schettieri (1844) e Vent’anni dopo (1845), che non cessano di nutrire l'immaginario degli amatori di cavalcate,  di intrighi e di duelli spettacolari, sono bastati ad imporlo come il maestro del romanzo di cappa e spada.   Il successo dei romanzi di Alexandre Dumas ha situato la sua opera nella categoria della letteratura “popolare” (ma littérature industrielle la chiamava Sainte-Beuve che sottolineava l'aspetto seriale della produzione), con  quanto di spregiativo può avere la parola per alcuni. Lo scrittore stesso era sensibile a tali etichette svilenti   quando, nel 1826, giovanissimo poeta, per fare apprezzare nei saloni parigini le sue elegie dal sapore aulico, fingeva di non essere quell’autore già votato al mercato lucroso del  vaudeville (teatro leggero). Nei fatti Dumas tentò l’avventura letteraria inizialmente in poesia, unitamente a Nerval, il poeta puro, visionario e sfortunato (finì suicida impiccato ad una cancellata) di cui era amico negli anni delle febbri poetiche giovanili. Ma ben presto apprese che con la poesia iperdistillata e condannata al sequestro emotivo degli happy fews, non si campa né molto né bene: o si è rentier o si fa  la fame; e anche  la fama di stima, quasi sempre non remunerata, quando raggiunta, tragicamente non sfama.
Dumas ben presto intuisce che nel “campo letterario” (vedi la nozione in  Bourdieu) del mercato francese delle lettere dell’800  oltre lo spazio degli scrittori “puri” (come potevano esserlo il bohémien Nerval nella poesia o il rentier Flaubert nella narrativa) se n’è aperto uno più lucroso, e tenta con grandissimo successo l’avventura dell’incontro con le grandi masse dei lettori (dei romanzi) e degli spettatori di teatro leggero (vaudeville). La scommessa è quella di saper parlare all’inclita guarnigione e di non perdere il favore del colto pubblico, seppur quello in cerca di distrazione o di semplice incanaglimento; di saper trovare nei grandi ingranaggi narrativi la sapienza delle metafore e la forza dei paradigmi che sgorgano dall’intelligenza creativa; di saper parlare allo stomaco dei lettori senza subirne fino in fondo il ricatto delle attese e dei rilanci, di saperli sballottare dentro la carrozza dell’intrattenimento ma tenendo saldamente in mano le redini dei cavalli dell’invenzione creativa. Dimostrando con ciò che la letteratura, ahimè o per fortuna,  non è solo comunicazione estetica privilegiata ma anche ingranaggio, non solo stile ma stilema,  non solo ispirazione ma abile dosaggio di ingredienti narrativi, non solo quintessenza di progetto ma sagace attenzione al risultato, non solo impegno estetico ma svago estatico. Si tratta insomma di sfocare  l’io emittente  a favore dell'io ricevente. Il livello di compromesso tra l’intelligenza e la libertà dell’affabulatore da un lato e le istanze e le attese del pubblico dall’altro resta tuttavia deciso  dal primo, seppur con qualche necessario cedimento e a volte con inevitabili, fragorose rese.
Dumas è rimasto per molto tempo (almeno fino all'arrivo del cinema di massa e dei telefilm americani) un modello esemplare per l’artista che voglia includere le masse (incolte per definizione) nel proprio scenario creativo e come destinatario privilegiato.
Fin quando ci saranno le masse ci saranno i Dumas … e i favolosi "attacchi" delle  “notti buie e tempestose.” (vedi incipit cap.  LXVde I tre moschettieri”)


La rivalsa del meticcio
La conquista della fortuna e della notorietà fu in certo modo una rivalsa sociale per Dumas, che rivendicava una doppia origine, “aristocratica per parte di   padre e popolana per parte di madre”. Certamente, il nonno, creolo, era marchese, ma, avendo lasciato la Francia per Santo Domingo, vi aveva avuto da una schiava nera un figlio. Quando quest'ultimo si arruolò nell'esercito reale, prese il nome della madre, Dumas, piuttosto che quello di Davy della Pailleterie. Diventò un glorioso generale della Rivoluzione e sposò la figlia di un commerciante di Villers-Cotterêts, dove si ritirò nel 1802, malato e caduto  in disgrazia dell'Imperatore.
Alexandre   nacque in questa cittadina il 24 luglio del 1802. Suo padre muore quattro anni dopo,   lasciando la famiglia in ristrettezze: gli studi del bambino sono trascurati, e, fin dal 1817, egli deve lavorare come commesso di studio di un notaio. Arriva a Parigi nel 1823, fornito di raccomandazioni per i compagni d'arme di suo padre; il generale Foy nota la sua bella scrittura e lo fa entrare negli uffici della cancelleria del duca di Orlèans.   

Prima rivalsa: vivere da solo a Parigi, a vent' anni, con una paga garantita e degli svaghi che gli permettono di perfezionare la propria istruzione. Sogna di poesia e di teatro: sotto Carlo X, i giovani ambiziosi non possono dire più: “Essere Napoleone o nulla”. È la letteratura che può condurre alla gloria o alla fortuna. Tentato dall’ una e dall'altra, Dumas, nel 1825, collabora a vaudeville mentre un'elegia sulla morte del generale Foy gli garantisce la reputazione “di giovane bardo liberale”. 
Ricevuto nei saloni liberali, vi apprende che il teatro è la grande sfida letteraria del momento: dramma storico contro tragedia vecchia. Scrive, in prosa,  Enrico III e la sua Corte. Questo dramma, dato  ai Français il 10 febbraio 1829, prima di Hernani di Hugo, è il primo trionfo romantico – trionfo dei “barbari” come strilla la grande stampa: “l'aspetto dell'autore, -dicono i giornali- porta caratteri eminentemente romantici”; ma la gioventù parigina applaude il nipote della schiava nera e, legittimazione suprema, il disegnatore e litografo - e in segreto pornografo-  Achille Devéria fa il suo ritratto.   (vedi box a destra)
  
La conquista del teatro 
Nel 1830, il duca di Orlèans trasforma il giovane autore di successo nel suo bibliotecario: questa sinecura gli permette di frequentare il cenacolo di Hugo e partecipare alla battaglia di Hernani. Ma, nel luglio, quando scoppia  la rivoluzione per le strade, il figlio del generale Dumas è il solo uomo di lettere ad abbandonare il palco del teatro per vivere quello più eccitante delle « Trois Glorieuses » della  rivoluzione  (27-29 luglio 1830). Focoso combattente repubblicano si reca  in missione a Soissons, per conquistare da solo una polveriera. Come i suoi nuovi amici politici, è stupefatto nel vedere il suo protettore diventare il re Luigi-Filippo; gli invia le sue dimissioni da bibliotecario: “In me, l'uomo di lettere è soltanto la prefazione dell'uomo politico”, scrive. Sfida imprudente: privato di stipendio regolare, può di conseguenza mantenersi soltanto con la letteratura. Ripartendo alla conquista del teatro, guadagnò il trionfo con Enrico III e la sua corte, primo dramma romantico francese rappresentato, e conclude inoltre, nel 1831, una tragedia in versi, un melodramma storico da grande spettacolo e anche Antony, un dramma borghese, che gli garantisce un nuovo trionfo nel maggio 1831.
Anche nel teatro, si saggia dunque nel genere nobile, pur ottenendo numerosi successi con il melodramma, più leggero. Dopo La Tour de Nesle (1832), Kean ou Désordre et Génie (1836), Mademoiselle de Belle-Isle (1839), e di altre pièce scritte in collaborazione, conosce il fallimento alla Comédie-Française con Caligola, tragedia in versi in cinque atti (1837): la gloria del grande autore tragico non è però  per lui. Opta allora per il romanzo, perché è la letteratura che si vende meglio, senza tuttavia rinunciare al teatro. Tenta  più volte la commedia e, nel 1841, ritorna al dramma storico con Lorenzino.  
A partire dal 1836, il suo talento drammatico   prova ad ingaggiarsi  con la nuova invenzione della stampa economica: il romanzo-feuilleton (d’appendice), sorta di matinée teatrale quotidiana per un spettatore-lettore. La fortuna lo remunera tanto da  permettergli di fare costruire il suo teatro: il Teatro storico (1847). Vi farà dare gli adattamenti dei suoi romanzi fino a che un fallimento clamoroso giunge, nel 1850, a porre fine alla realizzazione di un sogno sfarzoso di potenza.   
 
La fabbrica di romanzi Dumas & CO 
Rinunciando alla gloria del poeta lirico e tragico, Dumas si fa imprenditore e dirigente aziendale in letteratura. Spogliato delle costrizioni delle drammaturgie, la narrazione in prosa garantisce il successo di chi possiede verve e talento. Per la giovane "Revue des Deux Mondes", che pubblica volentieri scene storiche e resoconti di viaggi, Dumas intende raccontare un lungo giro attorno al Mediterraneo. Ma, privato di sovvenzioni, deve, nel 1835, accontentarsi di un giro dell'Italia, materia già sufficiente per le sue prime impressioni di viaggio. L'anno successivo, Emile di Girardin fonda "La Presse" e trascina Dumas nella grande avventura della pubblicazione periodica, inaugurata da Balzac.  
Ammiratore di Walter Scott, Dumas si specializza nel romanzo storico. In una dozzina di anni, pubblica sotto il suo nome quasi ottanta romanzi, che i giornali si disputano . La parola “negro” è usata per la prima volta per qualificare i numerosi collaboratori di cui si circonda, e che gli forniscono soggetti e intrecci per romanzi oggi dimenticati, come Le Chevalier d'Harmental (1842), AscanioGeorges e  Amaury (tutti e quattro usciti nel 1843), o  senza posa rieditati come la trilogia dei moschettieri con I tre moschettieri (1844), Vent' anni dopo (1845) e Il Visconte di Bragelonne (1848-1850), o come Il Conte di Montecristo (1844-1845) o  La Regina Margot (1845). Scrisse, oltre a quest'ultimo romanzo, narrazioni che evocano le guerre di religione: Il cavaliere di Maison-Rouge (1846), Madame de Monsoreau (1846), e sotto il titolo generale di Memorie di un medico, sono riuniti Giuseppe Balsamo (1846-1848), Il collare della regina (1849-1850), Angel Pitou (1851) e La Comtesse di Charny (1852-1855), romanzi la cui azione si svolge nel XVIII secolo. 

Dumas sa trasformare i testi abbozzati da altri (i cosiddetti "negri") in racconti appassionanti ed epici, che attendono impazientemente gli abbonati della stampa parigina. Guadagna così una fortuna enorme, sprecata con l'incuranza disinvolta che lo fa passare da un’amante all'altra. Senza mai riuscire a  optare  per l’agio di una vita borghese, resta nei fatti un bohémien di lusso. Il matrimonio, concluso per regolarizzare una relazione, dura soltanto cinque anni, e l'appartamento fastoso di Parigi è abbandonato, nel 1847, per un dispendioso “castello di Monte-Cristo”, a Port-Marly.   
Inoltre, quando  scoppia la rivoluzione del 1848, l'ex combattente repubblicano del 1830 non ha più le stesse ragioni di entusiasmo. Fonda tuttavia un giornale e si presenta, senza successo, alla delegazione come “operaio del pensiero”, ma preoccupandosi  dei lunghi disordini che svuotano i teatri, vota per il principe-presidente, passando tuttavia all’opposizione quando il nuovo Napoleone, nel dicembre 1851, effettua  il colpo di Stato. 
Il suo esilio sarà tuttavia più motivato dalla paura dei creditori che dalle sue convinzioni politiche. Durante un soggiorno di due anni a Bruxelles, redige e vende al "Constitutionnel"   le sue Memorie (1852-1854), quindi un romanzo che reputa  “l'opera della sua vita”: Isaac Laquedem. Questa meditazione interminabile sulla storia universale scoraggia tuttavia i suoi affezionati lettori di un tempo, abituati ai racconti di avventure. Dopo questo fallimento, non scrive più romanzi e si accontenta di mettere il suo nome sulle produzioni di un nuovo opificio di “negri”.   
 
Ultime avventure 
Ritornato a Parigi nel 1853, tenta invano di diventare un grande editore  lanciando il suo giornale, "Il moschettiere". Afflitto da noie giudiziarie e da delusioni,   è tuttavia distratto da nuove esperienze: nel giugno 1858, una coppia di aristocratici russi lo porta a San  Pietroburgo e gli fa attraversare la Russia fino a Tiblisi in Georgia. Rientrato in Francia dieci mesi più tardi, vuole realizzare “il grande viaggio di Ulisse” che non aveva potuto fare nel 1835.
Lascia Marsiglia, nel maggio 1860, su una goletta di proprietà, "Emma", e sbarca  a Palermo per aggregarsi ai Mille di Garibaldi, che hanno intrapreso l'avventura politica e rivoluzionaria di  detronizzare  i Borboni di Napoli. Superba avventura  che gli fa rivivere, e riuscire, quella del 1830: Francesco II è cacciato e Dumas può ricoprire  a Napoli, per tre anni, la funzione di direttore dei musei e degli scavi.   
Raggiunge Parigi nel 1864 e tenta di rimettere ordine nei suoi affari. Scrive all'imperatore collocandosi fra “le tre glorie della letteratura francese dal 1830”, accanto a Lamartine ed a Hugo. Ma la sua “gloria” non ha più successo: s’arrangia a vivere dando conferenze a Parigi ed in provincia.  
Malato, trova rifugio, a Puys, nei pressi di Dieppe, presso il  figlio Alexandre (autore de La Signora delle camelie, che, da venti anni, conosce a sua volta la celebrità come fondatore del dramma moderno. Muore il 5 dicembre 1870. 

Un'opera illegittima? 
Gli scritti romanzeschi di Alexandre Dumas (e dei suoi novanta collaboratori, secondo alcune stime) occupano 257 volumi, ai quali si aggiungono i venti volumi delle sue memorie. Ma gli specialisti di letteratura di un tempo non si sono affatto interessati a quest'opera enorme quanto piuttosto ai dettagli di una vita fuori del comune: Dumas venne considerato come uno scrittore affrettato e loquace; veloce e corrivo non si preoccupa più di tanto di  avere uno stile né dello stile. Tuttavia da qualche decennio ha subito un rinnovato interesse per via degli studi che mettono in valore la letteratura di consumo e le questioni in lui indubitabili e preminenti di tecnica   narrativa.
Per chi ammira Flaubert,  questo scrittore di romanzi popolari che completa trenta romanzi durante il tempo che metteva l'autore di Madame Bovary a terminare questa sola opera  ne è l'antitesi. (Vedi nel box il giudizio di Flaubert). Sulla scena (Antony) ed in alcuni romanzi (Montecristo), Dumas ha espresso, spingendoli all'estremo, le rivendicazioni anche sociali dell'individualismo romantico. Anzi il suo, insieme a quello di Zola, è un approccio "di sinistra"  dell'immaginario popolare - l'ultimo, prima dell'avvento dell'uomo/massa eterodiretto e totalmente amministrato "da  destra" dai box office dei tycoon-,  e non solo per l'esplicita militanza in schieramenti ideali di quel tipo: repubblicano Dumas, dreyfusardo Zola. Anche con la propria arte Dumas  offre alle masse degli oppressi della propria epoca, sotto le forme narrative reiterate e ossessive (tipico il motivo della "vendetta") una possibilità di riscatto e di rivincita seppur  proiettata nel miraggio sublimato e ottativo della narrazione d'avventura. Rispetto a chi, anche oggi, nell'epoca dell'uomo totalmente televisivizzato, esercita unilateralmente verso le masse popolari un'estetica narcotica e desublimata (in maniera repressiva: vedine la nozione in Marcuse), quello di Dumas e Zola resta dopotutto una forma di "grande rifiuto".
Passato il successo di scandalo, questo “modo di sentire” restò accettato soltanto sotto le  forme più adeguatamente  sentimentali, prive ossia di ogni carica sociale. . 

Il romanzo storico, un pretesto 
Dumas non si cura né della verosimiglianza psicologica né di verità storica,   considerando  la storia come “un chiodo al quale appendere i suoi quadri”. Ma seduce il suo pubblico con la sua nervosità prodigiosa di affabulatore. Qui risiede  la sua grande virtù “letteraria”, che lo  ricollega alla tradizione degli inventori di favole e di epopee, al di là dell'immagine asfittica dello scrittore moderno afflitto dinanzi alla pagina bianca. È il creatore di una mitologia nuova, i cui eroi hanno nutrito l'immaginazione di un ampio pubblico più a lungo dei personaggi di tutti gli altri romanzieri del suo tempo (Hugo escluso), ed un fornitore fertile di sogni felici: la storia si trova svuotata dei suoi conflitti, e i contrasti non sono che splendori di pennacchi contrapposti. Così, ne I tre moschettieri, le lotte tra Richelieu e la nobiltà, come quelle tra Mazarino ed i frondisti sono soltanto conflitti provvisori: tutti finiranno per riconciliarsi, e il vecchio rivale di Richelieu diventerà maresciallo di Francia.  
Opere semplificatrici quelle di Dumas, tuttavia fanno sognare di una Francia eterna e senza contraddizioni, dove le lotte sono soltanto prodezze eroiche e dove, una volta punito il cattivo, ognuno ritorna pacificamente al proprio  posto. 

Romanzo d'avventura?
Inventore, fra gli  altri, dello stile-feuilleton, Dumas ha saputo dare una nuova dinamica al racconto storico, meno tentata dai suoi predecessori. Ma resta prima di tutto autore di romanzi storici, non romanzi di avventure seppur storiche. Infatti, in lui, la trama storica tiene un posto considerevole nella progressione dell'intrigo romanzesco. I personaggi principali sono generalmente presi in prestito dalla storia: non è solamente il caso di figure famose come Margherita e Enrico (La regina Margot) o Richelieu, Mazzarino e Luigi XIV (nella trilogia dei moschettieri), ma anche (lo si dimentica a volte) quello di personaggi apparentemente romanzeschi, come lo stesso d’Artagnan e i suoi amici, anche se le azioni di questi ultimi nei romanzi non hanno granché  a vedere con ciò che fecero i loro alter ego storici. Personaggi storici, ma anche intrigo segnato dalla storia: l'azione della Regina Margot segue punto   punto gli eventi storici, e gli amori romanzeschi  di Margherita di Valois sono lungi dal rappresentare una parte anche importante dell'opera rispetto all'ascesa di Enrico di Navarra verso il trono. Certamente, un'opera come I tre moschettieri propone un intrigo molto più fantasioso (anche se si basa su eventi autentici), ma di già, con gli eventi inglesi e quelli della Fronda, Venti’anni dopo testimonia un interesse più marcato per la trama storica. Quanto al  Visconte di Bragelonne, può certamente essere descritto, con l’ascesa di Luigi XIV al trono, come il racconto della morte romanzesca.

Tutti quest'elementi tendono ad allontanare  l'opera di  Dumas dal modello puro del romanzo di avventure storiche. Per i romanzi di avventure, la storia non può essere la preoccupazione prima (altrimenti, si è di fronte ad un romanzo storico); ma è l'avventura che deve essere posta in primo piano. La storia fornisce in compenso un quadro privilegiato, in grado di suscitare l'avventura. Ciò significa che l'epoca scelta dagli autori non lo è in funzione del suo interesse specifico, ma in funzione delle possibilità dell'avventura. Si deduce generalmente che i periodi privilegiati dal romanzo di avventure sono i momenti di disordine: rivoluzioni, conflitti, epoche di forti insorgenze criminali. Tale analisi, seducente a priori, non è completamente esatta, e non resiste in ogni caso alla prova dei fatti. Quali sono i periodi privilegiati dal romanzo di avventure storiche in Francia (e, in grandissima parte, in Gran Bretagna ed in Spagna)? Non sono quelli delle epoche più tormentate della storia: con le invasioni barbariche, l’epoca merovingia  e le sue lacerazioni fratricide, gli attacchi normanni o vichinghi… un periodo ricco di conflitti durato molti secoli si offriva agli autori di romanzi storici; tuttavia, è stata l’epoca certamente   più trascurata. Al contrario, gli hanno preferito i periodi che gli storici associano alla rinascita dello Stato: Rinascimento o l'ascesa del Re Sole. La principale corrente del romanzo di avventure storiche, il romanzo di cappa e   spada, si situa quasi esclusivamente in questo periodo, che non corrisponde affatto al periodo più tormentato della storia. È del resto ciò che ha colpito Dumas di quest'epoche, tanto da costruirci attorno i suoi tre cicli storici: l’apparizione di una nuova era storica.

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Vietato il deep link. Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali.
pagina a cura di Alfio Squillaci



Da capolavoro del romanzo popolare a capolavoro del romanzo: la storia della fortuna del Conte di Montecristo si potrebbe condensare nella lenta caduta di un aggettivo. Fin dal suo primo apparire, in quella Francia degli anni quaranta dell'Ottocento che era il più fervido e convulso laboratorio delle rivoluzioni europee, la storia dell'eroe borghese Edmond Dantès, eponimo della sfortuna e dell'ingiustizia, che si trasforma in spietato giustiziere, fu accolta dalle migliaia di avidi lettori di feuilleton come la più iperbolica incarnazione dello spirito del tempo. Un successo fulmineo, sancito dall'immediato passaggio all'edizione in volume e da un incredibile numero di ristampe e traduzioni. Ma fin da subito, quell'aggettivo, "popolare", suonò, in tutta una parte della critica colta, come una netta discriminazione, se non come una condanna. Il lettore potrà seguire, nelle pagine della Prefazione di Claude Schopp, la ricostruzione della vicenda critica del romanzo. Schopp, che ha dedicato tutta una vita di studi a Dumas, disvela con precisione le ambizioni di una scrittura sapientemente costruita per portare all'estremo la tensione e la complicità del lettore. Situa, in una parola, il Montecristo nel posto che merita: all'apice della più felice stagione del romanzo europeo. Questa nostra edizione comprende, oltre alla Prefazione di Schopp, un apparato di note al testo, nonché un Dizionario dei personaggi e delle persone storiche e un Indice dei luoghi che faranno la felicità di ogni patito di Dumas.

Alexandre Dumas   (Villers-Cotterêts, 1802 - Puys,  Dieppe, 1870) - Romanziere ed  autore drammatico francese
 



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 È  il sito per eccellenza dello scrittore francese, cui abbiamo fatto riferimento, tra gli altri, in questa pagina web.




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Primo grande "imprenditore" di letteratura, Alexandre Dumas (Padre) abborda inizialmente  il teatro, al quale consegna il primo dramma romantico, Enrico III e la sua Corte (1829), quindi il romanzo: fra i   257 volumi pubblicati sotto il suo nome, I tre mo-
Gustave Flaubert (1821-1880) fu   lettore assiduo di Dumas. In "Bouvard e Pécuchet", i due eroi, nel loro periodo letterario, si lanciano a loro volta  a esplorare l'immensa opera. Questa suscita inizialmente in loro entusiasmo poi rapidamente - come tutto il resto, dall' orticoltura alla metafisica - disillusione e  disgusto ...

"Prendiamo qualche romanzo storico", si dissero. Lessero  prima   Walter Scott. (...) Dopo Walter Scott, Alexandre Dumas li divertì  alla maniera di una lanterna magica. I suoi personaggi, agili come delle scimmie, forti come dei buoi, gai come fringuelli, entrano e parlano bruscamente, saltando dai tetti sul marciapiede, ricevono tremende  ferite dalle quali guariscono, sono creduti  morti e risorgono. Trappole si nascondono sotto i pavimenti, e vi sono contravveleni, travestimenti, e tutto  si mischia, corre e si sbroglia senza un attimo di riflessione. L'amore conserva della decenza, il fanatismo è allegro, i massacri ci fanno sorridere. (...)  

Pécuchet consultò la Biografia Universale e si impegnò a fare le pulci a Dumas dal punto di vista scientifico. L'autore nelle "Due Diane" sbaglia le date. Il matrimonio del   Delfino francese ebbe luogo il 15 ottobre 1548 e non  il 22 marzo 1549. Come fa a sapere (vedi il Paggio  del Duca di Savoia) che Caterina de 'Medici, dopo la morte del marito, voleva ricominciare  la guerra? E' poco probabile che  il duca d'Angiò, sia stato incoronato di notte in una chiesa, episodio che adorna la Signora MontsoreauLa Regina Margot, soprattutto, è pieno di errori. Il duca di Nevers, non era assente. Intervenne al Consiglio, prima della notte di  San Bartolomeo, ed Enrico di Navarra non ha seguito la processione quattro giorni dopo. Enrico III  non ritorno così in fretta dalla Polonia. Inoltre, sempre gli stessi ritornelli! Il miracolo del biancospino, il balcone di Carlo IX, i guanti avvelenati di Jeanne d'Albret... Pécuchet non ebbe più fiducia in Dumas.
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Alexandre Dumas (Padre)
In un giorno di fine maggio del 1860, una signora francese di provincia, Emma Mannoury-Lacour, ricevette una lettera profumata di fiori. Con l' eroina di un romanzo recente e scandaloso - Madame Bovary - Emma condivideva tante cose, oltre al nome di battesimo. Abitava anche lei in Normandia; era bella anche lei di una bellezza che cominciava appena a sfiorire; soffriva anche lei per un matrimonio troppo casto e troppo poco felice; si era legata anche lei a un amante che non l' amava abbastanza. Ma a differenza di Rodolphe, lo scialbo bellimbusto di madame Bovary, l' amante (o l' ex amante) di quest' altra Emma straripava di energia, di vitalità, di gloria. Ormai sull' orlo della sessantina, era uno scrittore tra i più famosi di Francia, e si chiamava Alexandre Dumas. Cinque anni prima, la liaison dangereuse aveva lasciato Emma incinta. La donna aveva dovuto nascondere la gravidanza al marito impotente, e aveva finito con l' abortire senza poter nemmeno lanciare un grido di dolore. Ora, in quel giorno di fine maggio del 1860, Dumas ritornava a scriverle - non aveva mai smesso di farlo, pur nel succedersi di molte altre amanti - da fuori di Francia: da un sobborgo di Genova. I fiori di viburno con cui profumava la lettera erano quelli di Villa Spinola, quartier generale di Giuseppe Garibaldi alla vigilia della partenza dei Mille. A Emma («amore mio grande»), Dumas spiegava di avere raggiunto lo scoglio di Quarto con quindici giorni di ritardo sull' impaziente tempistica di colui ch' egli vantava come amico, l' Eroe dei Due Mondi: «Si è stancato di aspettarmi ed è partito in guerra per conto suo, come aveva detto al re di Sardegna». Stupidamente - raccontava Dumas - i giornali locali avevano annunciato che l' autore dei Tre moschettieri si sarebbe precipitato in Sicilia sulla scia dei mille garibaldini. All' antica amante, lo scrittore riferiva progetti ben diversi. Si sarebbe trattenuto a Genova per altri cinque o sei giorni, lavorando sul manoscritto autobiografico che Garibaldi gli aveva affidato nella prospettiva di un' edizione francese. Dopo aver finito di scrivere «queste maledette Memorie», Dumas avrebbe effettivamente levato l' àncora, con il veliero che si era appena comprato (si chiamava «Emma»!) e con il variopinto equipaggio che aveva caricato a bordo. Ma avrebbe fatto rotta, oltre il canale di Sicilia, verso Malta, la Grecia, l' Oriente. La storia d' Italia ha tramandato come, dei 1150 volontari imbarcatisi a Quarto sui piroscafi «Piemonte» e «Lombardo», soltanto uno fosse di sesso femminile: Rosalia, la moglie di Francesco Crispi. Nella sua lettera a Emma Mannoury-Lacour, la quale - gravemente malata di tubercolosi - non avrebbe comunque potuto muoversi da Caen, Dumas rinunciò invece a raccontare come anche sull' «Emma» fosse imbarcata, con diciotto uomini, una sola donna: la ventenne Émilie Cordier, ultima arrivata delle sue amanti. La continuazione dell' avventura mediterranea di Dumas, i lettori francesi del 1860 poterono seguirla attraverso le corrispondenze che lo scrittore inviò regolarmente alla stampa periodica d' oltralpe. Perché Dumas finì col fare proprio quanto i giornali genovesi avevano «stupidamente» annunciato. Dopo uno scalo in Sardegna, il padrone dell' «Emma» non resistette alla tentazione di fare rotta su Palermo: la città che i Mille avevano nel frattempo «liberato», dopo aver sconfitto l' esercito borbonico sulle alture di Calatafimi. E per indaffarato che fosse, l' Eroe dei Due Mondi dovette fare buon viso al celebre redattore del suo manoscritto di memorie. Così, tra il luglio e il settembre di quell' estate formidabile, Dumas si trovò a condividere con Garibaldi la vittoria di Milazzo, lo sbarco in Calabria, la conquista di Napoli. Oggi, è finalmente dato anche al lettore italiano di ripercorrere passo passo l' avventura di Dumas, grazie a una sontuosa edizione einaudiana curata da Gilles Pécout e Margherita Botto, che ha per titolo: Viva Garibaldi. Peccato soltanto che in quell' Odissea nel 1860 - come l' autore stesso volle definirla - Dumas abbia voluto fare non soltanto del generale nizzardo, ma anche di se stesso, qualcosa come un eroe omerico. A tal punto che i critici dell' epoca poterono deridere un racconto dove i Mille sembravano avere obbedito a Dumas piuttosto che a Garibaldi, e l' Unità d' Italia pareva essere stata fatta da un romanziere logorroico Alleggerita della tara di un ego smisurato, l' Odissea garibaldina di Dumas è comunque una lettura da assaporare a ogni pagina. E non manca di offrire indizi preziosi a chi voglia ricostruire la storia del nostro Risorgimento. Se ne ricava, infatti, l' ennesima prova di quanto profondamente il mito di Garibaldi abbia inciso sugli eventi sfociati nell' unificazione della penisola. Sensibile più di altri al fascino femminile, Dumas non mancò di rilevare - in particolare - quanto Garibaldi fosse capace di affascinare il gentil sesso d' Italia. Registrò fedelmente «le innumerevoli domande che usano fare le donne sull' aspetto fisico del redentore, di cui ognuna portava in cuore l' immagine che se ne era fatta». Né dovette deludere le sue interlocutrici, quando appunto lo rappresentò come «un Cristo guerriero». Alcuni passi di questo Viva Garibaldi rilucono come gemme: così la descrizione della leggendaria sella di Garibaldi, fatta arrivare dall' America Latina proprio alla vigilia della partenza dei Mille, per corrispondere alle abitudini di vita contratte oltreoceano dall' antico gaucho: «La sella-poltrona, la sella-guanciale, la sella-divano, la sella-scrittoio, insomma la sella che fa le veci di tutti i mobili che il generale considera cose inutili». Altri passi del libro si leggono oggi con sorpresa, e quasi con imbarazzo. Come quello in cui Dumas definisce Garibaldi nientemeno che «l' uomo della Provvidenza»: ovviamente ignaro del fatto che, settant' anni dopo, papa Pio XI avrebbe gratificato con analoga formula un ben diverso protagonista della storia d' Italia. Quando, dopo il fatale incontro con Vittorio Emanuele II a Teano, il capo dei Mille decise sdegnosamente di ritirarsi sull' isolotto di Caprera, Dumas pensò bene di farsi più garibaldino di Garibaldi. Rimasto a Napoli, lo scrittore francese fondò e diresse per qualche mese un giornale democratico, L' Indipendente. Tuttavia, quantunque adorasse Garibaldi, i Mille e la loro causa, Dumas era ormai pronto per farsi inghiottire - una volta di più - dai marosi della sua agitatissima vita. A Natale del 1860, eccolo lasciare precipitosamente Napoli per Parigi, dove la sua amante dell' «Emma», Émilie, ha appena partorito una graziosa bambina. Poche settimane prima, a Caen, Emma Mannoury-Lacour si era arresa alla tubercolosi: morendo non meno sola di quell' infelice eroina di Flaubert, alla quale aveva forse sentito di somigliare. Ma a differenza dell' algido Rodolphe, indifferente alla rovina di madame Bovary, Dumas sarebbe rimasto segnato dalla morte di Emma per tutto il decennio che gli restava da vivere. «Credo proprio che tre quarti del mio cuore, se non il cuore intero, siano morti con lei».
Sergio Luzzatto 
(4 novembre 2004) - Corriere della Sera
IL GIGLIO DI MILADY
Repubblica — 08 settembre 1994  BENIAMINO PLACIDO

Ci sono delle buone ragioni per rileggere, d' estate, I tre moschettieri? Certo che ce ne sono. Tanto per cominciare, non è poi mica così sicuro che l' abbiamo veramente mai letto (e quindi tantomeno riletto). Non è improbabile che la nostra prima, appassionata ma approssimativa, conoscenza di quei personaggi sia avvenuta per merito (e demerito insieme) di qualche edizione per ragazzi. Dove la traduzione era abborracciata, la vicenda raccorciata, i nomi scarabocchiati male. Non è improbabile che tutto quel che sappiamo di Athos, Porthos, Aramis e d' Artagnan, sia dovuto al cinema (il film di George Sidney e Gene Kelly, il film di Richard Lester) piuttosto che al romanzo di Dumas. Il quale romanzo (seconda ragione per affrontarlo) fu pubblicato a puntate su Le Siècle giusto centocinquant' anni fa: fra l' undici marzo e l' undici luglio del 1844. Abbiamo celebrato, ed onorato di scritti commemorativi, tanti anniversari letterari. Sembra giusto celebrare anche questo. Tanto più (terza ragione) che di buona letteratura si tratta. Si dà il caso che l' Editore Adelphi abbia ripubblicato quest' anno La Poesia di Benedetto Croce. Dandoci modo di rileggere il giudizio che il severo, austero don Benedetto ebbe ad esprimere in proposito: "Da parte mia, non provo il rossore di cui altri sentirebbe inondato il volto nel dire che mi piacciono e giudico condotti con grande brio e spigliatezza i Trois mousquetaires di Alessandro Dumas padre. Ancora molti li leggono e li godono senza nessun' offesa della poesia, ma nascondendo in seno il loro compiacimento come si fa per gli illeciti diletti, ed è bene incoraggiarli a deporre la loro falsa vergogna e il loro congiunto imbarazzo". La quarta, la quinta, la sesta, l' ennesima ragione (ci sono anche quelle) aspettano il loro turno, se mai verrà. Ma una ragione addizionale, e tuttavia fondamentale, per una lettura-rilettura estiva va esplicitata subito. Quest' estate è stata molto calda. Insopportabilmente calda. Informatevene da chi è rimasto in città, voi che eravate invece ai monti o al mare: ve lo confermeranno. Quando il termometro sfiora i quaranta gradi ci si fa furbi, bisogna pur sopravvivere. Si trova subito una scusa per mettere da parte i faticosi studi progettati, le serissime letture programmate in gennaio, e raccontare a se stessi: sai che ti dico? Adesso mi leggo o rileggo I tre moschettieri. Anche Benedetto Croce me ne dà il permesso. Così ho fatto. L' ho affrontato in una ottima edizione francese - peraltro anche economica, anche maneggevole - della "Pocket" (Parigi, 1993) dotata di tutto. Note, contronote, tavole cronologiche, indice dei luoghi, dei nomi, dei personaggi storici. Dossier fotografico e documentario. Perché in francese? Intanto, per continuare a tentare di imparare quella lingua. In modo da essere in grado di chiedere senza arrossire: "Che cos' è questo palazzo?" ("Qu' est-ce que c' est que cet édifice?") la prossima volta, a Parigi. E poi lo so per esperienza, che c' è sempre un premio per chi si sobbarca alla fatica di leggere un libro nell' originale. Per ricompensarti l' autore - lusingato - ti offre una, due cose in più da capire. Per esempio. Tutti lo sappiamo che al centro di questo romanzo ci sono loro quattro, i tre moschettieri Athos, Porthos, Aramis, più d' Artagnan. E il Re Luigi XIII, quel Re fatuacchione, perennemente annoiato (grazie, non faceva niente tutto il giorno); e il Cardinale Richelieu; e la Regina Anna (fedele? infedele?); e il Duca di Buckingham; ed altre persone ancora. Ma sappiamo che c' è soprattutto lei, Milady. La seconda parte del romanzo ne è totalmente dominata. Lei l' angelica (in apparenza) la perfida, la dolce, la seducente, la spietata, la crudele Milady. Degnamente interpretata da Lana Turner nel film di Sidney e Kelly, che è del 1948. Degnamente interpretata da Faye Dunaway nel film di Richard Lester, che è del 1975. E' lei che cerca di far morire tutti (quasi tutti) i personaggi maschili e femminili che le capitano fra le mani - dopo averli variamente sedotti - e quasi sempre ci riesce. E pensare che basta guardarle - con la dovuta ammirazione - le bellissime spalle per capire chi veramente è. Sulla spalla sinistra lei porta impresso a fuoco il marchio del disonore, il giglio di Francia. Che la qualifica - malgrado il fascino, le moine, le lusinghe - come una volgare delinquente. Così per seicento e passa pagine. Finalmente, al capitolo sessantacinquesimo, quello che comincia con la frase proverbiale, celeberrima: "Era una notte buia e tempestosa" ("C' était une nuit orageuse et sombre") eccola lì smascherata - finalmente! - e condannata, che sta per essere giustiziata sulle rive della Lys. Ciò che a un italiano non dice niente. Si trattasse delle rive della Senna, sarebbe per noi assolutamente la stessa cosa. Ma per un lettore francese, per un lettore del testo originale, in francese, no. Non è la stessa cosa. Perché in francese giglio si dice "lis" (scritto a volte anche "lys"). E questo suggerisce una corrispondenza che sa di contrappasso. Tu, marchiata dal giglio ("lis" o "lys") di Francia sulle rive della Lys dovrai morire, brutta mascalzona. Corrispondenza rafforzata da alte ricorrenze foniche. Il boia incaricato dell' esecuzione è il boia di Lilla. Il paese che deve attraversare per raggiungere il luogo dell' esecuzione si chiama Lillers. E poi c' è tutto un gioco sottilissimo organizzato intorno al verbo "flétrir" ("far appassire" e insieme "macchiare"); intorno al sostantivo "flétrissure" ("appassimento, avvizzimento", e insieme "marchio d' infamia"). Come a dire: un giglio, tu? Ma tu sarai tutt' al più un giglio avvizzito, appassito, maleodorante. Il tuo destino è quello di decomporti adesso, sulle rive della Lys. Un destino che è però anche una resa dei conti, una vendetta. Tutti i personaggi del romanzo, e insieme a loro tutti i lettori del medesimo, si vendicano della perfida donna che li ha tanto sedotti. Tanto insidiati. Che ha fatto morire l' adorabile Constanza Bonacieux, fidanzata di d' Artagnan. Che ha tentato di far fuori anche d' Artagnan. Che ci ha - confessiamolo - sedotti e abbandonati (quando non ammazzati): tutti. Dove si vede che Alessandro Dumas padre è qualcosa di più del romanziere divertente, spregiudicato (e superficiale?) presentato con benevolenza da Benedetto Croce. Non possiede brio e spigliatezza soltanto. Sa anche giocare con corrispondenze ed assonanze significative, in modo raffinato. Di più: sa giocare - come nessun altro prima, nessun altro prima di lui - con un tema esplosivo, il tema della vendetta. Lo si vede ne Il Conte di Montecristo, scritto nello stesso periodo. Lo si vede ne I tre moschettieri. Di recente lo scrittore Sebastiano Vassalli ha sostenuto proprio su queste pagine (la Repubblica, 27 luglio 1994) che "Odio ergo sum". Che finché ci sarà odio, in questo mondo, ci sarà il romanzo. L' odio soltanto? E' sicuro che basti? Non ci vuole anche - per scrivere un romanzo o per raggiungere, da lettore, la pace dei sentimenti leggendolo - anche un certo appagamento dell' odio, nella forma di una bella vendetta? Il romanzo I tre moschettieri è una serie ininterrotta di vendette, dal principio alla fine. C' è una vendetta ad ogni pagina. Ogni tanto, una esaltazione tutta esplicita della vendetta, definita qualche volta come "le plaisir des dieux", il piacere degli Dei. Addirittura. Il piacere della vendetta - che alberghiamo dentro, evidentemente - è così intenso da consentire ad Alessandro Dumas un clamoroso colpo di mano, un gioco di prestigio spericolato: ai nostri danni. C' è un momento, un momento cruciale del racconto in cui ci prende in giro, ci mena per il naso. Spudoratamente. Ho cominciato a sospettarlo verso la fine. Quando più insistente si faceva la pressione del romanziere sul tema del giglio di Francia e sul gioco di parole fra "lis" e "Lys". Dev' essere stato il caldo, che rende insofferenti e sospettosi. Dev' essere stata l' euforia estiva, che ti mette in testa l' idea di un incontro sorprendente. Nel mio caso l' idea di un incontro filologicamente sorprendente con un "luogo" testuale trascurato da altri. Che nessuno si spaventi. Si tratta di filologia estiva, stagionale. E provvisoria, come ho doverosamente avvertito nel precedente articolo dedicato alla biblica storia di Giuseppe (la Repubblica, 1 settembre 1994). Ma tornate con me a metà del romanzo, al capitolo ventisettesimo. Ecco la svolta. Athos racconta a d' Artagnan la storia tragica della sua vita. Non è mica nato moschettiere, lui. Lui era un gran nobile un tempo. Era il conte de La Fère. Un giorno nel villaggio che le sue proprietà dominavano si affacciò una fanciulla. Capelli biondi, occhi azzurri, ciglia e sopracciglia nere. Bellissima. Un angelo. Tu mi capisci d' Artagnan, avrei potuto averla senza sposarla, ero il signore del luogo; ma me ne innamorai perdutamente, volli sposarla. Quand' ecco che una mattina, andando a caccia, lei cadde da cavallo e svenne. Corsi a soccorrerla, e siccome la vedevo in affanno le lacerai le vesti con la punta del pugnale, le scoprii una spalla e cosa mi apparve? Mi apparve, impresso sulla di lei spalla il marchio del disonore: il giglio di Francia. Quell' angelo era un demonio; tu mi capisci, d' Artagnan. Stropicciatevi pure gli occhi. Rileggete ancora una volta, se lo ritenete necessario. Ma è proprio così. Dumas vuol darci ad intendere, per i suoi biechi interessi narrativi, che quel marito di nome Athos aveva bisogno dell' incidente di caccia, della caduta da cavallo, della conseguente difficoltà respiratoria della moglie per guardarle - finalmente - le spalle e scoprire che cosa c' era stampato sopra. E prima, non aveva avuto nessuna occasione di guardarle, di ammirarle (non oso dire: di toccarle) quelle spalle? Da quel momento in poi è stata un' estate di fuoco, nel vero senso del termine. Ho preso a tenzonare con i miei amici francesisti, ne conosco di giovani e bravissimi: e dunque, mi sapete spiegare come mai nessun lettore se ne accorge, se n' è accorto? Siccome questi accalorati seminari di filologia si svolgevano generalmente intorno ad un tavolo di pizzeria, la sera, vi venivano implicate anche le mogli dei francesisti suddetti. Che pudicamente suggerivano: forse a quel tempo le donne non si presentavano mai completamente svestite, nemmeno ai mariti. Specie le spalle, le coprivano sempre. E promettevano di interpellare - col dovuto tatto - le loro mamme, le nonne, le bisnonne, le trisavole. Le quali mandavano a dire, dopo qualche giorno, che ai loro tempi effettivamente era tutta un' altra cosa, tutto un altro senso del pudore. Suvvia, nonne bisnonne trisavole: nemmeno voi ce la contate giusta. E quando andava a ballare, Milady, anche lì con le spalle rigorosamente coperte? E quando faceva il bagno (ne avrà fatto qualcuno) sotto l' occhio vigile della "femme de chambre" (o cameriera), e quando si vestiva con l' aiuto della "femme de charge" (o guardarobiera) e quando si svestiva in compagnia della "suivante" (o dama di compagnia, confidente) e quando si faceva pettinare i lunghi capelli biondi dalla "coiffeuse" (o pettinatrice) nessuno, nessuna se ne accorgeva di quel marchio di infamia sulla spalla? Oltretutto, se il Re di Francia gliel' aveva fatto imprimere addosso era perché facilmente si vedesse, e denunciasse la portatrice: com' è che è così facile nasconderlo? Credo che Alessandro Dumas lo sapesse, di avere la coda di paglia. Difatti in un capitolo successivo, il trentottesimo, prova a mettere le mani avanti. Quel fiore di giglio era - chissà, forse - quasi cancellato ("comme effacée") dagli strati di pomata ("les couches de pate") che Milady ci applicava sopra. Quasi cancellato, non proprio del tutto... Niente da fare. A noi non la si fa, quando leggiamo i libri nell' atmosfera irritata, sospettosa dell' estate. Niente da fare. Al centro nevralgico de I tre moschettieri c' è un vistoso buco logico, un sostanzioso ammanco di verosimiglianza narrativa. Perché non ce ne accorgiamo? Perché non vogliamo accorgercene. Perché siamo troppo interessati alla storia, vogliamo che continui, malgrado tutto. Vogliamo goderci tutte le perfidie, tutte le diaboliche seduzioni di Milady, fingendo di detestarle. Vogliamo subito dopo, ma non tanto presto, liberarcene. Condannarla alla decapitazione sulle rive di quel fiume ("Lys") che porta il nome del giglio di Francia ("lis") stampato sulla sua sinistra spalla. L' autore lo sa. Ci conosce benissimo. "Hypocrite lecteur!" ci dice. So di poterti portare dove voglio, sfruttando le tue viltà, le tue debolezze. Per concludere, e per quanto mi riguarda: con queste letture, accompagnate da filologici sospetti, è stata una bella estate, malgrado tutto. Adesso mi propongo di continuare ad essere un lettore sospettoso anche d' inverno. Se proprio è necessario, mi aiuterò alzando al massimo il riscaldamento di casa. - 


PERSONAGGI QUANDO L' AUTORE DEI «TRE MOSCHETTIERI» DESCRISSE LE GESTA DELLE CAMICIE ROSSE
DUMAS Il mito di Garibaldi raccontato alle amanti
Pubblicato per la prima volta in Italia il resoconto dell' impresa dei Mille scritto da Alexandre Dumas. In un primo tempo lo scrittore francese voleva dirigersi verso l' Oriente, ma poi cedette alla tentazione di unirsi a Garibaldi, che accompagnò dalla battaglia di Milazzo allo sbarco in Calabria, fino alla conquista di Napoli. Il racconto offre indizi preziosi per chi voglia ricostruire le vicende di uno dei momenti cruciali del nostro Risorgimento. Tra le curiosità, la sella da gaucho che il generale nizzardo si era fatto portare dal Sudamerica MAGNETISMO Faceva impressione il fascino che l' eroe esercitava sulle donne