Thomas Bernhard - Scrittore austriaco (1931 - 1989)

Thomas Bernhard nasce a Heerlen, Olanda, il 9 febbraio 1931 da genitori austriaci. Il padre, Alois Zuckerstatter, esercita la professione di falegname a Heendorf, Salisburgo, dove incontra Herta Bernhard, figlia dello scrittore Johannes Freumbichler (che nel 1937 riceverà per il romanzo Philomena Hellenhub il premio di stato austriaco). La breve relazione dei due si conclude con la gravidanza di Herta: quando Alois viene a sapere che la ragazza aspetta un figlio, scappa in Germania e di lui si perdono le tracce. Solo anni più tardi si scoprirà che si é sposato con un’altra donna e ha messo al mondo cinque figli prima di suicidarsi nel 1940. Bernhard scrive del rapporto tra i suoi genitori nel romanzo autobiografico Un bambino (Adelphi, 1994), quinto e ultimo, sebbene primo in ordine cronologico, dei volumi dedicati alla propria biografia.
Mio padre, figlio di un agricoltore dei dintorni, che come allora si usava aveva imparato un mestiere artigianale, la falegnameria nel suo caso [...] dovette entrare in quel periodo in uno stretto contatto con lei [...]. Questo é veramente tutto ciò che so della storia delle mie origini”.
Nella ultracattolica Austria le gravidanze al di fuori del matrimonio sono considerate scandalose, così Herta deve fuggire da casa e raggiungere l’Olanda, su invito di un’amica, per poter mettere al mondo Thomas.
Poco dopo Herta rientra in Austria, a Vienna, dove la famiglia Freumbichler ha trovato casa. La tormentata relazione con l’amante e l’onta subita dalla famiglia guastano sin dal principio i rapporti della madre con il piccolo Thomas che, da parte sua, si rivela presto un bambino problematico.
In Un incontro , trascrizione delle conversazioni tra lo scrittore austriaco e la giornalista Krista Fleischmann, Bernhard racconta la sua visione dell’infanzia.
“Lo si impara già con i genitori. Se uno non glieli ruba [i soldi] o non li minaccia, fino a mandarli in collera, non si lasciano scappare nulla. In ciò i bambini sono molto raffinati, più tardi si é molto più rozzi. [...] L’infanzia non significa solo essere minacciati, ma anche minacciare. I bambini minacciano molto di più i genitori di quanto i genitori facciano con i bambini, poiché i bambini sono molto più furbi dei genitori".
Su invito del nonno scrittore intraprende l’avventura scolastica con un anno di anticipo, ma i primi approcci con la scuola sono disastrosi: dopo un inizio folgorante culminato con una pagella da primo della classe, Thomas perde repentinamente interesse nello studio tanto da rischiare la bocciatura già in terza elementare.
Herta Bernhard si sposa nel 1936 con Emil Fabjan, un attivista del clandestino partito comunista austriaco. Herta ed Emil si conoscono tramite il fratello di lei, Farald, anch’egli iscritto al partito comunista. L’elevata disoccupazione in Austria, annessa nel 1938 alla Germania nazista, non consente a Emil di trovare lavoro in patria, e poiché dal suo lavoro dipende l’intera sussistenza della famiglia Freumbichler (i guadagni dello scrittore Johannes Freumbichler sono così esigui che bastano a malapena a comperare degli abiti nuovi e un servizio di stoviglie), Emil é costretto a emigrare in Baviera, a Traunstein, dove trova lavoro come parrucchiere. Di lì a poco, nel 1938, lo seguono la moglie Herta e il settenne Thomas. La separazione dal nonno, il suo unico e vero educatore, procura a Thomas la prima grande sofferenza. Sempre in Un bambino scrive:
“Continuare a vivere, senza il nonno, sotto la giurisdizione di un uomo estraneo, il marito di mia madre, che il nonno a seconda dell’umore qualificava oggi come tuo padre e domani come il tuo tutore, mi sembrava la cosa più impossibile del mondo. Questa catastrofe voleva dire prendere congedo da tutto, tutto ciò che nel suo insieme era stato in effetti il mio paradiso.

La separazione é solo temporanea: in quello stesso anno infatti Emil recupera a Johannes Freumbichler e sua moglie un alloggio in un villaggio poco distante da Traunstein. Il trasferimento in Germania, patria del nazismo, é vissuta dall’anziano scrittore come la peggiore di tutte le condanne. Thomas prende coscienza del significato delle parole del nonno solo quando riprende la scuola: qui subisce infatti la discriminazione di insegnanti e compagni per il semplice fatto di essere austriaco e non tedesco. La situazione é così opprimente da far affiorare i primi pensieri di suicidio, a cui fanno immediatamente seguito dei tentativi concreti di togliersi la vita.
In quanto austriaco, avevo grandi difficoltà a farmi valere. Ero completamente in balìa del sarcasmo dei miei compagni di scuola. Dimostrandomi tutto il loro disprezzo, i figli dei borghesi nei loro costosi vestiti mi punivano per qualcosa che io non sapevo cosa fosse. I maestri non mi davano una mano, anzi mi presero da subito a pretesto per le loro esplosioni di collera. Ero solo e disarmato come non mai. [...] Andavo a scuola come si va al patibolo, la mia decapitazione era sempre e soltanto rinviata [...] Se solo potessi morire! era il mio pensiero dominante”.
Il fallimento scolastico di Thomas, a cui fa da pendant il fallimento del nonno, che non riesce a portare a forma compiuta la seconda opera nonostante l’impressionante mole di pagine accumulate, è l’origine e insieme l’ossessione del Bernhard scrittore. Tutti i personaggi dei romanzi di Bernhard che cercano di compiere un’impresa, il più delle volte filosofica, isolandosi nella natura finiscono inesorabilmente con il fallire: ne sono un esempio Rudolf, protagonista del romanzo Cemento, Roithamer in  Correzione, Konrad in La fornace, e soprattutto il principe Sarau in Perturbamento, che é considerato il suo capolavoro. “Quel che si vuole si conclude sempre in un fallimento” afferma in Un incontro.
La situazione scolastica di Thomas peggiora, e i suoi rapporti con la madre si deteriorano irreversibilmente; Herta Bernhard non riesce a placare l’irrequietezza del figlio neppure ricorrendo quotidianamente al nerbo di bue. Le umiliazioni si fanno di giorno in giorno più frequenti e più intollerabili per Thomas e raggiungono l’apice il giorno in cui l’assistente sociale della scuola propone, alla madre del bambino, di mandarlo in un istituto di rieducazione per bambini difficili in Turingia. La madre accetta di buon grado, rinfrancata dalla prospettiva di alleviare le tribolazioni che il figlio le procura, almeno per un po’ di tempo. La rieducazione, naturalmente, é in realtà educazione al nazismo. La disciplina rigidissima dell’istituto spinge Thomas, giunto all’età di undici anni, a intensificare i propositi di suicidio; l’unico pensiero che lo tiene in vita é quello del nonno.
“Se non mi gettai dalla finestra della soffitta o non mi impiccai o non mi avvelenai con il sonnifero di mia madre, fu solo perché non volli dare a mio nonno il dolore di aver perso suo nipote per pura negligenza”.

Quando fa ritorno a casa scopre di avere un fratello; due anni dopo nascerà anche la sorella. Il nonno, nonostante i fallimenti scolastici, intravede nel nipote delle potenzialità artistiche. Gli procura, con i crescenti risparmi ricavati dalla vendita del libro, dapprima un cavalletto per dipingere che va distrutto nel trasporto (la storia del cavalletto é ironicamente narrata da Bernhard: Mio nonno pagò il cavalletto in contanti [...] Qualche giorno dopo, come convenuto, il cavalletto da pittore fu consegnato e depositato nella Schaumburgerstrasse. Era andato in pezzi. Poco tempo dopo fu usato come legna da ardere nella stufa del nostro soggiorno), e poi un violino. Proprio quest’ultimo acquisto si rivelerà decisivo per la vita di Thomas Bernhard che da questo momento in avanti resterà indissolubilmente legata alla musica. Il violino é, inoltre, l’unica arma con cui Thomas combatte l’idea del suicidio, idea che ha ripreso vigore dopo l’ingresso nel convitto nazionalsocialista di Salisburgo, a cui viene ammesso nel 1943.
L’origine , primo volume dell’autobiografia, prende le mosse proprio dal racconto del periodo trascorso nel convitto nazionalsocialista che, in seguito alla ricostruzione postbellica, si trasformerà in un istituto cattolico, il Johanneum. Il  paragone, anche se é più corretto parlare di “associazione”, stabilito dallo scrittore austriaco tra il convitto nazionalsocialista e l’isituto cattolico alimenterà, all’uscita del libro nel 1975, un’ondata di polemiche che sfoceranno addirittura in una querela per diffamazione. L’origine é in effetti un’incessante invettiva contro Salisburgo e contro i suoi abitanti; l’epigrafe anticipa significativamente i contenuti del romanzo. Si tratta di un trafiletto del  Salzburger Nachrichten  del 6 maggio 1975.
Ogni anno duemila persone tentano di porre fine alla loro esistenza nella provincia confederata di Salisburgo, e un decimo di questi tentativi di suicidio ha esito mortale. Salisburgo detiene così in Austria – che con l’Ungheria e la Svezia registra le più alte percentuali di suicidio – il record nazionale.”
Il romanzo infila una dopo l’altra accuse gravissime al popolo austriaco; i salisburghesi sono definiti, già nella prima pagina “irritanti e snervanti e ammorbanti e umilianti e urtanti, dotati di grande volgarità e bassezza”; Salisburgo, che come Bernhard ricorda é la città d’origine dei suoi genitori, viene definita “una malattia mortale, e in questa malattia i suoi abitanti vengono partoriti e avviluppati e, se non scappano via nel momento decisivo, essi compiono prima o poi, direttamente o indirettamente – date le orribili condizioni che vigono nella città -  un repentino suicidio, oppure, direttamente o indirettamente, vanno verso una lenta e misera rovina in questa terra di morte, architettonicamente arcivescovile e ottusamente nazionalsocialista e cattolica, nemica dell’uomo in tutto e per tutto”. Gli abitanti di Salisburgo si difenderanno creando, in reazione ai contenuti del libro, un “Comitato per la difesa e la valorizzazione del prestigio internazionale di Salisburgo”.

L’agghiacciante soggiorno nel convitto nazionalsocialista si interrompe quando la guerra e i bombardamenti iniziano a devastare la città. Il quattordicenne Bernhard assiste inorridito alle conseguenze delle bombe. Fa ritorno a Traunstein dove, su invito del nonno, continua a prendere lezioni di violino dal maestro Steiner che, da parte sua, lo incoraggia e lo rassicura attribuendogli un naturale talento per la musica.
A guerra finita Bernhard riprende gli studi; frequenta il ginnasio, il Johanneum per l’appunto, “un istituto rigidamente cattolico” sorto dalle macerie del vecchio convitto ricostruito. A sostituire il precedente direttore, la terribile SA Gurkrantz, c’é l’altrettanto terribile sacerdote cattolico Franz. Proprio in questo personaggio, descritto con toni e parole per nulla dissimili dalla SA Gurkrantz, si riconoscerà all’uscita del libro il parroco di Salisburgo, Franz Wesenauer, che denuncerà Bernhard per diffamazione. L’avversione per la scuola, “un catastrofico meccanismo di mutilazione dello spirito”, si fa sempre più aspra e intensa, fino a che, nel 1947, Bernhard decide di abbandonare gli studi.
Ne La cantina  la narrazione copre il periodo tra il 1947 e il 1949 in cui Bernhard, dando una svolta radicale alla propria vita, decide di diventare apprendista in un negozio di alimentari collocato non al centro, bensì alla periferia di Salisburgo, in uno dei quartieri più degradati e malfamati della città. Qui, nella cantina adibita a spaccio di alimentari del signor Podlaha, circondato da persone definite senza mezze misure “la feccia dell’umanità”, Bernhard trova il proprio rifugio, la propria salvezza. Affina le proprie doti di osservatore scrutando le vite dei clienti, e talvolta vi partecipa intrattenendo con loro discussioni sulla guerra e sulle storie del quartiere, il più delle volte atroci notizie di cronaca giudiziaria. Il carattere introverso di Bernhard si trasforma, con una naturalezza inaspettata, in carattere aperto, espansivo; non solo conversa con gli abitanti del quartiere, ma lo fa adoperando il loro stesso linguaggio, un linguaggio diverso da quello imparato nelle scuole della città, “un linguaggio più netto e più intenso”: l’immedesimazione é totale. “... fui in grado di parlare il loro linguaggio perché ero in grado di pensare i loro pensieri”. Al lavoro nella cantina, svolto con alacrità e dal quale trae grande soddisfazione, Bernhard affianca l’educazione artistica abbandonata insieme agli studi.
Anche nella cantina, in fin dei conti, non riuscivo a cavarmela senza qualcosa di totalmente opposto, e così mi venne in mente la musica e la mia carriera di violinista tanto ingloriosamente conclusa [...] Nel frattempo avevo provato un nuovo strumento, la mia voce. La pubertà mi aveva regalato una voce di basso baritono”. Per consentire al nipote di potenziare questa nuova dote, il nonno si rivolge a Maria Keldorfer, ex cantante lirica e insegnante di canto, che accetta di seguire il ragazzo; dopo una breve esibizione l’anziana insegnante gli promette un futuro come cantante. Il talento del sedicenne Bernhard non tarda a manifestarsi, e così, per affiancare la teoria alla pratica, il nonno lo iscrive al corso di estetica e teoria musicale presso il famoso professore Theodor W. Werner, musicologo e critico di Hannover nonché marito di Maria Keldorfer. La vita del giovane Bernhard si carica di contrasti, ma proprio di questi contrasti egli si nutre e in essi trova l’insperata salvezza.
Questi tre elementi, canto, musicologia e apprendistato nel commercio, avevano fatto all’improvviso di me un individuo che viveva ininterrottamente nella massima tensione, un individuo in effetti oberato al massimo grado, e avevano reso possibile in me uno stato ideale di mente e corpo. Di colpo e del tutto inaspettatamente le circostanze erano diventate quelle giuste.
La carriera di cantante é prossima a realizzarsi: Bernhard partecipa alle prove del Festival di Salisburgo; riesce ad eseguire con la massima perizia le più difficili arie di Mozart, Haendel, Bach; si sente pienamente soddisfatto e pronto a emergere. Di punto in bianco però un evento gli sconvolge nuovamente la vita e fa crollare tutti i sogni: un’infreddatura contratta durante il lavoro nella cantina e trascurata per diverse settimane si trasforma in pleurite essudativa grave che lo tiene in bilico tra la vita e la morte.
Il respiro, il terzo pannello dell’autobiografia di Thomas Bernhard, inizia dall’ospedale in cui il diciassettenne é ricoverato. In stato di semicoscienza, stipato in uno stanzone assieme a centinaia di altri pazienti moribondi o già morti, Thomas Bernhard decide di non lasciarsi sopraffare dalla disperazione e di attaccarsi alla sua implacabile volontà di vivere per non soccombere alla malattia. Le sue condizioni però non lasciano presagire alcuna speranza. La descrizione del “trapassatoio”, come Bernhard definisce la stanza in cui si trova a giacere, é raccapriciante e precisa al tempo stesso.
Mi trovo nella stanza da bagno. So quel che significa. Ogni mezz’ora entra una suora, solleva la mia mano e la lascia ricadere, si può supporre che faccia la stessa cosa con una mano nel letto davanti al mio che già si trova nella stanza da bagno da più tempo del mio. Gli intervalli tra un’entrata e l’altra della suora si fanno più brevi. A un certo punto entrano alcuni uomini vestiti di grigio con una bara di zinco ermeticamente chiusa, scoperchiano la bara e vi depositano dentro una persona nuda.”
E’ in questo preciso momento che la vita di Thomas Bernhard prende la piega decisiva.
Volevo vivere, tutto il resto non aveva importanza. Vivere, vivere la mia vita, viverla come e fino a quando mi pare e piace. Senza essere un giuramento, questo fu ciò che si propose il ragazzo quando ormai era dato per spacciato nell’attimo in cui l’altro, l’uomo davanti a lui, aveva smesso di respirare. Quella notte, nell’attimo decisivo, tra le due possibili strade io avevo deciso la strada della vita [...] Non avevo voluto smettere di respirare come l’altro davanti a me, avevo voluto continuare a respirare e continuare a vivere.”
Il respiro, per l’appunto, é l’atto volontario e caparbio che distanzia definitivamente Bernhard dalla morte: da questo momento in poi le condizioni del ragazzo migliorano lentamente. Nonostante gli incoraggiamenti del nonno, anch’egli ricoverato nello stesso ospedale per una grave malattia polmonare, Bernhard si rende conto di non poter più riprendere la carriera di cantante: il suo corpo distrutto é il testimone di questo ennesimo fallimento: “I miei respiri, così mi sembrava, erano i respiri di un polmone completamente distrutto”.

Pochi giorni dopo, l’11 febbraio, gli viene comunicata la morte del nonno: Bernhard scopre di essere rimasto completamente solo. Anziché lasciarsi andare allo sconforto, Bernhard trae da questa perdita la spinta esistenziale necessaria per sconfiggere la malattia e avviarsi sulla strada della scrittura: lasciato solo e libero dall’unico educatore della sua vita, consapevole della propria forza di spirito, il diciottenne Bernhard fa leva su questa nuova condizione per analizzare con occhio lucido se stesso e tutto quello che ha vissuto.
A un certo punto, quando il mio processo di guarigione era già molto avanzato, avevo riscoperto il piacere di pensare, ossia di sezionare, scomporre, dissolvere gli oggetti che avevo osservato. Adesso avevo il tempo per farlo e gli altri mi lasciavano in pace. L’essere analitico aveva ripreso in me il sopravvento”.
Proprio nell’istante in cui la malattia sembra recedere una volta per tutte, i medici dell’ospedale prendono la sciagurata decisione di trasferirlo dal “trapassatoio” al Hotel Votterl, un convalesceziario per persone affette da malattie dell’apparato respiratorio, come indica la dizione medica: in realtà si tratta di un edificio riservato ai tisici, allora pressoché incurabili, dove Bernhard contrae la malattia della sua vita, quella che lo accompagnerà per i successivi quarant’anni fino alla morte, ovvero la tubercolosi. Al culmine della disperazione Bernhard trova l’appiglio a cui sostenersi: incitato da un “compagno di malattia” riempie le lunghe e monotone giornate al Votterl leggendo i grandi filosofi del passato, in particolare Pascal, Montaigne e Schopenhauer. In questo modo ripercorre le orme del nonno defunto, anch’egli avido lettore di opere filosofiche e filosofo lui stesso.

Il freddo (Adelphi, 1991) é il quarto capitolo dell’autobiografia, l’ultimo prima di Un bambino il quale, pur chiudendo il ciclo dei cinque volumi, in realtà, come visto, si riferisce alla primissima infanzia di Thomas Bernhard. Questa volta il diciottenne viene trasferito a Grafenhof, un sanatorio pubblico per tubercolotici; la situazione, se possibile, peggiora: Bernhard fatica ad accettare la malattia, contratta per inettitudine dei medici, e le regole del nuovo edificio, subisce l’indifferenza degli altri tisici e finisce per trovarsi nuovamente nella completa solitudine. Anche qui, nel luogo in cui sono raccolte tutte le persone “votate alla morte”, i malati di cui i sani hanno un “sacro terrore”, Bernhard, con un moto d’orgoglio e di forza di volontà,  racoglie le sue energie per non farsi annientare dalla morte. La salvezza si presenta sotto forma di poesia.
Già a quell’epoca mi ero rifugiato nella scrittura, scrivevo, scrivevo, non so più, centinaia e centinaia di poesie, esistevo soltanto quando scrivevo, mio nonno lo scrittore era morto, adesso ero io che potevo scrivere,  adesso avevo la possibilità di poetare per mio conto, osavo farlo, adesso, avevo a disposizione questo mezzo per raggiungere i miei fini, e allora con tutte le mie forze mi gettai nella scrittura, abusavo del mondo intero per trasformarlo in versi, quei versi, se pur privi di valore, significavano tutto per me, niente al mondo aveva per me maggiore significato, e io non avevo più niente, non avevo altro che la possibilità di scrivere poesie”.
Nel frattempo la madre si spegne a causa di un tumore all’utero. Bernhard, che nell’ultimo anno aveva parzialmente reuperato il rapporto con lei, incassa dalla vita un altro colpo. Ancora una volta si concentra sulla propria forza e sulla propria esperienza per distaccarsi dalla sofferenza e osservarla dall’esterno, come se non la morte e la malattia sua e degli altri non lo riguardassero.
La decisione era stata presa da tempo, mi ero deciso per la distanza, per la resistenza, avevo deciso che me ne sarei andato, insomma avevo optato per la guarigione [...] La mia volontà di esistere era più grande della mia disponibilità a morire, ragion per cui non ero uno di loro”.
Fa amicizia con il direttore d’orchestra Rudolf Brandle che lo incoraggia a non abbandonare la formazione musicale. La lettura de I Demoni di Dostoevskij lo spinge definitivamente verso la letteratura. Arrivato ai diciannove anni, Bernhard decide di abbandonare il sanatorio. Il freddo, e con esso le memorie giovanili, si chiude così.
Adesso avevo ampiamente superato i diciannove anni, avevo rovinato il mio pneumoperitoneo e da un momento all’altro ero di nuovo al punto di dover partire per Grafenhof. Ma dissi di no e non ci tornai mai più.”

Nel 1951, dimesso dal sanatorio, viene ammesso alla scuola superiore di musica e arti drammatiche di Vienna, ma é costretto a lasciarla per via delle difficoltà economiche. L’anno seguente, il 1952, é l’anno in cui inizia gli studi al Mozarteum che si concluderanno nel 1957 con un’analisi comparata sul teatro di Artaud e di Brecht. Durante questo lustro collabora al quotidiano socialista “Demokratisches Volksblatt” con recensioni su eventi culturali, reportage e cronaca giudiziaria: l’apprendistato giornalistico gli offrirà innumerevoli spunti per i romanzi e i racconti del periodo più maturo (l’esempio più lampante é L’imitatore di voci, una raccolta di cento racconti brevissimi pubbicata nel 1978 che potrebbe apparire, a una lettura superficiale, poco più di una collezione di trafiletti di cronaca giudiziaria locale, ma che cela in realtà la trasformazione della realtà in una miriade di parabole all’insegna dell’inesorabilità del dolore e della tragedia).
Maddalena la pazza sancisce l’esordio del giovane scrittore: si tratta della prima prosa d’arte documentabile, pubblicata nel 1953 sullo stesso giornale di Salisburgo per il quale lavora. A questo debutto fa immediatamente seguire, nel 1954, la pubblicazione sulla rivista letteraria “Stimmen der Gegenwart”, la più prestigiosa d’Austria, il racconto Grande, inconcepibile fame. Nel 1955 subisce il primo processo per diffamazione: l’accusa é di aver criticato con troppa violenza la gestione del Landestheatre di Salisburgo. Da questo momento in avanti i processi, le querele e le accuse nei riguardi di Bernhard segneranno un’escalation che si placherà solo con la sua morte; il carattere dello scrittore, fondato interamente sulla resistenza e sulla ribellione a tutto, alla scuola, alla malattia, alla famiglia, alla morte, non accetta di piegarsi davanti alle intimidazioni: conscio della propria forza Bernhard assume consapevolmente il ruolo di “disturbatore della pubblica quiete”. Scrive, ne La cantina:
Per tutta la mia esistenza non ho fatto altro che disturbare. Io ho sempre disturbato e ho sempre irritato. Tutto quello che scrivo, tutto quello che faccio, é disturbo e irritazione. Tutta la mia vita in quanto esistenza non é altro che un continuo irritare e disturbare [...] Ci sono quelli che lasciano la gente in pace e ci sono altri, tra i quali anch’io, che disturbano e irritano. Io non sono un uomo che lascia in pace la gente, e nemmeno vorrei avere un carattere del genere”.
Per tutta la vita Bernhard dovrà subire le minacce e le querele delle persone colpite dalla sua feroce critica. Significativo é il caso di Piazza degli eroi, un dramma scritto da Bernhard nel 1988, poco prima della morte, in cui viene affrontato il tema dell’antisemitismo in Austria: addirittura prima che si conosca per intero il testo dell’opera l’autore, per mezzo stampa, é tacciato di infamia e accusato di disonorare il paese. Il presidente Waldheim e un buon numero di politici chiedono la soppressione della rappresentazione. Alla prima, svoltasi al Burgertheater di Vienna grazie anche all’intervento di numerosi intellettuali austriaci, un massiccio cordone di polizia deve placare una minoranza del pubblico che interrompe la messa in scena con urla e fischi. Alla fine dello spettacolo gli applausi si protraggono per più di mezzora.

Tra il 1957 e il 1963 Bernhard intesifica la produzione pubblicando diverse raccolte di poesie (In hora mortis, In terra e nell’inferno, Sotto il coltello della luna, I folli) e un “libretto per balletto, voci e orchestra” intitolato Le rose del deserto. Dall’amicizia con il compositore Lampensberg nascono alcuni lavori scritti da Bernhard e musicati dall’amico: le rappresentazioni si tengono nel teatro all’aperto di Maria-Saal.
Gli anni tra il 1963 e il 1967 sono quelli della svolta per la carriera dello scrittore; la casa editrice Insel pubblica il suo primo romanzo, Gelo (1963), che ottiene un largo successo di critica e pubblico. Arrivano anche i primi premi importanti: il Premio Julius Campe (1964) e il Premio Brema per la Letteratura (1965). Nel 1964 pubblica Amras, romanzo che Bernhard definirà per tutta la vita il suo preferito. Acquista, con i proventi delle vendite, un podere nell’Alta Austria dove si stabilisce alternando soggiorni nelle maggiori citta europee. In merito ai viaggi, alle residenze e alla necessità di trovare il clima adatto al lavoro intellettuale, Bernhard si esprime nel libro Un incontro:
Le vacanze sono sempre importanti [...] Arriva il momento in cui non si possono più vedere le stesse facce, allora si cambia ambiente e si va in vacanza. Ma quando faccio vacanza io, in genere lavoro al massimo. A casa lavoro meno perché mi distraggono troppe cose. Durante le cosiddette vacanze posso mettermi a tavolino e fare veramente qualcosa [...] Per il lavoro, almeno per me [...] é importantissimo essere in un paese di cui non si capisce la lingua, perché si ha continuamente la sensazione che la gente dica solo cose piacevoli e parli di cose importanti, filosofiche. Mentre da noi, quando si capisce la lingua, si ha la sensazione che si dicano solo delle sciocchezze assolute. [...] Una cosa ragionevole é andare e tornare in continuazione, é molto importante. Cambiare é la cosa più importante.”

Nel 1967 esce Perturbamento, che come detto é ritenuto il suo capolavoro; il principe Sarau, figura paradigmatica di tutti i personaggi creati da Bernhard, che dall’alto del suo castello di Hochgobernitz nella Stiria non può smettere di incedere in un soliloquio perturbante che tutto avvolge e che si contraddice costantemente, viene interpretato dalla critica nei modi più differenti: secondo una parte di essa il principe Sarau altri non sarebbe se non la lingua tedesca in persona. Perturbamento gli frutta il Premio di Stato austriaco per la letteraura, riconoscimento già peraltro conquistato dal nonno trent’anni prima. Alla cerimonia per la premiazione Bernhard sfrutta il palcoscenico per ingiuriare il ministro e il popolo austriaco, scatenando le ire del ministro stesso che abbandona la sala indignato. Un breve stralcio del discorso, pubblicato per intero come appendice al libro Eventi : “Lo stato é una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento, il popolo una creazione infallibilmente condannata all’infamia e alla stupidità [...] Noi siamo austriaci, noi siamo apatici; siamo la vita come volgare disinteresse alla vita, siamo il senso di megalomania come futuro nel processo della natura”. Bernhard riceverà i premi successivi senza cerimonie pubbliche oppure diserterà egli stesso le celebrazioni, limitandosi a intascare gli assegni annessi ai premi.
Lo stile di scrittura musicale, ossessivo (un’”arte dell’esagerazione” secondo la definizione di Bernhard stesso), inaugurato con Gelo e perfezionato in Perturbamento accompagna tutta la produzione successiva dello scrittore austriaco: dal 1969 alla morte, avvenuta il 12 febbraio 1989 per l’aggravarsi di una cardiomegalia diagnosticatagli già nel 1980, la straordinaria prolificità di Bernhard gli consente di scrivere ventun copioni teatrali, diciotto romanzi (tra i quali i cinque menzionati dell’autobiografia), quattro raccolte di racconti e diverse raccolte di poesie. Da ricordare tra i romanzi in particolare La fornace (1970), Correzione (1975), Il soccombente (1983) ed Estinzione (1986), oltre Perturbamento, naturalmente.

Riceve innumerevoli premi letterari in tutta Europa: in Italia, dove viene tradotto a partire dal 1981 (L’italiano, Guanda; Perturbamento, Adelphi), vince il premio Prato nel 1982, il premio Mondello nel 1983 e il premio Feltrinelli nel 1987 che però rifiuta avendo deciso di non accettare più premi letterari.
La morte di Thomas Bernhard viene comunicata, per sua espressa volontà solo il 16 febbraio 1989, a funerali avvenuti. Il testamento lasciato dallo scrittore reca l’ultima, terribile invettiva contro lo stato austriaco.
Nulla, né di quanto pubblicato da me stesso in vita, né del mio lascito, ovunque esso si trovi, indipendentemente dalla forma in cui sia stato scritto, potrà essere rappresentato, stampato o soltanto letto in publico per la durata dei diritti d’autore all’interno dei confini dello Stato austriaco, comunque tale stato si definisca. Sottolineo espressamente di non voler aver nulla a che fare con lo Stato austriaco, e mi oppongo non solo a qualsiasi forma di intrusione, ma anche ad ogni avvicinamento di tale Stato austriaco alla mia persona e al mio lavoro – per sempre”.

Andrea Gussago
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Thomas Bernhard in Rete
I  libri di riferimento
18 febbraio 2006
Segregati in una torre - al tempo stesso eremo mistico e simbolo della loro tradizione familiare - due fratelli vivono un tempo sospeso e dilazionato, dopo il suicidio dei genitori, cercando un impossibile approccio all'Assoluto. In questo bruciante racconto della maturità, Thomas Bernhard ha condensato con sapienza narrativa i motivi e i temi cardine del suo intero universo poetico. Quei suoni che provengono dalla strada, le figure ancora intraviste dalle tende tirate nell'incombente buio della sera, i libri di poesia ancora compulsati, i noti oggetti e volti quotidiani, percepiti in un istante che si avverte come estremo: tutto questo è evocato con un amore segreto e umanissimo, che restituisce alla vita tutta la sua aura sacrale.

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<<< Thomas Bernhard- "Gisy.it".Una bella intervista. In it.

<<<Thomas Bernhard  "Giornaledicon-fine" Un saggio sullo stile di scrittura di T.B.,di G. Pulina

<<<Thomas Bernhard- "Perturbamento"
"Un medico condotto della Stiria, accompagnato dal figlio, fa un giro di visite: insieme a loro, dalla prima frase fin oltre l'ultima, siamo presi in un 'Perturbamento' che avvolge tutto come uno scirocco metafisico. Una vibrazione di malattia e di tristezza emana dalla psiche e dalla natura. La campagna, qui, è il luogo prediletto della brutalità: dal caldo opprimente dei fienili, dove i bmbini hanno paura di morire soffocati, al gelo segregato di un castello, a picco su una gola ostile alla luce: ovunque si percepisce un invito alla distruzione, un incoraggiamento all'ansia suicida. Le porte si aprono ogni volta su qualcosa di atroce: la moglie di un oste malmenata a morte, senza ragione, dagli avventori del locale; una vecchia maestra in agonia, con ""il sorriso delle donne che si destano dal sonno sapendo di non avere più speranza""; una fila di uccelli esotici strangolati, perché i loro lamenti sono assordanti. In uno stile asciutto, protocollare, Bernhard elenca i relitti del dolore, finché la scansione inflessibile, martellante dei fatti lascia il posto all'immane delirio dell'ultimo infermo: il principe Saurau, raggelato da un eccesso di lucidità, scosso da un continuo frastuono nella testa, abbandonato ormai a una ""micidiale tendenza al soliloquio"". Nelle sue parole incessanti confluiscono e si dilatano i frammenti dell'orrore che già abbiamo traversato. Ma qui essi vengono scalzati dalla loro fissità e presi in un vortice, il moto perpetuo del 'perturbamento'."

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Bernhard ci conduce in un terribile viaggio nella solitudine e nella malattia: il solipsista industriale alla ricerca dell’ispirazione filosofica, immerso in un’ermetica misantropia dalla quale non esclude però la sorella, che é costretta quindi a vivere il dramma con lui, e che porterà entrambi alla rovina; l’artista ragazzo che in preda alla follia scarabocchia i ritratti dei grandi della musica classica, quando non legato al letto dalla madre e dai parenti a causa delle convulsioni; la signora Ebenhoh, straziata da una malattia mortale in completa solitudine alleviata di tanto in tanto da qualche libro (La principessa di Cleves) e da Schubert; il maestro costretto alla solitudine da un malinteso su un presunto crimine e condotto alla follia e alla malattia nel più miserevole disonore: tutti queste variazioni sul tema della solitudine e della malattia, nonché della sofferenza, sono uno stampo, un formante plastico per i personaggi che popoleranno i lavori seguenti di Bernhard e sfociano nella già citata figura del principe Sarau che li riassume tutti e li trascina in un vortice, causando un perturbamento, per l’appunto.

Andrea Gussago

A un corso di Horowitz, a Salisburgo, si incontrano tre giovani pianisti. Due sono brillanti, promettenti. Ma il terzo è Glenn Gould: qualcuno che non brilla, non promette, perché 'è'. Una magistrale variazione romanzesca sul tema della grazia e dell'invidia, di Mozart e Salieri, ma ancor più sul tema terribile del 'non riuscire a essere'.

Thomas Bernhard non si smentisce: padrone assoluto dei suoi mezzi espressivi, egli garantisce sempre un elevato livello letterario. E tuttavia corre da un po' di tempo il rischio di diventare epigono di se stesso.
" Il soccombente" arricchisce il repertorio dei suoi personaggi votati a un inarrestabile processo di autodistruzione di una variante originale, grazie soprattutto a un elemento "documentario" appartenente alla recente storia musicale. Oltre a discorso funebre per un artista fallito, questo romanzo assurge anche a monumento celebrativo di un musicista incomparabile come Glenn Gould.
L'incontro con lui durante un corso di Horowitz a Salisburgo nel lontano 1953, sarà infatti per il giovane pianista Wertheimer un "colpo mortale", come dice il narratore, pianista anche lui e anello di congiunzione di questa costellazione fatale. Wertheimer, dopo aver sentito suonare da Gould le "Variazioni Goldberg" di Bach sentirà per sempre l'incubo di questo modello. Dopo una lotta estenuante nel tentativo di eguagliarlo egli abbandona la carriera di pianista consumando il resto della sua vita in studi filosofici infruttuosi e nell'esercizio di un tirannico dominio sulla sorella. Quando ella riuscirà a sottrarglisi attraverso il matrimonio Wertheimer perderà definitivamente il suo equilibrio interiore. Non meno fulminato di Wertheimer dall'esperienza musicale fatta con Glenn Gould, è l'io narrante. Ma egli si sottrae al ruolo del più debole, destinato alla sconfitta. Il suo processo di ricostruzione della lenta autodistruzione dell'amico non è tuttavia condotto con la forza chiarificatrice dell'analisi psicologica. Quei pochi elementi ai quali egli riconduce la sua tragedia interiore entrano a far parte di un sapiente ed ossessivo gioco di variazione e ripetizione che attira il lettore in un vortice di cupa necessità.
Del resto tutti i tre personaggi del romanzo hanno accettato la scommessa romantica sull'arte: la sua esigenza di assolutezza si rivela distruttiva per tutti i tre. Glenn Gould appare vittima di un bisogno di perfezione quasi disumana mentre sia Wertheimer che il narratore appaiono transfughi decaduti di una borghesia che porta in se stessa i germi della sua disgregazione.

A.Reininger


Vi sono titoli che suonano come un congedo dal mondo. È forse per questo che Thomas Bernhard ha lasciato il manoscritto di "Estinzione" per qualche tempo nel cassetto, prima di pubblicarlo nel 1986, quando il suo paese eleggeva, tra lacerazioni e polemiche, Kurt Waldheim a presidente della Repubblica, scoprendone contemporaneamente il passato di ufficiale nei ranghi della Wehrmacht. Tre anni dopo Bernhard moriva al termine di una lunga e dolorosa malattia, che risaliva alla tubercolosi della giovinezza. Sebbene non sia il suo ultimo romanzo dal punto di vista della stesura (lo è "A colpi d'ascia", Adelphi, 1990), Estinzione è così l'ultimo romanzo pubblicato in vita dall'autore, e anche per questa ragione è stato letto come una sorta di suo estremo testamento poetico (su cui già esiste un'ampia letteratura, per la quale si rimanda a un bel volume curato da Hans Höller e Irene Heidelberg-Leonard: "Antiautobiographie. Thomas Bernhards "Auslöschung"", Suhrkamp).
Il protagonista e narratore di Estinzione apprende da un telegramma la notizia della morte dei propri genitori e del fratello maggiore. Inaspettatamente Franz Josef Murau, che conduce a Roma una forma di esistenza artistico-filosofica, si ritrova così a essere l'erede di un immenso patrimonio, concentrato in un castello dell'Austria Superiore, a Wolfsegg. La famiglia, la patria, le origini, dalle quali ha sempre cercato di sfuggire, lo risucchiano in una spirale senza fine di meditazioni e ricordi.
Per oltre trecento pagine le riflessioni di Murau muovono da tre fotografie che ritraggono i suoi familiari. In queste pagine non accade pressoché nulla: il narratore si sposta dalla scrivania alla finestra, guarda le fotografie e le dispone in sempre nuove combinazioni. Si tratta, sul piano della tecnica narrativa, di uno straordinario pezzo di bravura. Non è però un virtuosismo fine a se stesso. La coscienza si confronta qui con le immagini (falsificate) del mondo: un'eco, forse, di "Immagine e coscienza" di Jean-Paul Sartre. Nella "Camera chiara" (dedicato appunto a questo libro di Sartre), Roland Barthes aveva del resto scritto che "in ogni foto c'è quella cosa vagamente spaventosa che è il ritorno del morto". Un'affermazione che sembra calzare perfettamente per la situazione narrativa di Estinzione: attraverso le foto il passato ritorna nella coscienza del protagonista.
Anche questo romanzo di Bernhard si presenta dunque - come già "Correzione" (Einaudi, 1995) o "Il Soccombente" (Adelphi, 1987) - come un processo di "elaborazione del lutto", condotto in una forma radicale. Ma al posto di un narratore che riflette sulla morte di una figura a lui speculare o affine, vi è questa volta un personaggio che medita sulla propria condizione di figlio e di erede. Il lutto investe dunque i rapporti familiari e la critica non potrebbe essere più dura. Murau ritrae suo padre come un opportunista compromesso col nazismo, prigioniero di un'ottusa mentalità burocratica; il fratello maggiore come un uomo precocemente inaridito, condannato a seguire le orme del padre, con il solo estro delle macchine da corsa. Ma gli strali più feroci si appuntano sulla madre, quintessenza dell'incultura, del mondo dell'utile e del denaro, interessata alla sola mondanità, amante di un alto prelato romano. Sono loro, i genitori e il fratello, a rendere Wolfsegg, che pure - si dice - è immersa in uno dei paesaggi più belli dell'Austria, un inferno per il giovane Murau.
Per il narratore Wolfsegg rappresenta dunque il mondo angusto e asfittico delle convenzioni, dell'utile, della burocrazia, il luogo in cui la storia del Novecento (e mai come in questo romanzo la storia dell'Austria è così presente in Bernhard) ha minacciato di schiacciare inesorabilmente l'Io. O almeno una parte di Wolfsegg, giacché Murau sembra distinguere tra esperienze dolorose e ricordi positivi. Decisiva, in questo senso, appare la figura dello zio Georg, che inizia il nipote all'arte e alla letteratura, indicandogli con il proprio esempio un modello alternativo di comportamento rispetto all'ottusità dei genitori.
Nel romanzo di Bernhard, infatti, a Wolfsegg si contrappone l'esistenza libera di Murau a Roma. Nella città italiana Murau stringe intorno a sé rapporti affettivi che sembrano specularmente contrapporsi alla costellazione familiare. La genealogia patriarcale è qui sostituita da una sorta di anti-famiglia liberamente scelta. Al posto della madre troviamo ad esempio la poetessa Maria, in cui palesemente rivive la figura (e il mito) di Ingeborg Bachmann. Ma il rapporto più significativo tra le amicizie romane di Murau è quello con l'allievo Gambetti, a cui il narratore insegna il tedesco. C'è, insomma, qualcosa di utopico in "Estinzione", sottolineato dal finale, in cui l'intera proprietà di Wolfsegg viene donata alla comunità israelitica di Vienna. Un'utopia, ad ogni modo, radicale e distruttiva, che annienta lo stesso protagonista e che è comunque soverchiata dal risentimento e dall'odio verso il luogo delle origini.
Bernhard, tuttavia, non sarebbe Bernhard se questa critica, così accanita e incalzante, non si trasformasse in un ritmo vertiginoso di parole dal respiro musicale (magnificamente reso da Andreina Lavagetto), in un'aria cantabile, la cui leggerezza contrasta con il carattere greve e cupo delle affermazioni; ed è lo stesso ritmo, il meccanismo inesorabile, spiraliforme, delle iperboli e dei superlativi, a conferire alla narrazione l'inconfondibile "vis comica" propria dei testi dell'autore. L'esagerazione sfocia nel grottesco, la tragedia lascia il posto alla commedia. E spesso nel testo si ode una lunga risata liberatoria. "Tutto è ridicolo, di fronte alla morte", aveva scritto Bernhard, e pochi altri autori del nostro tempo hanno mostrato quanto siano labili i confini che separano il tragico dal comico.

L.Reitani

L'austriaco Roithamer, docente a Cambridge, in anni di febbrili progetti, costruisce per la sorella, l'unica persona da lui amata, un'abitazione a forma di cono in mezzo a un bosco. La risposta al regalo è la morte, il cono (rifugio, mausoleo, simbolo fallico, centro geometrico perfetto dell'esistenza e del pensiero) è destinato a scomparire risucchiato da una lussureggiante natura, eterna nemica. Tipica figura maniacale di Bernhard, Roithamer corregge all'infinito il suo progetto, lo corregge fino all'estrema autocorrezione: il suicidio. "Correzione" si dibatte tra amore e disprezzo, umanità e degrado, ipocrisia e violenza, malattia e morte in un crescendo che porta la follia alle soglie estreme di un'assoluta lucidità.

L'opera di Thomas Bernhard (1931-1989) è ormai nota anche in Italia, dove ha trovato un gran numero di attenti e appassionati lettori. Il volume vuole contribuire alla conoscenza di questo scrittore austriaco, studiandone uno degli aspetti più avvincenti, il suo rapporto con la musica. Musicale è infatti la sua scrittura e innumerevoli allusioni a motivi musicali si ritrovano nei suoi romanzi e lavori teatrali. Attraverso un approccio trasversale di grande fascino e suggestione, con questo volume anche il lettore non specialista può così avvicinarsi a uno scrittore tra i più significativi del Novecento.

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