Perché Darwin sbaglia Ecco la mia verità
È il conformismo evoluzionista a frenare la ricerca
di Massimo Piattelli Palmarini
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Quando Jerry Fodor ed io stavamo scrivendo il nostro libro, Gli errori di Darwin (pubblicato in America, ora in uscita da Feltrinelli), sapevamo che avrebbe provocato un vespaio. E infatti sosteniamo che il neodarwinismo, cioè una spiegazione dell' evoluzione del vivente centrata sul processo di selezione naturale, è nettamente superato. Dal momento che questa teoria è ancora considerata dalla maggioranza dei biologi il fulcro di una concezione genuinamente scientifica dell' evoluzione, non ci stupiamo delle stroncature già ricevute, alcune addirittura velenose e talvolta sguaiate, per esempio quella dell' evoluzionista americano Michael Ruse sul «Boston Globe» e quella del genetista italiano Guido Barbujani sul «Sole 24 Ore». Assai gradite e non attese sono state, invece, le recensioni positive (sul «Guardian», «Sunday Times» e «Scotsman Five Star Reviews») e in Italia (Nicoletta Tiliacos sul «Foglio» e Roberto de Mattei sul «Giornale»). Una civilissima ma anche robusta tirata d' orecchie mi è stata personalmente data da Luigi Luca Cavalli-Sforza («Repubblica»), decano dei genetisti ed evoluzionisti italiani, di cui mi onoro di essere amico da molti anni e che tanti considerano a giusto titolo un maestro. Voglio subito precisare che Fodor ed io riteniamo Darwin uno dei massimi scienziati di ogni tempo, pochi gli stanno a petto per inventiva teorica, scrupolo sperimentale e onestà intellettuale. Però sono successe tante cose nel frattempo, comprese quelle che Cavalli-Sforza, il genetista e filosofo della New York University Massimo Pigliucci (in una sua stroncatura del libro su «Nature») e i filosofi americani Ned Block e Philip Kitcher (in una stroncatura sulla «Boston Review») giustamente citano. Si tratta di processi diversi dalla selezione naturale e da tempo riconosciuti tali, come l' effetto della fluttuazione casuale nelle varianti dei geni, detta «deriva genetica», le mutazioni neutrali, né favorevoli né sfavorevoli, e la selezione naturale limitata dalla densità (quando, cioè, essere in troppi a portare un tratto biologico inizialmente favorevole lo rende sfavorevole). Ma vi è di più, veramente ben di più, come raccontiamo nella prima parte del libro, basata su circa duecento lavori specialistici, tanto che illustri biologi come Eugene Koonin (del National Institute of Health di Bethesda), Carl Woese (Università dell' Illinois), e Lynn Margulis (Università del Massachusetts), ma non solo questi, hanno concluso e detto a chiare lettere che la teoria della selezione naturale è decisamente superata. Nel nostro libro trattiamo un buon numero di questi processi, che non hanno niente a che fare con la selezione naturale. Perfettamente naturali, assai complessi, ma non dovuti alla selezione naturale. Con tutto il rispetto, mi permetto, quindi, di dissentire dall' affermazione di Cavalli-Sforza: «Non c' è biologia senza selezione naturale e non c' è evoluzione senza selezione naturale». Vorrei essere più preciso. Nessuno si potrebbe sognare di dire che la selezione naturale non esiste e che non ha alcun ruolo nelle trasformazioni nel tempo di alcuni (solo alcuni) tratti biologici nelle popolazioni di viventi. Il punto oggi centrale è che si tratta di un processo assai marginale nella comparsa di specie nuove e nella spiegazione di moltissimi tratti biologici, lungo tutto l' albero dell' evoluzione. Per brevità, cito solo due esempi, spero chiarissimi. Le molte centinaia di specie di scolopendre esistenti hanno tutte, senza eccezioni, un numero dispari di paia di zampe (15, 21, 23, 27, 29, 41, 43, 101, 191). Come ha sottolineato Alessandro Minelli (Università di Padova), massimo studioso italiano di quell' approccio all' evoluzione chiamato Evo-Devo, cioè l' evoluzione considerata inscindibile dal processo di sviluppo dell' embrione, è impensabile che questo dato sia spiegabile mediante la selezione naturale e l' adattamento. Le scolopendre potrebbero certo vivere e riprodursi con un numero pari di paia di zampe. Si tratta di vincoli strutturali interni, non di selezione naturale. Tanto che alcuni mesi fa Minelli, con dei colleghi brasiliani, ha pubblicato la sbalorditiva scoperta, in Brasile, di una specie piuttosto recente di scolopendra che ha, sì, un numero di paia di zampe doppio rispetto alle specie più prossime in linea di discendenza, ma pur sempre un numero dispari. Duplicata, ma non proprio. La spiegazione sta nella dinamica dei vincoli strutturali interni e non nella selezione naturale. L' altro esempio è una specie di meduse (Tridpedalia cystophora) trovata nel mare di Santo Domingo, che ha ben quattro gruppi distinti di occhi, per un totale di ben 24 occhi globulari, ciascuno esattamente simile agli occhi dei vertebrati, quindi anche ai nostri, con tanto di bulbo oculare, lente, cornea e retina. Il bello è che non esiste un cervello capace di ricevere quelle immagini, potenzialmente nitidissime, né un nervo ottico per veicolarle. Inoltre, il piano focale della lente di ciascun occhio non si trova sulla retina, bensì oltre la retina. Un' ulteriore sfida, questa, a qualsiasi nozione di funzionalità e di origine evolutiva dovuta all' adattamento. Tutto quello che questo massiccio apparato visivo può fare, quindi, è solo segnalare il livello di luminosità (chiaro o scuro), funzione che nelle altre numerosissime specie di meduse è svolto da banali foto-recettori immensamente più semplici. Il noto studioso di Evo-Devo Gerhard Kirschner (Università di Harvard) ha detto che, nel caso di questa medusa, l' evoluzione è proprio impazzita. Eppure, si è potuto mostrare in dettaglio ed esaurientemente che questi organi complessi, del tutto inutili, provengono dalla duplicazione ripetuta di un preciso gene, l' antenato dei geni che nei vertebrati presiedono alla formazione degli occhi. Le cause interne sono chiare, mentre il ruolo delle pressioni ambientali, cioè della selezione naturale, è nullo. Assai stranamente, questi geni sono anche presenti, però inattivi, nel riccio di mare, che ovviamente non ha occhi. Quindi, come hanno giustamente sottolineato il biochimico ed evoluzionista Michael Sherman (Università di Boston) e il più noto studioso e divulgatore di Evo-Devo, il premiato Sean B. Carroll (Università del Wisconsin), la comparsa di nuove forme di vita non (mi permetto di sottolineare questo non) è dovuta alla comparsa di geni nuovi, ma a una diversa regolazione di geni molto spesso preesistenti. Molti casi come questi giustificano la crescente marginalizzazione della selezione naturale come spiegazione delle forme animali e dei processi evolutivi. Concludo con gli effetti nefasti del neodarwinismo in un campo di cui mi occupo professionalmente: le basi biologiche e l' evoluzione del linguaggio. Assai giustamente, e molto garbatamente, Cavali-Sforza mi fa presente che di genetica ne sa molto piu di me. Sul linguaggio, però, le posizioni si invertono. I fenomeni linguistici cui allude Cavalli-Sforza (piccoli cambiamenti cumulativi, differenze graduali tra lingue diverse, eliminazioni di parti superflue) sono ben reali, ma non sono centrali. Proprio come abbiamo visto che una biologia ora emergente mette a fuoco le strutture interne di base e i processi di organizzazione interni, la linguistica di stampo generativo mette a fuoco strutture sintattiche interne e profonde similitudini tra lingue storicamente non correlate e geograficamente lontane. Proprio come una stessa banca di geni è rimasta costante lungo centinaia di milioni di anni di evoluzione, dando luogo a specie molto diverse attraverso le diverse regolazioni interne dell' attività di tali geni, e attraverso mutazioni, così le circa seimila lingue diverse oggi esistenti hanno tutte un fondamento comune, una sorta di pannello mentale fisso, con poche scelte possibili. Le differenti strutture sintattiche si riconducono tutte a posizioni diverse su questo pannello con circa venti interruttori (chiamati parametri). Niente, proprio niente rende l' organizzazione sintattica del giapponese più funzionale in quelle isole e la diversa organizzazione dell' inglese più funzionale in quelle altre isole. La chiave di volta è ovunque un vasto, ma non infinito e non graduale, repertorio fisso di possibilità. Infatti, anche il linguaggio è un tratto con fondamenta biologiche e non stupisce una certa somiglianza tra il meccanismo che genera il repertorio delle lingue e quello che genera il repertorio delle forme viventi. Vi sono linguisti che rifiutano di ammettere questo quadro teorico e sperimentale, pur ampiamente consolidato, proprio in nome di un neo-darwinismo basato sulla incrollabile fiducia che il linguaggio debba essere spiegato attraverso la selezione naturale, per piccoli cambiamenti progressivi, dettati dalla sua utilità per comunicare e dal suo valore adattativo. Spostare il perno delle spiegazioni sulle strutture interne e sui vincoli interni è la tendenza attuale, sia in biologia sia nel tipo di linguistica cui alludo qui. Tutti siamo impegnati nel lungo sforzo di capire come stanno le cose nel mondo della vita e della mente. I meccanismi genetici ed evolutivi della selezione naturale, sottolineati da Cavalli-Sforza e dai nostri illustri «stroncatori» sono reali e certo pertinenti. Pertinenti ma, si sta scoprendo, non più centrali e dominanti come si pensava ancora ieri.
Massimo Piattelli Palmarini
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(8 aprile 2010) - Corriere della Sera
Charles Darwin
Naturalista inglese (Shrewsbury, Shropshire, 1809 - Down, Kent, 1882).
Uno dei biologi più importanti della storia delle scienze, Charles Darwin rimane, per gli scienziati, l’autore che per primo dimostrò che l’evoluzione delle specie è una realtà e, per il grande pubblico, il padre della teoria secondo la quale “l’uomo discende dalla scimmia”.
Sul piano filosofico, la portata dell’opera di Darwin è stata immensa, poiché ha costituito una vera rivoluzione nella concezione del posto occupato dall’uomo nell’universo. Più esattamente, Darwin ha completato il movimento iniziato da Copernico, tre secoli prima, consistente nel “detronizzare” l’uomo dalla sua posizione dominante nell’universo. (Nel XVI secolo, l’astronomo polacco, mostrando che la terra girava attorno al sole, e non l’inverso, aveva rimesso in questione l’idea universalmente ammessa secondo la quale l’habitat dell’uomo era al centro del mondo.)
La teoria dell’evoluzione di Darwin
Con Darwin, nel XIX secolo, è il posto stesso dell’uomo sulla terra che è rimesso in questione: secondo il naturalista, l’uomo è apparso sulla terra obbedendo allo stesso meccanismo delle altre specie animali, cioè discendendo da specie ancestrali (probabilmente dalle scimmie), e non, come dice la Bibbia, dalla volontà creatrice di Dio. Questa teoria dell’evoluzione delle specie si oppone anche alla nozione di creazione per mano di Dio della totalità delle specie. La visione cristiana del mondo, che ha dominato fino al XIX secolo, crollò dopo la pubblicazione, nel novembre del 1859, del lavoro fondamentale di Darwin, «Dell’origine delle specie mediante selezione naturale», che suscitò nel mondo intero polemiche appassionate. Darwin non era tuttavia il primo ad avere avanzato una teoria evoluzionista: all’inizio del XIX secolo, lo zoologo francese Jean- Baptiste Lamarck aveva proposto la sua, ma senza riuscire a convincere i suoi colleghi. Fino al 1859, la Comunità scientifica, tra cui Darwin all’inizio della sua carriera, considerava ogni specie viva come un’entità fissa ed immutabile (teoria del fissismo). Il riesame di una concezione così fondamentale deriva allo stesso tempo da una riflessione che Darwin condusse nel corso della sua formazione e della sua carriera, e dai progressi delle conoscenze intervenuti alla sua epoca.
La vita di Darwin
Charles Darwin nacque il 12 febbraio 1809 a Shrewsbury (a ovest di Birmingham), in una famiglia agiata (suo padre era medico). All’età di sedici anni, è inviato all’università di Edimburgo per compiere studi di medicina. Ma, poiché questi non lo coinvolgevano affatto, suo padre gli propose di diventare pastore e seguire, di conseguenza, l’insegnamento classico dispensato all’università di Cambridge. Tuttavia, la materia che lo interessa da sempre è la storia naturale: durante tutta l’infanzia si è appassionato alle collezioni (coleotteri, minerali) ed all’osservazione degli uccelli in occasione delle escursioni in campagna; più tardi, ad Edimburgo, raccoglie le conchiglie ed impara a cacciare, quindi a impagliare gli uccelli. Queste pratiche lo conducono a partecipare a società locali di storia naturale - pubblica ben presto nei loro bollettini brevi articoli sugli animali che raccoglie - e a ricercare la compagnia di naturalisti esperti.
A Cambridge in particolare, si lega d’amicizia con il suo professore di botanica, il reverendo Joseph S. Henslow, dal quale sarà reclutato per partecipare ad un viaggio ufficiale d’esplorazione delle coste del Sudamerica, a bordo di una nave della marina reale, “Beagle".
I viaggi d’esplorazione erano stati numerosi fin dal secolo precedente. Riportando una messe impressionante di informazioni sulla geografia,
la fauna e la flora esotiche, gli esploratori come il capitano Cook
avevano acquisito una grande celebrità e fatto considerevolmente progredire le conoscenze.
Il viaggio d’esplorazione a bordo del Beagle
A Cambridge, Darwin si appassiona alla lettura dei lavori di Alexander
von Humboldt, un grande naturalista ed esploratore dell’inizio del XIX secolo. Ciò gli dà l’idea di intraprendere anch’egli un viaggio d’esplorazione e gli ispira «il desiderio bruciante di aggiungere foss’anche un contributo modesto al nobile edificio delle scienze della natura» (come scriverà nella sua autobiografia). L’invito ad imbarcarsi a bordo del Beagle non può dunque cadere meglio. Il vascello viene equipaggiato il 27 dicembre 1831 per un viaggio che durerà cinque anni (fino al 2 ottobre 1836) e che sconvolgerà il destino di Charles Darwin.
Charles Darwin: Beagle
Durante tutto il viaggio, Darwin compie osservazioni geologiche sulle coste sudamericane, raccoglie fossili ignoti (scheletri di armadilli e di roditori giganti) ed esemplari di qualsiasi tipo di animali attuali (uccelli, anfibi, crostacei, insetti). Il suo catalogo alla fine del viaggio indicizza ben 3.907 esemplari diversi riportati a bordo.
Da questa massa enorme di osservazioni trae pubblicazioni scientifiche in ambito geologico e zoologico, che appaiono negli anni che seguono il suo ritorno (1840-1843). Nello stesso tempo pubblica anche il suo giornale di viaggio. Tutto ciò lo rende famoso presso il pubblico, ed è accolto dai suoi colleghi sia come geologo che come zoologo. Darwin infatti, ha apportato importanti contributi alla geologia (la sua teoria della formazione dei atolli e delle scogliere coralline è ancora insegnata al giorno d’oggi), alla paleontologia ed alla zoologia. Numerose specie sono state battezzate in suo onore, come uno struzzo sudamericano fossile, il nandù (Rhea
darwini), o una rana che vive tutt’oggi in Cile, Rhinoderma darwini.
Il problema dell’estinzione delle specie
Al ritorno dal viaggio d’esplorazione, le osservazioni condotte in Sudamerica sulla distribuzione delle specie, tanto fossili che viventi, conducono Darwin a porsi dei quesiti di grande profondità scientifica, che lo porteranno a mettere in dubbio il dogma della fissità e della permanenza delle specie. A prima vista, questa nozione è risolvibile col buon senso, poiché i gatti generano soltanto gatti e mai nessun tiglio è nato da una ghianda di quercia. Questa costanza evidente delle specie, inoltre, è corroborata dal testo della Genesi secondo il quale tutte le specie sono state create tali e quali ab aeterno, immutate e immutabili dall’origine dei tempi.
Tuttavia, l’attenzione di Darwin fu catturata in Sudamerica dal fatto - che induceva a pensare - delle specie estinte, di cui aveva trovato numerosi fossili. Non era tuttavia il primo a fare questo tipo di constatazione: nel corso del XVIII secolo, le scoperte di resti di mammut, di mastodonti (tipi di elefanti giganti), di mosasauri (rettili) si erano moltiplicate. Per spiegare questa massa di indizi palesemente contrari alla nozione di permanenza delle specie, scienziati quali lo zoologo francese Georges Cuvier, avevano avanzato, all’inizio del XIX secolo, l’idea delle “creazioni successive”. Dio avrebbe creato una fauna, quindi l’ avrebbe distrutta tramite un’inondazione o altre catastrofi di grande portata, e questo processo si sarebbe ripetuto varie volte nel corso dei tempi geologici.
La posizione di Lyell
Il geologo britannico Charles Lyell confutò questo tipo di teorie catastrofiste nel suo lavoro fondamentale «Principi di geologia» (1833), libro letto da Darwin a bordo del Beagle. Ma il fenomeno dell’estinzione delle specie restava ancora non spiegato. Come tutti gli scienziati del suo tempo, Lyell pensava che le specie fossero “immutabili” nelle loro caratteristiche anatomiche e fisiologiche. Riteneva dunque che, se le condizioni dell’ambiente mutavano, era possibile che le specie diventate inadatte potessero perire, come potrebbe farlo qualsiasi specie, normalmente adattata ad un clima temperato ed umido, costretta a vivere in un clima caldo e secco. Tuttavia, un problema rimaneva poiché, secondo le concezioni filosofico-teologiche dell’epoca, l’estinzione di una specie creava “un vuoto nella totalità” della natura. Occorreva dunque che una nuova specie apparisse per riempire questo vuoto. Ma, era pertanto concepibile che Dio vigilasse in ogni punto del mondo allo stesso tempo sia sull’estinzione delle specie che sulla creazione di specie nuove?
L’influenza della filosofia deista
La filosofia deista, che come noto ipotizzava un dio creatore non confessionale e non dogmatico, un “Dio orologiaio” secondo la nota espressione – filosofia che dominava all’inizio del XIX secolo, e alla quale Lyell aderiva -, non poteva ammettere l’azione costante di Dio sul mondo tramite interventi “miracolosi”.
Nel quadro di questa filosofia, Dio aveva creato il mondo all’origine, ma, così facendo, l’ aveva dotato di leggi universali, come quella della gravitazione, che presiedono all’accadere di tutti i fenomeni; così, il suo intervento “personale” non era più necessario da allora in poi. Il compito degli scienziati era precisamente di scoprire e comprendere queste leggi, in particolare, nel caso dato, della comparsa di una specie nuova, venuta a sostituire un’altra, scomparsa. Poche soluzioni valide si offrivano agli scienziati, a parte la teoria della discendenza delle specie: una nuova specie sorge da una specie precedente, allo stesso modo che ogni essere vivente deriva da un altro essere vivente.
La spiegazione del processo evoluzionista suppone l’ammissione che una specie possa modificarsi (cambiare la forma di alcune delle sue caratteristiche anatomiche: ad esempio, acquisire un becco più lungo); è la soluzione adottata da Lamarck all’inizio del XIX secolo (la giraffa che allunga il collo), ma Lyell, assertore della fissità delle specie, non poté accettarla e non diede alla fine alcuna spiegazione soddisfacente alla comparsa di specie nuove - in piena contraddizione con le sue concezioni deiste, lasciò anche intendere che Dio intervenisse col sussidio dei “miracoli”.
Questa discordanza non sfuggì a Darwin quando egli lesse il libro di Lyell, poiché in quegli anni era lui stesso ancora un “fissista”, come tutti i biologi dell’epoca. È soltanto dopo il suo ritorno, nel1837, quando provò a ordinare le osservazioni riportate dal suo viaggio, che ebbe le sue prime intuizioni, secondo le quali le specie possono evolvere. Mise tuttavia oltre venti anni ad elaborare e pubblicare la sua teoria della “discendenza con modificazioni”, o teoria dell’evoluzione delle specie.
I fringuelli delle isole Galapagos
Gli indizi che conducono Darwin alla teoria della “discendenza con modificazioni” sono in primo luogo le rassomiglianze tra alcune specie estinte, di cui trova i resti nelle grandi pianure del Sudamerica, e delle specie che vi vivono tuttora: uno dei suoi fossili presenta una corazza ed una forma simili a quelle dell’armadillo attuale, se non fosse che esso doveva essere molto più grande; un altro somiglia al bradipo; un altro ancora, al formichiere. Queste osservazioni gli suggeriscono l’ipotesi che le specie vissute precedentemente nella pampa argentina sono gli antenati di quelle che la popolano attualmente.
L’idea della discendenza tra le specie si impose a Darwin con ancora più forza quand’egli studiò gli uccelli delle isole Galapagos. In quest’arcipelago, situato nel Pacifico al largo delle coste dell’Equatore, osserva, ad esempio, tredici specie di fringuelli, chiamati poi i “fringuelli di Darwin”, molto simili tra loro, ma anche alle altre specie che vivono sul continente vicino. Ogni specie occupa un’isola o un piccolo numero di isole. Ovviamente, l’ipotesi di Lyell sulla comparsa di specie nuove con un atto di creazione non è credibile: Dio non ha potuto prendersi cura di creare tredici specie così simili su altrettante isole vicine le une alle altre. È certamente più ragionevole immaginare lo scenario seguente: una popolazione di una specie originale emigra dalle coste del Sudamerica per stabilirsi in una delle isole e, subendo modifiche che gli permettono di adattarsi al suo nuovo ambiente, genera una nuova specie; quindi, una popolazione di quest’ultimo ambiente migra a sua volta verso un’isola vicina e subisce anch’essa modifiche, che danno luogo alla nascita di una nuova specie, e così di seguito.
Il concetto di “discendenza con modificazioni”
Finalmente, il processo di “discendenza con modificazioni” permette di spiegare facilmente allo stesso tempo le grandi rassomiglianze e le piccole differenze tra tutte queste specie di fringuelli. Tuttavia, Darwin è cosciente che avanzando quest’ipotesi mette in pericolo il dogma della fissità delle specie. Ne L’origine delle specie, sottopone del resto questo dogma ad un attacco frontale. In primo luogo, egli afferma, non è vero, come affermano i “fissisti”, che le specie sono composte da popolazioni omogenee e che tutti gli individui di esse rispondono ad uno solo tipo morfologico. Infatti in alcune popolazioni di una specie, gli individui possono presentare differenze minuscole rispetto al “tipo ideale” della specie, cosa che permette di individuarne le varietà, le razze o le sottospecie: l’orso dei Pirenei e lo grizzli del Canada sono sottospecie dell’orso bruno. In secondo luogo, è spesso difficile separare nettamente varietà da sottospecie o sottospecie da specie, cosa che suggerisce che ci sia una transizione continua tra queste varie categorie. Da ciò è possibile dedurre che una varietà che si distingue dal resto della specie con differenze trascurabili possa, col tempo, accentuare questa differenziazione, che diventa così una sottospecie, o una specie nuova.
Il meccanismo della selezione naturale
Darwin completa la sua teoria della “discendenza con modificazioni” fornendo una spiegazione plausibile: secondo lui, se una varietà, razza o sottospecie si differenzia, è perché occupa un habitat relativamente nuovo, al quale deve adattarsi. Il meccanismo che propone è quello della selezione naturale: gli individui, nell’ambito di una popolazione, non soltanto sono continuamente in concorrenza per accaparrarsi le risorse, ma devono anche far fronte alle condizioni fisiche del loro ambiente (calore, siccità, ecc.). Gli individui più adatti, in queste circostanze, sono coloro che possiedono un vantaggio, anche leggero, rispetto agli altri: un becco più grande ad esempio, che può rompere semi più duri; migliore controllo fisiologico del riscaldamento del corpo o della gestione dell’acqua, ecc. La loro capacità di sopravvivere allunga il loro periodo di riproduzione, cosa che moltiplica il numero dei loro discendenti, che mantengono, secodo leggi dell’eredità, le stesse caratteristiche vantaggiose. Durante il corso delle generazioni, la sottospecie, quindi la specie nuova, tende dunque a essere composta soltanto da individui dotati di queste caratteristiche nuove.
Una teoria scomoda
Era nata una nuova teoria che spiegava le leggi del mondo naturale e l'evoluzione delle specie. La teoria “evoluzionista” fu da allora, come ogni teoria che si contrapponeva al controllo religioso delle coscienze (quella copernicana ad esempio o quella psicoanalitica in seguito) furiosamente osteggiata dai cosiddetti “creazionisti”, ossia tutti coloro che sulla base delle Sacre Scritture si ostinavano a credere a un mondo creato ab aeterno e comunque sempre sotto lo sguardo benevolo e provvidenziale di un Dio, il proprio.
Applicata all’uomo la teoria evoluzionista implicava una “discendenza con modificazioni” dei primi ominidi e degli uomini tout court da una qualche specie di scimmia evoluta. Ciò non poteva che suscitare fiera avversione soprattutto presso gli ambienti religiosi. Ciò che imbarazzava la Comunità religiosa, ma anche l'uomo comune, era soprattutto questa inedita relazione tra l'uomo e la scimmia. Si cita spesso la reazione della moglie del vescovo di Manchester che, alla lettura de L’origine delle specie, avrebbe esclamato: «Discendere dalla scimmia?! Speriamo che non sia vero... Ma se così è, preghiamo perché la cosa non si sappia!»
Una polemica celebre oppose T.H. Huxley al vescovo di Oxford.
Quest'ultimo, cinicamente, gli chiese «È per parte di vostro nonno o di vostra nonna che discendete dalla scimmia?». Huxley gli rispose: «Se dovessi scegliere un antenato tra la scimmia ed un accademico che si oppone a delle tesi, non con argomentazioni ma con derisione, allora senza alcuno dubbio sceglierei la scimmia».
I principi di fondo della teoria darwiniana sono stati confermati nel corso del tempo. Fin dal 1865, il monaco Gregor Mendel scoprì, grazie ad una sperimentazione sui piselli, le leggi dell'eredità dei caratteri. Questo permise di dimostrare che uno dei postulati di Darwin era vero: un'evoluzione/cambiamento può trasmettersi alla discendenza.
Fino alla fine della sua vita, avvenuta il 19 aprile 1882, Charles Darwin continuò a pubblicare e rispondere agli attacchi. I suoi meriti scientifici gli furono tuttavia riconosciuti in vita e diventò membro della Royal Society of London, come pure dell'Accademia delle scienze in Francia.
Da allora il suo nome, sempre più tributario di gloria e di onore, è associato a quello dei grandi scienziati di tutti i tempi, Archimede, Euclide, Galileo, Copernico e tanti altri che hanno illuminato e aiutato l’intera umanità a scoprire qualcosa di più e di vero su se stessa e sul mondo.
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