le système que Sartre et elle avaient imaginé. Tout se dire, ç’avait déjà été, raconte sa sœur Hélène, la convention familiale, qui menait immanquablement à la cachotterie et à la duplicité. La convention quasi conjugale ne vaut pas mieux. Sartre vient-il en permission, il faut cacher aux autres le jour et l’heure de son arrivée, mentir sur la durée du séjour à Paris, éviter les téméraires dangereux, se cacher entre Vavin et Raspail, fréquenter la poste restante et mettre sous clef le courrier. Surtout, établir à l’avance ce qu’on dira aux autres et rapporter méticuleusement ce que les autres ont dit de lui, d’elle, et ont dit qu’ils leur ont dit. Construction qui demande une excellente mémoire, un gouvernement rigoureux de soi, une ritualisation féroce. Et branlante pourtant, menacée par la moindre rencontre, le plus petit lapsus, rongée par la mauvaise foi. Fallait-il inventer une existence si peu conventionnelle pour la remplir de conventions ?

Tout se complique encore évidemment lorsque du sein de ces rencontres " inessentielles " surgit, d’un côté ou de l’autre, l’amour, et qu’il faut faire vivre ensemble l’amour nécessaire (mais tout d’un coup pas si nécessaire) et l’amour contingent (mais tout d’un coup pas si contingent). Le jeu alors peut devenir meurtrier, et c’est cette menace qu’elle a mise en scène dans les plus réussies de ses fictions, se délivrant à chaque fois par l’écriture de l’insupportable tension ouverte dans leurs vies par l’irruption d’un autre ou d’une autre: consciences plus du tout négligeables cette fois, mais étrangement fascinantes. De l’épineuse entreprise de vivre à trois, L’Invitée conte la fin tragique et Les Mandarins la fin mélancolique. Les deux histoires pourtant ne sont pas tout à fait symétriques, et cette boiterie en dit long sur les jureurs et leur pacte. Dans L’Invitée, Sartre-Pierre était captivé par Olga-Xavière. Dans Les Mandarins, Simone-Anne par Algren- Lewis. Mais dans le premier récit, Pierre se soucie comme d’une guigne de l’intégrité du pacte. Dans le second, Anne s’évertue avec l’aide, il est vrai, de l’océan Atlantique, à mettre entre le récent amour et l’ancien assez de distance pour que soit respectée la hiérarchie des affections. Ainsi en a-t-il été dans la vie: à peine Simone a-t-elle rencontré Algren — un vrai coup de baguette magique, pourtant, qui fait à nouveau valser l’existence, métamorphose les objets et jusqu’aux mots (le " cher mari du Mexique " parvient presque à lui faire oublier quel esclavage hideux est le mariage)—qu’elle s’ingénie à lui faire comprendre ce que Sartre représente dans sa vie, comme ils se sont mutuellement épaulés et doivent s’aider toujours. Elle niait " appartenir " à Sartre, le pacte entre eux ne comportait aucune clause de subordination, mais elle maintenait, inquestionnée, l’image de deux jumeaux intellectuels attelés à une tâche exaltante et indispensables l’un à l’autre. Elle tenait à ce " nous " péremptoire qui surgit dans les Mémoires chaque fois qu’elle entame un de ces développements un peu laborieux sur la politique—on sent qu’elle peine à y mettre son cœur—et qui signale le passage de la vie privée, où elle prétend à l’autonomie, à la vie publique où, selon le schéma le plus convenu de la vocation féminine, elle s’abrite derrière lui.

Dans l’exécution de leur pacte, qui n’a été viable que par ses soins—sa " vigilance ", dit- elle—, elle a donc toujours montré plus de fidélité que lui. Et, au total, plus d’honnêteté. À lui, l’existence du Castor servait surtout à intimider les autres femmes, à les empêcher d’empiéter sur son temps et sur son œuvre; il fait jouer à Simone le rôle dissuasif que tiennent chez Flaubert la mère- despote et la maladie chez Voltaire: soupirer qu’il faut tenir compte des droits légitimes du Castor est encore la manière la plus élégante de tenir en respect les femmes " contingentes ". Elle, en revanche, a la religion de leurs serments. Elle a même, par éclairs, le sentiment de leur imposture. La plupart du temps, elle rebondit, sort joyeuse et lisse de leur roncier de mensonges, suffisamment rassurée d’avoir près d’elle quelqu’un pour qui elle tient le greffe des caresses, soupirs, scènes, ruptures, retrouvailles de leur pensionnat. Mais le mensonge l’inquiète sourdement: " Par moments, lâche-t-elle dans La Force de l’âge, je me demandais si mon bonheur ne reposait pas tout entier sur un énorme mensonge. " Elle juge sans indulgence Sartre, qui dans sa relation avec celle qu’elle appelle Védrine s’est très laidement comporté. Il s’amusait à écrire à la jeune fille des lettres de feu, puis des lettres de rupture, pleines d’assurances d’estime et d’encouragements moralisateurs : pour Simone une insupportable hypocrisie. Elle vit auprès de Louise Védrine la rupture imposée par Sartre (et qu’elle-même avait conseillée), mais finit, gagnée par la compassion, par épouser le parti de la délaissée. Elle ne s’exclut pas, du reste, de la condamnation qu’elle porte contre Sartre, elle perçoit à quel point, en raison de ses rapports privilégiés avec lui, elle pouvait paraître haïssable et découvre d’un coup, avec une surprise douloureuse, " notre façon de traiter les gens ".

Il arrive que l’inquiétude ronge jusqu’à la foi centrale qui est la sienne: que tous ces arrangements menteurs concourent à créer une grande vérité, celle de ses rapports avec Sartre, bienheureusement soustraits aux " variations " Cette religion-là, pourtant, Sartre s’est souvent chargé de l’abjurer. Elle est presque pathétique, l’implacable Simone, dans les efforts qu’elle fait pour ne pas voir ou voir le moins possible: " Je sais bien, lui écrit-elle, que notre amour est le plus vrai, mais ça me pèse de vous voir traîner dans d’autres cœurs. " Elle accepte mal de débusquer en elle cette plainte de bonne femme jalouse. Elle s’en tire par de subtils distinguos: pas jalouse, assure-t-elle, des sentiments de Sartre pour toutes ses femmes; jalouse, en revanche, des sentiments que lui portent les femmes. Encore n’est-ce pas vrai de toutes. Celles dont on peut se débarrasser aisément en les définissant comme des feux follets, éphémères lueurs de conscience, se font du grand homme une idée si inadéquate qu’elles ne la dérangent guère. Quant à lui, elle se persuade qu’il ment aux autres en leur disant qu’il les aime, mais qu’à elle (en usant des mêmes mots) il dit la vérité. Au demeurant, la première affirmation est-elle vraiment mensongère ? Il faut tenir compte aussi de la sincérité de l’instant. Mais, alors, qu’est-ce qui garantit Simone d’être elle-même l’objet d’un amour négligent et fantasque ? La durée, bien sûr, d’une association qui, plus encore qu’un lien personnel, est la condition de possibilité de l’existence: ce qui donne en général à leur amour, convient-elle, quelque chose de " durci et de définitif "; mais où elle trouve l’assurance qu’elle est pour lui " un objet posé absolument ", quand toutes les Olga, les Wanda, les Natacha sont des " êtres mis entre parenthèses "

Et si elle se leurrait, aussi vite vaincue par l’illusion sentimentale qu’une Louise, qu’une Poupette ? Comme elle est beaucoup plus honnête que Sartre, qui est loin de tenir à son intention un archivage aussi scrupuleux que celui qu’elle établit pour lui, elle mentionne ses doutes: et si elle aussi était pour Sartre une parenthèse, un " truc dans la vie ", comme elle le dit d’Olga pour Bost? Elle chasse vite, comme on fait d’une mouche, cette pensée agaçante. Dans l’école régimentaire qu’elle administre, les élèves à qui elle distribue, selon leurs mérites, les bons points ou la férule, dépendent tant d’elle et souvent au sens le plus matériel! Toutes ces petites noyées, aimables et faibles, attendent leur subsistance de Sartre et d’elle, et l’aident elle- même à se sentir vivante et forte. Le contentement de n’être pas comparable est l’armature de sa vie, et il ne joue pas seulement dans la relation avec Sartre, mais dans les amours de passage aussi bien. Chaque fois qu’elle peut, sur la foi de légers indices conclure qu’il n’y a pas de comparaison entre la façon dont les membres de leur petit bataillon tiennent à elle et tiennent aux autres, elle rayonne, elle exulte, elle touche terre. Elle s’exalte à l’idée qu’avec les autres fait défaut cette qualité de sympathie, de complicité, d’engagement profond: " J’aime bien penser que Bost est plus en sûreté dans mes mains que dans celles de Kos, que j’ai vraiment dans son honnête petite vie un rôle qu’elle ne sera jamais capable de remplir. "

Devant ces arrangements matériels et moraux qui absorbent tant de son énergie et de son temps, son lecteur hésite entre plusieurs sentiments. L’indignation devant l’autorité condescendante avec laquelle elle régente son escouade (" Il suffira, écrit-elle à Sartre, d’un peu d’application pour que cette petite personne soit heureuse sans trop gêner ") et l’absence de respect des autres: elle ouvre les lettres, lit les journaux intimes. Le malaise, car cette championne de l’indépendance se soumet à l’emploi du temps et à l’œuvre de Sartre, servante au grand cœur qui sait et dit avec simplicité que Sartre a du génie et qu’elle n’en a pas. La compassion, car on voit Sartre mener la partie, jouer en artiste consommé de la foi selon laquelle elle lui est essentielle: il la tisonne quand elle s’éteint, il la rejure chaque fois qu’il faut (il lui dit qu’il tient à l’autre, mais qu’il est avec elle, constat assez plat qui la rassure pourtant). La stupéfaction, car on est confondu de voir celle qui ne se sentait pas femme, qui avait tout fait pour ne pas le devenir, si vite et si bien consolée par la chanson vulgaire et douce dont on berce l’éternel féminin: " Avec toi ce n’est pas la même chose. " La sympathie, car elle décrit très bien dans ses romans, et on la soupçonne de l’avoir elle-même ressentie, la souffrance des femmes qui luttent pour maintenir le lien amoureux avec des hommes depuis longtemps dépris. Peut- être enfin une manière d’admiration pour l’exploit: à force de volonté (elle avait écrit à Sartre qu’il leur faudrait " faire ressembler le mensonge à la vérité "), toute cette tricherie finit par en constituer une. Elle tient à bout de bras le château de cartes biaisées dont Sartre et elle sont les rois. C’est en toute bonne foi que, pressée par Algren de venir vivre avec lui, elle lui répond que ce n’est ni pour le plaisir ni pour la gloire qu’elle maintient la vie commune avec Sartre, mais parce qu’elle " ne peut pas faire autrement ". Ceci est la stricte vérité: comment renoncer à l’axe qu’elle a donné à sa vie ? C’est alors qu’elle trahirait le vrai.

Elle aura une occasion encore d’affronter la vérité, la rencontre du vieil âge. Découverte ? L’action du temps la déconcertait, elle avait tenté doublement de la conjurer; les Mémoires montraient à quel point elle détestait voir son passé s’effilocher; et le Journal à quel point elle luttait contre l’anéantissement progressif du présent. Elle avait toujours senti qu’elle vieillissait et opposé très tôt la limite de l’âge à ses comportements et à ses entreprises. Petite fille déjà, elle s’était sentie trop vieille pour s’asseoir sur les genoux de sa mère. Trop vieille, a trente-six ans, pour se soucier d’une dent qui la défigurait. Assez vieille déjà, à quarante ans, pour signer la fin de sa vie sexuelle. Puisant au fond du miroir la certitude que la vieillesse couvait, force insidieuse et invincible. Annonçant périodiquement qu’elle était reléguée au pays des ombres. Toujours rebondissante, pourtant, dès que surgissait le nouvel amour. Algren, Lanzmann sont d’abord cela pour elle: un appareillage à neuf dans le vent matinal. L’amour nouveau est la délivrance de l’âge.

Reste qu’" on est rongé par la mort plusieurs fois dans le cours de sa vie ", elle le sait bien.

Cette basse mélancolique de la mort, qui hante la jeunesse sous la forme de l’ennui et la maturité sous celle de la foudroyante angoisse, cette lente préparation de la vieillesse qui lui faisait pressentir les abandons, les reniements, n’empêche pourtant pas qu’il y ait dans l’existence un avant et un après, une ligne de vieillesse comme sur une paume une ligne de vie. Où peut-on au juste la tracer ? En 1960, alors qu’elle traverse le canal de Corinthe. Dans l’instant, pourtant, elle se sent heureuse, mais " de l’autre côté d’une ligne que je ne traverserai jamais plus ". Dès lors, elle cesse d’accoler l’adjectif heureux au mot vieillesse, ce qu’elle faisait encore quand, renonçant à Algren après l’aventure américaine, elle promettait à Sartre qu’ils auraient une heureuse vieillesse. Quel fut donc l’événement nouveau de ces années soixante ? La guerre d’Algérie assurément. Les premières atteintes de la maladie pour Sartre. Mais plus profondément encore, le temps a cessé alors d’être pour elle un facteur d’accumulation. Elle a encore des projets, mais ils flottent, isolés, rien n’en fait plus un faisceau. Le temps, jadis glorieux vecteur de toutes les acquisitions et de toutes les libérations a cessé de mener droit à un but clairement aperçu. Rien ne l’illustre mieux que la composition du dernier livre des Mémoires, bric-à-brac d’impressions qu’elle renonce à distribuer sur l’axe chronologique. Il n’y a plus de premières fois, mais une cascade de jamais plus. C’est leur écho désolé que fait entendre la conclusion célèbre, et si belle, de La Force des choses: " Oui le moment est arrivé de dire jamais plus ! Ce n’est pas moi qui me détache de mes anciens bonheurs, ce sont eux qui se détachent de moi: les chemins de montagne se refusent à mes pieds. Jamais plus je ne m’écroulerai, grisée de fatigue, dans l’odeur du foin; jamais plus je ne glisserai solitaire sur la neige des matins. Jamais plus un homme. "

Des commentaires hypocritement navrés ont salué cette chute. Que n’a-t-on intimé à Beauvoir, d’accepter enfin sa féminité, de recourir aux artifices dont usent les femmes pour reculer les échéances. De reconnaître qu’elle avait fait les mauvais choix, refusé la maternité, payé son émancipation du désert des existences inutiles. On a triomphalement souligné le mot de la fin: " J’ai été flouée ", en suggérant qu’elle s’était elle-même flouée (ce qu’elle accepterait aisément, convaincue que se faire, pour un être mortel, c’est toujours se défaire). En dépit de toutes les injonctions grondeuses et moralisantes, c’est pourtant cette découverte qui donne à La Force des choses sa supériorité sur les autres volumes des Mémoires. Non qu’elle en ait beaucoup modifié la composition et l’écriture. Il s’agit toujours pour elle d’informer et de décrire plus que de séduire et de suggérer. Toujours aussi de tresser la vie privée à la vie publique et de recenser les voyages, conférences, prises de parole, rencontres, dîners, entretiens, tout un café du commerce affectif et politique. Mais dans cette énumération qui ne fait grâce de rien au lecteur, quelque chose de nouveau s’est glissé. Quelque chose d’énigmatique, qui n’est pas un scandale métaphysique mais une " présence intime ", qui altère odeurs et saveurs, pénètre l’existence, mais en contrepartie adoucit le style et estompe le tranchant des jugements. Désormais, il n’est plus si nécessaire de découvrir, de conquérir, on peut revenir à Rome chaque été, et Rome, justement, qui montre si clairement la sédimentation des siècles, est la ville même où peut s’apaiser le tourment de l’être qui vient de s’éprouver comme éphémère.

À cette irruption de la mort dans la vie, elle réagit comme elle l’a toujours fait: en la considérant fixement, en l’affrontant. Et comme toujours par des livres, où elle dévisage l’ennemie, à sa manière brutale. Des romans, L’Age de discrétion, La Femme rompue, désormais traversés par des femmes vieillissantes et abandonnées. Tout compte fait, dernier volume des Mémoires, où le lecteur retrouve les protagonistes des premiers, mais aussi grimés et travestis par l’âge que les personnages du Temps retrouvé: Camille méconnaissable, boursouflée par l’alcool, Natacha affreuse et grotesque. Un énorme pavé sur La Vieillesse, mélancolique et pourtant allègre, tant on la sent à nouveau portée par le travail de la démystification et la joie de la transgression. Enfin les deux livres catafalques: Une mort très douce, récit, sous un titre-litote, des derniers jours d’une mère qui voyait la mort comme une intolérable violence; La Cérémonie des adieux enfin, qui raconte la glissade de Sartre vers la dégradation et la mort.

Livres pathétiques, livres choquants. Elle avait entretenu avec Françoise de Beauvoir, sa mère, une relation négligente et coupable et ne s’avise de parler d’elle que lorsque celle-ci est aux portes de la mort, dépendante, amoindrie. On peine aussi à comprendre qu’elle doive décrire, avec tant de détails pitoyables et crus, les dernières années de Sartre. Comment peut-elle, à la face du monde entier, donner à voir comme répugnant et obscène un corps qu’elle a aimé ? Tous ceux qui la détestent ont vu dans ces livres d’obliques et insupportables règlements de comptes. Vengeance contre la mère abusive et dolente. Revanche sur les sacrifices émotifs et intellectuels consentis à Sartre, sur les entorses qu’il avait faites à leur contrat. Les plus douloureuses, dans les dernières années, avaient été l’adoption par Sartre d’Arlette Elkaïm, l’écriture en commun d’un livre avec Benny Lévy: l’enfant qu’ils n’avaient pas eu ensemble, le livre qu’ils n’avaient pas écrit ensemble. Une double et intolérable trahison; et la seconde plus encore, pour une femme qui avait toujours tenu les livres pour l’équivalent glorieux des enfants. Elle riposte donc en adoptant elle-même une fille et en écrivant, Sartre mort, ce livre insoutenable qu’il ne lira pas.

Malgré tout, l’explication est courte. Car son lecteur ne peut ignorer qu’elle est atteinte de plein fouet par la révélation du corps mortel de sa mère et de celui de Sartre, qui se croyait immortel. Elle détourne les yeux de la mâchoire-rictus, plus encore du sexe découvert de la mère, comme d’un objet à la fois répulsif et sacré. À son chevet, elle découvre avec horreur qu’on ne peut dire ni la vérité ni mentir d’un cœur léger: le langage " pourrissait " dans sa bouche, la malade avait a les oreilles remplies de nos mensonges ". Mais tout cela n’est aussi insupportable que parce qu’elle retrouve, entre sa mère et elle, un fil particulier de tendresse qu’elle croyait cassé, parce qu’elle ne croit à rien de ce qui est involontaire et qu’elle est bouleversée par la révélation de ce lien obscur. Et quant à Sartre, devenu impotent et quasi aveugle, elle est auprès de lui submergée par une torrentielle angoisse: " Ça ne peut pas se penser, ça se vit. " Mais justement: elle n’a jamais su faire face à l’intolérable qu’avec des mots; elle sait sûrement que ces mots- là appartiennent à Sartre, mais elle passe outre. Ici la dureté qu’elle a si souvent exercée contre autrui se retourne aussi contre elle: mais plus le détail est affreux, plus elle juge nécessaire de le consigner. Qui trouve des mots pour dire l’horreur l’a déjà dépassée. Ce qui est racontable doit être supportable.

Et, de même, la vieillesse. Le gros livre qu’elle lui a consacré est un pendant de cheminée au Deuxième Sexe et pourtant dissymétrique. Car de l’un à l’autre, le verbe " devenir ", déjà ambigu en lui-même, a changé de sens. Chacun le sait, on ne naît pas femme, on le devient. Ce qui veut dire que la société s’acharne à faire " devenir " femmes les femmes (une contrainte, un devenir subi), mais que celles-ci peuvent ne pas l’accepter, ou choisir, en transformant la donnée culturelle, leur propre manière de devenir (une liberté, cette fois, un devenir agi). La nouveauté est qu’il est impossible d’étendre cet argument au vieil âge. Une fois encore, sans doute, on ne naît pas vieux, on le devient. Mais dans ce devenir-ci, tout est subi. Elle souligne elle-même le changement de registre dans un entretien avec John Gerassi:

" Une femme peut passer à travers la vie en refusant d’admettre qu’elle est fondamentalement, par ses valeurs, son expérience, sa façon d’aborder la vie, différente des hommes. Mais il est très difficile de ne pas se rendre compte qu’on est vieux. " Et devenir vieux, c’est devenir mort, c’est devenir rien. Aussi l’idée de vivre " bien " sa vieillesse est-elle dépourvue de sens. On ne peut pas faire une œuvre de sa vieillesse, ni une entreprise. Même en la connaissant, même en y consentant. Voilà qui donne aux dernières œuvres de Simone de Beauvoir leur vibrato particulier, adoucit leur ton implacable et lui arrache cet aveu: il y a dans l’existence quelque chose qui échappe à la volonté et à la culture.

Elle n’en continue pas moins à dire que la mort n’est pas naturelle: rien de ce qui arrive à l’homme ne l’est, puisque la personne humaine réinterprète la donnée naturelle. Elle professe toujours, dans La Vieillesse, qu’il est plus facile de disparaître de ce monde quand on y est une fois vraiment apparu et qu’on y a laissé sa marque: dernier sursaut, ultime combat. Simone, dans ses derniers livres, c’est la petite chèvre de monsieur Seguin, qui se bat jusqu’à l’aube. À cause de cette ruade désespérée et touchante, on oublie qu’elle n’était pas exactement aimable et on l’aime presque d’avoir existé.

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Toril Moi : Simone de Beauvoir (Diderot éditeur, Arts et Sciences, 1995)

De nombreux critiques ont noté une obsession de la mort chez Beauvoir. Dans son étude très perspicace sur ce thème, Elaine Marks souligne que chez Beauvoir "Le moi (est) engagé dans un combat perdu pour se protéger de l’annihilation et de l’intrusion d’autrui. La mort, pour Simone de Beauvoir, c’est le néant, l’absence" . Pour un existentialiste, la mort est une absurdité mais c’est elle qui donne un sens à la vie. Dans le but de justifier ce paradoxe, d’un côté Beauvoir insiste sur le scandale qu’est la mort: "Il n’y a pas de mort naturelle", écrit- elle à la fin d’Une mort très douce: "Tous les hommes sont mortels: mais pour chaque homme sa mort est un accident et, même s’il la connaît et y consent, une violence indue". De l’autre, elle essaye aussi de se convaincre—et ses lecteurs avec elle— que la mort est, en effet, ce qui donne du prix à la vie. Ainsi consacre-t-elle un roman entier, Tous les hommes sont mortels, au triste destin de l’immortel comte Fosca. Se décrivant comme un "fantôme (sans) un cœur vivant", Fosca regrette l’absence d’affections dans sa vie. Même lorsqu’il pense à sa bien-aimée, Marianne, morte au XVIIe siècle, il n’éprouve plus rien: "Embaumée dans mon cœur, au fond de ce caveau glacé elle était aussi morte que dans sa tombe", se lamente-t-il . Même sur les barricades, à l’époque de la révolution de février, il éprouve le sentiment d’être en retrait: "Mon cœur fut enseveli sous des laves -froides", se plaint-il . À ceux qui l’exhortent à vivre dans le présent, il répond: "Mais les mots sèchent dans ma bouche [...] Les désirs sèchent dans mon cœur et les gestes au bout de mes doigts " . En un déplacement métonymique spectaculaire, Beauvoir décrit la mort vivante de Fosca en le dotant de tous les symptômes de la dépression: il se sent vide et seul; ses mots semblent privés de signification; il est incapable d’investir ses affects en qui que ce soit; toute activité lui semble futile; il ne connaît qu’un seul désir, celui de mourir.

Pour Beauvoir, la mort évoque le spectre de la nonexistence, alors que la vieillesse est avant tout associée à une perte de séduction physique, et donc—à l’en croire— à la perte d’amour . Dans Le Deuxième Sexe, paru à l’époque où Beauvoir a elle-même 40 ans, elle assure que les femmes atteignent le summum de leur appétit sexuel à l’âge de 35 ans, précisément au moment où elles doivent faire face à leur inévitable déclin. En même temps qu’elle se surprend encore à "ruser avec le miroir" à l’approche de la ménopause, la femme se trouve confrontée à la mort: "Mais quand s’ébauche le processus fatal, irréversible, qui va détruire en elle tout l’édifice bâti pendant la puberté, elle se sent touchée par la fatalité même de la mort". "Arrivée à l’âge mûr, rapporte Deirdre Bair, Beauvoir entretient encore l’idée que les quadragénaires sont trop vieux pour avoir des rapports sexuels". Dans Tout Compte fait, Beauvoir insiste sur ce point: "Même à trente-cinq ans, j’étais choquée quand les aînées faisaient allusion devant moi à leurs ébats conjugaux: il vient un moment où il faut avoir la décence de renoncer, pensais-je". Dans La Force des choses, c’est avec une certaine ironie qu’elle se reporte à son opinion passée:

"C’est ainsi que je décrétais à trente ans: Un certain amour, après quarante ans, il faut y renoncer. Je détestais ce que j’appelais ‘les vieilles peaux’ et je me promettais bien, quand la mienne aurait fait son temps, de la remiser. Cela ne m’avait pas empêchée, à trente-neuf ans, de me jeter dans une histoire. Maintenant, j’en avais quarante-quatre, j’étais reléguée au pays des ombres: mais, je l’ai dit, si mon corps s’en accommodait, mon imagination ne s’y résignait pas. Quand une chance s’offrit de renaître encore une fois, je la saisis".

La chance qu’elle saisit avec tant d’ardeur lui donne l’occasion d’entamer une liaison avec Claude Lanzmann, membre du comité éditorial des Temps modernes, de dix-sept ans son cadet (Lanzmann devait atteindre la notoriété en tant que réalisateur de Shoah).

Mais s’il arrive que la femme "vieillissante" désire —et connaisse—des rapports sexuels, Beauvoir ne trouve pas pour autant la chose facile à accepter. Dans Les Mandarins, (publiés en I954, Beauvoir a 46 ans à l’époque), Anne, l’héroïne, qui a quarante ans, est invitée à une soirée dans le grand monde où elle refuse immédiatement une invitation à danser parce qu’elle se trouve "trop vieille", avant de manifester son dégoût pour le corps des femmes "plus âgées":

"Les miroirs de verre sont trop indulgents: c’était ça le vrai miroir, le visage de ces femmes de mon âge, cette peau molle, ces traits brouillés, cette bouche qui s’effondre, ces corps qu’on devine curieusement bosselés sous leurs sangles. Ce sont des vieilles peaux, pensais-je et j ‘ai leur âge ."

Mépris, répulsion, abjection de soi-même: l’image des corps et des désirs de femmes qui ont dépassé la quarantaine est on ne peut plus négative. Le même ton de cruauté affleure dans Le Deuxième Sexe, dans un passage dans lequel sont décrits les subterfuges sexuels auxquels ont recours les femmes "âgées":

"Elles déclarent toutes que jamais elles ne se sont senties si jeunes . Elles veulent persuader autrui que le passage du temps ne les a pas vraiment touchées; elles se mettent à "s’habiller jeune", elles adoptent des mimiques enfantines. [. . .] Elle exagère sa féminité, elle se pare, se parfume, elle se fait tout charme, toute grâce, pure immanence; elle admire avec un œil na½f et des intonations enfantines l’interlocuteur masculin, elle évoque volubilement ses souvenirs de petite fille; au lieu de parler, elle pépie, elle bat des mains, elle rit aux éclats" .

Si l’on en croit Le Deuxième Sexe, la seule chose que puissent faire ces femmes c’est d’accepter leur destinée, c’est-à-dire, abandonner toute idée de désir ou de plaisir sexuel: "Du jour où la femme consent à vieillir, sa situation change. [...] Elle devient un être différent, asexué mais achevé: une femme âgée " .

Dans les mémoires de Beauvoir, l’obsession de la vieillesse survient à un âge remarquablement jeune: cela est déjà sensible dans les crises qu’elle traverse alors qu’elle est jeune professeur à Rouen: "Il m’arrivait, si un soir je buvais un verre de trop, de verser des torrents de larmes, écrit-elle, [...] à nouveau je découvrais la vanité des fins humaines et l’imminence de la mort" . Après avoir attribué ses crises à une angoisse existentielle générale, elle ajoute qu’une autre raison justifie son inquiétude:

"J’avais un autre souci: je vieillissais. Ni ma santé ni mon visage n’en pâtissaient; mais de temps en temps, je me plaignais qu’autour de moi tout se décolorât; je ne sens plus rien, gémissais-je. J’étais encore capable de ‘transes’, et pourtant j’avais une impression d’irréparable perte. [...] Cependant, cette mélancolie ne troublait pas sérieusement ma vie ."

Quand la vie lui semble répétitive, sans couleur, vide de stimulation et de signification, Beauvoir—qui a 27 ans à l’époque— conclut immédiatement que tout ce qui lui arrive vient de ce qu’elle vieillit. Assimilant clairement son humeur à celle de la "mélancolie", elle refuse d’admettre que son sentiment "d’ irréparable" perte puisse être dû à tout autre chose. Il n’est pas fortuit, cependant, que ces crises d’angoisse de Rouen, se soient produites exactement à l’époque où Sartre cherchait d’autres aventures, ne serait-ce que sous la forme d’une jeune fille dit nom d’Olga. Dépression, absence de sexualité, manque d’amour, peur de la mort, angoisse du vide de la non-existence: tous ces éléments se retrouvent dans les descriptions lourdement surdéterminées des "crises" de Beauvoir .

Ces réactions surviennent, il ne faut pas s’en étonner, dans des situations où elle se sent menacée ou réellement confrontée à un manque d’amour: l’attachement sérieux de Sartre pour Dolorès Vanetti; sa rupture avec l’écrivain Nelson Algren, la fin de sa liaison avec Claude Lanzmann. D’après ses mémoires, l’aventure de Sartre avec Vanetti, qui a débuté en janvier I945, atteint son paroxysme au

cours de l’été I947. À son retour à Paris, après un séjour aux États-Unis, Beauvoir découvre que non seulement Vanetti n’est pas partie mais qu’elle refuse de laisser la place à sa rivale. Réfugiée en banlieue, Beauvoir ne mettra guère les pieds dans la capitale pendant deux mois. Confinée dans un petit hôtel, privée de la compagnie de ses amis, regrettant Algren, peinée et troublée par l’obsession de Sartre pour Vanetti, elle passe deux pénibles mois dans l’anxiété, la tristesse et quelque chose qui ressemble fort à une dépression nerveuse:

"(Je me le demandais) avec une anxiété qui touchait à l’égarement. Pour me rasséréner, je prenais de l’orthédrine; sur le moment cela m’équilibrait, mais je suppose que cet expédient ne fut pas étranger aux angoisses que je connus alors, [...] elles s’accompagnaient d’un désarroi physique que n’avaient jamais suscité, même lorsque l’alcool les amplifiait, mes plus grands désespoirs. [...] Peut-être aussi, avant que je ne me résigne à l’âge et à ma fin, ces crises furent-elles une dernière révolte: je voulais encore séparer les ténèbres de la lumière. Soudain je devenais une pierre, l’acier la fendait: c’est l’enfer " .

Sartre finit par embarquer Vanetti sur le bateau pour New York mais, ce qui est tout à son crédit, celle-ci refuse le rôle de victime consentante vis-à-vis des manigances amoureuses de son amant et se plaint qu’il lui fasse "violence". Sartre qui ne supportait aucune récrimination féminine, se sent étonnament mal à l’aise. Errant par la suite comme des âmes en peine à travers la Scandinavie, Sartre et Beauvoir sont en proie au doute et à la dépression: "Je me demandais avec terreur si nous étions devenus deux étrangers", écrit Beauvoir .

Quant à sa propre liaison avec Algren, elle la reprend en I948, mais lorsqu’il réalise que sa vie est à Paris avec Sartre, Algren se sent, à juste titre, blessé et rejeté Leur relation se détériorera lentement, et après le dernier été de I951, empreint de tristesse et de frustration, Beauvoir qui a maintenant 43 ans, se dit de nouveau que sa vie sexuelle est bel et bien terminée: "Plus jamais je ne dormirai dans la chaleur d’un corps. Jamais: quel glas. Quand cette évidence me saisissait, je basculais dans la mort.

[¼] , c’était brutal comme une mutilation et inexplicable [...] ". Et puis Claude Lanzmann l’invite pour la première fois, et elle verse des larmes de joie: "Après deux années où le marasme universel avait coïncidé pour moi avec la brisure d’un amour et les premiers pressentiments de la déchéance, je rebondis avec emportement dans le bonheur"(. Lanzmann devient donc son rempart contre l’angoisse de la vieillesse. Il la protège également de ses propres humeurs: "La présence de Lanzmann auprès de moi me délivra de mon âge. D’abord elle supprima mes angoisses; deux ou trois fois il m’en vit secouée, et cela l’effraya tant qu’une consigne s’installa jusque dans mes os et mes nerfs de ne plus y céder: je trouvais révoltant de l’entraîner déjà dans les affres du déclin ."

Contre toute évidence—après tout elle connaît ce genre de crises depuis l’enfance—Beauvoir réussit ici à se persuader que seule la peur de vieillir de ses accès est responsable d’ angoisse .

En 1958, les désarrois politique et intime convergent dans le récit de Beauvoir. C’est l’année qui voit l’effondrement de la Quatrième République, De Gaulle s’empare du pouvoir, et la guerre d’Algérie atteint son point de non retour. En apprenant que 80 pour cent des Français ont voté en faveur de De Gaulle au référendum de septembre, elle éclate en sanglots: "Je me suis mise à pleurer, je n’aurais pas cru que ça me ferait un tel coup; j’ai encore envie de pleurer ce matin"; "Des cauchemars toute la nuit. Et je me sens en morceaux. [...] Défaite sinistre. [...] un désaveu par 80% des Français de tout ce que nous croyions et voulions pour la France. [...] un énorme suicide collectif", écrit-elle dans son journal. Mais 1958 est aussi l’année de ses 50 ans et de la fin de sa relation avec Lanzmann. Pour ajouter à sa détresse, la rupture finale avec Lanzmann coïncide avec une sérieuse dégradation de la santé de Sartre. Lorsque Sartre avait réchappé de justesse d’une attaque cérébrale en 1954, Beauvoir avait déjà éprouvé le frisson de sa propre mortalité. "La crise se dénoua. Mais quelque chose d’irréversible était arrivé; la mort m’avait saisie, [...] une présence intime qui pénétrait ma vie, altérant les goûts, les odeurs, les lumières, les souvenirs, les projets: tout". Lorsqu’il tombe de nouveau malade en 1958, c’est comme si son avenir tout entier était rayé: "La mort m’était devenue une présence intime, mais désormais elle me posséda. [...] Nous n’avions plus rien à attendre sinon notre propre mort et celle de nos proches ."

Isolée sur le plan politique en raison de son attitude au moment de la guerre d’Algérie, isolée personnellement à cause de sa célébrité, Beauvoir doit se rabattre sur les ressources déclinantes de la "petite famille". Dans les années 50, cependant, s’accumulent les tensions, et la proximité étroite qu’apprécie tant Beauvoir devient de plus en plus difficile à atteindre. Aussi intime, aussi incestueux qu’il soit, en fin de compte, le clan de la petite famille lui-même reste impuissant à la protéger du vide profond qu’elle rencontre au cœur de toute chose. Dans les années 50, même l’ancien sentiment d’unité qui la lie à Sartre perd de son intensité. Les fruits de la renommée se révèlent plutôt amers: reconnus dans la rue, Sartre et Beauvoir doivent changer de style de vie. Les vieux amis disparaissent, et les nouveaux deviennent difficiles à trouver: "Cependant il (Sartre) me paraissait plus lointain qu’il ne l’avait jamais été moi. [...] j’avais l’impression qu’on me l’avait volé [...]."

Avec l’âge, la dépression rattrape Simone de Beauvoir: "J’ai perdu ce pouvoir que j’avais de séparer les ténèbres de la lumière, me ménageant, au prix de quelques tornades, des ciels radieux", écrit-elle à la fin de La Force des choses: "La mort n’est plus dans les lointains une aventure brutale; elle hante mon sommeil; éveillée, je sens son ombre entre le monde et moi: elle a déjà commencé". Mort et dépression s’allient dans la fameuse phrase de la fin du livre. Se revoyant crédule adolescente, l’amertume de Beauvoir est manifeste: "Je mesure avec stupeur à quel point j’ai été flouée". La jeune bourgeoise qui faisait ses débuts dans la vie vers la fin des années 20 et à qui tout était promis, possède le monde mais elle en trouve la misère difficile à supporter.

Beauvoir a 54 ans lorsqu’elle termine La Force des choses. En France, ses autobiographies sont des best-sellers et jouissant d’une renommée internationale en tant qu’écrivain, elle est certainement l’une des femmes les plus célèbres au monde. Cependant, elle ne cesse de répéter que sa vie est finie:

"Oui, le moment est arrivé de dire: jamais plus ! Ce n’est pas moi qui me détache de mes anciens bonheurs, ce sont eux qui se détachent de moi: les chemins de montagne se refusent à mes pieds. Jamais plus je ne m’écroulerai, grisée de fatigue, dans l’odeur du foin; jamais plus je ne glisserai solitaire sur la neige des matins. Jamais plus un homme. Maintenant, autant que mon corps mon imagination en a pris son parti ."

En1962, les conventions sociales auxquelles obéissaient les femmes de cinquante ans différaient sans doute de celles des années 20. Ces femmes étaient censées adopter une attitude plus résignée, un comportement plus passif, se montrer moins séduisantes que leurs sœurs modernes. Le renoncement de Beauvoir n’en reste pas moins troublant: pourquoi semble- t-elle si impatiente d’entrer dans la mort et le déclin à un âge si jeune ? Pourquoi s’abandonne-t- elle aussi obstinément au renoncement et à l’obsession de la mort ? À mon sens, la réponse est claire: chaque fois qu’elle tombe dans un état dépressif, elle attribue son impression d’absurdité, sa perte de vitalité et son sentiment grandissant de désolation à l’horreur de la vieillesse ou de la mort. Cette stratégie de déplacement lui permet en réalité de reconnaître ses sentiments de dépression sans les admettre comme tels, ce qui lui évite de réfléchir sur les autres sources possibles de sa mélancolie: une crainte permanente de la solitude et de la séparation. Dans ses textes, la présence massive de commentaires explicites sur la vieillesse et la mort fait obstacle à une investigation plus poussée de la peur du vide et du manque d’amour.

En 1962, Beauvoir semble être arrivée au bout de toutes ses illusions: tant philosophiques, que politiques et personnelles. Son découragement semble durable; la vieillesse et la mort l’attendent au tournant; sa vie est finie. Dix ans plus tard, dans Tout Compte fait (1972) elle a retrouvé une forme de sérénité: "Là où je me suis trompée, c’est en esquissant le tableau de mon avenir, dit-elle avec un certain soulagement, j’y ai projeté le dégoût amassé pendant mes dernières années: il a été beaucoup moins sombre que je ne le prévoyais". La raison de cette volte-face est facile à deviner: "J’avais tort de penser en 1962 qu’il ne pouvait plus rien m’arriver d’important, sinon des malheurs: une grande chance m’a de nouveau été donnée ", écrit Beauvoir en 1972 en faisant référence à Sylvie Le Bon, de trente-trois ans sa cadette 4 . En insistant sur l’idée de répétition ("à nouveau"), cette phrase fait délibérément écho à sa rencontre avec Sartre: "(Une) grande chance venait de m’être donnée: en face de cet avenir, brusquement je n’étais plus seule " . Sartre avait protégé sa jeunesse de la solitude, Sylvie Le Bon allait faire de même pour sa vieillesse.

À l’instar de Sartre qui est dépeint comme son double, son jumeau, dans les Mémoires d’une jeune fille rangée, Le Bon tient un rôle identique auprès de Beauvoir dans Tout Compte fait. Comme elle, cette jeune femme connaît une relation empoisonnée avec sa mère; rebelle, elle a été également accusée de relations homosexuelles dans le passées; partagée entre une affirmation passionnée de la vie et du bonheur et de violentes crises de rage et de dépression, c’est une intellectuelle; elle sera même nommée professeur de philosophie au lycée de Rouen où Beauvoir a enseigné dans les années 30: "(Cela) me donnait un peu l’impression d’être réincarnée", commente Beauvoir. Leur mode de vie renvoie aussi à celui de Sartre et Beauvoir:

"(Je) la tins au jour le jour au courant de mon existence et je la renseignai en détail sur mon passé. [...] je lui ai fait connaître mon entourage. Nous lisons les mêmes livres, nous allons ensemble au spectacle, nous faisons de grandes promenades en auto. Il nous une telle réciprocité que je perds la notion de mon âge: elle m’entraîne dans son avenir et par instants le présent retrouve une dimension qu’il avait perdue.

"C’était de l’amour entre (nous)", dit Sylvie Le Bon .On ne peut mieux expliquer mes sentiments pour Sylvie qu’en les comparant avec ceux que je portais à Zaza, confie Beauvoir à Deirdre Bair: Depuis qu’elle est morte, j’ai souvent désiré connaître une relation totale, quotidienne, intense avec une femme. Ça n’a pas marché avec Olga, non plus qu’avec Natacha, mais désormais, j’ai Sylvie, et c’est une relation absolue, parce que dès le début nous étions toutes deux préparées à vivre de cette façon, à vivre entièrement l’une pour l’autre " . "Beauvoir m’a souvent dit, "Ma relation avec vous est presque aussi importante que la mienne avec Sartre", nous apprend Le Bon . Qu’elle ait été physique ou non, les deux femmes considéraient certainement leur relation comme un engagement d’affection à vie.

En lui apportant stabilité sentimentale et compagnie, Le Bon permit à Beauvoir de renouer avec la fiction: en 1960, on peut lire ses best-sellers Les belles images et La Femme rompue comme l’expulsion définitive de son passif de dépression et de rage envers les mauvaises mères envahissantes. En fin de compte, l’âge lui-même devient une source de créativité: La Vieillesse (1970) est un véritable règlement de compte avec son ancienne ennemie. Désormais, elle est capable d’affronter l’âge avec équanimité: "Je me trouve en somme installée dans la vieillesse," déclare-t-elle dans Tout Compte fait . Sylvie Le Bon et Simone de Beauvoir devaient rester proches l’une de l’autre jusqu’à la mort de cette dernière, le I4 avril 1986.

L ÉCRITURE DE LA DÉPRESSION

Comment ces structures affectives influencent-elles Beauvoir en tant qu’écrivain ? Commentant l’accueil reçu à la sortie de La Force des choses, elle s’étonne de la réaction que l’œuvre a suscitée: "Il y a même eu des psychiatres qui ont attribué la fin de mon livre à une crise dépressive", s’exclame-t-elle ( Écartant catégoriquement cette assertion, l’auteur de Tout Compte fait affirme avec conviction que la dépression n’a rien à voir avec l’écriture: "Un individu psychiquement délabré—abattu, désespéré—n’écrit rien du tout: il se réfugie dans le silence". Et pourtant la jeune femme qui s’efforce en 1930 d’écrire son premier roman est convaincue que le bonheur l’empêche d’écrire: "Je travaillais sans conviction. [...] De toute façon, rien ne pressait. J’étais heureuse pour l’instant, ça suffisait". L’auteur de L’Invitée s’accorde à le reconnaître: "La littérature apparaît lorsque quelque chose dans la vie se dérègle. [...] Mes consignes de travail demeurèrent creuses jusqu’au jour où une menace pesa sur lui (mon bonheur) et où je retrouvai dans l’anxiété une certaine solitude". À la fin du même ouvrage, Beauvoir affirme de nouveau que son écriture découle d’une certaine expérience du malheur: "(L)e malheur avait fait irruption dans le monde: la littérature m’était devenue aussi nécessaire que l’air que je respirais. Je n’imagine pas qu’elle soit un recours contre l’absolu désespoir; mais je n’en avais pas été réduite à cette extrémité, loin de là."

Tout se passe comme si l’écriture lui apportait aide et soutien dans toute situation, à l’exception des périodes de désarroi extrême. C’est exactement la fonction que remplit l’écriture intime de Beauvoir, terme que j’utilise pour désigner une écriture entreprise à des fins personnelles, par opposition à celle qui est destinée à la publication. Dans l’œuvre de Beauvoir, la masse de ses écrits intimes est constituée par ses lettres et journaux, mais j’inclus dans cette catégorie les fragments(assez lourdement remaniés) et extraits de ses journaux repris dans ses mémoires. "Dans les périodes difficiles de ma vie, griffonner des phrases—dussent-elles n’être lues par personne— m’apporte le même réconfort que la prière au croyant," écrit Beauvoir dans Tout Compte fait . Il n’ est donc pas fortuit qu’elle se soit mise à tenir un journal en réaction à sa séparation d’avec Sartre, en septembre 1939: "Alors dans la solitude et l’angoisse, j’ai commencé à tenir un journal". Lorsque Sartre n’est pas là pour "décortiquer" ses expériences, lettres et journaux l’aident à se construire une image cohérente d’elle-même .

Dans La Force de l’âge, elle reproduit deux extraits —abondamment révisés de ses journaux allant du 1er septembre 1939 au 14 juillet 1940; dans La Force des choses s’insèrent deux grands extraits de son journal (du 30 avril à la fin mai 1946; et de la période du 25 mai au 28 octobre 1958...) qui couvrent aussi bien la débâcle politique de la Quatrième République que les diverses crises personnelles. Outre ces larges extraits, abondent des fragments plus courts de son journal. Au cours de son sinistre voyage scandinave avec Sartre, en 1947, par exemple, elle endurera cauchemars et pensées suicidaires: "J’ai essayé de conjurer ces crises avec des mots :Les oiseaux m’attaquent—les tenir à distance; c’est un combat épuisant, jour, nuit, les écarter: la mort, nos morts, la solitude, la vanité; la nuit, ils fondent sur moi; ils mettent du temps le matin à s’envoler. [...] Ah ! finissons-en ! Je prendrai un revolver, je tirerai.". Autre exempl,e daté d’un soir de juin 1944, en proie à l’une de ses crises d’anxiété, elle écrit: "J’avais un peu bu je suppose: dans ma chambre tendue de rouge, brusquement la mort m’est apparue. Je me suis tordu les mains, j’ai pleuré, je me suis cogné la tête aux murs, avec autant de véhémence qu’à quinze ans". Elle réagit en écrivant pour "conjurer la mort avec des mots". Elle prend la plume pour dire que l’écriture est l’antidote suprême à la mort: "J’ai écrit le début de ce livre qui est mon recours suprême contre la mort". La mort ici, ajoute-t-elle, doit être considérée comme une non-existence, mais aussi comme "le scandale de la solitude et de la séparation " . Nous reconnaissons dans ces passages l’habituelle cohorte des thèmes dépressifs de Beauvoir: mort, anxiété, solitude affective, manque d’amour. Ce n’est pas par hasard que ceux-ci interviennent constamment dans ses écrits intimes: dans les œuvres de Simone de Beauvoir, l’apparition même de cette forme ou de ce genre de journal est synonyme d’angoisse affective.

Reprocher à ses lettres et journaux, comme l’ont fait certains, de ne pas témoigner d’un intérêt plus vif pour la culture, la politique ou même la philosophie, c’est donc ne pas saisir la nature et l’intention de ces écrits. Pour écrire avec vigueur sur d’autres sujets qu’elle-même, encore faudrait-il qu’elle soit capable d’investir ses affects dans le monde. Mais c’est précisément lorsqu’elle ressent de la façon la plus aiguë l’absurdité de l’existence—c’est-à-dire lorsqu’elle est prise d’angoisse, de peur et de découragement—qu’elle entreprend ce type d’écriture. Dès lors qu’elle se sent plus réceptive au monde extérieur, elle reprend ses autres écrits et laisse son journal de côté. De telles variations d’humeur se succèdent souvent à de très brefs intervalles: dans la même matinée il peut y avoir deux heures d’écriture destinée à la publication, puis migraine, panne d’inspiration, et pour finir son journal. À mon sens, les lettres et journaux représentent Beauvoir à son état de plus grande vulnérabilité psychologique: on se tromperait si on voulait y voir une révélation du plus profond de sa personnalité.

Ceci présent à l’esprit, il est facile de comprendre pourquoi ses mémoires comportent des extraits de son journal de 1939 à 1940 et de 1958, et aussi pourquoi le mode d’expression intime refait surface, brièvement, lors du profond bouleversement émotionnel de 1947. On peut cependant s’interroger sur la raison qui fait que l’auteur revienne à ce genre au mois de mai 1946, mois que rien ne semble distinguer des autres. Le 1er décembre 1945, Sartre entreprend son second séjour à New York dans l’intention surtout de revoir DolorèsVanetti (ils se sont rencontrés à l’époque du premier voyage de Sartre aux États-Unis, en janvier de la même année). En février 1946, il écrit à Beauvoir qu’il retarde son départ: il ne prendra l’avion que le 15 mars. En dehors de cela, il rapporte que "[...] Dolorès (qui) est une charmante et pauvre créature, vraiment ce que je connais de mieux après vous" (Lettres au castor) et qu’il est "tué par la passion et les conférences" (Lettres au castor ). À son retour, Sartre se montre intarissable sur la nouvelle femme de sa vie. Selon Sartre, Vanetti "partageait exactement ses réactions, ses émotions, ses impatiences, ses désirs. [...] "Peut-être cela marquait-il entre eux un accord en profondeur —aux sources mêmes de la vie, dans son jaillissement et son rythme—que Sartre n’avait pas avec moi et qui lui était plus précieux que notre entente" . Si Vanetti était davantage comme Sartre que Beauvoir, c’est donc qu’elle devait être son vrai jumeau, son double: guère étonnant que Beauvoir l’ait considérée comme la première menace sérieuse dans sa relation avec Sartre. Pour la première fois de sa vie, Beauvoir se sent obligée de se poser la question classique: "Elle ou moi ?" La réponse de Sartre est un chef-d’œuvre d’ambiguïté—et de cruauté: "Je tiens énormément à (Dolorès), répond-il, mais c’est avec vous que je suis ‘’. Beauvoir en a le souffle coupé: "Je comprenais qu’il avait voulu dire: Je respecte notre pacte, ne me demandez rien de plus". Une telle réponse remettait tout l’avenir en question. Selon Beauvoir, Sartre dissipe le "malentendu" le jour même, et elle-même met un terme à ses doutes par un "Je le crus" on ne peut plus concis . Un paragraphe plus loin, elle décide de reproduire la partie de son journal correspondant à cette période, tout simplement, dit-elle, parce qu’elle éprouve le besoin de partager avec ses lecteurs "la poussière quotidienne de (s)a vie"

La place des extraits du journal dans le texte - immédiatement après le crucial "Elle ou moi"— donne une indication de la cause de son abattement. S’efforçant de mettre un point final à une morale de l’ambiguïté, Beauvoir souffre de maux de tête, de fatigue et de cauchemars. Le 5 mai, elle se sent "comme ces limandes qui ont trop baisé, et qui s’échouent sur les rochers, moribondes, vidées de leur substance" . Elle se plaint aussi de la persistance de son "drôle d’état d’angoisse" et d’une "espèce de froid au cœur " . Le 18 mai, elle doit partir en Suisse avec Sartre, et décide résolument de se reprendre. "Voilà trois semaines que je n’ai presque pas quitté ma chambre, ne voyant guère que Sartre et Bost. C’était reposant et fructueux " Son humeur dépressive n’est cependant pas facile à chasser: en Suisse, elle se sent séparée de Sartre, ressentant leurs déjeuners et engagements officiels comme une nouvelle série d’obstacles à leur tête-à-tête: "Ça m’est plus pénible quand je suis avec Sartre que lorsque je suis seule comme au Portugal ou à Tunis parce que je pense aux moments qu’on pourrait passer tous les deux, sans les autres...". Même si elle essaye de se persuader qu’elle prend du bon temps, on décèle moins dans ses textes la preuve d’un "repos fructueux" que les irritants effets du "scandale de la solitude et de la séparation". Ce n’est pas tant ce qu’elle dit que le genre choisi pour le faire—celui du journal— qui signale son angoisse et son désarroi en cette période précise de son existence.

Le 13 mai, Beauvoir parcourt son journal:

"Je m’aperçois en relisant des morceaux que déjà ça n’évoque rien. Il ne faut pas espérer que ces mots-là soient différents des autres, qu’ils aient le pouvoir magique de garder en eux la vie, et que par eux le passé ressuscite. Non. Pour moi- même, ces quinze derniers jours ne sont déjà plus que des phrases écrites, et rien au-delà. Ou alors il faudrait vraiment faire attention à la façon de raconter. Mais ça deviendrait une œuvre, et je n’ai pas le temps".

Tout se passe comme si Beauvoir avait le sentiment que le langage lui fait défaut, qu’il refuse de signifier, et que rien, si ce n’est un travail esthétique sur son texte, ne pourra contribuer à le ranimer, à redonner du sens à l’expérience. Qu’est-ce donc qu’une "œuvre" pour Beauvoir ? Le mot s’applique certainement aussi bien à la fiction qu’à l’autobiographie. Selon elle, l’essai relève d’un statut légèrement différent: cherchant à communiquer par le savoir, écrit-elle, il possède un "style, une écriture, une construction. [...] Par conséquent il arrive que certains essais soient des œuvres littéraires. Tandis que l’essai a pour ambition de transmettre les convictions ou intuitions de l’écrivain avec autant de précision et de clarté possibles, la fiction et l’autobiographie communiquent par le "non-savoir": elles cherchent à capter un moment existentiel, à "rendre le vécu d’une expérience, avec son ambiguïté et ses contradictions" . Bien que Beauvoir, en tant qu’écrivain, apprécie beaucoup la forme de l’essai, elle préfère en dernier ressort s’affronter aux nuances et complexités de la fiction et de l’autobiographie . Étant donné l’interprétation que fait Beauvoir de ces termes, son essai le plus important —Le Deuxième Sexe— compte très certainement comme une "œuvre", non seulement parce qu’il porte la marque d’un style très personnel, mais parce qu’il vise à traduire les nuances et les complexités de la condition des femmes dans un univers patriarcal, tant par la simple communication d’un "savoir", que par une perception aiguë—et souvent autobiographique— des ambiguïtés et contradictions du vécu des femmes dans un tel monde.

Qu’il s’agisse de romans ou d’autobiographies, Beauvoir écrit cependant ses "œuvres" dans l’amour. En pleurs des heures durant à l’occasion de l’épisode de la mort de Maggie Tulliver, la jeune Beauvoir qui n’a encore que quatorze ans s’identifie à la fois à l’héroïne et à son auteur, George Eliot: "un jour une adolescente, une autre moi-même, tremperait de ses larmes un roman où j’aurais raconté ma propre histoire". À trente ans, elle n’a pas changé, du moins sur ce point précis:

"Je désirais passionnément que le public aimât mes œuvres; alors, comme George Eliot qui s’était confondue pour moi avec Maggie Tulliver, je deviendrais moi-même un personnage imaginaire: j’en aurais la nécessité, la beauté, la chatoyante transparence; c’est cette transfiguration que visait mon ambition. [...] je rêvais à me dédoubler, à devenir une ombre qui transpercerait les cœurs et qui les hanterait".

Sur le plan fantasmatique, l’écriture a pour mission de doter l’écrivain qu’est Beauvoir d’un alter ego aimable; fixant son image aliénée pour la postérité, l’écriture lui permettra de rester à jamais dans l’imaginaire.

Malgré tout, pour Beauvoir, l’écriture joue également un autre rôle, un peu différent cette fois. L’écriture, dit-elle à plusieurs reprises, aide les écrivains à rompre leur isolement, et à "dépasser leur douleur, leur angoisse, leur tristesse, en en parlant. La tâche essentielle de la littérature, déclare-t-elle, est de "parler des expériences les plus intimes que nous pouvons avoir, comme la solitude, l’angoisse, la mort des gens que nous aimons, notre propre mort, c’est au contraire une manière de nous rapprocher, de nous aider et de rendre le monde moins noir " . Dans les années 40 et 50, le succès de L’Invitée, du Sang des autres ou des Mandarins permettra à Beauvoir d’améliorer considérablement sa perception d’elle-même en tant qu’écrivain, intellectuelle et femme. Vers la fin de sa vie, ses lecteurs reprendront à leur compte certaines fonctions qu’assurait autrefois la "petite famille": lui offrant une image idéalisée d’elle- même, du fait même qu’ils lui vouent amour et admiration, ils confirment eux aussi son statut de femme autonome, à la réussite achevée: en rencontrant ses lecteurs, Simone de Beauvoir parvient véritablement à résoudre son équation émotionnelle intime.

Pour Beauvoir, le langage—solide cheval de trait qui achemine fidèlement le message à destination— semble donc l’allié le plus sûr de l’écrivain . La façon dont elle conçoit la fiction est plus intéressante: "parfois, je me disais que les mots ne retiennent la réalité qu’après l’avoir assassinée; ils laissent échapper ce qu’il y a en elle de plus important: sa présence", écrit-elle dans La Force de l’âge. En 1966, lors d’une conférence au Japon, elle revient sur ce thème: "écrire un roman, c’est en quelque sorte pulvériser le monde réel n’en retenir que les éléments qu’on pourra introduire dans une re-création d’un monde imaginaire: tout pourra alors être beaucoup plus clair, beaucoup plus signifiant". Abolissant l’expérience vécue, le roman cherche à communiquer une signification qui ne nous est jamais présente dans celle-ci. Pour Beauvoir comme pour Sartre, l’expérience n’est jamais "pleine": même dans les moments les plus extatiques de notre vie, nous nous projetons inévitablement dans le futur. Le roman, pour Beauvoir, s’efforce de fabriquer la plénitude de l’expérience qui nous échappe toujours: "personnellement, une des raisons pour lesquelles j’ai écrit, c’est cette inadéquation des moments vécus et de la réalité qui hante mon horizon, qui m’investit, sans que j’arrive entièrement à la saisir". Progressant au fur et à mesure de la destruction totale de l’expérience, le roman réussit à la rebâtir en lui donnant une signification plus aboutie qu’elle ne l’a jamais eue: l’attrait du roman tient précisément au passage du rien au tout, du vide au plein . Ou bien—en termes plus psychanalytiques—comblant le vide existentiel, représentant plénitude et signification, le roman devient l’objet même qui recouvre le manque: pour Beauvoir, le roman est un fétiche.

S. Freud: "Fétichisme": "Il reste le signe du triomphe sur la menace de castration et sa protection contre elle " ("Fétichisme", p. 127). Son rôle est de masquer l’absence de phallus maternel—de combler cette lacune, pourrait-on dire; s’engager dans le fétichisme, c’est d’une certaine manière s’engager dans un certain désaveu de la réalité. Dans la mesure où le fétichiste désire garder foi en l’existence d’une mère phallique, il s’agit d’un fantasme suprêmement narcissique, de ceux qui ne peuvent apparaître que lorsque l’enfant commence à douter de la présence réelle d’un phallus maternel.

L’ambivalence du fantasme est frappante: l’enfant voit et ne voit pas que la mère est castrée; à partir du moment où il a pris conscience de son incomplétude, il se situe déjà dans l’ordre symbolique; à partir du moment où il nie là réalité de ce manque, il refuse de renoncer à ce rapport imaginaire à la mère. La structure du désaveu fétichiste révèle la même ambivalence par rapport à l’imago maternelle que le "stade hystérique" dans lequel se meut la Françoise de l’invitée: dans la relation de Beauvoir à l’écriture, on retrouve en permanence cette même hésitation entre plénitude et vide, où ces deux pôles s’inscrivent sous le signe de la mère phallique qui, tour à tour généreuse et cruelle, offre ou retire son sein.

Dans ses écrits biographiques, les structures affectives de Beauvoir sont étonnamment dualistes: la plénitude (vie, existence, amour, communion, union) s’oppose au vide (mort, non-existence, âge, solitude, séparation, angoisse): au niveau fantasmatique, elle écrit manifestement pour celui qui, l’Autre spéculaire, a pour rôle de rendre cohérente l’image aliénée du narcissique: c’est une écriture qui porte la marque de l’imaginaire. Mais le fétichisme se définit précisément par son rapport ambigu à la signification. Dans la mesure où elle est marquée du désaveu fétichiste, l’écriture de Beauvoir s’investit donc nécessairement dans des plaisirs d’ordre symbolique: représentation, transcendance, différence. Pour autant que le sujet écrivant s’adonne aux fantasmes fétichistes, le texte n’est jamais seulement fétiche: il est également signification, création symbolique, acte social.

Cette relation ambiguë à la signification se reflète dans la remarquable palette de tons utilisée par Beauvoir. Dans son rôle d’écrivain, elle peut difficilement dissimuler les variations de sa foi dans le pouvoir du langage à signifier: ses touches d’ironie, la façon d’attaquer ses phrases, l’énergie qu’elle apporte à la structuration de son récit, l’intensité de ses images, ces éléments ne cessent de fluctuer à travers un spectre qui s’étend des sombres et absurdes profondeurs de la dépression, à l’affirmation joyeuse—sans doute cathartique— de la victoire sur la mort. Au mieux, son écriture laisse ses affects—joie, anxiété, dépression— s’exprimer librement à travers le langage; au pis, elle devient simulacre de représentation sans vie dans lequel le seul affect transmis au lecteur est celui de l’ennui.

C’est comme si la texture même de l’écriture de Beauvoir reflétait toute la morosité—en donnant toute une latitude d’interprétation—de la femme assassinée de L’Invitée: en ce sens, Xavière incarne l’écriture de Beauvoir.

J’en viens maintenant à examiner de plus près les liens qui rattachent ce type d’écriture aux structures de la dépression et de l’angoisse étudiées au cours de ce chapitre. "Il n’est pas d’imagination qui ne soit, ouvertement ou secrètement, mélancolique", écrit Julia Kristeva dans Soleil noir : dépression et mélancolie) . Si l’imagination artistique est toujours mélancolique, selon Kristeva, c’est parce qu’elle résulte d’un sentiment désespéré d’exil et de séparation, provoqué avant tout par la perte de la mère archaïque dont le deuil n’est pas fait. Lorsque nous succombons à cette emprise de la mère sur notre imagination, le langage cesse de signifier; il devient plat, atone, il perd son rythme et sa saveur; il finit par disparaître. Mais lorsque nous réussissons à exprimer le ressentiment de cette absence, cette expression devient non seulement possible, mais réparatrice: une fois que nous avons accepté sa perte, la mère peut désormais être re-présentée par le langage: "J’ai perdu un objet indispensable qui se trouve être [...] ma mère, c’est ce que paraît dire le locuteur.

Mais non, je l’ai retrouvée dans les signes, ou plutôt parce que j’accepte de la perdre, je ne l’ai pas perdue [...], je peux la récupérer dans le langage "(Soleil noir).

Le sujet dépressif n’est cependant pas en permanence prisonnier des fers du désespoir: "Lorsque nous avons pu traverser nos mélancolies au point de nous intéresser aux vies des signes, écrit Kristeva, la beauté peut aussi nous saisir"(soleil noir). La beauté artistique offre une promesse de réparation, de pardon, de guérison. En désirant la beauté—en écrivant pour l’esthétique, peut-on dire— l’imagination dépressive sublime son manque et sa souffrance; fabricant un objet imaginaire, l’imagination mélancolique s’élève au- dessus de son attachement à la mère mortifère. Dans la mesure ou une telle beauté inscrit les traces de la perte et de la séparation qui l’ont d’abord fait naître, elle réussit à nommer l’expérience de dépression indicible et par-là même ouvre aussi "l’espace d’une subjectivité nécessairement hétérogène", comme le formule Kristeva (Soleil noir). Le sujet écrivant est, d’une certaine manière, hissé hors de ses dualités imaginaires par les puissances associatives—métonymiques—du signifiant.

Si l’œuvre aboutit à dénier ou à effacer la peine, elle perd cependant sa signification; pour Beauvoir, une telle écriture ne conquiert pas la mort. La puissance de l’écriture de Beauvoir, je le prétends, dépend directement du degré de déni qu’elle y implique . Lorsqu’elle refuse d’affronter—de nommer—les sources de sa douleur, ses textes se lisent comme des listes de blanchissage. C’est lorsqu’une souffrance paralyse la créativité de Beauvoir que son langage devient plat et ses accents sans vie, et que sa syntaxe perd de son mordant . Malgré toutes leurs descriptions de mélancolie, de monotonie dépressive et d’effondrements spectaculaires dans les bars, ses lettres et journaux évitent de rechercher la cause plus profonde de ses conflits personnels. On les lit donc comme un long déni continu de la peine qu’ils décrivent aussi explicitement: à chaque page de ses lettres à Sartre, elle se plaint de sa solitude, de son manque d’affection et lui jure être parfaitement heureuse, totalement satisfaite de l’amour qu’il lui témoigne, et qu’elle ne peut souhaiter vie plus réussie. Mais c’est justement ce que Freud entend par "déni": exactement comme le fétichiste qui voit et qui ne voit pas que la mère est castrée, Beauvoir voit et ne voit pas son propre désarroi.

Dans les mémoires, une telle "écriture du déni" est particulièrement discernable dans Tout Compte fait. justement dans le but d’atténuer l’impression de mélancolie qu’avait laissée La Force des choses, l’introduction au quatrième volume de son autobiographie cherche non seulement à présenter sa vie comme une réussite—ce qui a bien sûr été le cas—mais à nier l’existence, dans cette histoire, de toute solitude et anxiété. Tant de déni transforme le livre en spectre d’autobiographie anémique, simple chronique des tâches officielles, plutôt qu’exploration d’une expérience vécue. On retrouve le même phénomène dans La Cérémonie des adieux à Sartre, où la prose terne et dévitalisée de Beauvoir traduit non seulement son incapacité à dépasser son chagrin, mais aussi sa détermination farouche à ne pas mentionner ses conflits avec son compagnon. Car ce n’est pas seulement la mort de ce dernier qui peine Beauvoir, c’est aussi son absence de loyauté envers elle pendant leurs dernières années, sa trahison de ce qu’elle croyait être leurs idéaux communs, ainsi que sa désinvolture à l’égard de ce qu’elle pouvait ressentir lors de ses relations avec d’autres femmes. Le blocage presque total des affects dans le langage qu’elle utilise dans La Cérémonie des adieux en est le prix: sa prose est sèche comme un désert. Une mort très douce ne peut guère en revanche présenter de plus grand contraste: lorsque Beauvoir s’oblige pour finir à faire face aux sentiments depuis longtemps refoulés à l’égard de sa mère, elle témoigne de la prose la plus vibrante, la plus dynamique et la plus émouvante qu’elle ait jamais écrite.

Ses œuvres les plus troublantes et les plus difficiles —L’Invitée, Le Deuxième Sexe, Les Mandarins, Les Mémoires d’une jeune fille rangée et Une mort très douce— témoignent toutes de son aptitude à rendre—et à transcender—son chagrin par l’écriture . Preuves de la grandeur de son effort incessant à écrire contre la mort, ces textes la révèlent comme un écrivain profondément original et sensible et comme l’intellectuelle qu’elle a toujours voulu être. À certains égards, j’ai cependant le sentiment que La Force de l’âge et La Force des choses constituent ses œuvres les plus intéressantes, non parce qu’elles présentent en permanence le meilleur fil conducteur ou l’écriture la plus vigoureuse, mais parce qu’elles offrent une telle contradiction dans le ton et le style. Véritables champs de bataille entre l’intuition de soi et le déni, elles ne sont pas très loin des passages qui font tout l’intérêt des chroniques de Cours officielles: en ce qui regarde l’ennui, les quatre-vingt sept pages du compte rendu de la visite officielle du couple existentialiste au Brésil sont imbattables. Mais dans le même temps, ces volumes renferment une chronique extraordinairement honnête de la formation d’une intellectuelle en France, au milieu du siècle. Attaquant l’analyse de sa propre condition avec toute la précision et le courage d’un chirurgien, Beauvoir manque parfois de courage. Mais l’instabilité même de son style—les passages monotones, sans vie, la terne morosité des extraits de ses journaux, les comptes rendus vibrants de son écriture, ou de ses jours heureux avec Sartre ou Algren— parle d’elle-même: à travers les variations de ton, Beauvoir nous indique de la manière la plus poignante qui soit le prix qu’il lui a fallu payer pour devenir une femme admirée du monde entier pour son indépendance.




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Bibliographie


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Claude Francis et Fernande Gontier : Simone de Beauvoir (Perrin, 1985)

I. OUVRAGES DE SIMONE DE BEAUVOIR

1943 L’invitée (roman), Gallimard.

1944 Pyrrhus et Cinéas (essai), Gallimard.

1945 Le Sang des autres (roman), Gallimard.

1945 Les Bouches inutiles (pièce). Mise en scène par Michel Vitold au Vieux-Colombier

1946 Tous les hommes sont mortels (roman), Gallimard.

1947 Pour une morale de l’ambiguïté (essai), Gallimard.

1948 L’Existentialisme et la sagesse des nations (essai), Nagel.

1948 L’Amérique au jour le jour (essai), Mohrien.

1949 Le Deuxième Sexe, 2 vol. (essai), Gallimard.

1952 Faut-il brûler Sade ? (essai), Gallimard.

1954Les Mandarins (roman). Prix Goncourt. Gallimard.

1955 Privilèges (essai), Gallimard.

1957 La Longue Marche (essai), Gallimard.

1958 Mémoires d’une jeune fille rangée (1908-1929), Gallimard.

1959 Brigitte Bardot and The Lolita Syndrome (essai).

Deutsch, Weidenfeld and Nicholson. (N’a pas été publié en France.)

1960 La Force de l’âge (Mémoires, 1929-1944), Gallimard.

1961 Djamilu Boupucha (témoignage). En collaboration avec Gisèle Halimi. Gallimard.

1963 La Force des choses (Mémoires, 1944-1962), Gallimard.

1964 Une mort très douce (récit), Gallimard.

1966 Les Belles Images (roman) Gallimard.

1967 La Femme rompue (nouvelle). Burins originaux d’Hélène de Beauvoir. Gallimard.

1968 La Femme rompue suivi de Monologue et l’Âge discrétion(nouvelles),Gallimard.

1970 La Vieillesse (essai), Gallimard.

1972 Tout compte fait (Mémoires, 1962-1972), Gallimard

1975 La Promenade des vieux. Commentaire du court métrage de Marianne Ahrne et *Pepo Angel.

1979 Les Ecrits de Simone de Beauvoir (textes inédits), Gallimard.

1979 Simone de Beauvoir. Dialogues du film de Malka Ribowska et Josée Dayan.

1980 Quand prime le spirituel (nouvelles), Gallimard.

1981 La Cérémonie des adieux (essai), Gallimard.



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Attenzione. Le pagine seguenti sono state rimosse dai server dell'emittente televisiva "France 3", dove si trovavano fino a tempo fa.  Attualmente esse non sono rintracciabili attraverso le parole chiavi che si digitiano sui motori di ricerca, ma  presso alcuni siti  americani  come http://web.archive.org specializzati nell'archiviazione delle  pagine web,  dove noi le abbiamo trovate e portate alla luce per un più facile utilizzo dei lettori e dei ricercatori. (Alfio Squillaci)
Le deuxième sexe" en héritage
Sylvie Chaperon : Le Monde diplomatique (janvier 1999)


Malgré ses limites, le vote, le 15 décembre dernier, par le parlement français du projet de loi visant à inscrire la Constitution le principe de l’" égal accès " des deux sexes aux mandats et aux fonctions électifs confirme les avancées du combat des femmes. La question de la parité, dans les instances politiques comme dans l’activité sociale, est désormais au centre des débats. Que de chemin parcouru depuis l’époque où quelques femmes se battaient pour le droit de vote ou le droit à une maternité librement choisie... Comment ne pas reconnaître à Simone de Beauvoir son apport inestimable dans cette longue marche vers l’égalité ?

Dès sa sortie en 1949, Le Deuxième Sexe fait bruyamment parler de lui. Les grandes revues intellectuelles lui consacrent leur chronique littéraire. Les quotidiens ouvrent leurs colonnes à des dizaines d’articles et de comptes rendus, souvent signés par de grandes plumes: François Mauriac, Julien Benda, Julien Gracq, Emmanuel Mounier, Roger Nimier, pour n’en citer que quelques-unes. L’affaire occupe pendant quelques mois la " une " des préoccupations intellectuelles des comités éditoriaux. Rarement un livre écrit par une femme sur les femmes aura suscité tant de débats passionnés.

C’est que Simone de Beauvoir met sérieusement à mal quelques-uns des consensus sacrés de son temps. Depuis les années 30, une politique familiale et maternaliste d’une ampleur jamais égalée se construit patiemment en France. Les allocations familiales, l’allocation de salaire unique, les prêts au mariage, le quotient familial et une myriade d’autres mesures tentent de redresser une natalité durablement effondrée. Le baby-boom, exceptionnellement vigoureux, n’apaise pas toutes les craintes et renforce encore l’idéal de la mère au foyer, éducatrice-née d’une famille qu’on espère nombreuse. De la gauche communiste jusqu’à la droite, le natalisme règne en maître sans contestation aucune depuis que les néo-malthusiens durement censurés, ont disparu de la scène publique. Et voilà que Simone de Beauvoir met en miettes toute cette belle mythologie de la maternité. Elle commence son chapitre " La mère " par un plaidoyer de quinze pages en faveur de l’avortement libre, elle dénie toute existence à l’instinct maternel et finit par dévaloriser brutalement la fonction maternelle qui, selon elle, aliène les femmes. Les chapitres sur " L’initiation sexuelle " et " La lesbienne " attirent tout autant les foudres d’une société puritaine qui n’avait pas encore envisagé l’éducation sexuelle.

Les trois textes incriminés, publiés en avant-première dans Les Temps modernes, suscitent une tempête d’indignations. François Mauriac demande à la " une " du Figaro si " l’initiation sexuelle de la femme est à sa place au sommaire d’une grave revue littéraire et philosophique ". Les communistes ne sont pas en reste: Jean Kanapa, ancien élève de Sartre devenu le directeur de La Nouvelle Critique, dénonce " la basse description graveleuse, l’ordure qui soulève le cœur ". D’article en article Le Deuxième Sexe devient un " manuel d’égoïsme érotique ", un manifeste d’" égotisme sexuel ", on se scandalise des " hardiesses pornographiques " qu’il contient, et son auteur est qualifiée de " suffragette de la sexualité " ou d’" amazone existentialiste ".

C’en est trop pour beaucoup qui accourent à la défense de Simone de Beauvoir. Les collaborateurs des Temps modernes affûtent leurs arguments. Maurice Nadeau critique ceux qui " n’ont pu se délivrer tout à fait d’un certain malaise à voir une femme, fût-ce une philosophe, parler ouvertement "des choses du sexe" ". Emmanuel Mounier et Jean-Marie Domenach, respectivement directeur et rédacteur en chef d’Esprit, apportent un soutien décisif à l’ouvrage. Pourtant, si Le Deuxième Sexe choque par son propos et sa radicalité, il n’est ni le seul ni le premier à soutenir ces thèses. D’autres livres, passés inaperçus et aujourd’hui oubliés, auraient pu provoquer de telles réactions.

Reconnaissance ou rancune

La notoriété de Simone de Beauvoir impose une couverture médiatique certaine à son livre. En 1949, elle n’est, en effet, plus une inconnue. Son premier roman, L’Invitée (1943), avait rencontré un accueil plutôt chaleureux de la critique. Depuis, ses nombreux écrits ont continué de faire parler d’elle, sans compter sa participation active aux Temps modernes, dont elle est la cofondatrice.

Mais, selon un usage bien patriarcal, c’est d’abord en tant que compagne de Jean-Paul Sartre qu’elle est connue du grand public. " Notre-Dame-de-Sartre " ou la " Grande Sartreuse ", tels sont les surnoms dont certains journalistes l’affublent. Or les feux de la rampe sont braqués en permanence sur Sartre, alors au faîte de sa gloire. Il exerce une véritable hégémonie philosophique et intellectuelle et, de ce fait, attire bien des jalousies et des critiques. La violence de la polémique tient aussi à la guerre froide qui déchire alors les milieux culturels. Sartre et Les Temps modernes, qui ont choisi le non-alignement, essuient les feux nourris des deux camps rivaux, réunis dans l’hallali contre Le Deuxième Sexe. Le scandale provoqué par cette publication lui assure un succès immédiat. Vendu à plus de vingt mille exemplaires dès la première semaine, très vite traduit, le livre entame une brillante carrière parmi des millions de lectrices occidentales.. Les débuts de l’ouvrage n’augurent pourtant pas cette immense adhésion féminine. Peu de voix de femmes participent à la cacophonie qui accueille le livre et, tandis que des éditorialistes masculins célèbres prennent position, les associations féminines - catholiques, féministes ou communistes - restent soigneusement à l’écart de la polémique.

Ce silence, fait d’embarras, de bonnes convenances et sans doute aussi de divisions internes, indique combien Simone de Beauvoir précède les générations militantes de son temps. Très vite cependant, des intellectuelles isolées manifestent leur adhésion. Romancières, essayistes, journalistes, universitaires forment les premières cohortes féminines convaincues par le plaidoyer beauvoirien, comme Colette Audrey, Célia Bertin, Françoise d’Eaubonne ou Geneviève Gennari. Elles inaugurent une longue lignée de lectrices.

Avec l’apaisement de la guerre froide et le prix Goncourt, décerné en 1954 à son roman Les Mandarins, Simone de Beauvoir retrouve bonne presse. Ses Mémoires, dont les volumes s’égrènent au fil des ans, rencontrent un public fidèle et cette carrière littéraire au long cours assure une durable notoriété au Deuxième Sexe.

Bien des femmes ont témoigné du bouleversement éprouvé à cette lecture et la reconnaissance - ou la rancune qu’elles éprouvent pour celle qui, enfin, donne des mots et des arguments à leur mal-être. " Je lis Le Deuxième Sexe. Je nage dans l’enthousiasme, enfin une femme qui a compris ", s’exclame ainsi Françoise d’Eaubonne, qui s’empresse aussitôt d’écrire à Simone de Beauvoir " Vous êtes un génie " afin de la rencontrer. Simone de Beauvoir a reçu des miliers de ces lettres émouvantes qui constituent aujourd’hui un fonds documentaire inestimable à la Bibliothèque nationale. Pour les mères dont les projets professionnels ont été sacrifiés sur l’autel de la maternité, la rencontre est parfois douloureuse. Comme le résume très bien Ménie Grégoire, opposée sur bien des points à la philosophe :

" Simone de Beauvoir a compté plus pour les femmes de ma génération que ne le diront jamais les

historiens. (...) Elle nous a mises au pied du mur , nous qu’ on avait formées pour une autre vie que celle de nos mères !"

L’influence de l’œuvre déborde précocement et largement les frontières hexagonales. Traduites en allemand dès 1951, en anglais et en Japonais dès 1953, ces nouvelles versions commencent chacune leur trajectoire propre. Les éditeurs exigent des coupes claires comme l’américain Knopf ou bien soumettent leurs lecteurs à diverses fantaisies, ainsi, au Japon le second tome et la conclusion paraissent avant le premier et l’introduction... Les traducteurs imposent parfois de lourdes distorsions, voire de véritables contresens comme au Japon, ou le propos de Beauvoir prend un tour singulièrement biologique.

Ailleurs, les réactions sont très diverses. L’enthousiasme domine en Suisse, où les femmes n’avaient toujours pas le droit de vote, mais la discrétion est de règle dans le très catholique Québec de l’époque, soumis à l’index. Dans l’Amérique du sénateur McCarthy, lecteurs et lectrices sont mis en garde par de sévères critiques. Dans l’Espagne de Franco, où circule depuis 1962 la traduction venue d’Argentine, ils prennent le risque de la clandestinité. Ailleurs en Russie ou en Allemagne de l’Est, il leur faudra attendre la chute des régimes communistes pour disposer d’une traduction. Dès les années 60, le livre fait figure de référence pour quiconque s’intéresse aux questions féminines, comme on disait alors. Andrée Michel, Evelyne Sullerot, Geneviève Texier en France, Betty Friedan aux États-Unis, Maria Aurélia Capmany en Espagne: toutes se nourrissent du volumineux essai.

Domine alors une pensée assez individualiste et libérale, selon laquelle l’émancipation féminine suppose une carrière personnelle. Pour la génération suivante, le livre demeure un ouvrage d’importance, mais aux côtés d’œuvres contemporaines et radicales. Très nombreuses sont les nouvelles théoriciennes féministes des années 70 qui affirment une dette à son égard. Avec ce nouveau mouvement, Simone de Beauvoir entre dans un féminisme militant.

Auparavant, même si elle avait apporté sa caution à différentes causes, comme celle du Planning familial, jarnais elle n’avait été séduite par des groupes et des associations qu’elle jugeait trop timorés. C’est chose faite avec le bouillonnant Mouvement de libération des femmes (MLF) qui lui procure un véritable bain de jouvence. . Elle marche en tête des manifestations signe le manifeste des " 343 salopes " déclarant avoir avorté, témoigne au procès de Bobigny, ouvre les colonnes des Temps modernes aux chroniques du " sexismee ordinaire ", et jamais n’hésite à mettre en balance toute sa notoriété pour une cause qu’elle estime juste. Elle participe à la fondation de plusieurs associations et revues, telles Choisir, la Ligue du droit des femmes ou Questions féministes. Ces confrontations permanentes avec le mouvement des femmes l’amènent à remanier ses anciennes positions. Désormais elle juge Le Deuxième Sexe trop idéaliste et individualiste. Les femmes subissent une oppression spécifique contre laquelle seuls des mouvements collectifs féminins peuvent lutter.

Cette longévité exceptionnelle du Deuxième Sexe ne signifie nul consensus. Depuis sa parution, il donne lieu à des clivages irréductibles. Peu ou prou, partisans et adversaires se situent, génération après génération, de part et d’autre des mêmes lignes de fracture. Pour les supporteurs, les différences qui existent entre les sexes viennent de l’oppression subie par les femmes; les opposants, eux, en tiennent pour une nature féminine différente, dont les sociétés, trop masculines, feraient bien de s’inspirer. Laïques contre catholiques dans les années 50, partisanes de l’égalité contre tenantes de la différence ensuite, féministes contre postmodernistes plus récemment, les débats continuent, rythmés par les flux et reflux des mouvements sociaux.

Depuis la fin des années 80, on assiste incontestablement à une sorte de backlash (retour de bâton) contre Le Deuxième Sexe et son auteur. Les témoignages se font volontiers plus critiques, voire amers. Dans la volumineuse biographie de Simone de Beauvoir, Deirdre Bair, interprétant mal la réalité française, prête une attitude bien ambiguë au couple philosophe durant l’Occupation . La publication posthume, par les soins de Sylvie Le Bon de Beauvoir, des correspondances et carnets suscite de nombreux commentaires peu amènes . Bianca Bienenfeld (Louise Védrine dans les lettres) a publié le récit de son adolescence " dérangée " par sa liaison avec le célèbre couple . Simone de Beauvoir se voit reprocher, tour- à tour, sort indifférence politique pendant la guerre, sa liaison trop peu féministe avec Sartre, ses relations " contingentes" bien cavalières avec plusieurs jeunes femmes. Trop longtemps adulée, Simone de Beauvoir descend d’un piédestal qu’elle n’a jamais souhaité. Restent cependant une femme et une pieuvre qui ont su, privilège rare chez les écrivains, incarner les rêves et les désirs de plusieurs générations. A ce titre : Le Deuxième Sexe et son auteur deviennent des objets d’interrogation de plus en plus scientifiques.

L’ouvrage a toujours été beaucoup commenté, mais, autrefois, simples témoignages, récits biographiques plus ou moins anecdotiques et essais polémiques dominaient. Depuis les années 80 des études érudites, diffusées par des sociétés savantes comme la Simone de Beauvoir Society, se penchent sur les origines intellectuelles du Deuxième sexe . Parmi les travaux pionniers celui de la philosophe française Michèle Le Dœuff attire l’attention sur la position singulière des femmes dans la philosophie.

De nombreuses études ont suivi cette voie qui exige une relecture rigoureuse et critique des textes. Certaines relativisent, par exemple l’apport de Sartre à une philosophie existentialiste que Simone de Beauvoir aurait, dans certains cas, initiée. Des colloques, des numéros spéciaux de revues. des publications témoignent de l’inventivité des études beauvoiriennes. Les philosophes, les littéraires et les linguistes demeurent bien plus nombreuses que les historiennes ou les sociologues. Les chercheuses américaines ou d’Europe du Nord dominent ce champs d’étude en expansion où les Francaises brillent surtout par leur absence.

Ce paradoxe tient à la fois de la très difficile institutionnalisation des études sur les femmes en France et aussi sans doute de la trop grande proximité des féministes françaises avec ce " monstre sacré " ou cette " mère symbolique", que fut souvent pour elles Simone de Beauvoir.

Quoi qu’il en soit, cette prévalence du monde littéraire anglo-saxon entraîne parfois Beauvoir là où elle n’aurait très certainement pas accepté d’aller : dans les dédales d’un déconstructionnisme postmoderne inspiré de Jacques Derrida et de Luce lrigaray. Ainsi, Beauvoir continue-t-elle de fasciner et de diviser. Des traductions, de plus en plus fidèles au texte original, continuent de voir le jour; en allemand en 1992, en japonais en 1997, en russe, en allemand en 1992, en japonais en 1997, en russe en 1998. Dans le monde entier, 1e Deuxième Sexe représente une lecture indispensable pour les étudiantes des Women’s Studies universitaires. L’ ouvrage n’a pas fini de faire parler de lui. Le cinquantenaire de sa publication, qui débute ce mois-ci, le démontrera fort probablement.


Catherine Clément : L’Arc, Simone de Beauvoir et la lutte des femmes (n°61, 1975)

Se situer femme: chacune, dans son histoire, sera venue à son heure, selon les complexités biographiques plus ou moins précocement rencontrées, à cette conscience-là. Toute intellectuelle travaillant plus ou moins dans le langage est actuellement sollicitée, stimulée, réveillée de toutes parts; houspillée, ou émoustillée, elle doit, vaille que vaille, enfin réfléchir. Tout ce qui pouvait, à des degrés divers selon telle ou telle, s’élider en constructions défensives est maintenant confronté à une incessante pression qui déchire des pans de murs, ou, prenant la forme d’un chantage, s’exprime parfois comme une sommation: " Si t’es une femme, fais-le savoir ". Ne pas se situer sur ce terrain, individuellement ou collectivement, c’est " collaborer "à l’oppression, c’est, tout simplement, collaborer: trahir, quelque chose comme une classe ou un peuple. Se situer, d’ailleurs, c’est impossible, et pour cause: comment décrocher une position d’un ensemble qui est construit pour n’en pas tenir compte ? Il est logique de pouvoir affirmer: " Pour nous, si cet autre appel, du vide, dont la culture a horreur, est irrésistible, nous nous jetterons sans hésiter, sans résister armant tout au plus notre jouissance de quelque frein- parachute qui en permette une économie. Nous préférons apprendre à atterrir que renoncer à planer... Nous ne nous laisserons ni encadrer ni assujettir, "nous sommes ailleurs " (Des femmes, Le Quotidien des femmes, numéro deux).

Tenir la position subjective réelle qui correspond à ce discours, c’est une tout autre affaire. Il faudrait pour cela pouvoir traverser les couches de pesanteur idéologique qui pèsent depuis l’origine de la famille et de la propriété privée: cela ne se peut faire que dans le registre de l’imaginaire. Or c’est bien de cela qu’il est question, toujours, dans l’action féministe: modifier l’imaginaire pour agir ensuite sur le réel, changer les formes du langage qui par structure et par histoire a été soumis à la loi patrilinéaire, donc masculine. La réflexion sur l’action féministe met donc en cause, et en jeu, les pouvoirs de transformation du langage, ses capacités à impulser du changement dans l’idéologique et l’économique. Au-delà, la révolution culturelle, et sa place dans le socialisme, se profile tantôt posée comme nécessaire, tantôt rejetée comme inutile, trop long détour, piège à action. Pour moi, elle est non seulement nécessaire, mais dépendante de la révolution politique, économique, sociale. Mais il est vrai qu’elle engage trop d’enjeux sur la fonction des intellectuels, et des intellectuelles, pour que son anticipation ne fasse pas partie d’un travail militant. Sans doute, ce qui s’exprime des femmes est une expression elliptique par rapport à son futur achevé; ce qui s’en manifeste dans la prise de conscience de chacune ne peut être qu’une déformation d’une figure ultérieure, qui ira du travail au corps et du corps au langage, une difficile traversée. La présenter aujourd’hui, la représenter, cette figure à venir, comme étant là, réalisable immédiatement, hors jeu, dégagée de toute entrave, cela me semble une esquisse; lorsque tant de femmes qui travaillent dans la production n’ont pas même encore l’égalité de salaire avec les hommes, préfigurer, c’est défigurer, comme un " squiggle " dessiné par un enfant, qui profile et abîme les figures qui l’entourent. Mais un " squiggle ", cela montre quelque chose; et une esquisse, cela se réalise, et une anticipation, cela s’actualise pour finir. Pas question donc, de ne pas anticiper la figure des femmes libérées; pas question de tenir pour nul le travail d’innovation imaginaire, le travail de langage. " L’activité intellectuelle interpréte, et anticipe parfois, de façon spécifique, à son rythme, avec ses méthodes et ses lois, sur l’activité productrice comme sur les luttes sociales et politiques " . La difficulté essentielle est donc de relier ce rythme propre de l’activité intellectuelle. cette spécificité impossible à tenir en esclavage, avec le rythme propre des luttes politiques et des mouvements de masse: si on ne désenclave pas le travail de langage par un travail politique de masse, il reste enclave, donc esclave.

J’ai pris la mesure de cette difficulté un soir de crise; un soir de la Semaine de la Pensée Marxiste où l’on débattait sur " la sexualité ", dans le cadre de l’immense salle de la Mutualité: immense pour un débat théorique, souvent trop petite pour un meeting politique. Ce soir-là, elle était pleine, mouvementée, et j’étais à la tribune, confrontée, avec d’autres, à la saisie publique des violences que suscitent les féminismes, à leur signification, à leur portée. C’est ce récit que je désire transcrire, n’engageant que moi seule dans cette difficulté; c’est d’ailleurs un texte en dicté que je veux écrire, pour me tenir, autant que possible, dans une position vraie.

Passion, raison: des bruits de voix: des cris, des invectives, pas n’importe lesquelles, leur contenu n’est pas indifférent. Cela commence par des irruptions greffées sur les " topos " qui se sont tenus à la tribune: donc après du langage parle qui fait sens et cherche à transmettre un contenu d’idées. Les interruptions cherchent à détourner le sens, à le dérober, à le faire sortir de la salle. Ainsi, on dit, à la tribune, qu’il faudrait pouvoir discuter sans passion: ça renvoie, dans la salle, que de la passion, il en faut, justement. Cela vole le sens négatif de la passion —celle qui annule la sage raison discursive—pour y substituer le sens positif de la passion révolutionnaire: surgissent des fantômes de Pasionaria. Mais cela rend impossible l’énonciation discursive, l’argumentation, l’enchaînement persuasif, cela annule toute conception démocratique du débat. D’un côté, la conviction que les idées peuvent et doivent se transmettre par des raisonnements et des réflexions, de l’autre, la pratique d’une parole qui se prouve et prouve sa force en s’imposant. La passion interrompt, elle ponctue. Il faudra un long temps pour que son effet de sens parvienne jusqu’à la tribune: sans locuteur, elle circule, de femme enfemme, anonyme. A la tribune, on est nécessairement dans une position contraire: nonyme, appelé pour son nom, locuteur et interlocuteur désigné.

Spectacle prévu, imprévu: la mise en scène d’un débat à la tribune construit, en marge de ce spectacle d’un genre particulier, un contre-spectacle, où surgissent. des personnages. Une salle où se tiennent surtout des meetings, une salle peuplée d’échos politiques, de fantômes de banderoles, laisse peu de place à un échange de discours théoriques. Structure intenable, représentation à la limite du possible: un débat théorique montre, exposé, entre des intellectuels, pour des intellectuels, sur la sexualité des femmes. Entre la salle et la scène, une rampe à l’italienne, de lumières et de bois d’estrade : la salle, trop nombreuse, ne peut pas, par convention, intervenir. C’est sur ce point que va se monter le spectacle transversal: impliquée mais muette en droit, " la salle ", personnage fondamental, va quand même intervenir. Elle va causer: avec ses corps, ses voix, bouger, crier, perturber l’ordonnancement de l’autre spectacle. Elle va causer du désordre par rapport à l’ordre du débat: mais, comme personnage, elle tient son rôle dans l’ensemble complexe formé par la tribune et son auditoire; et cet ensemble n’est plus spectacle pour personne. Et puis la salle se clive: rien moins qu’unanime, divisée, multiple.

Spectacle, femmes, passions : crise d’hystérie: présente sans cesse, renvoyée à tort, à travers, assumée, rejetée, mal entendue, toujours, l’hystérie circule, ce soir-là, comme une arme offensive. J’avais choisi pour montrer comment la sexualité féminine, prisonnière, trouve les crises comme issues libératrices, un exemple pris dans des couches paysannes contemporaines, dans les Pouilles, en Italie du Sud. Là, des femmes, le plus souvent illettrées, toujours pauvres, sont atteintes de troubles étranges: elles sont piquées par des araignées tarentules, puis prises de langueurs telles qu’il faut les laisser se soigner selon un rite archaïque. Devant un public attentif et priant, sur un drap blanc, elles dansent pendant une douzaine d’heures, mimant l’araignée, rampant sur le sol avec des gestes convulsionnaires rythmés par un petit orchestre. Les tarentules n’existent pas dans cette région; et aucune piqûre d’insecte ne produit ces symptomes précis: il s’agit donc d’insectes fictifs, choyés, nommés, longuement décrits psychologiquement: Rosina, Peppina, araignées, sont des " lubriques ", ou des " tristes ", ou des " dormeuses ". Les hystériques paysannes dansent jusqu’à ce que la grâce de saint Paul les touche; elles sont alors guéries pour un an, mais, à vie, elles devront ainsi se mettre en crise régulièrement. Lorsqu’on regarde la vie de ces femmes, il devient évident qu’elles sont piquées quand elles sont dans une situation affective ou économique si conflictuelle qu’elles n’ont pas d’autre issue que la crise. Salutaire, contestataire, la crise spectaculaire est à la fois une prison et une libération: prison, puisqu’elle reproduit les chaînons d’une culture ou les femmes sont dans une situation misérable, et libération puisqu’elle constitue le seul signe que des femmes puissent émettre, même entravé, méme corporel. Là, dans cette mise en scène analogue aux grandes crises que déclenchait Charcot sous les yeux ravis des médecins autour de lui, dont Freud, se joue la féminité révoltée, et les liens historiques qui l’enserrent de partout. Sartre, à propos de Flaubert et des crises qui le terrassaient, parle de l’ " engagement hystérique " et de la crise comme stratégie positive . La crise a donc toujours un double aspect: seule contestation possible dans une formation sociale particulière, dans le contexte de la communauté de village, elle est aussi le verrouillage de cette société, sa soupape de sûreté. Ce langage pas encore passé à l’expression verbale, retenu dans les liens du corps, qui le signifie de toutes parts mais ne le transmet pas sous la forme d’un contenu de pensée, reste convulsif. Les hommes regardent, mais n’entendent pas.

En miroir, en écho, la salle, dans sa partie " féministe ", se soulève et se met en crise à son tour. Paroles, puis, progressivement, monte un barrage de cris. Dure écoute, où l’agressivité du cri fait double emploi avec une préméditation politique : crise de femmes, et obstruction. Comment entendre juste ? Elles crient: " Nous sommes toutes des hystériques ". Toutes ? Non, on entend aussi bien " tous ": la faute de grammaire se fait revendication. " Nous sommes tous des hystériques ", comme autrefois " Nous sommes tous des Juifs- allemands ". Donc, " hystérique " est ressenti comme une injure, ou une appellation raciste; ce serait vrai si cette catégorie psychiatrique désignait une réalité en soi, une entité. Que l’ " hystérie ", à laquelle j’adjoindrai les guillemets visibles dans l’écrit, qui la signifient comme nosographie relative, fasse partie intégrante, dans les faits, de l’histoire des femmes, cela semble retentir comme une provocation: quand je signale la crise féministe comme si elle se déroulait dans les Pouilles —est-ce le signifiant " pouilleux " qui fonctionne " à l’inconscient " ?—les cris redoublent. " Nous sommes toutes des hystériques ": si être hystérique, c’est, comme je le pense, souffrir dans son corps de ce qui ne vient pas seulement du corps, mais d’ailleurs; si être hystérique, c’est souffrir pour comprendre, alors oui, dans cette société où il faut pour vivre, vendre sa force de travail, alors nous sommes tous des hystériques. Rien alors, dans ce syndrome, qui qualifie les femmes; seule l’histoire des mentalités, des juridictions, des révoltes, des bûchers de sorcières prend acte de la longue fréquentation du corps féminin avec ce que des médecins grecs ont, les premiers, appelé " hystérie ". Cette fréquentation s’achève.

Du moins pour peu qu’on veuille bien penser la situation féminine dans l’ensemble où elle s’inscrit, et pas en soi, toute seule, dégagée. Il en va des femmes comme des fous: en position manifeste d’exclusion, elles tiennent de façon latente le système en place, dans l’exclusion même. La crise signifie cela aussi. " Dans toute société, il serait inévitable qu’un pourcentage ( ... ) d’individus se trouvent placés ( ... ) hors système ou entre deux ou plusieurs systèmes irréductibles. A ceux- là le groupe demande et même impose de figurer certaines formes de compromis irréalisables, sur le plan collectif, de feindre des transitions imaginaires, d’incarner des synthèse incompatibles. ( ... ) Leur position périphérique par rapport à un système local n’empoche pas qu’au même titre que lui, ils ne soient partie intégrante du système total " On peut penser les femmes comme les anormaux, les nerveux, les " piqués ": compromis impossibles à vivre, synthèses irréalisables, elles ne sont " femmes " dans les sociétés passées, d’où nous commençons à émerger, que par la glu imaginaire qui tient les figures sociales dans leurs rôles respectifs: là, l’homme, le maître; ici, la femme, l’hystérique, l’une confortant l’autre, l’autre demandant l’une. Mais alors, même si la crise résout, ce n’est que passagèrement; si elle libère, ce n’est que " pour rire " Etre dans la crise, c’est faire le jeu de celui qui demande la crise: toujours le même, c’est le public.

" Bravo, monsieur ": une autre, parmi les autres, envoie cette adresse du haut du balcon de la salle. Cela dégringole, tombe. Donc, prendre la parole, et, pire encore, se mettre en position publique de préméditation théorique, c’est se placer en position de " mec ". Cela rend compte des cris, des mimiques, des gestes, bientôt des " you-you " perçants: si pas théorie, si pas parole articulée, alors parole criée. Cela veut dire aussi plus grave, plus irrémédiable: cela voudrait dire que la dialectique, par exemple—mais il n’en est pas d’autre—serait inaccessible aux femmes, et, avec elle, la compréhension de toute contradiction, donc de toute lutte. Cela signifierait que, par nature, innée ou acquise dans l’oppression, les femmes ne pourraient pas s’aider de la pensée pour se libérer; que la seule scansion de la violence leur est permise, obtuse, irréfléchie dans son expression. Cela voudrait dire que le langage est toujours masculin, qu’il est déterminé quant au sexe, et que la discursivité n’est pas partie intégrante du discours féminin. Or, même si quelque part il est vrai que la rhétorique, le vocabulaire sont formés par des siècles de domination culturelle " des hommes " renoncer à l’exercice de la pensée, la leur laisser, c’est perpétuer, comme toujours quand il est question de " ne pas être dans le système " Sois féministe et crie: variante inchangée de Sois belle et tais-toi.

Transmettre: du savoir, de la pensée, de la dialectique, c’est faire bouger, c’est déplacer, c’est changer, même peu, les conditions de la conscience par rapport à l’idéologie dominante. L’action des intellectuels, c’est en partie cela; mais, s’il est vrai que cette action, seule, répète sans le savoir les rouages de l’idéologie, même lorsqu’en son départ elle y échappe, alors le vrai problème est politique, pour les luttes féministes, il passe par l’alliance entre les intellectuels et la classe ouvrière. Des décalages sont inévitables; des distorsions, des malentendus passagers, des morceaux de discours qui, échangés, ne sont pas reçus quand ils sont envoyés. Mais connaître les rapports réels entre l’activité intellectuelle et l’ensemble des forces qui cherchent à changer la société, cela, c’est la condition de toute action intellectuelle. La crise féminine ne signifie pas vraiment, elle ne produit aucun changement: elle signale et répète. Enclavée dans toutes les contraintes individuelles ou groupales, elle demeure dans l’esclavage. Que le langage des femmes doive être d’abord balbutiement, quand il s’agit de souffrance réelle, c’est une réalité de fait; peut-on en faire, de cette entrave, une arme ? Une démarche doit s’élaborer, telle qu’elle puisse faire bouger des pans d’idéologie; une activité rigoureuse, qui, pour être telle, doit penser et mesurer son rapport à l’ensemble des activités sociales.

Simone de Beauvoir : Le deuxième sexe

L’histoire nous a montré que les hommes ont toujours détenu tous les pouvoirs concrets; depuis les premiers temps du patriarcat, ils ont jugé utile de maintenir la femme dans un état de dépendance; leurs codes se sont établis contre elle; et c’est ainsi qu’elle a été concrètement constituée comme l’Autre. Cette condition servait les intérêts économiques des mâles; mais elle convenait aussi à leurs prétentions ontologiques et morales. Dès que le sujet cherche à s’affirmer, I’Autre qui le limite et le nie lui est cependant nécessaire: il ne s’atteint qu’à travers cette réalité qu’il n’est pas. C’est pourquoi la vie de l’homme n’est jamais plénitude et repos, elle est manque et mouvement, elle est lutte. En face de soi l’homme rencontre la Nature; il a prise sur elle, il tente de se l’approprier. Mais elle ne saurait le combler. Ou bien elle ne se réalise que comme une opposition purement abstraite, elle est obstacle et demeure étrangère ou bien elle subit passivement le désir de l’homme et se laisse assimiler par lui; il ne la possède qu’en la consommant, c’est-à-dire en la détruisant. Dans ces deux cas, il demeure seul; il est seul quand il touche une pierre, seul quand il digère un fruit. Il n’y a présence de l’autre que si l’autre est lui-même présent à soi: c’est-à-dire que la véritable altérité est celle d’une conscience séparée de la mienne et identique à elle. C’est l’exis tence des autres hommes qui arrache chaque homme à son immanence et qui lui permet d’accomplir la vérité de son être, de s’accomplir comme transcendance, comme échappement vers l’objet comme projet. Mais cette liberté étrangère qui confirme ma liberté , entre aussi en conflit avec elle: c’est la tragédie de la conscience malheureuse; chaque conscience prétend se poser seule comme sujet souverain. Chacune essaie de s’accomplir en réduisant l’autre en esclavage. Mais l’esclave dans le travail et la peur s’éprouve lui aussi comme essentiel et, par un retournement dialectique, c’est le maître qui apparaît comme l’inessentiel. Le drame peut être surmonté par la libre reconnaissance de chaque individu en l’autre, chacun posant à la fois soi et l’autre comme objet et comme sujet dans un mouvement réciproque. Mais l’amitié, la générosité, qui réalisent concrètement cette reconnaissance des libertés, ne sont pas des vertus faciles; elles sont assurément le plus haut accomplissement de l’homme, c’est par là qu’il se trouve dans sa vérité: mais cette vérité est celle d’une lutte sans cesse ébauchée, sans cesse abolie; elle exige que l’homme à chaque instant se surmonte. On peut dire aussi en un autre langage que l’homme atteint une attitude authentiquement morale quand il renonce à être pour assumer son existence; par cette conversion, il renonce aussi à toute possession, car la possession est un mode de recherche de l’être; mais la conversion par laquelle il atteint la véritable sagesse n’est jamais faite, il faut sans cesse la faire, elle réclame une constante tension. Si bien que, incapable de s’accomplir dans la solitude, l’homme dans ses rapports avec ses semblables est sans cesse en danger: sa vie est une entreprise difficile dont la réussite n’est jamais assurée.

Mais il n’aime pas la difficulté; il a peur du danger. Il aspire contradictoirement à la vie et au repos, à l’existence et à l’être; il sait bien que " l’inquiétude de l’esprit " est la rançon de son développement, que sa distance à l’objet est la rançon de sa présence à soi; mais il rêve de quiétude dans l’inquiétude et d’une plénitude opaque qu’habiterait cependant la conscience. Ce rêve incarné, c’est justement la femme; elle est l’intermédiaire souhaité entre la nature étrangère à l’homme et le semblable qui lui est trop identique . Elle ne lui oppose ni le silence ennemi de la nature, ni la dure exigence d’une reconnaissance réciproque; par un privilège unique, elle est une conscience et cependant il semble possible de la posséder dans sa chair. Grâce à elle, il y a un moyen d’échapper à l’implacable dialectique du maître et de l’esclave qui a sa source dans la réciprocité des libertés.


Quando tutte le donne del mondo..., Simone de Beauvoir Ordina da iBS Italia


Gli anniversari, per fortuna, servono a penetrare sotto strati di ammiratori adoranti e a sfarinare icone un po’ troppo intoccabili. È già successo, in Francia, a Sartre uscito assai malconcio dalle sue rievocazioni. Non poteva sfuggire al giusto destino di uno sguardo finalmente scuoiatore «la Grande Sartreuse», Simone de Beauvoir, «la più eminente femminista del ventesimo secolo», questa gran virtuosa dell’esistenzialismo, dall’aspetto marmoreo, il volto e lo sguardo astratto che ha sprazzi di pietra, amante e musa impegnata ad aiutare il filosofo a «preparare l’avvenire».
Il centenario della nascita che cade quest’anno si annuncia ghiotto: di libri e biografie che strisciano riverenze, ovviamente, di riedizioni di opere che sembravano davvero archiviate dal tempo come la cronaca del viaggio nella Cina maoista, di film sulle mitiche notti di Saint-Germain.
Alle disparate housewifes del terzo millennio la Beauvoir sembra aver poco da dire. «Le femministe l’hanno scelta come vacca sacra - nota acida Antoinette Fouque fondatrice dello storico MLF - ma se “essere donna vuol dire essere un uomo come un altro” come pretendeva lei, allora non siamo femministe! La Beauvoir è il pensiero liberal-libertino, logico che oggi sia di moda».
E significativo che i più succosi sottintesi, le accuse più impegnative arrivino dall’estero, come se la Francia avesse pudore a incrinare il mito del periodo in cui la sublime coppia dominava e fulminava dai tavolini del café Flore e Parigi era, forse per l’ultima volta, capitale del mondo. E le voci più cavillose, e anche questo è un segno, sono voci di donne. Come Ingrid Galster che insegna letteratura all’università tedesca di Paderbon che ha scritto, direttamente in francese, Beauvoir dans tous ses états che sta per essere pubblicato da Tallandier.
Della scrittrice francese si proclama ammiratrice. Ma le ricerche che ha dedicato al periodo, politicamente peccaminoso, della Francia di Vichy rischiano di provocar ancor più fitte polemiche. Perchè Simone de Beauvoir non si distinse certo nel resistere, non vi patì certo i sudori del Getsemani: anzi, trascorre quegli anni ingrati tra il café de Flore a comporre il suo primo romanzo “L’invitée”, le vacanze sciistiche a Morgine e «fiestas» molto alcoliche. Nella sua autobiografia lei glissò con eleganza: «Volevo fare qualcosa ma mi ripugnava una partecipazione soltanto simbolica e così restai a casa mia». Nulla di grave, se nel frattempo altri intellettuali per cui disobbedire alla legge era un atto di patriottismo non avessero combattuto con i partigiani o come Raymond Aron preparato la resurrezione a Londra.
Finora i biografi hanno preferito sottolineare che in quell’epoca la Beauvoir perse il posto al rettorato di Parigi perchè parlava agli studenti di Proust che mal si collegava alla ideologia ruralistica e codina del maresciallo Pétain. La Galster ha scavato, invece, sul lavoro che ottenne nel 1943: regista alla radio di Vichy! La scrittrice anche in questo caso assai reticente lo definiva «un lavoro trovato per non so quale tramite». La studiosa tedesca ha trovato il tramite, ovvero René Delanger direttore della rivista “Comoedia” e collaborazionista.
Le sue trasmissioni erano innocui sketchs sulle origini del music-hall. Ma si accompagnavano a programmi come «la milizia francese vi parla», ovvero la voce radiofonica degli sgherri che rifornivano i campi di concentramento. «Secondo la Beauvoir - spiega la Galster - gli scrittori avevano adottato alcune regole secondo cui “non si doveva scrivere nei giornali e nelle riviste della zona occupata e parlare a Radio Parigi, quella apertamente collaborazionista, si poteva invece lavorare nella stampa della zona libera. Tutto dipendeva dal senso degli articoli e delle emissioni”.
Resta il fatto che il tono delle trasmissioni è diventato dall’inizio del 1944 assai più virulento, che il famigerato Philippe Henriot parlava due volte al giorno e che lei non si è mai tirata indietro. Penso che con una certa cattiva fede abbia preferito non vedere».
Altro capitolo delicato quello del nazismo e degli ebrei. La Galster: «Parla qualche volta degli ebrei che ha visto minacciati o arrestati con relativa indifferenza. Non si va mai oltre una o due frasi. Ma il peggio è il suo atteggiamento verso Bianca Biennefeld, la sua ex amante ebrea che era stata anche la amante di Sartre. Quando Bianca ricevette una lettera del filosofo che rompeva la relazione, la Beauvoir scrive con cinismo: «Lei esita tra il campo di concentramento e il suicidio». I due dimenticarono Bianca che si era nascosta nel Vercors e mai tentarono di sapere che cosa le era successo».
A spalancare poi il tema della complicata relazione sentimentale con Sartre è il libro Tête-à-tête dell’americana Hazel Rowley. Non da certo scandalo il patto amoroso tra i due, che prevedeva una coproduzione dei piaceri, con «un amore necessario» e culturalmente proficuo, il loro, e «gli amori contingenti» che spesso furono comuni e per lei annoverarono Arthur Koestler e Nelson Algren. Si presta semmai nuova attenzione alla sorte di questi amanti «contingenti» considerati come semplici tasselli della costruzione di un destino letterario e filosofico.
La studiosa americana ne svela il triste ruolo di marionette, manipolate dalla Beauvoir, utilizzate per mantenere desto il rapporto con Sartre, l’unico che contasse davvero. Alcuni, tra i più ferocemente «contingenti», precipitarono in buie depressioni. Lei scrisse, implacabile: «C‘è un problema che noi abbiamo sempre accuratamente evitato: come la terza persona si sarebbe sistemata nei nostri accordi...»
Domenico Quirico per “La Stampa”
Simone de Beauvoir a Chicago nel 1952
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