CICERONE E LA POLITICA

LA POLITICA A ROMA NON CAMBIA MAI! – GIÀ DUEMILA ANNI FA C’ERANO ELEZIONI CONTESTATE, PROCESSI STRUMENTALIZZATI, CONFLITTI ISTITUZIONALI, complicate vicende giudiziarie, scandali politici e sessuali - IL GOSSIP SU FESTINI, TRESCHE, ADULTERII - E PURE I TALK SHOW SUL VOTO AGLI IMMIGRATI - E ancora: voci messe in giro ad arte, sospetti, complotti, misteri, omicidi, suicidi, assassinii a mezzo sicario o assassinii della personalità a mezzo calunnia...

Siegmund Ginzberg dal "Foglio" maggio 2010



Non c'è nulla che si presti al romanzo quanto gli intrighi degli ultimi anni della Repubblica. Ci sono tutti gli ingredienti: elezioni contestate, complicate vicende giudiziarie, scandali politici e sessuali, conflitti istituzionali, tentativi di impeachment incrociati. E ancora: voci che si rincorrono o messe in giro ad arte, sospetti, complotti, misteri, omicidi, suicidi, assassinii a mezzo sicario o assassinii della personalità a mezzo calunnia.
Ci sono i personaggi, c'è quel che ne è stato scritto, c'è la suspense. C'è, se si vuole, persino la noia della ripetizione, delle difese e delle accuse per partito preso, degli stessi fatti, misfatti e argomenti che tornano, ritornano, riemergono con interpretazioni diverse. Tanto che duemila anni dopo non è ancora del tutto chiaro come siano andate effettivamente le cose, chi fossero i buoni e chi i cattivi.
Politica da romanzo insomma. Su cui effettivamente si sono scritti migliaia di romanzi. A cominciare da quel che ne raccontavano i diretti protagonisti. L'ultimissimo, fresco di stampa, è il secondo della serie di romanzi "ciceroniani" di Robert Harris, che fa seguito a "Imperium". Nell'edizione americana (e in quella italiana di Mondadori) si intitola "Conspirata".
In quella britannica invece si intitolava "Lustrum", quinquennio, perché tratta degli avvenimenti dal 63 al 58 avanti Cristo, l'equivalente di una legislatura moderna. Ed era dedicata a "Peter", che sarebbe l'esponente laburista britannico Peter Mandelson. La narrazione è attribuita al segretario personale di Cicerone, lo schiavo Tiro. Al quale a un certo punto capita di osservare che la politica "è un'occupazione che, se la si vuole esercitare con successo, richiede riserve straordinarie di autodisciplina, qualità che gli ingenui spesso scambiano per ipocrisia".
L'invito a umanizzare, nobilitare, dare una logica anche a quanto c'è di più impresentabile, anche di sordido e cinico nell'arte della "grande politica" è suggestivo. Harris si legge bene, per carità. Per passare la serata può essere anche meglio di un talk show. Il problema semmai è che, come talvolta può capitare in queste cose, la realtà pura e cruda, la banale cronaca, è più avvincente della realtà romanzata.

Vale anche per la suspense. Come per ogni buon giallo, il bello, in fatto di elezioni, e di cause in tribunale, è che non si può mai essere del tutto sicuri di come andrà a finire. "Niente è più incerto di dove oscillerà il popolo, niente è più difficile da indovinare della volontà della gente, niente è più ingannevole del come andranno a parare i risultati elettorali, Nihil est incertius volgo, nihil obscurius voluntate hominum, nihil fallacius ratione tota comitiorum" avvertiva il vecchio Marco Tullio Cicerone.

Parole di buon intenditore, di politica ed elezioni quanto di tribunali. Cicerone era un professionista della politica e del foro, che non avrebbe mai affidato queste cose al suo cuoco. Anzi, aveva parecchia puzza sotto il naso nei confronti dei non addetti al mestiere, della multitudo indocta, ignorante, o magari anche infima, del vulgus imperitorum, composta da quelli che non sanno, della plebs, del populus senza arte né parte, specie di quelli che stavano dall'"altra parte", cioè non dalla sua "parte".

Era un intellettuale raffinato. Non gli garbava la rozzezza dei bottegai (tabernarii) e degli artigiani (opifices o artifices). Ma sapeva anche che senza plebe, almeno la propria parte di plebe, non si vincono elezioni. Su questo usava tagliar corto: "Le elezioni sono una questione di numeri e di partecipazione popolare, id satis est: sunt enim populi ac multitudinis comitia".

Ai suoi tempi le elezioni cominciavano spesso in tribunale, molto prima di andare alle urne, e continuavano nei tribunali, molto dopo la proclamazione del vincitore. Del resto c'era più di un elemento di similitudine tra i due procedimenti: si veniva eletti o bocciati, si veniva assolti o condannati con una votazione. I meccanismi erano complicati, e ancora oggi tra gli specialisti si discute molto su come funzionassero.

Ma tra i metodi di cui sono rimaste tracce abbondanti ci sono le tavolette di cera da riporre nelle urne, con su tracciato A per absolvo o D per damno, nel caso di votazioni giudiziarie, oppure le iniziali dei candidati prescelti, nel caso di elezioni. La cosa certa è che gli antichi romani votavano come pazzi. Ogni anno si tenevano elezioni per non meno di 44 incarichi politici nazionali e una cinquantina di incarichi amministrativi: si votava per i due consoli, per 8 pretori, 4 edili, 10 tribuni della plebe, 20 questori, per i 24 tribuni militum, 26 vigintisexviri, i tresviri capitales, i tresviri monetales, e via dicendo.

Altro che lotta continua, era electio continua, campagna elettorale continua, per tutto l'anno, inframmezzata di processi, con qualche pausa ogni tanto per ferie, guerre e calamità naturali. Aux élections comme aux elections, avrebbero poi parafrasato i francesi. In guerra magari si invocano le regole, in politica e nei processi tutto vale.

In un caso e nell'altro anche a quei tempi, la contesa non era proprio, come dire, da gentiluomini. Non si lesinavano colpi bassi, trucchi, cavilli, accuse, attacchi, sciarade, complotti, clamorosi rovesciamenti di alleanze, imprevedibili riconciliazioni tra nemici giurati, e altrettanto imprevisti tradimenti tra amici giurati. Non mancava nulla allo spettacolo.

Scorrevano fiumi di denaro, si mobilitavano eserciti di clientele e amici per farsi eleggere, o per farsi assolvere nei processi. Spesso un'assoluzione in giudizio era, per la carriera di un politico, l'equivalente di un successo elettorale. E viceversa. L'una cosa e l'altra avveniva a maggioranza, spesso per pochi voti. A nessuno che volesse fare politica era dato di sottrarsi all'una o all'altra delle verifiche, o a entrambe. Neanche ai più probi e venerati. Tanto per fare un esempio, l'esempio di virtus civiche Catone il vecchio fu processato 44 volte. Facevano politica a colpi di reputazione.

E di magie della comunicazione riguardo le reputazioni. Ogni mezzo era ritenuto buono per difendere ed esaltare agli occhi del pubblico la propria reputazione, immagine, nomen, fama, existimatio, e mettere in dubbio, distruggere quella degli avversari, existimationem offendere, lacerare, violare, perdere.

In modo diretto o indiretto, con la diffusione e amplificazione di notizie vere o false, di voci e pettegolezzi, di insinuazioni che talvolta finivano col divenire davvero perniciose proprio nel momento in cui venivano evocate da pretesi "amici" col pretesto di confutarle. C'è una scenetta spassosissima su questo nelle "Satire" di Orazio.

Il modo più immediato ed efficace di mettere a tacere le insinuazioni e affermare la popularis existimatio era ovviamente vincere le elezioni (o riuscire a farsi assolvere in un processo carico di motivazioni politiche). Nessuno poteva dare per scontato come andasse a finire un'elezione (o un processo). Tanto meno quella per la carica più importante e ambita, il consolato. Era diventato quasi un assioma: "De comitiis consularibus incertissima est existimatio".

Lo sport più praticato e diffuso era dir male, e far dir male degli avversari. Ingigantendo cose vere o risapute, voci correnti e illazioni, o anche inventandole di sana pianta. La regola era che per squalificare un candidato se ne dicesse peste e corna: anzi quasi più corna che peste. Se uno veniva additato come pericolo per la Repubblica e le sue onorate istituzioni, immancabilmente veniva accusato anche di qualsiasi altro misfatto immaginabile.

Agli scandali politici e giudiziari si associavano sempre scandali e pettegolezzi sessuali. Se uno si comportava in modo politicamente sgradito, non veniva solo immediatamente associato a intrighi pericolosi e velleità golpiste. Era immancabilmente accusato anche di turpitudini private. Gli si attribuivano festini immorali, tresche familiari, adulterii, libidini invereconde.

Lo si accusava di aver insidiato la verginità sacra delle vestali (il mancato rispetto della religione era un'aggravante immediata), o, in mancanza d'altro, lo si accusava magari di essersi fottuto la madre o le sorelle. Se poi volevano dargli addosso di brutto, metterlo per davvero in cattiva luce, si metteva in giro la voce che anziché metterlo in quel posto gli piacesse prenderlo in quel posto.

Come contorno, come un di più, lo si accusava spesso di aver ammazzato o aver fatto ammazzare qualcuno (possibilmente col veleno, così potevano rientrare nel novero anche le morti apparentemente naturali). Se l'avversario era ricco, lo si accusava di essersi arricchito rubando, con mezzi illeciti, succhiando il sangue del popolo. E, al tempo stesso, di dilapidarle anziché goderle, di usare queste ricchezze male accumulate per corrompere il popolo.

Se era povero, lo si accusava di volersi fare eleggere per arricchirsi. Se si indebitava e dilapidava in elargizioni e spettacoli alla plebe, il sospetto era che lo facesse per potersi poi rifare, magari centuplicando l'investimento a spese dell'erario pubblico. Se faceva il moralista e chiamava i sospetti di malversazioni politiche e finanziarie a risponderne in giudizio, veniva bollato, minimo minimo minimo, da "avaro".

Se no, da laido difensore dei privilegi costituiti. Non gli davano del "giustizialista" solo perché a quei tempi il termine non era in voga: nelle corti ci guazzavano gli uni e gli altri. Proverbiale il caso di Catone, che godeva di un enorme rispetto, ma non riuscì a scrollarsi di dosso la fama di rompiscatole.

Fa parte delle regole del gioco, noblesse oblige, se uno è una celebrità, come lo è per forza se fa politica, deve sapere benissimo che "gli occhi saranno tutti puntati su di lui", che "si passerà al vaglio tutto quello che fa, anche come vive", che sarà costantemente "posto in vivissima luce", e "niente di quel che dice o fa potrà essere ignorato" (Cicerone, "Dei doveri", libro II, 44).

Che il gossip sia poi veritiero o meno è solo un dettaglio secondario. "Gli interessi e la sicurezza di tutti noi che prendiamo parte negli affari pubblici non dipende solo dalla verità, ma anche da quello che si dice di noi", spiega sempre Cicerone al fratello Quinto. Avrebbe potuto aggiungere per completezza: "E soprattutto da quello che riusciamo a far dire degli altri".

Non per niente proprio lui fu un maestro impareggiabile nel campo della diffamazione politica e giudiziaria. Tra tutti, due furono le sue bestie nere, che ancora pagano il fio della sua denigrazione. Intendiamoci: magari non erano proprio stinchi di santo, ma, anche con la migliore buona volontà, è improbabile abbiano commesso tutte le infamie che gli vennero attribuite dal loro implacabile accusatore.

Di tanto in tanto, nei duemila e passa anni trascorsi da allora, qualcuno prova a scagionarli. Ma anche le difese hanno poi spesso finito per ritorcersi contro. Come nel caso del più noto di questi due arcinemici di Cicerone, il povero Lucio Sergio Catilina, che il poeta Aleksandr Blok, sull'onda dell'entusiasmo per la Rivoluzione russa, esaltava come auten- tico "bolscevico romano".

L'altro personaggio si chiamava Publio Clodio, detto anche Pulcher, cioè "il Bello". A quanto pare i ciceroniani lo chiamavano anche "Felix Catilina", perché a differenza del vero Catilina, lui ce l'aveva fatta a togliersi Cicerone di torno, mandandolo in esilio e facendogli addirittura sequestrare e demolire la casa che questi si era fatta sul Palatino. Il capitolo sulla casa è tra i più riusciti del libro di Harris.

Da come se ne parla nelle fonti doveva essere, se non per lusso, almeno per frequentazioni e vicinato, una via di mezzo tra Villa Certosa e Villa Casati ad Arcore. In un accesso di megalomania, Cicerone l'aveva acquistata indebitandosi finanziariamente, anzi, peggio, politicamente, molto al di sopra dei mezzi propri.

Da che mondo è mondo, se banchieri e palazzinari ti danno qualcosa è perché si aspettano che tu gli dia qualcos'altro in cambio, e quando la faccenda diventa di pubblico dominio non contribuisce alla tua existimatio da parte dei bottegai già irritati col fisco. E' molto, ma molto peggio che se vivi nel lusso spendendo del tuo, comunque acquisito. La cosa assodata è che questo Clodio ce l'aveva a morte con Cicerone, con cui pure un tempo non era stato in cattivi rapporti.

Clodio sembra fosse addirittura nel novero dei rampolli di nobile famiglia che avevano formato la guardia del corpo di Cicerone quando questi era alle prese con Catilina. Poi erano intervenute vuoi rivalità politiche, vuoi voltafaccia, vuoi questioni di temperamento, vuoi storie di donne. Clodio aveva tre sorelle di cui la Roma di quei tempi sparlava a tutt'andare. Tutt'e tre eccellentemente maritate, tutte e tre chiacchierate.

Di tutte e tre si parlò di adulteri con mezza città, nonché di incesti col fratello. Mancavano solo le foto sui tabloid. Una di queste è nota anche come la terribile Lesbia di Catullo. Clodio da giovane era stato implicato in uno scandalo religioso-sessuale, in casa nientemeno che del Pontefice Massimo.

Ma no, che vi passa per la mente? Non quella cosa lì. Si sarebbe introdotto, travestito da donna, alla cerimonia per la Bona dea, assolutamente off limits ai maschi, che quell'anno si svolgeva a casa del Pontefice di turno, Giulio Cesare. Scoperto, si sarebbe denudato per dileggio di fronte alle signore. Fu quella la volta che Cesare divorziò dalla moglie, malgrado non ci fosse alcuna prova concreta su una complicità di lei, con il notissimo argomento che "sulla moglie di Cesare non deve pesare nemmeno l'ombra del sospetto".

L'accusa, come sempre quando c'entra di mezzo la religione, non riguardava peccatucci erotici, ma qualcosa di molto peggio: sacrilegio. Clodio disse che non era lui, aveva un alibi, era fuori città. Cicerone lo smentì, andò a testimoniare che non poteva essere fuori città, perché il giovane proprio quella sera era venuto a fargli visita. Si disse che Cicerone era stato costretto a testimoniare dalle pressioni della moglie, Terenzia, che lo sospettava di una tresca con una delle famigerate sorelle di Clodio.

Un'altra ipotesi è uno scontro interno a una società segreta. Insomma, cherchez la femme, o cherchez le membre. Finì che Clodio fu comunque assolto. Si era comprato il voto dei giurati. Ma se la legò al dito contro Cicerone. Se stiamo a sentire Cicerone, Clodio era un mascalzone, un gangster, un farabutto, una minaccia alle istituzioni repubblicane peggio che Catilina.

Altri lo hanno presentato come capobanda prezzolato, come uno disposto a mettere le sue bande di energumeni a disposizione del miglior offerente. A guardar meglio quel che si sa del personaggio, viene però fuori che era uno che faceva la propria politica, alleandosi sì a seconda delle circostanze, a modo suo sì ma non senza una certa coerenza e una certa indipendenza. E anche non poca originalità.

La sua specialità era interpretare, far valere e utilizzare gli umori della plebe. E proprio di quei tabernarii, bottegai, e artefices, artigiani, mi scappa quasi da dire di quel popolo delle partite Iva, che la nomenclatura tradizionale, i nobili, i potenti, i ricchi e i salotti chic di cui era entrato a far parte l'homo novus Cicerone guardavano dall'alto in basso.

Aveva inventato la "presa sul territorio", si era battuto per organizzare i collegia, le associazioni di mestiere e di categoria, e quelle dei vici e dei pagi, dei quartieri e dei comuni limitrofi. Si fece adottare, lui che era nato nobile, dalla plebe per poter essere eletto tribuno della plebe.

Appena eletto fece approvare le leggi che aveva promesso: la legalizzazione dei collegia, la distribuzione gratuita di grano, e, giacché c'era, una riforma della giustizia in senso garantista, che proibiva di mettere a morte cittadini romani senza processo, anzi puniva severamente qualunque magistrato avesse osato procedere contro dei cittadini senza una sanzione popolare.

Fu quest'ultima misura a mettere nei guai Cicerone, che da console si era guadagnato la fama di giustiziere inflessibile facendo eseguire immediatamente, sia pure in nome della legge, la sentenza di morte (per strangolamento) contro i complici di Catilina. A Clodio si devono, in fatto di organizzazione e leadership della plebe, anche altri exploit da precursore. State a sentire questa scenetta così come ci viene raccontata dallo stesso Cicerone, in una lettera privata al fratello Quinto.

Un leader politico, esasperato dagli attacchi personali che gli vengono rivolti, dai lazzi e dalle battute oscene sulla sua vita sessuale, chiama a raccolta i suoi. Furibondo, pallido in volto, rivolge ai sostenitori una serie di domande, ille furens et exsanguis interrogabat suos in clamore ipso. Questi gli rispondono all'unisono.

La prima delle domande è: quis esset qui plebem fame necaret, chi è che vi vuole far morire di fame? Scontata la risposta: quelli della parte avversa. Chi è che si vuole accaparrare la carica più ambita in palio? Identica risposta in coro, nella fattispecie l'esponente politico più in vista, con cui Clodio ce l'aveva in quel momento. E chi è invece che ci vorreste? Identica risposta in coro all'unisono.

No, non abbiamo inventato niente: leggere per credere l'epistolario di Cicerone ("Ad Quintum fratrem", II, 3. 2). Cos'era, la conclusione di una campagna elettorale infuocata? No, in quel caso un processo. Anzi, per essere più precisi, una contio, una discussione pubblica, una occasione di "verba facere ad populum" in vista del processo. In altre parole: una specie di talk show televisivo. Era considerato normale che finisse in rissa, prevaleva chi urlava di più o aveva la claque più organizzata.

La cosa strana era che riuscivano a coinvolgere anche quelli che non erano portati alla rissa. "Questi ‘popolari' hanno insegnato a schiamazzare anche alla gente per bene, populares isti iam modestos nomine sibilare docuerunt", nota Cicerone in una lettera all'amico Attico. Nel caso specifico si trattava di un processo per sedizione, intentato dallo stesso Clodio ai danni di un capo di bande di plebe rivale, Tito Annio Milone, per impedirgli di candidarsi a delle elezioni a pretore.

Ecco quel che Cicerone racconta, non senza compiacimento, della giornata. Parla Pompeo, che si supponeva dovesse intervenire a difesa di Milone, e "la banda dei clodiani, non appena quello si alza, inscena una gazzarra tale che lo interrompono continuamente con grida e insulti... Poi si alza a parlare Clodio, e la nostra gente gli restituisce la cortesia con un baccano tale da fargli perdere il filo...

Pompeo aveva finito di parlare che era mezzogiorno; questa (nostra contro gazzarra) va avanti fino alle due, con ogni tipo di insulti, e le peggiori oscenità e battute salaci rivolte a Clodio e a sua sorella... Alle tre, come ad un segnale, la gente di Clodio comincia a sputare all'unisono contro la nostra. Monta la rabbia in crescendo. Quelli cominciano a spintonare i nostri. Noi li carichiamo. I delinquenti scappano. Clodio viene spinto fuori dal palco. E anch'io prendo la fuga.

Che magari a quel punto poteva anche succedere un incidente...". Succedeva negli anni Cinquanta del primo secolo avanti Cristo. Ogni tanto ci scappava il morto. Nel 58 negli scontri di strada tra le bande rivali di Milone e Clodio rimase ucciso un senatore e quello fu anche l'anno in cui Clodio riuscì a far andare in esilio Cicerone, grazie a una norma retroattiva. L'anno seguente gli scontri scoppiarono contro la proposta di richiamare Cicerone dall'esilio. Nelle sue bande al servizio della "gente perbene" Milone reclutava i gladiatori.

Cicerone accusa Clodio di aver reclutato nelle sue, oltre ai tabernarii, addirittura degli schiavi (è improbabile: a meno che non si tratti di schiavi che venivano liberati dai loro padroni a bella posta perché potessero godere delle distribuzioni gratuite di grano pubblico, pur continuando a lavorare per loro). Altra proposta attribuita da Cicerone a Clodio, per far inorridire chi sa lui, è il diritto di voto agli immigrati.

La sua plebe non erano i poveri davvero, che comunque non votavano, e men che meno gli schiavi, che erano stati sistemati una volta per tutte al tempo di Spartaco. Nel 52 Clodio fu ucciso in una rissa coi partigiani di Milone. Al successivo processo per omicidio, Milone fu difeso da Cicerone, e condannato all'esilio. La splendida orazione "Pro Milone" che ci è stata tramandata è un falso: fu riscritta dopo il processo.

Si narra che Milone se ne sia lamentato: "O Cicerone, se tu avessi parlato davvero così (al processo), ora non me starei a mangiare triglie a Marsiglia!". Si è discusso a non finire, tra gli specialisti, di quanto fosse "democratica" quest'antica Roma repubblicana. Il sistema in realtà funzionava molto diversamente dal nostro.

E certo non è detto che debba andare a finire in quel modo: due decenni di guerre civili, e poi uno che sistema ogni cosa assumendo tutti i poteri e facendo passare la cosa come ripristino della libertas repubblicana. Uno dei massimi studiosi di quella "rivoluzione romana", Ronald Syme, notava con un certo fastidio la moda prevalente di condannare e deplorare quegli ultimi anni della Repubblica romana come un'epoca "turbolenta, corrotta, immorale", persino "decadente".

Per lui invece, malgrado tutte le magagne che ce ne vengono raccontate, si trattò di un'epoca di impareggiabile libertà, vitalità e innovazione. Insomma, da rimpiangere rispetto a quel che sarebbe seguito. Anche loro avrebbero scoperto che stavano meglio quando pensavano di stare peggio.

Siegmund Ginzberg dal "Foglio" maggio 2010
Cicerone


Uomo politico, oratore ed autore romano.
In latino Marcus Tullius Cicero. (Arpino 106 a.C. - Formia 43 a.C.  )


Nato in una famiglia equestre onorata ma oscura, Marcus Tullius Cicero riceve a Roma un'istruzione molto accurata, presso pedagoghi latini e greci. Studia   filosofia con Filone (neoplatonico), con Fedro (epicureo), e più tardi con Diodoto, stoico.

Dopo avere combattuto durante la "guerra sociale" (91 a.C.) si fa notare in aula di giustizia per la   sua difesa brillante di Sextus Roscius contro uno liberto di Silla, allora al massimo del potere. È soltanto dopo la morte di quest'ultimo che Cicerone, al ritorno di un viaggio ad Atene ed in Asia, nel corso del quale si è perfezionato presso filosofi e retori, entrerà realmente nella vita pubblica. Nel 79
( a 29 anni), sposa Terenzia, che gli porta una dote di 120.000 dracme. Da questo matrimonio nasceranno due bambini: Tullia e Marcus. Cicerone prende allora posto alla sbarra, accanto ai grandi oratori, ed inizia la carriera pubblica (cursus honorum).

Nel 75, Cicerone è nominato questore in Sicilia; è nel corso di questa magistratura che a nome dei Siciliani pronunciò contro il pro-pretore Verre l’arringa famosa delle Verrine, quattro discorsi che, dietro la personalità dell'imputato, mettevano in causa gli eccessi dei governatori, che traevano vantaggi scandalosi dal governo delle loro province, e lo strapotere politico delle grandi famiglie
senatoriali. Edile quindi Pretore nel 66, Cicerone entra nella carriera sotto la protezione di Pompeo e si iscrive così nel partito dell'aristocrazia conservatrice. Una volta Console (63), sventa la cospirazione del congiurato Catilina, che preparava un colpo di mano popolare contro la repubblica senatoriale. Il vigore e l’enfasi della Catilinarie persuade il Senato a pronunciare lo stato di assedio, e Cicerone fa effettuare l’esecuzione dei  cospiratori in prigione, azione del tutto illegale.

Quando Cesare, console nel 59, forma con Crasso e Pompeo il primo triumvirato, il partito dei moderati è messo in minoranza e Cicerone si vede perseguito dal tribuno del popolo, Clodio, per
l'esecuzione dei cospiratori di Catilina. Precedendo la sentenza d'esilio, lascia Roma, mentre è ordinata la confisca delle sue proprietà. Amnistiato nel 57, rientra in possesso dei propri beni, al
prezzo dell' allineamento sui triumviri. Ritirandosi per un po’  dalla vita politica, redige molte opere teoriche (De oratore, De republica). Nel 51, parte, in qualità di proconsole, a governare la Cilicia. Al suo ritorno, la rottura dell'alleanza Cesare-Pompeo immerge Roma nella guerra civile. Cicerone esita a lungo prima di seguire Pompeo, quindi, dopo la sconfitta di Pompeo a Farsalo, egli richiede il perdono di Cesare, che glielo concede.  

Ai suoi disinganni politici si aggiungono le disgrazie private: perde la figlia Tullia e divorzia da Terenzia. Rassegnato alla dittatura di Cesare, trova  consolazione nella vita ritirata e nella filosofia. Alla morte di Cesare, non può nascondere la sua gioia e tenta di ritornare sulla scena politica. Ma le ambizioni d'Ottavio e di Antonio non gli permettono che uno sforzo disperato per salvare la Repubblica. Pronuncia le sue quattordici Filippiche contro Antonio, che diventa il suo nemico mortale. Inoltre, quando Ottavio si avvicina a quest'ultimo e forma con lui e Lepido il secondo triumvirato, Cicerone avverte che la sua sorte è segnata. Proscritto, viene sgozzato sulla strada per Formia. Si narra che accortosi dell’arrivo dei sicari porge fuori dalla lettiga la testa alla spada mortale. La sua testa e le sue mani furono esposte sulla tribuna dell’Arengo.  

L'uomo politico
Cicerone, proviene da una famiglia fino ad allora oscura, era un homo novus; ebbe dunque  non poche difficoltà a farsi ammettere dall'aristocrazia romana. Tuttavia, è essa che favorì la sua carriera e, durante il suo consolato, una delle sue prime preoccupazioni fu di respingere una riforma agraria che avrebbe distribuito le terre dello Stato alla plebe povera.
D'altra parte, perorò, nell'occasione della congiura di  Catilina, la riconciliazione dei cavalieri per la formazione di un  partito di centro che lottasse contro la corruzione e difendesse le istituzioni contro la dittatura incombente. Ma i suoi appelli alla riconciliazione delle classi restarono vani. Se, quando ne ebbe possibilità, Cicerone si mostrò favorevole al regime senatoriale, il suo attaccamento a Pompeo e i rapporti di forza  nella Roma dei triumviri gli fecero accettare l'idea di un'evoluzione autoritaria dell’assetto politico: nel De Republica, auspica che un protettore, un principe, venga a garantire il funzionamento regolare del regime senatoriale. Non è dunque senza retro pensieri  che Cicerone si ricongiunse a Cesare, le cui basi popolari lo respinsero sempre tuttavia: la sua morte brutale fu per Cicerone l'ultima occasione di tentare un ritorno alla Roma repubblicana, ma la forza della plebe e l'ambizione dei suoi capi erano ormai troppo grandi.
Nei suoi trattati politici, Cicerone si fa il continuatore della repubblica platonica, tuttavia con una visione più pragmatica. Il suo De  legibusfa riposare le leggi scritte della Città su un  diritto naturale; questa preoccupazione di collegare il politico ed il giudiziario ad una base filosofica gli varrà l’essere uno degli autori favoriti del secolo dei Lumi.

Il filosofo
In  tre occasioni almeno Cicerone fu  tentato di dedicarsi interamente alla filosofia. La sua vita d'uomo politico, la sua formazione giuridica   gli fecero soprattutto prendere in considerazione gli aspetti morali e pratici. Lettore eclettico, Cicerone mostra  nella sua opere grande ammirazione per i pensatori greci (platonici , epicurei, stoici), di cui discute i sistemi. Ma è in margine a queste filosofie che la sua riflessione si sviluppa: auspica un'etica che risponda alle difficoltà della vita, alle avversità ed alla vecchiaia. Così dopo Farsalo e la morte di Tullia, le sue Tusculanae e De
senectute lo mostrano sempre più vicino alla rassegnazione pacifica degli stoici.  Nel De incantationibus l’aspetto epicureo (materialista e incredulo) ha il sopravvento.

L'oratore
Si conviene di accordare a Cicerone un posto di  primissima fila nell'eloquenza giudiziaria e politica. Lascia grandi arringhe orali (Verrine, Pro Milone, Pro Murena), che sono però opere di studio e di lima, scritte e riscritte  dopo essere state pronunciate. Tra i neo-attici dallo stile sobrio e puro, e gli asiatici, dalle movenze stilistiche più libere e fantasiose, si ricollega alla scuola di Rodi, che ebbe l'occasione di praticare a lungo con il suo maestro  Molone. I suoi grandi discorsi politici (Catilinarie, Filippiche) mostrano una grande arte della composizione, legata ad una libertà nell'uso dell'ironia e dell'invettiva che gli valse di  essere lodato dai suoi contemporanei e che fa di lui l'autore esemplare per lo studio del latino.


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dal 20 ott. 2002
Cicerone
Per memorizzare i suoi discorsi Cicerone utilizzava una tecnica associativa che venne chiamata tecnica dei loci o tecnica delle stanze. Egli scomponeva il discorso in parole chiave e parole concetto che gli permettessero di parlare dell'argomento desiderato e associava queste parole, nell'ordine desiderato, alle stanze di una casa o di un palazzo che conosceva bene in modo creativo e insolito. Durante l'orazione egli si immaginava di percorrere le stanze di quel palazzo o di quella casa, questo faceva sì che le parole concetto del suo discorso gli venissero in mente nella sequenza desiderata.
Meno di un mese dopo le fatali idi di marzo, forse fra il 6 e il 7 di aprile 44, Cicerone decise di allontanarsi da Roma. Era ormai svanita in lui ogni speranza che l'uccisione di Cesare potesse segnare il ritorno a quell'equilibrio di diritti, di doveri e di funzioni - "potestas in magistratibus, auctoritas in principum consilio, libertas in populo" - di quella "vetus res publica", della quale lui, Cicerone, dopo la morte di Pompeo e di Catone, era rimasto il piú autorevole, se non l'unico, rappresentante. Il suo nome, infatti, avevano gridato i congiurati, alzando i pugnali intrisi del sangue di Giulio Cesare; e il suo nome facevano gli stessi avversari, come quello del capo della congiura. Quel giorno il vecchio consolare s'era affrettato a raggiungere i congiurati sul Campidoglio, per ringraziare, insieme con essi, gli dei, ma anche per attendere gli sviluppi della situazione ed apprestarsi, se necessario, alla difesa. Dal Campidoglio era disceso il giorno seguente, con una grande speranza nel cuore: il fatto che per il 17 marzo il console Marco Antonio avesse convocato il senato, significava l'inizio di una restaurazione costituzionale? Comunque, bisognava cogliere l'occasione, ma procedere, a un tempo, senza rigidezza, se mai con qualche arrendevolezza, tanto piú che il console aveva, sì, convocato il senato, ma aveva anche messo le mani sulle carte di Cesare e sui settecento milioni di sesterzi da questo depositati nell'erario, per la spedizione contro i Parti. (Dall'Introduzione di Bruno Mosca)
Orientamenti bibliografici a cura di Cristina Borgia.
La curiosità
Cicerone in Rete


<<< Cicerone. Marcus Tullius Cicero Biographical Resources, Ancient Rhetoric, Texts and Translation, Miscellaneous. Ottimo. In ing.

<<< Cicerone - Biografia e opere. Wikipedia
Quella attuale è senza dubbio la società della comunicazione, ma gli odierni corsi universitari non aggiungono molto di nuovo a quanto ben conoscevano gli oratori antichi, che con lo studio dell'eloquenza avevano elevato la comunicazione a vera e propria arte. Principe degli oratori latini era Cicerone, che nelle sue opere ha lasciato veri trattati di comunicazione, ricchi e organici. Raccogliendo brani di diversi scritti, questo agile volume offre una serie di consigli molto pratici e delinea un ritratto del perfetto comunicatore valido ancora oggi, dopo oltre duemila anni e incommensurabili mutamenti sociali e culturali.
Il volume sulle "opere politiche di Cicerone contiene il trattato "Dei doveri", ultima delle grandi opere di politica e di morale di Cicerone, un appassionato richiamo ad arginare la decadenza dei costumi e a coltivare quegli ideali di virtù e onestà che avevano fatto la grandezza di Roma. Il volume ospita inoltre il trattato "Dello stato", solo nel XIX secolo parzialmente ritrovato, sintesi della riflessione filosofica e dell'esperienza politica del grande oratore. Cicerone ricerca la possibilità di attuare il migliore Stato reale e la vede in un'opportuna fusione delle tre forme di governo, attuata nell'ordinamento romano dei tempi antichi. In appendice al volume, "Le Catilinarie": attraverso una fitta trama di situazioni, personaggi, caratteri, problemi sociologici, intrecci politici d'interesse, simpatie e antipatie viscerali, motivi propagandistici ricorrenti e osservazioni finemente ironiche, le orazioni attorno a una vicenda nota come la 'congiura di Catilina' costituiscono uno dei testi più densi e più celebri dell'oratoria politica romana.
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