Lord Byron  ritratto nel costume nazionale albanese
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Esempio 1
George Gordon (dal 1798 lord) Byron (1788– 1824) - Poeta inglese


Nacque a Londra, di nobile e antica famiglia gravata di molte tare: di queste egli dové risentire, non solo nel fisico (nacque con una deformità ai tendini dei piedi), ma anche nel morale: fin dalla fanciullezza (inasprita dalla stramba e violenta madre) trovò il suo ritmo vitale nella trasgressione, nel bisogno di sentirsi fuor della legge. Studiò a Harrow e a Cambridge, e mentre era ancora all’università pubblicò (1807) il primo volume di versi, Hours  of Idleness (questo è il titolo della, terza ristampa; la precedente, anonima, recava il titolo: Poems on Various Occasions); a un’aspra critica della Edinburgh Review rispose con la virulenta satira English Bards and Scotch Reviewers (1809), ove in uno stile più o meno abilmente derivato dal Dryden e dal Pope attaccava i poeti contemporanei, a eccezione di quelli che, come il Rogers e il Campbell, continuavano la tradizione di Pope.













Nel 1808 prese possesso di Newstead Abbey, il romantico maniero degli avi, nel 1809 occupò il suo seggio nella Camera dei lords, quindi partì pel gran tour, cioè pel viaggio d’istruzione sul Continente che era giudicato allora indispensabile per ogni patrizio. Codesto viaggio (in Portogallo, Spagna, Albania, Grecia, e il Levante) gl’ispirò i primi due canti di Childe Harold’s Pilgrimage, specie di guida emozionale dei paesi visitati, che al suo apparire (1812) incontrò immenso successo.

Il successo fu dovuto, oltre che a fattori d’indole sociale (il Byron era ammesso da pari nel gran mondo, ed era divenuto l’amante di lady Caroline Lamb, la dama più in voga), anche alla felice sceltnt25> -->
Newstead Abbey nel Nottinghamshire - Residenza dei Byron fin dal '500
Caroline Lamb e George G. Byron
Anne Isabella Milbanke
Augusta Leigh
Claire Clairmont
Teresa Guiccioli nata Gamba
The isles of Greece (Prime tre strofe)

The isles of Greece! the isles of Greece!
Where burning Sappho loved and sung,
Where grew the arts of war and peace,---
Where Delos rose and Phoebus sprung!
Eternal summer gilds them yet,
But all, except their sun, is set.

The Scian and the Teian muse,
The hero's harp, the lover's lute,
Have found the fame your shores refuse;
Their place of birth alone is mute
To sounds which echo further west
Than your sires' "Islands of the Blest."

The mountains look on Marathon---
And Marathon looks on the sea;
And musing there an hour alone,
I dream'd that Greece might yet be free
For, standing on the Persians' grave,
I could not deem myself a slave.

[...]
Camera da letto di Byron a Newstead Abbey
dal 10 genn.2004
recensioni di Papetti, V. L'Indice del 2000, n. 07

Nel 1817, ancora incerto nella scelta del mito da indossare, Byron abbozzò un Manfredi satanico, incestuoso, maledetto, quasi un Heathcliff ma troppo insistito e al tempo stesso troppo approssimativo per esserne sedotti o spaventati. È stata trovata una posa, che ha avuto la sua fortuna epocale, non è nato un personaggio. "Inutile cercare in questo testo il facile commercio con il personaggio", avvisa Giorgio Manganelli nelle tre preziose paginette che introducono la traduzione. questa eccitata larva di eroe faustiano, naturalmente gnostico, dovrà completarsi nel successivo Caino, del dramma eponimo scritto nel 1821. In Cain si placa e si giustifica anche la personale angoscia di Byron, il rimorso per il rapporto incestuoso con la sorellastra Augusta. "L'amai e la distrussi", dirà Manfredi di Astarte - una sentenza quasi auto-assolutoria che l'amante maudit si compiace di ripetere. La maga gli domanda: "Con le tue mani?". Manfredi: "Non la mano: il cuore spezzò il suo cuore: il suo fissò il mio, si disseccò. Ho versato il sangue, ma non di lei; e tuttavia si sparse il suo sangue; io vidi e non seppi arrestarlo". Byron-Manfredi non ha cuore per estirpare il cuore di Augusta-Astarte, come fece Giovanni Florio, il fratello incestuoso di John Ford che teorizza il superuomo barocco, di illimitati desideri e colpe. Manganelli osserva che l'intensità verbale del Manfredi non è dovuta a "arguta concentrazione" o "sottile aggressione del linguaggio, che, anzi, in Byron è di limitata articolazione, ma piuttosto in una sorta di violenza fisica, una pressione massiccia, una grandezza anche vanitosa e minatoria; violenza non di rado ripetitiva e torbida; bruciante di esclamazioni, di vocativi, di perorazioni. E tuttavia noi avvertiamo la pressione fonetica con cui investe l'ascoltatore. Agisce, insomma, come un gesto cui l'imprecisione non toglie la qualità di ira, rancore o disperazione."
Quell'imprecisione, quella "differenza da se stesso" (Blanchot), insita nel testo, permette la traduzione ottimale: da quella apertura a un altro orizzonte linguistico viene alla luce il Manfredi italiano, sfrondato da ridondanze e vaghezze, preciso e elastico nell'arcatura sintattica, più raccolto in sé e più limpido. La traduzione era stata commissionata nel 1966 dal Teatro dell'Opera di Roma per la messa in scena del Manfredi di Schumann. Carmelo Bene la lesse al Terzo Programma nel 1979. "Nella mia errabonda giovinezza, rammento, in una notte come questa, sostai entro la cerchia del Colosseo, tra le alte reliquie di Roma onnipotente; nella mezzanotte azzurra gli alberi cupi ondeggiavano lungo gli archi frantumati e oltre gli squarci dei ruderi splendevano le stelle; lontano, oltre il Tevere, latravano i cani, e più da presso, dal palazzo dei Cesari, veniva il grido lungo della civetta e il richiamo intermittente di lontane sentinelle si levava e disperdeva a tratti col tenue vento". Manganelli è preso dalla logica notturna, sognante, illusionistica di Schumann; poco si fida invece di Byron. A irritarlo è l'io autoriale e autoritario, che nel suo Inferno fa troppo baccano, dispiega troppa angusta e acre concettosità, svillaneggia. E non vuole declinarsi in quella definitiva figura dello scrittore che, secondo Manganelli, è lo Scrittore Inesistente.

L'opera è apparsa per la prima volta nel 1941 ed è stata ripubblicata successivamente nel volume Byron (Collins, 1974). Dopo di allora, come riconosce lo stesso Quennell nella premessa, l'esteso corpus delle opere su Byron è andato sempre più ampliandosi. Vale la pena citare, tra gli studi più significativi su Byron, Byron's Travels (1988) di Allen Massie e The Politics of Paradise (1988) di Michael Foot. Il bellissimo volume di Massie, ricco di materiale iconografico, sottolinea giustamente l'importanza che ebbe il viaggiare per Byron. Il libro di Foot, ex leader del partito laburista, si propone di riabilitare Byron come uomo politico, come poeta della rivoluzione e come oppositore delle forze reazionarie e conservatrici.
Prima di esaminare il testo di Quennell, occorre premettere che in Italia, il paese che Shelley aveva definito "paradiso degli esiliati", nonché "rifugio dei paria", Byron trovò non solo l'ispirazione per i suoi versi migliori, ma anche una causa, quella dei carbonari, che gli permise di diventare l'uomo d'azione che aveva sempre sognato di essere. Dopo la sua morte, la sua influenza e il suo impatto politico vennero meno quasi immediatamente. Successivamente Byron fu studiato come poeta, ma non come figura politica. Divenne di moda fare confronti tra Byron e Shelley, e in questo Quennell segue i suoi predecessori. Byron era demoniaco, Shelley, era angelico. Shelley fornisce consigli e conforto in caso di bisogno. Era gentile ed entusiasta "in gradito contrasto con l'affabile ma languido Byron".

scheda di Merlini, M. L'Indice del 1999, n. 12

recensione di Rognoni, F., L'Indice 1993, n. 3
(recensione pubblicata per l'edizione del 1992)

Nelle ultime pagine del suo vivace saggio introduttivo, Giuliano Dego si sofferma sui criteri che hanno orientato questo esperimento di traduzione in ottava rima del "Don Juan* di Byron. "L'ottava italiana conta di una media di 50 parole in prevalenza polisillabiche, quella inglese di 61 monosillabiche", il che costringe il traduttore italiano (che per le rime ha a sua disposizione solo "sette suoni puri" di contro ai "cinquantadue [suoni vocalici] sfumati in mille guise" dell'inglese), a compiere una continua "opera di selezione e sintesi". Se dunque John Harlington, traducendo, nel 1951, l'"Orlando furioso", "all'interno delle sue gabbiette di rime... aveva avuto agio di manovrare, riecheggiando nei minimi dettagli anche i contenuti dell'Ariosto", chi voglia rendere, ottava per ottava, il capolavoro di Byron, dov'essere disposto a entrare in una prigione ben più inospitale, con sbarre così fitte che si rischia di asfissiare.
Il coraggio di chi affronta una simile impresa è già una forma di successo. Però da queste strofe, mi sembra, non si esce vivi. Intendiamoci: la dimestichezza di Dego con l'ottava rima, sia come poeta in proprio ("La storia in rima", 1976), sia come studioso (si veda la sua edizione del "Morgante" di Pulci, Bur, 1992), non è in discussione piuttosto sono le particolari qualità del "Don Juan* a rendere soffocante questa sua "imitazione". Uno dei primi moderni estimatori del poema, W. H. Auden, raccomanda di leggere Byron "molto rapidamente, come se le parole fossero fotogrammi isolati di un film": ora è proprio la "velocità" di lettura che la versione del Dego, con la sua ricerca divertita ma anche spasmodica della rima con le sue condensazioni inevitabili ma spesso oscure, non permette assolutamente. Si prenda il celebre incipit: "I want a hero, an uncommon want, / When every year and month sends forth a new one, / Till after cloying the gazettes with cant, / The age discovers he is not the true one", che Dego rende: "Voglio un eroe: ed è un voler bislacco / se a ogni gobba di luna uno s'accampa / che, fatto dei giornali il suo bivacco, / mostra d'avere, più che zucca, zampa". Nell'originale la sintassi è limpidissima, il lessico n‚ prezioso n‚ particolarmente idiomatico, le rime dispensate quasi con trascuratezza, la comprensione immediata; il testo italiano è molto più contorto, le sue rime troppo ingegnosamente incastonate, l'espressione artificiosa: non a caso, per leggerlo, sono necessarie due note a piè di pagina (cui se ne aggiunge subito una terza quando, al 5, bislacco e bivacco rimano con ciacco, ovvero "porco"). Molte traduzioni cosiddette "letterali" non sono che pedestri parafrasi, ma questo "Don Juan* soffre del difetto opposto: per decifrarlo si deve continuamente chieder soccorso all'inglese!
Se lo sforzo di sintetizzare l'espressione, e di costringere nell'endecasillabo il ritmo prolungato e più rilassato della pentapodia giambica, paradossalmente rallenta l'andatura del poema, un'altra caratteristica di questa traduzione è, mi sembra, in profondo contrasto con l'originale. Costantemente sopra le righe, e troppo aggressivo, il verso di Dego è impaziente di scoprire le proprie maliziosità e così sacrifica tutta la carica erotica dell'understatement: "not a page of anything that's loose" (non una pagina di qualcosa che sia licenzioso) diventa "niun libro che insegni ad aprir bluse" (40) e le "young ladies" (giovani signore) sono subito ridotte a "ogni vogliosa" (78). Qualche volta il testo si fa quasi volgare: donna Giulia (che in Byron semplicemente prega "for her grace"), "offrì in voto il mal squarciato imene / alla Vergin: 'Fammi restar perbene!'" (75) mentre, per far rima con "umani", alla stanza 89 ci tocca assistere all'amore dei "cani"...
Con questo nulla si vuol togliere alla grande abilità versificatrice di Giuliano Dego, che gli permette spesso di proporre, soprattutto nel distico finale, soluzioni divertenti e efficaci (aprendo a caso: "Anzi, specie se gli uomini sono belli, / li tratterò alla stregua di fratelli" [77]; "I cristiani si arsero a vicenda, / convinti ch'era santa, la faccenda" (83); "fargli fare d'Amore apprendistato / sempre, s'intende, Amor senza peccato" (85). Ma il suo "Don Juan* ha davvero troppo poco a che fare con il testo inglese stampato a fronte e la lettura parallela finisce d'essere meno un mezzo di riscontro che un esercizio di enigmistica. La storia di don Giovanni l'hanno raccontata in tanti, n‚ per questo ci ha mai tediati: perciò leggeremo volentieri gli altri sedici canti del "Don Giovanni" di Dego, ma dovrà essere un libro tutto in italiano, con il nome di Byron sparito o quasi dalla copertina. Nel frattempo, a chi volesse ripercorrere l'infanzia di Don Juan e la sua iniziazione ad opera della bella donna Giulia, nonché tutto il resto del poema, piuttosto della recente versione in endecasillabi sciolti di Franco Giovannelli ("Avventure di Don Giovanni", Newton Compton, Roma 1991), che è un po' troppo aulica ("Oh Pleasure! you're indeed a pleasant thing", diviene "O voluttà, tu giovi") e poco convincente nel costante ricorso all'enjambement, che distrugge il nitore epigrammatico dell'originale, si consiglia sempre la scorrevole traduzione in prosa di Simone Saglia ("Don Giovanni", Zanetti, Montichiari (BS) 1987).




 
 




Byron in Rete:

<<< The Life and Work of LORD BYRON. Molto ricco di testi, materiale iconografico, pagine critiche. In inglese.

<<< George Gordon Lord Byron. Sito altrettanto ricco. Contiene una collezione completa di lettere e il Diario. Rimandi ai testi principali. In inglese.

<<< Don Juan. Testo integrale in inglese.

<<<The Centre for the Study of Byron and Romanticism
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