Scritti nel 1806, tornati alla luce nel 1961 e pubblicati per la prima volta nel 1980, i "Principi di politica" di Benjamin Constant (spesso confusi con l'opera apparsa sotto il medesimo titolo nel 1815) rappresentano il primo tentativo di ripensare in modo sistematico la teoria liberale dopo il terremoto rivoluzionario. Constant è il primo a rendersi conto che, di fronte alla straordinaria accelerazione storica impressa dalla Rivoluzione francese, il pensiero politico settecentesco è improvvisamente "invecchiato": di qui la critica ai grandi del secolo precedente (Rousseau, ma anche Montesquieu), l'individuazione delle caratteristiche specifiche della libertà moderna, l'ampio spazio riservato alle tematiche economiche e la messa a fuoco di una serie di problematiche (l'eccesso di legificazione e di accentramento, i rischi dell'individualismo privatistico, la necessità di un assetto federale) che apriranno la strada alla riflessione di Tocqueville. Un'opera che rappresenta una tappa decisiva nella storia del pensiero politico: con la loro riscoperta è stato ritrovato, come ha scritto Tzvetan Todorov, l'anello mancante tra lo "Spirito delle leggi" e il "Contratto sociale", da un lato, e la "Democrazia in America" di Tocquville, dall'altro.
Uomo politico e scrittore francese (Losanna, 1767 - Parigi, 1830).
Discendente da una vecchia famiglia protestante francese rifugiata in Svizzera dagli inizi del XVII secolo, Benjamin Constant perse molto presto la madre e fu allevato da precettori. Dimostra subito una precocità estrema, ma, fin dall'adolescenza, manifesta un'instabilità ed un'angoscia, da cui si separerà soltanto molto tardi. Le numerose relazioni amorose che intesse a partire dal 1787, a Parigi, rivelano la sua immaturità emozionale. Ma è la strana sottomissione che lo lega a M.me de Staël, incontrata nel 1794, che illustra meglio l'ambivalenza della sua condotta: soffre per l'influenza di questa donna su di sé, desidera lasciarla, ma, appena lei si allontana, la insegue. Per quattordici anni, le resta attaccato, si sposa a sua insaputa nel 1808, e conduce per due anni una doppia unione.
Qualche anno dopo, inizia a scrivere la grande opera Della religione considerata nelle sue origini, le sue forme e il suo sviluppo (1824 -1830 ), ma la passione per il gioco gli fa costantemente trascurare il suo lavoro; questo ponderoso trattato, che doveva assicurargli l’immortalità è oggi quasi dimenticato a favore di un breve romanzo, Adolphe (1816), al quale Constant non attribuiva alcuna importanza.
La sua carriera politica accusa, come le sue relazioni sentimentali, serie fluttuazioni. Ma in ciò non fu dissimile da quella di uomini, come Denon, che ebbero la sventura di vivere sotto un cielo politico molto mutevole quando, come è stato detto, «i decenni valevano secoli». Grazie alla mediazione di M me de Staël, ottiene da Bonaparte una carica importante, che in seguito rifiuta. Dopo la caduta dell'Impero, moltiplica i pamphlets antibonapartisti e si fa una reputazione di liberale; quindi, per amore di M.me Récamier si accosta alla monarchia (1814), cosa che non gli impedisce, quando Napoleone ritorna dall'isola d'Elba, di accettare da questi la carica di consigliere di Stato, di redigere l'Atto addizionale alle costituzioni dell'Impero, per ridiventare, dopo Waterloo, un entusiasta liberale (Corso di politica costituzionale, 1818 -1820; Miscellanea di letteratura e di politica, 1829). Eletto deputato della Sarthe nel 1819, (ed è in quest'anno che pronuncia all'ateneo di Parigi il celebre discorso La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni ), quindi di Parigi nel 1824, dedica i suoi ultimi anni alla messa a punto del suo grande trattato Del politeismo romano considerato nelle sue relazioni con la filosofia greca e la religione cristiana (1833).
In fondo, si potrebbe in un primo tempo dire che le mutazioni e le palinodie della sua esistenza privata e politica, siano la contro-prova del solo interesse della sua vita: il suo Io, e di cui testimoniano, oltre all’autobiografico Libro rosso (1807), il racconto Cécile (pubblicato nel 1951) ed il suo Diario (1952). Ma questa è una lettura che svanisce davanti al tratto stilistico e sentimentale in comune con personaggi coevi quali Chateaubriand o Stendhal presso cui “le culte du moi” non è mai disgiunto dallo sguardo, spesso freddo e penetrante - quanto quello rivolto a se stesso è caldo e morbido - verso la società e l’alterità. Constant oggi, davanti alle cadute delle ideologie e dei totalitarismi, è un sicuro approdo per chi voglia ripercorrere a ritroso il cammino della democrazia moderna occidentale così come noi oggi la intendiamo, democrazia in cui il magistero di Constant e di M me de Staël trova il suo radicamento unitamente - se non in un posto di rilievo - a quello dei fondatori del pensiero liberale di matrice anglosassone. (vedi articolo di seguito)
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Il posto di Benjamin Constant
A mio parere, Benjamin Constant è l'esempio-tipo non soltanto del liberalismo francese, ma del liberalismo europeo del 19° secolo. Personalmente, considero Constant un eroe culturale. Dal mio punto di vista, la sua grandezza risiede in ciò che un ammiratore della sua epoca riassumeva così: «Constant amava la libertà quanto gli altri uomini amano il potere». Ma era anche un grande teorico ed Emile Faguet non esagerava troppo quando diceva di Constant che «inventò il liberalismo» . Fortunatamente, Constant è uno dei rari liberali francesi del 19° secolo - con Tocqueville - che non siano caduti nel dimenticatoio. Isaiah Berlin, il filosofo del pluralismo, ha difeso il ruolo importante svolto da Constant, dicendo di lui che era «il più eloquente dei partigiani della libertà e della sfera privata». In quest'ultimi anni, Constant è stato oggetto di molti studi intrapresi da universitari francesi, americani, italiani e di altri. Ha vissuto nel periodo della Rivoluzione, e dal Primo Impero fino alla Restaurazione. È morto nel 1830, avendo vissuto l'avvento della "monarchia borghese" di Luigi-Filippo. Così, quest'osservatore brillante ha personalmente seguito la vita politica francese durante i decenni che, come è stato detto, furono l'equivalente di secoli. Vive il susseguirsi di regimi che hanno tentato di imporre la loro volontà alla nazione per scomparire in seguito. Con Constant appare quest'atteggiamento di sfiducia e di sospetto profondo verso il potere dello Stato che equivale quasi ad un odio dello Stato tout court.
Una lezione importante che si può trarre da Constant fu la distinzione netta in politica tra gli ideali filosofici e la realtà del potere. Nel suo Commento sull’opera di Filangieri, scrive:
Chi crederebbe, leggendo tutto ciò che la legge impone, che essa scenda dal cielo, pura ed infallibile senza avere bisogno di ricorrere ad intermediari, i cui errori la falsano, i cui calcoli personali la sfigurano, i cui difetti la sporcano e la pervertono... la legge è opera dell’uomo... [e ] tale opera
merita la stessa fiducia del suo autore... una terminologia astratta ed oscura ha sviato gli studiosi di diritto pubblico. Si direbbe che siano stati vittime dei verbi impersonali... occorre, si deve, non si deve, non sono forme verbali che si riferiscono gli uomini? Parrebbe invece che si tratti di una specie diversa.
[...]
Ci si potrebbe dilungare molto di più sui contributi di Constant alla scienza politica. Ma il risultato più importante delle molte ricerche recenti che gli sono state dedicate è di vedere in Constant soprattutto il filosofo politico della Modernità.
Quale è la caratteristica fondamentale del mondo moderno e quale è il sistema politico che meglio gli si addice? L'esperienza della Rivoluzione condusse Constant a tentare di trovare una risposta a questa domanda. La Rivoluzione fu un prodotto della ricerca della libertà. Ma, secondo Constant, portava in essa un difetto fatale. Non si può eludere il Terrore come un semplice incidente di percorso. Non fu neppure, come alcuni hanno supposto, il prodotto di un desiderio "eccessivo" di libertà. Ciò che condusse a tante atrocità sotto la Rivoluzione fu - secondo Constant - la ricerca di un "cattivo tipo" di libertà. Durante la sua fase giacobina, i rivoluzionari adottarono l'idea della libertà vecchia per applicarla, a torto, all'età moderna.
L'analisi condotta da Constant sulla polis antica è famosa. La sua idea centrale ispirò i due grandi saggi di lord Acton, "The History of Liberty in Antiquity" e "The History of Liberty in Christianity". Max Weber considerava ciò che chiamava "l'ipotesi brillante di Constant" come l'esempio perfetto del suo concetto "di tipo ideale". (vedi box a lato). Riassumendo, secondo Constant, la libertà vecchia era l'ideale delle repubbliche classiche della Grecia e di Roma e, nell'età moderna, di autori come Rousseau e Mably . Essa definiva la libertà come l'esercizio da parte dei cittadini del potere politico. È una concezione collettiva della libertà compatibile con - o che esigerebbe - la subordinazione totale dell'individuo alla Comunità. Allorché ogni cittadino è sottoposto alla Totalità, avrebbe una parte uguale nell'esercizio del potere totale insieme agli altri.
La concezione vecchia della libertà si radicava nelle società dell'Antichità in un sistema che prevedeva la schiavitù e guerre incessanti. In compenso, la libertà nel senso moderno si iscrive in una società che è fondata sulla libertà del lavoro ed il commercio pacifico.
Constant si chiede cosa «ai nostri giorni un inglese, un francese, un abitante degli Stati Uniti dell'America intende con la parola libertà?" .
È per ciascuno il diritto di essere sottoposto soltanto alle leggi, di non essere né fermato, né detenuto, né messo a morte, né maltrattato in nessun modo, per effetto di una volontà arbitraria di uno o di più individui. È per ciascuno il diritto di dire la sua opinione, scegliere la sua occupazione ed esercitarla; di disporre della sua proprietà, di abusarne anche; di andare, di venire, senza chiedere il permesso, e senza spiegarne le ragioni o le motivazioni. È per ciascuno, il diritto di riunirsi con altri individui, sia per deliberare sui suoi interessi, sia di professare il culto che lui ed i suoi sodali più preferiscono, sia semplicemente per riempire i suoi giorni e le sue ore in modo più conforme alle sue inclinazioni, alla sua immaginazione. Infine, è il diritto, per ciascuno, di influire sull'amministrazione del governo...
L'errore fatale di Rousseau e dei giacobini fu di provare a ridar vita all'ideale antico in pieno mondo moderno. Poiché il mondo moderno ha nel frattempo prodotto una personalità umana completamente diversa - ciò che chiamiamo "l'individuo", un concetto sconosciuto dagli Antichi - il risultato finale non poteva che essere catastrofico.
Il progetto giacobino non è scomparso con gli eventi del 1794 (la fine di Robespierre). Effettivamente, l'obiettivo dei movimenti totalitari del 20° secolo fu di riprovare a realizzare una libertà di tipo collettivo e creare un tipo uniforme e collettivo d'essere umano (l'uomo sovietico, l'uomo nazional-socialista, ecc....). Come filosofo del pluralismo irriducibile, Constant fu, avant lettre, il primo grande oppositore di tutte le aspirazioni totalitarie.
Constant fu anche il primo grande pensatore liberale condannato a condurre una battaglia intellettuale su due fronti, una circostanza che sarebbe diventata tipica del liberalismo, del 19° secolo fino ai giorni nostri. I nemici di Constant erano da un lato i giacobini ed i discendenti socialisti di Jean-Jacques Rousseau (per la maggior parte), e dell'altra, i conservatori teocratici alla de Maistre o Bonald.
Per quanto riguarda i conservatori, essi tentavano di stabilire la nozione cristiana di peccato originale come base teorica di un sistema di società che riposa su uno Stato forte incaricato di controllare fermamente gli impulsi naturali dell'uomo. Constant era pronto ad accordare una certa considerazione alla nozione di corruzione naturale della natura umana. Ma, come ciò potrebbe bastare a giustificare uno Stato autoritario? Gli uomini politici sarebbero forse il prodotto di una concezione immacolata? Scrive Constant: «Esiste una nozione bizzarra secondo la quale si sostiene che, poiché gli uomini sono corrotti, è necessario accordare ad alcuni di loro molto più potere... al contrario, occorre dare loro meno potere, ossia occorre combinare le istituzioni con tatto e mettere al loro centro alcuni contrappesi contro i difetti e le debolezze degli uomini».
Mentre con i giacobini il potere dello Stato fu utilizzato per produrre una società fondata sui valori roussoiani, i conservatori della Restaurazione volevano servirsi di quel potere per infondere valori teocratici che non erano meno condannabili agli occhi di Constant: «Se rifiuto i miglioramenti violenti e forzati, condanno anche il mantenimento, con la forza, di ciò che il mercato delle idee tende a migliorare e riformare lentamente» . Constant fu così il primo a esibire ciò che dovrebbe essere un vero atteggiamento liberale rispetto ai conflitti di valore e di cultura che segnano sempre più il mondo nel quale viviamo oggi: restate fedeli alla giustizia, che è di tutte le epoche; rispettate la libertà, che prepara a tutti i beni; fate in modo che molte cose si realizzino senza il vostro intervento, ed affidate al passato la sua difesa, e al futuro il suo compimento . I conflitti culturali devono regolarsi allo stesso modo delle guerre di religione: lo Stato ne deve restare fuori; lasciamo che la società regoli da sé questo tipo di problemi.
5 ottobre 1767 Nascita di Benjamin Constant a Losanna.
1772 -1778 Vive alternativemente a Losanna e in Olanda, da suo padre.
1780 - 1785 Diversi soggiorni in Germania, in Svizzera, in Belgio, in Olanda e in Inghileterra.
1786 - 1787 Incontro e inizio dell'amicizia con Isabelle de Charrière.
1788 - 1794 Ciambellano alla corte die Brunswick.
1789 Matrimonio con Minna von Cramm.
1793 Incontro con Charlotte de Hardinberg. Separazione da Minna von Cramm.
1794 Incontro con Germaine de Staël a Losanna. Si dedica ai suoi studi sulla religione, ai quali tornerà durane tutta la sua vita.
1795 Inzio dell''attività politica a Parigi, sulla scia di Germaine de Staël (redazione di opuscoli a favore di instituzioni repubblicane ).
1799 Nomina al Tribunato.
1800 Soggiorni in Svizzera e a Parigi. Passione per Anna Lindsay.
1800 Primi discordi al Tribunato.
1801 Fine della relazione con Anna Lindsay. Incontro con Sismondi.
1802 Evizione del Tribunato. Soggiorno in Svizzera.
1803 Progetto di matrimonio con Amélie Fabri e redazione d'Amélie et Germaine. Viaggio in Germania con Mme de Staël.
1804 Incontro con Goethe e Schiller. Mme de Staël refiuta il matrimonio. A Parigi, nuovo incontro con Charlotte de Hardinberg.
1805 Nuova passione per Anna Lindsay nello stesso tempo che desidera sposare Charlotte. Morte di Julie Talma.
1806 Redige I Principi di politica. Il 30 ottobre, scrive nel Diario: «Scritto a Charlotte. Cominciato un romanzo che sarà la nostra storia», si tratta di Adolphe. Lavora al romanzo fino alla fine dell'anno.
1807 Scene violente con Mme de Staël. Inizio della redazione di Wallstein 1808 Matrimonio segreto con Charlotte. Soggiorno a Coppet. Completamento di Wallstein.
1809 Wallstein viene stampato. Charlotte rivela il matrimonio a Mme de Staël.
1810 Redazione probabile di Cécile.
1811 Separazione da Mme de Staël. Redazione dell'Autobiografia.
1812 Nostalgia della relazione con Mme de Staël.
1813 Soggiorno a Cassel con lettura pubblica di Adolphe. Lavora a il Politeismo e a Le Siège de Soissons. Fine novembre: inzio della redazione di De l'esprit de conquête et de l'usurpation.
1814 Ritorno a Parigi dopo la caduta de l'Impero.
Marzo 1815 Episodio dei Cento Giorni. Redazione di Constant di articoli violenti contro l'Imperatore. Napoleone ritorna a Parigi
14 - 19 aprile 1815 Incontri con Napoleone, che lo nomina al Consiglio di Stato. Redazione dell 'Atto addizionale alle costituzioni dell'Impero
22 giugno 1815 Abdicazione delI'Imperatore.
Ottobre 1815 Constant lascia Parigi per il Belgio poi l'Inghileterra.
Giugno 1816 Publicazione di Adolphe a Londra e a Parigi.
Settembre 1816 Ritorno a Parigi in compagnia di Charlotte de Hardinberg.
1817 Attività giornalistica, che proseguirà fino alla morte. Decesso di Germaine de Staël.
1819 - 1822 Constant deputato della Sarthe. Pronuncia il discorso Della libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni.
1819 - 1820 Uscita sotto forma di lettere dei Mémoires sur les Cint-Jours ne "La Minerve".
1820 e 1822 Publicazione dei Mémoires sur les Cint-Jours in due volumis.
1822 - 1824 Redazione e pubblicazione del Commentario sull' opera di Filangieri 1824 - 1827 Constant, deputato della Seine.
1828 Pubblicazione dei Discours a la Chambre, in 2 volumi.
1827 - 1830 Constant, deputato del Basso Reno.
1829 Nuova edizione dei Mémoires sur les Cint-Jours. Pubblicazione dei Mélanges de littérature et de politique.
Luglio 1830 Ascesa al potere di Luigi-Filippo d'Orléans. Trionfo delle idee liberali difese da Constant.
Max Weber considerava "tipo ideale" una di quelle "costruzioni ipotetiche" che, ottenute mediante la connessione di una quantità di particolari in un quadro unitario, costituiscono uno strumento indispensabile per intendere l'agire reale proprio in base alla distanza del suo corso dal corso tipico ideale.
vedi: Max Weber - L'oggettività conoscitiva della scienza sociale e
della politica sociale in Id., Il metodo delle scienze storico-sociali, Einaudi, Torino 1958, p. 108.
La nozione
Il "tipo ideale" secondo Max Weber
La curiosità
Bisogna sempre dire la verità? Constant contro Kant.
Degli aguzzini inseguono un innocente, ed io so dove egli si nasconde: la mia menzogna può fargli evitare il peggio; nessuno oltre me lo sa, io non rischio nulla, perché dovrei dire la verità ai suoi carnefici?
Il problema sembra di facile soluzione: ognuno può valutare discrezionalmente il proprio diritto di mentire per aiutare qualcuno, a fortiori per salvare una vita. Le cose cominciano a cambiare maeledettamente quando scopriamo l'argomento di Immanuel Kant. Nessun diritto di mentire può esistere ai suoi occhi, per la semplice ragione che tale principio non è universalizzabile. Se ognuno può mentire, verrebbe a cadere qualsiasi rapporto con la verità. Se tutti promettono senza mantenere, nessuna promessa sarebbe valida.
E se distinguessimo fra coloro che hanno diritto alla verità e quelli che non ne hanno, aguzzini et similia?
E' all'incirca ciò che propone Benjamin Constant.
Ma ciò sarebbe ammettere che il dovere è richiesto ad alcuni e non ad altri, in alcune circostanze sì e in alre no. Al contrario esso si impone universalmente e in maniera incondizionata: questa è in sostanza la risposta di Kant.
La querelle ha avuto davvero luogo, tra il 1796 e il 1797. Constant critica nel 1796 l'argomento kantiano racchiuso in Fondazione della metafisica dei costumi del 1785, Kant risponde l'anno appresso con Su un preteso diritto alla menzogna a favore dell'umanità.
Il dibattito parrebbe filosoficamente senza fine.
Vladimir Jankélévitch l'ha tranciato di netto in un suo saggio con questa osservazione concreta:
«Mentire ai poliziotti tedeschi che ci chiedono se nascondiamo un patriota, non è mentire, è dire la verità; rispondere " non c'è nessuno", quando c'è qualcuno, è (in questa situazione) il più sacro dei doveri ».
"Come è possibile che nella storia della letteratura francese Benjamin Constant non occupi il posto che gli converrebbe? Non è forse il primo grande pensatore della democrazia liberale?". Il profilo di Benjamin Constant (1767-1830) delineato da Tzvetan Todorov parte dalla polemica rivendicazione della grandezza dell'uomo politico e letterato francese, che è da ricollocare tra i giganti del suo tempo, alla stregua di Stendhal e Hugo.
Questa conferenza è stata pronunciata da Benjamin Constant all'Athénée Royal nel 1819. Partendo dalla dicotomia "libertà degli antichi/libertà dei moderni", i lettori sono interrogati, con un gioco di trasposizioni successive, sui rapporti esistenti fra libertà politica e libertà civile, fra cittadino e Stato, fra l'individuo dotato di diritti e il potere sempre propenso a violarli. Questa edizione si propone di definire che cosa sia quest'opera, quali legami abbia con l'insieme del pensiero costantiniano e con il momento storico, quale sia il suo posto nel quadro dello sviluppo del pensiero liberale. Introduzione di Giovanni Paoletti e saggio di Pier Paolo Portinaro.
Connu surtout pour un roman, des écrits autobiographiques et ses théories sur la démocratie libérale, Benjamin Constant (1767 - 1830) a mené tout au long de sa vie une réflexion sur la religion, qui fera l'objet d'un ouvrage en cinq tomes (publiés entre 1824 et 1831). Cherchant à comprendre pourquoi les religions ont accompagné l'histoire de l'humanité, il introduit deux grandes distinctions : celle entre sentiment religieux (historiquement constitutive de l'homme) et formes religieuses (historiquement déterminées) ainsi que celle entre religions "sacerdotales" et "non sacerdotales". Trop religieux pour les libéraux, trop libéral pour les conservateurs, le livre qui aura occupé Constant toute sa vie ne sera jamais réimprimé dans sa totalité. Ce chef-d'oeuvre de la pensée sociale et spirituelle du XIXème siècle trouve aujourd'hui une nouvelle pertinence.
Les Principes de politique sont l'oeuvre maîtresse de Benjamin Constant et du libéralisme politique. Rédigé en 1806, ce livre n'avait curieusement jamais été
publié en France sous sa forme complète. De son vivant, l'auteur s'était contenté d'en extraire divers articles, brochures et conférences, mais qui ne permettaient pas de saisir son architecture d'ensemble. Il a fallu attendre 1980 pour que paraisse à Genève la première édition critique de cet ouvrage que l'on trouve ici enfin rendu accessible au grand public. Constant se propose de repenser les fondements de la vie en société à la lumière de cet événement majeur et récent qu'est la Révolution française. Il y définit les conditions de base d'une démocratie libérale (la souveraineté du peuple et la liberté individuelle), explore les modalités de leur articulation et, chemin faisant, découvre en quoi consiste la liberté des Anciens face à celle des Modernes. L'un des chefs-d'oeuvre de la philosophie politique européenne sort aujourd'hui de l'obscurité pour occuper la place qui lui est due.
I trattati della libertà moderna
Per molto tempo l'opera di Benjamin Constant si è presentata a noi come una serie di saggi brevi ma di grande rilievo teorico, che facevano del loro autore il principale protagonsita del pensiero liberale della Restaurazione. Tali saggi venivano a formnare una sorta di mosaico, del quale bisognava ricostruire il senso complessivo. Lo spirito di conquista e di usurpazione (1814), le Riflessioni sulle costituzioni e sulle garanzie (1814), i Principi di politica (1815), il Discorso sulla libertàdegli antichi paragonata a quella dei moderni (1819): questi i principali titoli dell'opera constantiana, la quale, quindi, non era unitaria, bensì frammentata in una serie di pamphlets acutissimi che il lettore doveva sforzarsi di ricomporre in una visione globale.
Tale prospettiva si è radicalmente modificata allorché, negli ultimi decenni, sono stati rintracciati, fra i manoscritti lasciati da Constant, due grandi trattati, composti fra il 1800 e il1806: i Fragments sur la possibilité d'une constitution répubblicaine dans un grand pays (1803) e i Principes de politique applicable à tous les gouvernements (1806). La scoperta di questi grandi trattati, pubblicati per la prima volta da Etienne Hofmann nel 1980/91 (il secondo dei quali viene finalmente in luce in lingua italiana a cura di Stefano De Luca e Chiara Bemporad) ha chiarito che i vari pamphlets ne erano solo dei brevi estratti. Nei trattati aveva affrontato (come dice De Luca nel suo bel saggio introduttivo) tutti gli snodi cruciali di una teoria politica: dalla concezione della sovranità alla definizione dei dirittti di libertà, dalla proprietà ai diritti politici , dalle garanzie giudiziarie al ruolo dello Stato nell'economia, nella cultura e nella formazione, dal sistema fiscale ai limiti della legislazione, sino al problema della guerra. Il tutto sullo sfondo di una riflessione volta a mettere in luce le profonde differenze che separavano il mondo moderno da quello antico ( quel mondo antico che molti pensatori moderni, da Machiavelli a Rousseau, avevano preso a modello.
Dunque Constant ha elaborato la propria concezione liberale in modo unitario e organico nei suoi primi grandi trattati, che egli non ha pubblicato per non attirarsi i fulmini di Napoleone (che già lo aveva fatto espellere dal Tribunato). La seconda considerazione è che il fulcro del pensiero constantiano si sposta dalla Restaurazione al Consolato e ai primi anni dell'impero napoleonico, cioè in un contesto storico-politico e biografico di segno pressoché opposto. [...]
Giuseppe Bedeschi
Il sole 24 ore
5 novembre 2006
recensione del libro
Benjamin Constant
Principi di politica. Versione inedita del 1806, a cura di Stefano De Luca e Chiara Bemporad, con la prefazione di Etienne Hofmann, Rubbettino, Soveria Mannelli 2006, pagg. 560, 38,00 euro
RISCOPERTE Escono in Italia i «Princìpi di politica», un trattato del 1806 che fonda la modernità
Constant, la maledizione d' essere un profeta
Un grande liberale al pari di Tocqueville, boicottato perché troppo moderato
Proviamo solo per un momento a immaginare che Tocqueville, dopo avere scritto un' opera fondamentale come La democrazia in America, decidesse di lasciarla nel cassetto, e che questa venisse poi pubblicata, invece che tra il 1835 e il 1840 (come effettivamente fu), oltre un secolo e mezzo dopo. Ebbene, è precisamente un fatto del genere che si è verificato nel caso di Benjamin Constant, il quale terminò nel 1806 un grande trattato politico senza darlo mai alle stampe. Questa circostanza, a prima vista sorprendente, una sua spiegazione ce l' ha, come racconta Stefano De Luca nell' introduzione all' edizione italiana dell' opera fino a poco tempo fa ignota, i Principi di politica (Rubbettino). Nel 1806 il testo era ovviamente impubblicabile per i suoi riferimenti al regime bonapartista; anche dopo la caduta di Napoleone, però, Constant preferì dare invece alle stampe testi di più immediato intervento politico, per i quali attingeva regolarmente al grande trattato inedito: si è calcolato che il 45 per cento dei Principi di politica venisse riciclato, per così dire, proprio in questo modo, compreso il celebre discorso del 1819 sulla libertà degli antichi e dei moderni che stava appunto già tutto nell' opera del 1806. Nel 1815, è vero, pubblicò dei Principi di politica, che però non avevano quasi nulla a che fare con il grande trattato inedito dallo stesso titolo. Così, anche a causa di questo singolare modo di fare, Constant ha finito con l' essere considerato soprattutto come autore di scritti politici di circostanza oltre che di un celebre romanzo, Adolphe, e dunque un pensatore tutto sommato di secondo piano. Ma la sua scarsa fortuna è dipesa anche da altro: in Francia la storiografia marxista, che ha dominato a lungo la storiografia sulla rivoluzione francese, lo trovava decisamente troppo moderato, troppo «termidoriano». In Italia, analogamente, gli è stata spesso affibbiata l' etichetta di liberale conservatore o peggio: negli anni Settanta, la casa editrice del Pci stampava un testo di Constant, avvisando però - nell' introduzione di Umberto Cerroni - che l' autore difendeva la libertà politica solo come «un privilegio posto a scudo della proprietà privata». Tzvetan Todorov, presentando l' edizione francese dell' opera, ha osservato come si sia avuta a lungo l' impressione che il pensiero politico europeo dopo la rivoluzione dell' 89 vivesse una stagione minore, poiché sembrava non esservi stato alcun testo politico fondamentale dopo i grandi autori settecenteschi (anzitutto Montesquieu e Rousseau) e prima di Tocqueville. Ma, ha aggiunto, proprio con i Principi di politica di Constant è stato finalmente ritrovato l' «anello mancante», che dà un senso nuovo all' intera riflessione politica postrivoluzionaria. Effettivamente, come nota Stefano De Luca, proprio il grande trattato che esce ora in Italia consente di considerare appieno Constant come un autore chiave della modernità politica, colui che per primo aveva capito cosa era andato storto con la rivoluzione dell' 89. L' errore decisivo, quello dal quale era poi nato il Terrore, aveva per lui anzitutto un nome: Jean-Jacques Rousseau. E contro Rousseau, Constant ingaggiava in quest' opera una delle più straordinarie battaglie teoriche dell' intera storia del pensiero politico. Per Rousseau l' autorità doveva basarsi sulla volontà generale. E su questo Constant è sostanzialmente d' accordo. Senonché, obietta, fondare il potere sulla sovranità popolare è del tutto insufficiente se, contemporaneamente, a quel potere non vengono fissati dei precisi limiti, se non si definisce cioè una sfera di libertà individuale che nessun potere, neanche il potere che si fonda sulla sovranità popolare, ha il diritto di oltrepassare. Montesquieu, scrivendo cinquant' anni prima della rivoluzione, aveva definito la libertà come «il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono». Ma Constant obietta che anche questo principio appare ormai insufficiente e perfino pericoloso: infatti le leggi potrebbero proibire così tante cose da annullare del tutto la libertà individuale. Può formulare questa obiezione decisiva, che fonda la libertà moderna, appunto perché ha visto all' opera, durante il Terrore giacobino, precisamente un potere democratico senza limiti. Constant è dunque il primo a capire che il pericolo vero non veniva dai profeti del passato, dai reazionari alla De Maistre, ma dagli apostoli del futuro, dai sostenitori di una democrazia totalitaria e antiliberale, che era stata messa in atto dai giacobini e avrebbe poi avuto parecchi continuatori, non esclusi nel Novecento i partiti e i regimi comunisti. La via per salvare la rivoluzione, per evitare che sfociasse nella dittatura, consisteva dunque nel separare l' 89 dal ' 93, ponendo al potere dei limiti invalicabili. Argomentando così, due secoli fa, Constant delineava dunque i fondamenti della democrazia moderna, di quella democrazia liberale che - pur senza varcare l' Atlantico come avrebbe fatto Tocqueville - riconosceva all' opera negli Stati Uniti d' America. Scriveva infatti che le riflessioni contenute nei suoi Principi di politica corrispondevano pienamente alla linea di condotta del governo americano quale era stata annunciata dal presidente Jefferson al momento del suo insediamento, il 4 marzo 1801.