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Pierre Bourdieu  in Rete:


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Intervista sulla "violenza simbolica". EMSF - RAI - In it.

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Pierre Bourdieu
Alla sua pubblicazione questo lavoro di Bourdieu fu accolto con interesse, perché proponeva in modo radicalmente nuovo le eterne riflessioni su estetica, arte e cultura. Discorsi che prendono volentieri la tangente dell'astrattezza venivano concretamente rivisitati - sulla base di una capillare ricerca empirica - come problema di scelte e preferenze dei diversi soggetti sociali. A circa vent'anni di distanza dall'edizione originale, viene riproposto questo saggio.
Durato oltre dieci anni, coerente e rigoroso tentativo di costruire una teoria generale delle azioni di violenza simbolica e delle condizioni sociali della dissimulazione di questa violenza, rappresenta la summa del Maggio e del movimento studentesco in Francia, in Italia, in Europa. La forza e i limiti del Movimento emergono con chiarezza. Questa nuova edizione della traduzione italiana della celebre e discussa opera si avvale di una introduzione di Giovanni Bechelloni che la contestualizza rispetto al lavoro di ricerca della verità del mondo sociale al quale Bourdieu, uno dei più discussi rifondatori delle scienze sociali, si è dedicato lungo tutta una vita.
Meditazioni pascaliane

Bourdieu metterà, alla fine della sua vita, la sua sociologia sotto il segno di Pascal: “Avevo preso l’abitudine, osservata per molto tempo, quando mi chiedevano di precisare, il più delle volte con intenzioni malevole, le mie relazioni con Marx, di rispondere che tutto sommato e visto che era  proprio necessario affiliarsi, mi sarei definito  più che altro  pascaliano.”
La riproduzione
Autore Bourdieu Pierre
Guaraldi 2006

La distinzione. Critica sociale del gusto
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Titolo Le astuzie del potere. Pierre Bourdieu e la politica democratica
a cura di Wacquant L.
Traduttore De Giorgi A.; De Petris S.
Editore Ombre Corte  (collana Culture)

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Il volume esamina i molteplici contributi di Bourdieu alla teoria e alla pratica della democrazia: dai fondamentali concetti di "campo politico" e "campo del potere", al modello storico che descrive l'origine dello Stato burocratico moderno, alle importanti analisi sulle pratiche e le istituzioni che sottostanno all'alchimia della rappresentazione. La cogenza e la flessibilità di questi strumenti analitici sono illustrate attraverso una serie di discussioni sul voto, sui sondaggi d'opinione, sulle dinamiche dei partiti, sui dominio di classe e sulla costruzione dello Stato, ma anche attraverso un'esegesi dell'azione politica e della riflessione teorica di Bourdieu sulla politica del riconoscimento e della ragione.
dal 30 giugno 2008
CAPITALE TOTALE +
Tutti i tipi di capitali indistinti
CAPITALE CULTURALE-
CAPITALE ECONOMICO+
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CAPITALE CULTURALE+
CAPITALE ECONOMICO-
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equitazione
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golf
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Professioni liberali
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Professori universitari
Quadri privati
Ingegneri
Quadri pubblici
Professori sc. secondaria
Operatori culturali
Servizi medico-sociali
Quadri commercio
nuoto
acqua minerale
marcia
Tecnici
Istitutori
Quadri medi amm.vi
Impiegati ufficio
Impiegati
commercio
Capisquadra
Operai qualificati
Operai specializzati
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birra
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calcio
pesca
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"I delfini" (Les Héritiers, 1964) è il libro controverso che segnò l'ingresso di Pierre Bourdieu (1930-2002) sulla scena intellettuale francese, europea e mondiale. Un libro che fu letto e discusso dagli studenti prima ancora che dai professori e dai sociologi accademici. Un libro di rottura - per come è costruito e per quello che dice - che non fu del tutto compreso e che oggi può essere letto nel contesto dell'intrigante itinerario intellettuale di un grande studioso, di un rifondatore della sociologia come conoscenza.
Proposta politica. Andare a sinistra, oggi
Autore Bourdieu Pierre

Pierre Bourdieu affronta il nodo stesso della politica. Il sociologo, scomparso nel 2002, ha sempre creduto che gli intellettuali sbaglino a tirarsi indietro rispetto all'imbarbarimento politico. È necessario che si determini un nuovo fronte di valori e di critica attiva, è necessario che parole come sociologia, politica, antropologia escano dalle pagine dei libri per diventare un progetto di trasformazione dell'uomo. Bisogna dunque ascoltare le vittime del liberismo, dei pregiudizi e della violenza della società opulenta: migranti, insegnanti, lavoratori pubblici, operai, pensionati, casalinghe. Perché gli "ultimi", gli anonimi, i marginali, i reietti devono davvero diventare i "primi".
Da www.zam.it
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line

Pierre Bourdieu  
Sociologo francese. (Denguin,  1 agosto 1930 - Parigi, 23 gennaio 2002).   


Alla fine della sua vita, Pierre Bourdieu divenne con il suo impegno pubblico  uno dei protagonisti  principali della vita intellettuale francese, occupandone la scena come un quarto di secolo prima Jean-Paul Sartre, un intellettuale dal quale tuttavia aveva preso per tempo le distanze. Il suo pensiero ha esercitato un’importante influenza sulle scienze umane e sociali, in particolare sulla sociologia francese del dopoguerra. Sociologia del disvelamento la sua, è stata oggetto di numerose critiche, che si appuntarono  in particolare su quella che fu considerata una visione deterministica del sociale.
La sua opera sociologica è dominata da un’analisi dei meccanismi di riproduzione delle gerarchie sociali. Bourdieu insiste sull’importanza dei fattori culturali e simbolici di questa riproduzione. In opposizione alle concezioni marxiste, Bourdieu critica il primato dato ai fattori economici. Intende sottolineare che la capacità  dei soggetti sociali dominanti   di imporre la loro produzione culturale e simbolica svolge un ruolo essenziale nella riproduzione delle relazioni sociali della sovranità (nel senso weberiano di Herrschaft, “dominanza”, “potere”).  Ciò che Pierre Bourdieu chiama la violenza simbolica, che egli definisce come la capacità di fare disconoscere l’elemento arbitrario di queste produzioni simboliche, e dunque di farle riconoscere come legittime, riesce così di un’importanza capitale nella sua analisi sociologica.
Il mondo sociale, nelle società moderne, appare a Bourdieu così diviso in ciò che egli chiama i  campi. Gli sembra, in effetti, che la differenziazione delle attività sociali abbia condotto alla costituzione di sottospazi sociali, come il campo artistico o il campo politico, specializzati nel compimento di un’attività sociale data.
Questi campi sono dotati di un’autonomia relativa rispetto alla società presa nel suo insieme. Sono gerarchizzati, e la loro dinamica emana dalle lotte competitive cui si consegnano gli agenti sociali al fine di occupare le posizioni dominanti. Così   come nelle analisi marxiste, Pierre Bourdieu insiste sull’importanza della lotta e del conflitto nel funzionamento di una società. Ma per  Bourdieu, questi conflitti si operano soprattutto nei vari campi sociali; trovano la loro origine nella gerarchia di ogni campo, e sono fondati sull’opposizione tra agenti dominanti ed agenti dominati.

Pierre Bourdieu ha anche sviluppato una teoria dell’azione, attorno al concetto di habitus, che ha esercitato un’influenza considerevole nelle scienze sociali. Questa teoria cerca di mostrare che gli agenti sociali sviluppano strategie, fondate su un piccolo numero di disposizioni acquisite per  socializzazione, che sono adattate alle necessità del mondo sociale benché siano inconsce.
L’opera di Bourdieu si raggruppa perciò attorno ad alcuni concetti guida: habitus come principio d’azione degli agenti, campo come spazio di concorrenza sociale fondamentale e violenza simbolica come meccanismo primo d’imposizione delle relazioni di potere.

Vita  e studi
Pierre Bourdieu nacque  nel 1930 a Denguin nel  Béarn, (regione Pirenei-Atlantico). Suo padre, d’estrazione  contadina, è fattore.  Eccellente allievo (interno) al liceo Louis Barthou a Pau, è notato da uno dei suoi professori, ex  allievo della Scuola Normale Superiore (ENS), che gli consiglia di iscriversi alla classe preparatoria d'ammissione ( khâgne) all’istituto universitario Louis-le-Grand di Parigi, nel 1948. È ammesso alla Scuola Normale Superiore della rue d’ Ulm dove prepara la laurea in filosofia, che consegue  nel 1954. Jacques Derrida, Louis Marin, Emmanuel Roy Ladurie fanno parte della sua leva  alla ENS. In un universo filosofico predominato dall’esistenzialismo, Bourdieu si volge, per  reazione intellettuale, verso lo studio della logica e della storia delle scienze, insegnata allora da Gaston Bachelard e Georges  Canguilhem. Segue anche il seminario di Éric Weil sulla Filosofia del diritto di Hegel e scrive  una memoria sotto la direzione di Guéroult sull’ Animadversiones di Leibniz (Leibnitii animadversiones in partem generalem principiorum Cartesianorum), nel 1953.

Debutto in carriera
  Dopo una breve esperienza da insegnante presso il liceo di Moulins nel 1954-1955, risponde alla chiamata di leva a Versailles presso il servizio psicologico dell’esercito. Tuttavia, per ragioni disciplinari, è subito trasferito in Algeria nel quadro della “pacificazione”,  nei fatti svolgendo incarichi di ordine pubblico, visto che l’Algeria è già in fermento. Di lì a pochi anni scoppieranno i noti fatti che porteranno il paese maghrebino all’indipendenza.  L’Algeria si presenta come feconda occasione di studio. Dal 1958 al 1960, desiderando proseguire i suoi studi sull’Algeria, accetta un posto d’assistente alla facoltà di lettere di Algeri. Torna quindi nella Francia metropolitana nel 1960,  sfuggendo al  colpo di stato dei generali francesi  ad Algeri. È   assistente all’università di Raymond  Aron a Parigi, quindi ricercatore all’università di Lille nel 1964. 

Algeria: il passaggio alla sociologia
Questa stagione  algerina sarà decisiva per Bourdieu: è in Algeria, in effetti, che si decide la sua carriera di sociologo. Trascurando la filosofia,  condurrà qui tutta una serie di lavori d’etnologia. Le sue prime indagini lo conducono nelle regioni della Cabilia e a  Collo (città costiera a nord ovest dell'Algeria), roccaforti nazionalistiche in cui è più forte la resistenza antifrancese. Dopo   Sociologia dell’Algeria pubblicato nel 1958, che è una sintesi delle conoscenze esistenti sul paese maghrebino, pubblica, nel 1963, Lavoro e lavoratori in Algeria, studio sul lavoro subordinato e sulla formazione del proletariato urbano in Algeria, in collaborazione con Alain Darbel, Jean-Paul Rivet e Claude Seibel. Il 1964 vede la pubblicazione di Lo sradicamento. La crisi dell’agricoltura tradizionale in Algeria, in collaborazione con Abdelmalek Sayad, sulla distruzione dell’agricoltura e della società tradizionale  e la politica di raggruppamento delle popolazioni da parte dell’esercito francese. Dopo il suo ritorno nella Francia metropolitana, Bourdieu approfitta,  nel 1964, delle vacanze scolastiche per raccogliere nuovi dati sull’Algeria urbana e rurale dell’epoca.
Il terreno etnologico della Cabilia non smise, anche dopo che aveva cessato di recarvisi, di nutrire l’opera antropologica di Pierre Bourdieu. I suoi principali lavori sulla teoria dell’azione Abbozzo di una teoria della pratica (1972) ed il Senso pratico (1980) nascono infatti da una riflessione antropologica sulla società cabila  tradizionale. Allo stesso modo, il suo lavoro sulle relazioni di genere, La  dominazione maschile (1998), si fonda, per larga parte, su un’analisi dei meccanismi di riproduzione della dominazione maschile nella società tradizionale cabila.

La Scuola degli Alti Studi in Scienze Sociali
Nel 1964, Bourdieu è chiamato alla Scuola degli Alti Studi in Scienze Sociali, o EHESS. Lo stesso anno, la sua collaborazione cominciata già da tempo con Jean-Claude Passeron, conduce alla pubblicazione del saggio Les héritiers (in it.  I delfini ), che incontra un vivo successo e contribuisce a fare di lui un sociologo “in vista”.
A partire dal 1965, con La fotografia. Usi e funzioni sociali di un'arte media, seguito nel 1966 da L’amore dell’arte, Pierre Bourdieu inizia una serie di lavori che riguardano le pratiche culturali, che occupano una parte essenziale del suo lavoro sociologico tra il decennio seguente, e che sboccano nella pubblicazione, nel 1979, Della distinzione: critica sociale del giudizio, che è senza dubbio la più importante delle sue opere.
Nel 1968, fonda il Centro di sociologia europea, alla EHESS, con il sostegno di Raymond Aron. Lo stesso anno, pubblica con Jean-Claude Chamboredon e Jean-Claude Passeron  Mestiere di sociologo, un trattato nel quale espongono, a partire da una scelta di testi di autori, i metodi della sociologia. 

Il College de France
Diventa professore titolare della cattedra di sociologia al College de France nel 1981 – una delle posizioni più prestigiose al centro del sistema universitario francese. È il primo sociologo a ricevere la medaglia d’oro del CNRS nel 1993.
Si può così sottolineare il paradosso di un uomo che non ha cessato di concepirsi sempre al margine delle istituzioni accademiche dominanti, di cui ha anche intrapreso lo studio critico, per esempio in Homo academicus, mentre al contempo ha  effettuato una delle “carriere” universitarie più esemplari. Contraddizione apparente, nei fatti, che testimonia piuttosto la vitalità del sistema universitario e culturale francese, che si nutre da sempre della dialettica sempre viva e feconda tra movimento e istituzione, tra spirito frondista e sacrale istituzione  pubblica. In Francia, dai tempi di Rabelais fino a Céline,  “la regola” ama, adora “l’eccezione”, quanto l’eccezione esecra la regola: da qui la grande vitalità della cultura d’Oltralpe.

Impegno
A  partire dal 1990, Pierre Bourdieu si impegna sempre più nella vita politica, interpretando la figura dell’intellettuale engagé di tradizionale conio francese e  in una evidente intenzione di rimpiazzo della figura carismatica  di Jean-Paul Sartre venuto a mancare un decennio prima, e di cui pure Bourdieu era stato uno dei più acuti critici, vedendo  nella sua proiezione di ”intellettuale totale”  tratti donchisciotteschi. (vedi la prefazione al libro di Anna Boschetti, 1984).
Durante la guerra civile in Algeria, sostiene gli intellettuali algerini. Durante il movimento del novembre/dicembre 1995, difende gli scioperanti. Nel 1996, sarà uno dei  promotori degli “stati generali del movimento sociale”. Sostiene anche il movimento dei disoccupati dell’inverno 1997/98, che gli appare come un “miracolo sociale”. L’asse centrale del suo impegno consiste in una critica della diffusione del neoliberismo e delle politiche di smantellamento delle istituzioni dello stato sociale.  A questo periodo risale anche La miseria del mondo (1993), un libro di interviste, che cerca di mostrare gli effetti destrutturanti delle politiche neoliberiste, e cui arride un notevole successo pubblico.

L’editore
Ne 1964, diventa direttore della collana "Le sens commun" presso l’editore Minuit, presso il quale   pubblica  la maggior parte dei suoi libri, ma nel 1992 cambia editore, passando a Seuil. In questa casa editrice , Pierre Bourdieu pubblica i classici delle scienze sociali (Émile Durkheim, Marcel Mauss, ecc..) o della filosofia (Ernst Cassirer, Erwin Panofsky, ecc.), e fa scoprire ai lettori francesi sociologi americani di primo piano (traduzioni di Erving Goffman).
Nel 1975, fonda, con il sostegno di Fernand Braudel, quindi dirige fino alla sua morte, la rivista "Actes de la Recherche en Sciences Sociales", che sarà la vetrina dei suoi lavori e di quelli dei suoi allievi. Con questa rivista rinnova la veste delle riviste universitarie tradizionali con il ricorso a numerose illustrazioni (fotografie, fumetti, ecc.), abolendone il grande formato e l' impaginazione tradizionale.
Nel 1995, al seguito dei movimenti sociali e delle petizioni del novembre-dicembre in Francia, fonda una casa editrice, "Raisons d’agir", ad un tempo rivista militante ed universitaria, che pubblica  i saggi, spesso di giovani ricercatori che gli sono legati, molto critici verso il neoliberismo.

Influenza ed opposizioni
Il coinvolgimento impegnato di Bourdieu nello spazio pubblico gli   garantisce una notorietà che supera il mondo universitario, e che fa di lui uno dei grandi intellettuali francesi della seconda metà del XX  secolo, sul modello di Michel Foucault o Jacques Derrida. Tuttavia, rispetto all’immagine di questi due filosofi, il suo pensiero, benché abbia esercitato un’influenza considerevole nel campo delle scienze sociali nel mondo francofono (e, in modo inferiore, anglofono) non ha cessato di
essere oggetto di vive critiche, prima fra tutte la critica di riduzionismo.
Sarà, nei mass media, un personaggio controverso, anche se resterà, secondo l’espressione di una rivista, il più “mediatico degli anti-mediatici”. Si può riscontrare in questa critica l’effetto della propria critica del mondo mediatico.
Muore il 23 gennaio 2002 di cancro, dopo avere lavorato durante i suoi ultimi mesi alla teoria dei campi, ad un lavoro incompiuto su Édouard Manet e la rivoluzione simbolica, come anche alla sua autobiografia, Progetto per un’auto-analisi.
La sua tomba è al cimitero di Père-Lachaise, a Parigi, vicino a quelle di Claude Henri de Rouvroy di Saint-Simon e di Jean Anthelme Brillat-Savarin.

Teoria sociologica
Un’opera dagli influssi compositi
  Bourdieu è l’erede della sociologia classica, di cui ha sintetizzato, in un approccio profondamente personale, la maggior parte dei contributi principali. Seguendo la scia di Max Weber, prende in considerazione l’importanza della dimensione simbolica della legittimità di qualsiasi potere nella vita sociale; come anche l’idea degli ordini sociali, che diventeranno, nella teoria di Bourdieu, campi. Da Karl Marx, riprende  il concetto di capitale, esteso a tutte le attività sociali, e non più soltanto economiche. Da Émile Durkheim, infine, eredita un certo stile deterministico e, in un certo senso, attraverso Marcel Mauss e Claude Lévi-Strauss, strutturalista. Non occorre, tuttavia, trascurare le influenze filosofiche in questo sociologo  di formazione filosofica: Maurice Merleau-Ponty e, a attraverso quest’ultimo, la fenomenologia di Husserl ha svolto un ruolo essenziale nella riflessione di Bourdieu sul corpo propriamente detto, le disposizioni all’azione, il senso pratico: ossia nella definizione del concetto, centrale nella sua sociologia, di habitus. D’altro verso, Wittgenstein, citato fin dal Progetto di una teoria della pratica nel 1971, è una fonte d’ispirazione importante per Bourdieu, in particolare nella sua riflessione sulla natura delle norme osservate dagli agenti sociali.  Infine, Bourdieu metterà, alla fine della sua vita, la sua sociologia sotto il segno di Pascal: “Avevo preso l’abitudine osservata per molto tempo, quando mi chiedevano di precisare il più delle volte con intenzioni malevole, le mie relazioni con Marx, di rispondere che tutto sommato e visto che era  proprio necessario affiliarsi, mi sarei definito  più che altro  pascaliano.”

“Strutturalismo costruttivista” o “costruttivismo strutturalista”
L’opera di Pierre Bourdieu è costruita sulla volontà esplicita di superare una serie di opposizioni che strutturano le scienze sociali (soggettivismo/ oggettivismo, micro/macro, libertà/determinismo), in particolare con innovazioni concettuali. I concetti di habitus, di capitale o di campo sono stati concepiti, in effetti, con l’intenzione di abolire tali opposizioni.
Così, in  Cose dette, Bourdieu propone di dare alla sua teoria sociologica il nome di “strutturalismo costruttivista” o di “costruttivismo strutturalista”. In questi termini si evidenzia questa volontà di superamento delle opposizioni concettuali fondatrici della sociologia: in particolare qui quella che oppone lo strutturalismo, che afferma la sottomissione dell’individuo a
norme strutturali, ed il costruttivismo, che trasforma il mondo sociale nel prodotto dell’azione libera delle parti sociali. Bourdieu vuole così sottolineare che, per lui, il mondo sociale   è costituito da strutture che sono certamente costruite dagli agenti sociali, secondo l’approccio costruttivista, ma che, una volta costituite, condizionano a loro volta l’azione di questi agenti, secondo l’approccio strutturalista. 

Piano di studio
Ricca di più di 30 libri e di centinaia di articoli, l’opera di Bourdieu abborda un numero molto importante di oggetti empirici. Tuttavia è ordinata intorno ad alcuni concetti-guida:
centralità del concetto di  habitus come principio dell’azione degli agenti nel mondo sociale ( l’ habitus);
un mondo sociale diviso in campi, che costituiscono luoghi di concorrenza strutturati intorno a sfide specifiche (la teoria dei campi);
un mondo sociale dove la violenza simbolica, ossia la capacità di perpetuare relazioni di potere facendoli non percepire come tali da quelli che li subiscono, svolge un ruolo centrale (la violenza simbolica).
L’opera di Bourdieu sbocca, infine, in una teoria della società e dei gruppi sociali che la compongono. Questa intende mostrare: 1)come si costituiscono le gerarchie tra i gruppi sociali; 2)come le pratiche culturali occupano un posto importante nella lotta tra questi gruppi; 3) come il sistema scolastico svolge un ruolo decisivo per riprodurre e legittimare queste gerarchie sociali (una teoria dello spazio sociale).

L’ habitus
Introducendo il concetto di habitus, Bourdieu mira a pensare il legame tra socializzazione ed azioni degli individui. L’ habitus è costituito in effetti da tutte le disposizioni, progetti d’azione o di percezione che l’individuo acquisisce   attraverso la sua esperienza sociale. Attraverso il processo di  socializzazione, quindi nel corso della sua traiettoria sociale, qualsiasi individuo incorpora lentamente un insieme di  modi di pensare, sentire ed agire, che si rivelano duraturi. Bourdieu pensa che queste disposizioni siano all’origine delle pratiche future degli individui.
Tuttavia, l’habitus è più di uno semplice condizionamento che condurrebbe a riprodurre meccanicamente ciò che si è acquisito. L’ habitus non è una pratica, che si assume macchinalmente. In effetti, queste disposizioni somigliano molto alla grammatica della   lingua materna. Grazie a questa grammatica acquisita attraverso la  socializzazione, l’individuo può, di fatto, fabbricare un infinito numero di frasi per far  fronte a tutte le situazioni. Non ripete instancabilmente la stessa frase, come   farebbe un pappagallo. Le disposizioni dell’ habitus sono dello stesso tipo: sono progettazioni di percezione e d’azione che permettono all’individuo di produrre un insieme di pratiche nuove, adeguate al mondo sociale dove si trova. L’ habitus è  fortemente generatore: è anche all’origine di un senso pratico, come vedremo. Bourdieu definisce così l’habitus come un  insieme di “strutture strutturate predisposte a funzionare come strutture strutturanti”.  L’habitus è struttura strutturata poiché è un prodotto della socializzazione; ma è anche struttura  strutturante poiché generatore di un infinito numero di nuove pratiche.
Nella misura in cui queste disposizioni fanno sistema, l’habitus è all’origine dell’unità dei pensieri ed azioni di ogni individuo. Ma, nella misura in cui gli individui, usciti dagli stessi gruppi sociali, hanno vissuto socializzazione simili, spiega anche la similarità dei modi di pensare, sentire ed agire propri agli individui di una stessa classe sociale.
Ciò non significa tuttavia che le disposizioni dell’ habitus siano immutabili: la traiettoria sociale degli individui può condurre a una trasformazione parziale del loro habitus. D’altra parte, l’individuo può parzialmente adattarselo e trasformarselo attraverso  un ritorno sociologico autoriflesso su di sé, ossia attraverso un lavoro di autocoscienza.

Proprietà generali dell’ habitus
Isteresi dell’habitus (isteresi = caratteristica di un sistema di reagire in ritardo alle sollecitazioni applicate e in dipendenza dello stato precedente).
Le disposizioni costitutive dell’habitus hanno per prima proprietà di essere durature, cioè di sopravvivere al momento della loro incorporazione.
Per pensare questa persistenza delle disposizioni, Bourdieu introduce il concetto d’isteresi dell’habitus. Questo concetto cerca di designare il fenomeno con il quale un agente, che cresciuto  in un certo mondo sociale,   tende a conservare in un’ampia misura, le disposizioni originarie, anche se sono diventate inadatte a seguito per esempio di un’evoluzione storica brutale, come una rivoluzione, che ha fatto scomparire questo mondo.
Un esempio, che Bourdieu prende in prestito da Marx, benché si riferisca ad un personaggio di romanzo, permette di illustrare questo fenomeno: quello di don  Chisciotte. Cavaliere in un mondo in cui non c’è più cavalleria, ed inabile a fare fronte al crollo del suo universo, arriva a cacciare i mulini a vento che prende per mostruosi tiranni.

Trasponibilità dell’habitus
Le disposizioni costitutive dell’habitus sono, d’altra parte, trasponibili.  Bourdieu vuole dire con ciò che disposizioni acquisite in un  certo  ambito sociale, per esempio in seno alla famiglia, sono trasposte in un altro campo, ad esempio nel  mondo professionale.  Il carattere trasponibile  delle disposizioni è legato ad un’altra ipotesi: le disposizioni degli agenti sono interlacciate  tra di esse. Quest’ipotesi è al centro del lavoro intitolato Della Distinzione   dove Bourdieu intende mostrare che tutti i comportamenti degli agenti sono collegati tra loro da uno “stile” comune.
Nella Distinzione - che riguarda principalmente la struttura sociale - Bourdieu mette in evidenza l’esistenza di “stili di vita” fondati su posizioni di classi diverse. Per esempio, mostra il legame che collega tutte le pratiche sociali degli operai. Così, la relazione coi  prodotti alimentari degli operai mantiene una relazione d’omologia con la loro concezione dell'arte. Per gli operai, l’alimentazione deve essere prima di tutto nutritiva, ossia utile ed efficace, ed è spesso pesante e grassa,  e senza pretese  igieniche. Analogamente, la visione dell’arte degli operai è fondata su un rifiuto dell’arte astratta e privilegia l’arte realistica, ossia utile, ed un po’ “pompier”  (stile artistico magniloquente )      altrimenti detto, “pesante” e senza “finezza”. Bourdieu trova quest’insistenza sull’utilità nel tipo di abiti portati dagli operai, che sono prima di tutto funzionali. Questo “stile di vita” è dunque unificato da un piccolo numero di principi, che sono in particolare la funzionalità e l’assenza di ricerca dell’eleganza. Per Bourdieu, lo stile di vita degli operai si fonda così, fondamentalmente, sul privilegio accordato alla sostanza piuttosto che alla forma in tutte le pratiche sociali.
Bourdieu vede in questo stile di vita l’effetto delle disposizioni dell’habitus degli operai, che sono esse stesse il prodotto del loro modo di vita. La vita degli operai, in effetti, è sottoposta al vincolo della della necessità, in assenza di risorse economiche: genera così disposizioni dove predominano la ricerca dell’utile e del necessario.
Sul carattere generatore dell’habitus si è detto avanti.

Alle origini del concetto di habitus
Elaborato alla fine degli anni sessanta, una prima volta nella prefazione ad una pubblicazione di   d’etnologia cabila, Progetto di una teoria della pratica (1972), completato nel Senso pratico (1980), il concetto di habitus mirava, originariamente, a superare le due concezioni del soggetto e dell’azione allora dominanti nella comunità intellettuale francese, dove si contrapponevano le teorie ispirate dalla fenomenologia, ed in particolare l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, che mettevano al centro dell’azione la libertà assoluta del soggetto, alle teorie derivate dallo strutturalismo, in particolare l’antropologia di Claude Lévi-Strauss, che faceva dell’azione del soggetto un comportamento interamente disciplinato da norme oggettive.
Di fronte allo strutturalismo, Bourdieu ha voluto ridare una capacità d’azione autonoma al soggetto, senza tuttavia concedergli la libertà che gli concedeva l’esistenzialismo. La “soluzione” che propone Bourdieu è di considerare che il soggetto sociale ha, lungo i vari processi di socializzazione che ha esperito, in particolare la sua socializzazione primaria, incorporato un insieme di principi d’azione, riflessi delle strutture oggettive del mondo sociale nel quale si trova, che sono diventati in lui, al termine di quest’incorporazione, delle “disposizioni durature e trasmissibili”, secondo  una delle definizioni di habitus che propone Bourdieu.
Così, il soggetto sociale, in un certo senso agisce autonomamente, a differenza del soggetto strutturalista che attualizza  norme: in effetti, la sua azione è il prodotto delle “strategie inconsce ” che sviluppa. Tuttavia, queste strategie sono costituite a partire da disposizioni che il soggetto ha incorporato. Alla base dell’azione, si trovano dunque tutte queste disposizioni che costituiscono l’habitus. È per ciò che Bourdieu preferisce al termine di “attore”, generalmente usato da quelli che vogliono sottolineare la capacità che ha l’individuo di agire liberamente, quello di “agente”, che insiste, all’opposto, sul determinismo  al quale è sottoposto l’individuo.
L’azione degli individui è dunque, al termine della teorizzazione di Bourdieu, fondamentalmente il prodotto delle strutture oggettive del mondo nel quale essi vivono, e che attivano in essi un insieme di disposizioni che struttureranno i loro modi di pensare, di percepire ed agire.

Il senso pratico
Il  carattere “generatore” dell’habitus è, infine, legato ad un’ultima proprietà dell’habitus: quella di essere al principio di ciò che Bourdieu definisce il “senso pratico”. Bourdieu vuole dire con ciò che essendo l’habitus il riflesso di un mondo sociale, a quest’ultimo si riconnette e  permette agli agenti, senza che costoro abbiano bisogno di intraprendere una riflessione “tattica” cosciente, di rispondere immediatamente e senza riflettere, agli eventi che affrontano.
Così, alla maniera del giocatore di tennis, che avendo acquisito nell’intimo la logica del suo gioco, corre automaticamente verso la palla  lanciata dal suo avversario,  senza  rifletterci (si dice allora che ha acquisito gli automatismi del suo gioco), l’agente agirà allo stesso modo nel mondo sociale in cui vive sviluppando, grazie al suo habitus, delle   “strategie inconsce” adeguate alle esigenze di questo mondo. Così, « il principio reale delle strategie (è) il senso pratico, o, se lo si preferisce, ciò che gli sportivi chiamano il senso del gioco, come controllo pratico della logica o della necessità immanente di un gioco che si acquisisce con l’esperienza del gioco e che funziona al di qua della coscienza e del discorso».

Con la sua teoria del senso pratico, Bourdieu sembra approvare apparentemente la teoria dell’attore razionale, motivo dominante in economia, allorquando  insiste sul fatto che l’habitus è all’origine   delle strategie con i quali gli agenti compiono la soddisfazione  di un interesse. La differenza è tuttavia profonda: Bourdieu vuole, all’opposto, mostrare che i soggetti sociali non calcolano scientemente e permanentemente, ossia cercando intenzionalmente di massimizzare il proprio interesse secondo criteri razionali espliciti. Critica così fortemente la teoria dell’attore razionale degli utilitaristti classici (primo fra tutti Bentham): rifiuta l’idea che gli attori siano strateghi meticolosi e coscienti alla prosecuzione di interessi lungamente ragionati. Per lui, gli agenti agiscono,  all’opposto, a partire dalle loro disposizioni e dalle conoscenze pratiche   iscritte nel loro corpo, che rendono questo “senso del gioco” possibile, e non tramite  una riflessione cosciente. Così Bourdieu   scrive che  «l’habitus reca la soluzione del paradosso del senso oggettivo senza intenzione soggettiva: è all’origine    di questi concatenamenti di  colpi, come nel tennis,  che sono obiettivamente organizzati come strategie senza essere il prodotto di una vera intenzione strategica.    Il ” il senso pratico “è tuttavia possibile soltanto allorché   l’agente si confronta ad un campo sociale che gli sia familiare, che corrisponda a quello dove è avvenuta la sua socializzazione e dove ha dunque incorporato le strutture costitutive del suo habitus.»

All’origine della teoria del senso pratico: le strategie matrimoniali
Fin dalla metà degli anni  ‘60, Bourdieu si interessa al settore degli studi di parentele, così caro all’antropologia classica. Questo sarà il primo cantiere di una critica radicale dell’ oggettivismo che  dominava allora nella teoria antropologica. Elaborando una nuova teoria che trova la sua fonte nel senso della pratica, segna, in effetti, una netta rottura con lo strutturalismo, teoria che da parte sua privilegia lo studio delle regole e delle norme per spiegare le pratiche della vita sociale. I suoi lavori etnografici  in Cabilia e, parallelamente, nel Béarn (in particolare nel suo paesino natale) gli danno  l’occasione   per  proporre un  nuovo concetto, quello di “strategia matrimoniale”.
Bourdieu ci dice che l’individuo sociale è un agente mosso da un interesse, personale o collettivo (il suo gruppo, la sua famiglia), in un quadro elaborato dall’ habitus che gli è proprio. Ciò vuol dire che sulla base di un esiguo  numero di  principi normativi, corrispondente ad una posizione sociale e ad una condizione materiale data, l’agente elabora la strategia che serve meglio ai suoi obiettivi.  Applicata all’ambito della parentela, quest’idea ci mostra individui che operano scelte determinanti al momento dei matrimoni allo scopo, determinante a  parere di Bourdieu, della preservazione o del miglioramento della condizione sociale di famiglia. È il concetto di “strategia matrimoniale” che diventa più complesso e  affina il nostro sguardo su situazioni fin  qui poco   illuminate, ad esempio il fatto, nel Béarn, di affidare ad una ragazza piuttosto che ad un ragazzo la trasmissione del patrimonio familiare per evitare di vederlo spezzettato. Utilizza l’analogia del giocatore di carte, che deve fare il suo gioco e raggiungere il suo obiettivo, in funzione degli atout  o delle cattive carte che ha in mano.  « Tutto avviene come se queste strategie matrimoniali mirassero a correggere i fallimenti delle strategie di fecondità»  ci dice l’autore.
Concludendo, studiando precisamente queste situazioni particolari (il diritto di primogenitura, il primato della mascolinità nelle questioni di successione, la questione del matrimonio del figlio cadetto), Bourdieu ci mostra un modello d’analisi dove il matrimonio (l’alleanza) e la successione (la filiazione) è prima di tutto una somma di pratiche il cui senso è costruito dall’utilizzo riflesso di ciascuno.

La illusio
Bourdieu prosegue la sua critica dell' utilitarismo attaccando la  teoria dell’attore razionale: l’interesse non si riduce, per Bourdieu, ad un interesse materiale. È la credenza che fa sì che gli individui pensino che  un’attività sociale sia importante, valga la pena di essere perseguita.
Esistono dunque altrettanti tipi d’interesse che di campi sociali: ogni spazio sociale propone in effetti agli agenti una sfida specifica. Così l’interesse che perseguono gli uomini politici non è lo stesso di quello degli uomini di affari: gli uni credono che il potere sia la fonte fondamentale d’utilità, mentre l’arricchimento economico è la motivazione prima dei businessmen.
Bourdieu propone così   di sostituire al termine “interesse” quello di illusio. Con questa parola, Bourdieu intende in effetti sottolineare che non c’è interesse che non sia una credenza, un’illusione: quella di credere che una sfida sociale specifica abbia un’importanza tale che occorre perseguire questo interesse. Come  nota Bourdieu: «l’ illusio, è il fatto di essere preso nel gioco, di essere preso dal gioco, di credere che il gioco valga   la candela, o, per dirla semplicemente, che per esso vale la pena di giocare». Ma, questa illusio è acquisita attraverso la  socializzazione.  L’agente (il soggetto sociale)  crede che tale sfida sociale sia importante, perché nel processo di socializzazione ha imparato a crederlo.  Gli interessi sociali sono così credenze, socialmente inculcate e convalidate.

La teoria dei campi
Pierre Bourdieu definisce la società come una sovrapposizione di campi: campi economici, culturali, artistici, sportivi, religiosi, ecc. ogni campo è organizzato secondo una logica propria determinata dalla specificità delle carte e degli atout  che ogni soggetto vi può giocare. Le interazioni si strutturano dunque in funzione   delle risorse che ogni agente mobilita, ossia, per riprendere le categorie concettuali stabilite  da Bourdieu, del suo capitale,  economico, culturale, sociale o simbolico.

La violenza simbolica
La nozione di violenza simbolica rinvia alla interiorizzazione da parte degli agenti del potere sociale inerente alla posizione che occupano in un campo dato e più generalmente alla loro posizione sociale. Questa violenza è infra-cosciente e non si sostiene su un potere intersoggettivo (di un individuo su un altro) ma su un  potere strutturale (di una posizione in funzione di un’altra). Questa struttura di potere, che è funzione dei capitali posseduti dagli agenti, esercita violenza di fatto anche se non intenzionale. Essa è  fonte di   senso d’inferiorità o d’insignificanza sociale per chi la subisce e trova il suo punto di appoggio nella legittimità del sistema di classe e nella gerarchizzazione dei gruppi sociali.

Una teoria dello spazio sociale
Pierre Bourdieu ha costruito, in particolare nella Distinzione, una teoria complessa dello spazio sociale, all’incrocio delle tradizioni marxista e weberiana. Questa teoria si propone di spiegare soprattutto: 1) la logica di costituzione dei gruppi sociali a partire dai modi di gerarchizzazione delle società, 2) gli stili di vita e le lotte che si perseguono in  questi gruppi sociali, 3) le modalità di riproduzione delle gerarchie sociali e dei gruppi sociali.

Gerarchizzazione e costituzione dei gruppi sociali.
  Bourdieu, principalmente nella Distinzione, propone una teoria originale della gerarchizzazione dello spazio sociale, a partire da una rilettura di Max Weber. Questa teoria si oppone alla tradizione marxista, per la quale le società si strutturano a partire dai processi di produzione economica. Così, nell’ambito che i marxisti chiamano il modo di produzione capitalista, la produzione è strutturata intorno ai rapporti di produzione che oppongono produttori diretti (gli operai) e proprietari dei mezzi di produzione (i capitalisti). Il capitalismo crea così due classi sociali, gli operai e la borghesia capitalista. Queste due classi sono in lotta, la borghesia sfruttando, secondo i marxisti, gli operai. La produzione economica struttura così la società creando classi sociali antagonistiche.
Bourdieu rifiuta questa teoria dello spazio sociale. Pensa, in effetti, sulla scia di Max Weber che le società non si strutturano soltanto a partire da logiche economiche. Bourdieu propone così di aggiungere al capitale economico, ciò che chiama, per analogia, il capitale culturale. Gli sembra, in effetti, che nelle società moderne, la quantità di risorse culturali che possiedono gli agenti sociali svolgano un ruolo essenziale nella loro posizione sociale. Per esempio, la posizione sociale di un individuo, per Bourdieu, è altrettanto determinata dal titolo di studio di cui dispone che dalla ricchezza economica che ha ereditato. 
Bourdieu costruisce così una teoria a due dimensioni dello spazio sociale, che si oppone alla teoria unidimensionale dei marxisti. La prima dimensione è costituita dal capitale economico posseduto, la seconda dal capitale culturale. Un individuo si situa all’interno dello spazio sociale in funzione    del volume totale dei due capitali che possiede, ma anche dell’importanza relativa di ciascuno dei due tipi di capitale nel volume totale. Ad’esempio, agli individui dotati di una grande quantità di capitali, e che formano la classe dominante di una società, Bourdieu oppone coloro che hanno un maggior capitale economico e un minor  capitale culturale (la borghesia industriale essenzialmente), situati in alto  a destra del quadrante qui di seguito, agli individui che hanno un alto capitale culturale ma un minor capitale economico, situati in alto a sinistra del quadrante (i professori universitari, per esempio).
































 




Bourdieu insiste sul fatto che la sua visione dello spazio sociale è di tipo relazionale: la posizione di ciascuno non esiste in sé, ma in rapporto alle quantità di capitale che possiedono gli altri agenti.  D’altra parte, se   Bourdieu pensa che capitale culturale e capitale economico siano i due tipi di risorse che strutturano più in profondità le società contemporanee, egli lascia il posto a qualsiasi altro tipo di risorse, che possono, in funzione di ogni società particolare, occupare un posto determinante nella costituzione delle gerarchie sociali.
Bourdieu a partire da questa teoria della gerarchizzazione della società, cerca di comprendere come si costruiscono i gruppi sociali.  A  differenza dei marxisti, Bourdieu non crede che le classi sociali esistano, in sé, obiettivamente, conformemente alla posizione detta “realistica”. Al contrario, se il sociologo può, a partire dalle differenze di comportamenti sociali ad esempio, costruire classi sociali “sulla carta”, non ne segue  che gli individui si considerino come facentine   parte. Numerosi studi hanno così potuto mostrare che il numero di individui che si considerano come facenti parte della “classe media” è superiore a quello che si dovrebbe dare da una definizione “oggettiva” di quest’appartenenza.  Tuttavia, Bourdieu non pensa nemmeno che le classi sociali non abbiano alcuna realtà, che siano soltanto un raggruppamento arbitrario di individui, come sostiene la posizione “nominalista”.  Bourdieu pensa che una parte essenziale del lavoro politico consista nel mobilitare gli agenti sociali, nel  raggrupparli simbolicamente, allo scopo di creare questa sensazione d’appartenenza, e di costituire così classi sociali “mobilitate”. Ma ciò ha più probabilità di avere successo se gli individui che si tenta così di aggregare  sono obiettivamente  più contigui nello spazio sociale.

Spazio degli stili di vita e lotte simboliche
Per Bourdieu, gli stili di vita degli individui sono il riflesso della loro posizione sociale.  Bourdieu sottolinea  una forte correlazione tra i modi di vivere, sentire ed agire degli individui, i loro gusti ed i loro disgusti in particolare, e il posto che essa occupa  nelle gerarchie sociali. Questa correlazione tra posizioni sociali e pratiche sociali è illustrata nel diagramma di cui sopra, e fa corrispondere ad uno spazio delle posizioni sociali, uno spazio delle pratiche sociali, culturali e politiche.
L’habitus è una delle mediazioni fondamentali di questa correlazione. Gli individui, vivendo un certo tipo di vita sociale, acquisiscono anche disposizioni culturali specifiche. Così, gli operai (Cfr supra) condannati ad una vita dove domina la necessità economica, hanno una visione funzionale dei prodotti alimentari,   o dell’arte, che può essere soltanto realistica. Concepiscono lo stesso loro corpo come uno strumento che occorre rinforzare e praticano così lo  sport che rafforza il fisico.
Tuttavia, Bourdieu pensa che in questo spazio degli stili di vita si giochi un aspetto essenziale della legittimazione dell’ordine sociale. In effetti, nella misura in cui le pratiche sociali sono gerarchizzate e che queste gerarchie riflettono le gerarchie sociali sottostanti, gli stili di vita hanno effetti potenti di distinzione e di legittimazione.     Pierre Bourdieu pensa   che una parte della lotta tra gruppi sociali assuma la forma di una lotta simbolica. Gli individui dei gruppi sociali  dominati cercano, in effetti, di imitare le pratiche culturali dei gruppi sociali dominanti per valorizzarsi socialmente. Tuttavia, gli individui dei gruppi sociali dominanti, sensibili a quest'imitazione, sviluppano la  tendenza a cambiare pratiche sociali: ne cercano altre più  rare, più scelte,  atte a restaurare la loro distinzione simbolica. È questa dialettica della divulgazione, dell'imitazione e della ricerca della distinzione che, per Bourdieu, sta all'origine della trasformazione delle pratiche culturali. 

Tuttavia, in queste lotte simboliche, le classi  subalterne possono essere soltanto perdenti: imitando le classi egemoni, ne riconoscono la distinzione culturale; senza poterla riprodurre mai.  
Si trova qui l’idea fondamentale di Bourdieu sullo spazio sociale: quest’ultimo è relazionale. Non ci sono gusti che siano in se stessi volgari: se lo sono, è perché si oppongono ad essi  degli altri ritenuti più chic. Il golf non potrebbe essere chic se non esistessero altri sport, come il calcio, al quale si possa opporlo.  Infatti, la distinzione delle pratiche sociali si modifica col tempo, principalmente in funzione della loro adozione dalle classi sociali più basse.
Il diagramma   di cui sopra rappresenta dunque soltanto un momento del legame tra posizioni sociali e pratiche sociali e culturali. Questo legame cambia con le lotte sociali di distinzione. Così, il tennis  oggi è senz’altro meno chic rispetto al momento  in cui Bourdieu scriveva (  anni ‘60)   E, di fatto, la sua pratica si è in gran parte diffusa presso la  piccola borghesia.
Gli stili di vita sono così obiettivamente distinti: riflettono i condizionamenti sociali che si esprimono   attraverso l’habitus. Ma sono anche il prodotto di strategie di distinzione, con i quali gli individui cercano di restaurare il valore simbolico delle loro pratiche e gusti culturali a misura della loro imitazione da parte di gruppi sociali meno privilegiati.

La riproduzione delle gerarchie sociali
La riproduzione dell’ordine sociale avviene, per Bourdieu, sia con la riproduzione delle gerarchie sociali che con la legittimazione di questa riproduzione. Bourdieu pensa che il sistema scolastico svolga un ruolo importante in questa riproduzione, in seno alla società contemporanea. Bourdieu elabora così una teoria del sistema scolastico che mira a dimostrare che:
1)  rinnova l’ordine sociale, conducendo i figli dei membri della classe egemone  a conseguire i migliori diplomi scolastici che permettono loro, così, di occupare  a loro volta posizioni sociali dominanti;
2)  legittima questa classificazione scolastica degli individui, mascherando la sua origine sociale e facendo di essa, all’opposto, il risultato delle qualità innate degli individui, conformemente all’”ideologia del dono”.
Ne La riproduzione, Pierre Bourdieu, con Jean-Claude Passeron, cerca di mostrare che il sistema scolastico esercita un “potere di violenza simbolica”, che contribuisce a dare una legittimità ai rapporti  di forza all’origine delle gerarchie sociali. Come   è possibile ciò? Bourdieu constata, innanzitutto, che il sistema educativo trasmette conoscenze  più  aderenti alla classe dominante. Così, i bambini della classe dominante dispongono di un capitale culturale che permette loro di adattarsi più facilmente alle esigenze scolastiche e, per conseguenza, di riuscire meglio nei loro studi. Ciò, per Bourdieu, permette la legittimazione della riproduzione sociale. La causa del successo scolastico dei membri della classe dominante rimane in effetti mascherata, mentre il loro accesso, grazie ai loro diplomi, a posizioni sociali dominanti, è legittimata da questi diplomi.    In altre parole, per Bourdieu, mascherando il fatto che i membri della classe dominante riescono a scuola in ragione della prossimità tra la loro cultura e quella del sistema educativo, la scuola rende possibile la legittimazione della riproduzione sociale.

Questo processo di legittimazione, per Bourdieu, è mantenuto da due credenze fondamentali. Da una parte, la scuola è considerata come neutrale e i suoi saperi totalmente indipendenti. La scuola non è dunque percepita come un agente che inculca contenuti culturali consoni a quelli della  borghesia - e questo rende le sue scelte legittime. D’altra parte, il fallimento o il successo scolastico, più spesso, sono considerati come “doni” che rinviano alla natura degli individui. Il fallimento a scuola, processo sociale fondamentalmente, sarà dunque percepito  da chi lo
subisce come un fallimento personale, che rinvia alle sue insufficienze (come la sua mancanza d’intelligenza, per esempio).
Quest’”ideologia del dono” svolge, per Bourdieu, un ruolo   determinante nell’accettazione da parte degli individui del loro destino scolastico e del destino sociale che ne deriva.
Queste tesi sono riprese e sviluppate in  Noblesse d'Etat pubblicato nel 1989 in collaborazione con Monique de Saint-Martin.


Critiche

L’opera di Pierre Bourdieu è stato oggetto di un’attenzione critica molto particolare, pari alla sua  influenza nelle scienze sociali. È difficile ricondurre ad un’unica linea interpretativa critica  ciò che si è rimproverato ad un lavoro dispiegato in una quarantina anni. Queste critiche (per limitarsi a quelle degli ambienti accademici) sono  venute da diverse scuole di pensiero delle scienze sociali - dai marxisti ai partigiani della teoria dell’attore razionale - ed hanno riguardato aspetti molto diversi di questo lavoro.
Una critica prevale, tuttavia: questa riguarda la natura delle determinazioni sociali nella teoria di Pierre Bourdieu, che sono descritte come rigide e semplificatrici (critica del “determinismo”). Al concetto di habitus, si è potuto così rimproverare di porre nuovi problemi a quelli che intendeva risolvere: tra il determinismo assoluto degli  strutturalisti (dove l’individuo è   soggetto a norme) e la libertà senza limite degli esistenzialisti, il concetto di habitus, pensato da Bourdieu per superare
quest’opposizione, vi riesce senza dubbio soltanto parzialmente, poiché sbocca  verso una certa forma di determinismo. L’azione degli agenti è, in effetti, in ultima analisi, il prodotto del determinismo  che fa pesare su loro il mondo sociale e che trovano il loro riflesso nelle disposizioni costitutive del loro habitus.


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pagina a cura di Alfio Squillaci