Emile Durkheim
Sociologo francese. (Epinal, 1858 - Parigi, 1917).     

La vita
 Il “pensiero sociologico” si sviluppa in Francia durante il corso del  XIX  secolo in un clima di intensa preoccupazione intellettuale  attorno alla  nozione di “corpo sociale”, e segnatamente ai momenti di rottura  o a quelli di  continuità che lo caratterizzano, cui ovviamente non è estraneo il lungo periodo di scosse rivoluzionarie che agitarono la società  francese a partire dal 1789 fino al 1870. È nota a tal proposito la teoria di Auguste Comte sui periodi organici (di continuità) e sui periodi disorganici (di frattura) che caratterizzano le epoche storiche  e, di riflesso, la società nel suo complesso. Per Durkheim, gli approcci multipli del dibattito allora in corso sulla nozione  di “corpo sociale”  hanno in comune di rispondere “ideologicamente” ossia non con criteri scientifici  a problemi reali. È per questo che intende dare avvio a  una scienza del  “fatto sociale” di  cui sia i concetti che i metodi siano sottratti alle definizioni e  ai programmi d’azione proposti dai  partiti politici e di spiegare dunque il sociale col sociale. Si preoccuperà perciò di studiare le strutture che garantiscono l’integrazione degli individui e la coesione delle società  ovvero di enucleare le  cause degli sgretolamenti che si manifestano nelle società moderne industriali.  

Emile Durkheim (esatta pronuncia: Dürkèm) nacque in una famiglia ebrea praticante. Rifiutando di diventare rabbino, entra alla Scuola Normale Superiore nel 1879, dove fu compagno di studi di  Jaurès, Bergson, Janet, Blondel. Legge Herbert Spencer, Renouvier, Auguste Comte e segue i corsi di Fustel de Coulanges sulle istituzioni delle società antiche.   
Repubblicano, fervente sostenitore  di un ideale d’universalismo laico, Durkheim vuole contribuire con l’insegnamento e la ricerca alla ricostruzione sociale e morale della Francia ancora lacerata dalla sconfitta di Sedan del 1870 e dagli eventi drammatici che seguirono (occupazione prussiana, insurrezione della Comune di Parigi e sua repressione). Nel 1882  avvia contemporaneamente alcune ricerche sulla divisione del lavoro sociale (impegno  principale) e su Montesquieu (impegno secondario). Viaggia per  un anno in Germania, dove studia lo sviluppo delle scienze umane e sociali e constata la loro fioritura, quindi, nel 1887, inaugura a Bordeaux la cattedra  di scienza sociale e di pedagogia. Nei suoi corsi  tratta della solidarietà sociale, del suicidio, della “fisiologia” del diritto e dei costumi, del fatto morale e religioso, delle strutture educative e delle dottrine pedagogiche. Fin da quest’epoca, raccoglie attorno a sé un gruppo di discepoli e di collaboratori (suo nipote M. Mauss, R. Hertz, F. Simiand, e M.Halbwachs) e fonda  l'Année sociologique (1896).   
Nel 1902, diventa titolare della cattedra di scienza dell’educazione alla Sorbona, che, nel 1913, prenderà il nome di  cattedra di educazione e sociologia. Vicino al partito socialista, dreyfusardo, fermamente convinto dell’evoluzione parallela dei progressi scientifici e tecnici da un lato e dei progressi sociale e morali dall’altro, ma anche dell’armonizzazione razionale e pacifica delle relazioni tra nazioni,  cade  nella disperazione all’atto della deflagrazione del conflitto mondiale del  1914 che infranse questo suo ottimismo intellettuale e che inghiottì numerosi  collaboratori e anche il figlio André, nel 1916. Durkheim sopravvive alla sua morte solo un anno, morirà infatti nel 1917.

  La sua opera
Al di là dell’ambito prettamente accademico, le tesi durkheimiane si diffusero in Francia in ambito storico (scuola delle Annales ), linguistico (Ferdinand de Saussure) ed etnologico grazie a Marcel Mauss. Furono introdotte nei paesi anglosassoni da R. Radcliffe-Brown (scuola di Chicago) e Br. Malinowski (Gran Bretagna), ma sotto una forma mutilata (la teoria funzionalista di Malinowski) o molto semplificata (la concezione del rito di Radcliffe-Brown). Le teorie di Durkheim conoscono un rinato interesse  a partire degli anni  ’50 del secolo scorso, soprattutto per via del  suo rifiuto dello psicologismo e  per i suoi lavori di sociologia della conoscenza.  

Della divisione del lavoro sociale (1893)
Interrogandosi sui fondamenti del  consenso sociale che stabilizzano le società, Durkheim intende dimostrare che l’anomia (vedi box a fianco) crescente nelle società moderne industriali non è una mera fatalità ma è da mettere in stretta connessione con l'instaurazione, modifica e sviluppo di una morale corrente, di un sistema di valori condiviso e con la loro degenerazione. A tale scopo Durkheim studia i tipi principali di stratificazione sociale in funzione del loro modo di determinare la coesione sociale. Fondamentale è a tal proposito la nozione di solidarietà, ovvero la coscienza sempre più interiorizzata che gli individui hanno di convivere in società e di sposarne i valori fondativi-aggregativi.  Secondo Durkheim, con una legge di complessità strutturale crescente, sotto l’influenza del fattore demografico, le società passano dalla prevalenza della solidarietà “meccanica” a quella della solidarietà “organica”. Ma l’aumento in volume e in densità della popolazione ha realmente un effetto soltanto in virtù della densità “morale” o “dinamica” (numero e frequenza degli scambi sociali), la cui crescita causa a sua volta l’evoluzione dei quadri sociali.   
La solidarietà meccanica è caratterizzata dalla giustapposizione di segmenti sociali equivalenti (ordini, clan), e l’accettazione da parte dei singoli dei presupposti della coesione collettiva tramite funzioni repressive. In questo stadio gli individui vengono colti per somiglianza e la personalità individuale è assorbita in quella collettiva.  In quest’ambito  prevale un diritto di tipo prescrittivo (o penale). Il vincolo di solidarietà sociale al quale corrisponde il diritto repressivo è quello la cui rottura costituisce il reato; chiamiamo così ogni atto che, in qualche grado, determina contro il suo autore la reazione caratteristica denominata pena. 
La solidarietà organica si manifesta attraverso la differenziazione di funzioni specializzate (altrimenti detta divisione del lavoro) che implica  la cooperazione cosciente e libera degli agenti sociali, quindi lo sviluppo della contrattualizzazione delle relazioni sociali e la nascita dello Stato moderno democratico, centralizzato, gestionale, e la conseguente  concezione dell’individuo come persona. In quest’ambito prevale  l’adozione di  un diritto di tipo restituivo (o privato). Più specificamente per diritto restituivo Durkheim intende un sistema definito che comprende il diritto domestico, il diritto contrattuale, il diritto commerciale, il diritto delle procedure, il diritto amministrativo e costituzionale. Le relazioni regolate da tali diritti sono completamente diverse dalle precedenti: esse esprimono un concorso positivo, una cooperazione che deriva essenzialmente dalla divisione del lavoro. Durkheim riconosce alla divisione del lavoro soprattutto un carattere morale. Infatti  in virtù di essa l'individuo ridiventa consapevole del suo stato di dipendenza nei confronti della società e del fatto che da questa provengono le forze che lo trattengono e lo frenano. In una parola, diventando la fonte eminente della solidarietà sociale, la divisione del lavoro diventa anche la base dell'ordine morale. (Differenza con Adam Smith  che attraverso il “sistema dei fini egoistici”   vedeva nella ddl un fattore di felicità collettiva – nozione di mano invisibile- , mentre per Marx se la ddl sociale è fonte di sfruttamento collettivo, la ddl  tecnica  è fonte di alienazione individuale).  

Le regole del metodo sociologico (1895)
Non tutto è “sociale” in una società: e il fatto sociale – ossia “l’integrazione degli individui in una comunità morale di significazione” - è poi  irriducibile ai fatti psicologici e biologici. Si tratta di un fatto collettivo, obiettivo, non soggettivo né mentale, e rispondente a “leggi sociali” autonome dalla   psicologia e dalla biologia.  «Quando adempio ai miei compiti di fratello, di coniuge o di cittadino, scrive Durkheim, quando onoro gli impegni che ho contratto, io eseguo dei doveri che sono definiti fuori di me e dei miei atti, nel diritto e nei costumi.  Proprio quando sono d’accordo con i miei sentimenti più  profondi e ne sento interiormente la realtà, questa non cessa di essere oggettiva; poiché i miei doveri non sono io ad averli fatti, ma li ho ricevuti con l’istruzione». «La caratteristica essenziale dei fatti sociali consiste nel potere che essi hanno di esercitate dall’esterno una pressione sulle coscienze degli individui » e «un fatto sociale si riconosce dal  potere di coercizione esterno che esso esercita o è suscettibile di esercitare sull’individuo», è dunque la coercizione o sanzione (contrainte) ai voleri dell’individuo che istituisce il fatto sociale. Posso decidere di portare le scarpe appese al collo, ma la riprovazione collettiva, non il fatto in sé, mi scoraggerà dal farlo. 
D’altra parte, una società si manifesta come un “tutto”. Non è il risultato della somma di individui o di gruppi: è un luogo in  cui  le  norme sono funzione dell’interdipendenza delle sue componenti (olismo). Si può così valutare la normalità o il carattere patologico di un fatto sociale soltanto riportandolo al proprio contesto, alla tipicità esibita dalla società osservata in  un periodo dato della propria evoluzione strutturale. Di più: ogni società è un insieme di “fatti morali”, una combinazione sui generis di istituzioni. Con istituzione, Durkheim designa ogni forma organizzata - famiglia, istruzione, giustizia – tesa ad un  fine sociale, una funzione, che il criterio d’utilità non definisce né spiega: in effetti, «l’organo è indipendente dalla funzione», poiché «le cause che lo hanno posto in essere sono indipendenti dal fine a cui tende». L’analisi di Durkheim implica che se l’intersezione dei gruppi, l’interdipendenza costante delle istituzioni determinano il sociale, tutto, in una società, non dipende dalla funzione. Così si trova in anticipo negata ogni valore esplicativo alle teorie funzionaliste del sociale nelle quali ogni item - idea, abitudine, oggetto, ecc. - è ritenuto, in quanto esistente, atto ad adempiere un  fine necessario che si raggiungerebbe  in un’unità fuori dalla storia: la soddisfazione di bisogni psicobiologici fondamentali. Al contrario, per Durkheim, se l’essere umano ha una capacità indefinita di desiderio, ed è ciò che segnalano i periodi d’anomia, l’espressione dei bisogni è sempre socialmente condizionata. Essi insomma non esistono fuori dalla società e solo in essa si soddisfano.  
Durkheim farà delle istituzioni il suo oggetto primario di studio perché sono particolarmente obiettivabili, distinguono le società umane delle società animali e attestano l’unità del tipo umano. La sociologia comprenderà la morfologia sociale, che studia il substrato della vita collettiva (forma e ripartizione del gruppo sul territorio, dell’ habitat, delle comunicazioni), e la fisiologia sociale, che studia la genesi ed il funzionamento delle istituzioni, le “correnti sociali libere”, fonti delle trasformazioni o della creazione delle istituzioni. 

Obiettività dei fatti sociali
Proporre « di considerare i fatti sociali come delle cose» come fa Durkheim,  non significa  assimilarli a fatti materiali o classificarli in questa o quella categoria del reale,  ma invitare a osservarli proprio come delle cose, le quali si oppongono all’idea come ciò che si scorge dall’esterno rispetto a ciò che si coglie dall’interno. Ora la “familiarità” che ciascuno intrattiene con la sua società grazie a  formulazioni “spontanee” (è spontaneo portare le scarpe ai piedi), le  pre-nozioni, diffuse  in ogni società e più o meno  razionalizzate, sono, per Durkheim, «il primo ed il più grande ostacolo» alla comprensione scientifica dei fenomeni sociali, poiché sono essi  stessi un fenomeno sociale. Inoltre, rappresentazioni e pratiche collettive soverchiano l’individuo con il loro numero, non sono perché gli  preesistono e gli sono trasmessi attraverso l’educazione, ma anche perché esercitano su di lui un ascendente, un’ autorità morale. Poiché l' introspezione conduce a razionalizzare degli “a priori”, occorre abbordare i fenomeni sociali “staccati dai soggetti coscienti che se li rappresentano, «isolarli dalle manifestazioni individuali», cioè «studiare il fatto sociale con il fatto sociale». Nella  Divisione del lavoro sociale, Durkheim individuerà le forme della solidarietà sociale attribuendo loro  quelle del diritto, individuabili  ed analizzabili per mezzo  delle sanzioni prevalenti. La generalità o la frequenza di un ordine di fenomeni, la costrizione/sanzione (contrainte) che esercitano possono fungere da indicatori ma non ne danno né la definizione né la spiegazione. Un fatto è generale e costrittivo soltanto perché sociale, e non l’inverso.  Per “costrizione” (contrainte), Durkheim rinvia al carattere “spontaneo” della pressione sociale.

Il suicidio (1897)
Oggettivando le “tendenze collettive” al suicidio, Durkheim costituisce in fatto sociale un fenomeno propriamente individuale: il tasso sociale di suicidio (numero di suicidi rapportato al  totale di una popolazione in un periodo dato) ci dice molto di più dello “stato morale” di una società, per  la sua costanza e specificità, che il tasso di mortalità generale,  a un di presso  identico in società di uguale livello di civilizzazione.  Inizialmente, Durkheim elimina dall’esame di questo fatto sociale, i fattori extrasociali: le  psicopatie, la razza, l’eredità psicobiologiche, i fattori geografici e climatici, l’imitazione. Successivamente, propone un’analisi a più livelli proponendo di studiare le “variazioni concomitanti” di “serie ordinate” di fenomeni, e mostrare che le cifre del suicidio dipendono dagli ambienti sociali (familiari, confessionali, politici, professionali). Così, per determinare se la crescita del tasso di suicidio deriva o no da quella del grado d’istruzione, introduce una variabile intermedia, la religione (non il dogma religioso ma la religione in quanto fatto sociale,  orditrice di  legami comunitari): l’indebolimento delle comunità confessionali “rafforza ad un tempo il bisogno di sapere e l’inclinazione al suicidio”, poiché l’individuo separato dalla comunità esperisce tutta l’ebbrezza individuale della scoperta del  pensiero, ma al contempo, la perdita del quadro di riferimento normativo (anomia)  e il conforto della comunità, rende oltremodo rischiosa la sua posizione. (Un vecchio brocardo latino ammonisce “Extra ecclesiam nulla salus”).
Durkheim determina tre tipi principali di suicidio. Due riguardano le società moderne: il suicidio anomico, fortemente connesso alle crisi da esse attraversate, e a tal proposito Durkheim argomenterà che il numero di suicidi aumenta sia in periodi di recessione economica sia di impetuoso sviluppo;  il suicidio egoista, ancora tipico delle società moderne e dovuto all’allentarsi dei legami comunitari. Il suicidio altruistico tipico delle società a solidarietà meccanica, in cui l’individuo si sacrifica per rinsaldare il gruppo di appartenenza (oggi noi potremmo esplicitamente ascrivere in questa categoria il suicidio dei kamikaze).   

Le forme elementari della vita religiosa (1912) 
Durkheim vede nella religione il fenomeno sociale fondamentale dal quale derivano tutti gli altri. Ne tenta una definizione oggettiva ossia non relativa al contenuto dei dogmi: « È  il sistema condiviso di credenze e di pratiche (riti) relative a cose sacre, ossia separate, interdette.»  La dialettica del sacro e del profano costituisce il centro del fatto sociale (nella religione, è la società che adora sé stessa) ed è speculare a quella intercorrente tra individuo e società. Tale dialettica producendo i principi di classificazione dell’universo, le categorie di tempo, di spazio, di forza, ecc., è all’origine dell’esigenza di logica, di razionalità e di universalità della scienza moderna. Durkheim prosegue nelle Forme elementari della vita religiosa il progetto  de La divisione del lavoro sociale , di fare  ossia la storia delle forme sociali della presa di coscienza del reale, di tentare una teoria generale dell’attività simbolica: l’elaborazione di una sociologia della conoscenza, alla quale partecipò Marcel Mauss. Così, lingua, segni, simboli, per una parte fatti sociali, acquistano significato  soltanto in funzione di un contesto sociale e storico dato e della loro posizione in un insieme di relazioni.   


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pagina a cura di Alfio Squillaci

Esempio 1
Emile Durkheim  in Rete:


<<< Emile Durkheim - Sito canadese sullo studio de "Il suicidio" (totalmente scaricabile in formato .doc). Altri link e raccolta molto interessante di saggi di sociologia. In francese.

<<< The Emile Durkheim Archive
Biografia, glossario, anomia, suicidio, bibliografia. In inglese.

<<< Emile Durkheim - Encyclopédie de l'Agora. Ampia biografia con saggi e approfondimenti. In francese.

Emile DurkheimTesti. Gallica. Bibliothèque Nationale de France. De la division du travail socialLe suicide (in PDF); Les formes élémentaires de la vie religieuse : le système totémique en Australie ; Les règles de la méthode sociologique. (Per tutti i testi in PDF occorre cliccare su Télécharger e attendere che il file /fichier venga caricato. Occorre pazientare).




Emile Durkheim
Rileggere oggi un classico come "Le forme elementari della vita religiosa" significa tornare, con Durkheim, sul significato e il futuro possibile della nostra identità di società moderne occidentali e, per la teoria sociale, guardare alle possibili strade che essa ha davanti. Con una dose di ambiguità mai sciolta, Durkheim gioca il rapporto tra religione e società nel doppio senso di marcia, per cui la religione crea l'unità del gruppo e, al tempo stesso, esprime la sua unità preesistente. E in virtù di questo doppio nesso tra religione e società che "Le forme elementari" è un trattato sugli aspetti sociali della religione e, al tempo stesso, sugli aspetti religiosi della società; un trattato, cioè, sul sacro e sulla società. 


Insieme alla biografia e alla collocazione storico-culturale, l'autore presenta le opere canoniche di Durkheim soppesando l'influenza che hanno avuto nel tempo e che tuttora esercitano. Esse sono tra i capisaldi di altrettanti filoni di studio che si misurano con temi come il metodo sociologico, la divisione del lavoro, la devianza, il diritto, la politica, la religione. In ciascuno di questi filoni Durkheim ha introdotto nozioni senza le quali lo sviluppo delle scienze sociali, quali oggi le conosciamo, non sarebbe stato possibile. Una figura intellettuale di primissima grandezza che ha destinato la sua vasta ricerca e riflessione ad un medesimo nucleo problematico: che cos'è la società e che cosa la tiene insieme? 



Émile Durkheim, uno dei pilastri della sociologia moderna, ha dedicato gran parte della sua vita alla fondazione e alla costituzione della sociologia accademica in Francia. Questo libro illustra le fasi della graduale e non facile affermazione della sociologia nella società francese, dopo la sconfitta di Sedan del 1870 (conflitto franco-prussiano) e l'ascesa costante delle forze liberal-repubblicane salite al potere con la IIIª Repubblica, che invocavano una "modernizzazione" fondata su basi scientifiche e su principi laici. Nella seconda parte del testo viene anche affrontata la metamorfosi del durkheimismo e lo sviluppo delle scienze sociali in Francia dopo il 1945. 


dal 20 luglio 2005

Anomia
Emile Durkheim utilizza  questo termine nel suo libro sulle cause del suicidio per descrivrere una condizione di malessere negli individui, caratterizzato dall'assenza o diminuzione degli standard o valori e associato al sentimento  di alienazione e smarrimento. La caduta delle norme (dal greco nomos preceduto da alfa privativo) soprattutto religiose e delle norme di condotta in generale, conduce alla  distruzione e alla diminuzione dell'ordine sociale: l'assenza di regole e di leggi non può garantire l'integrazione sociale.  Questo stato conduce l'individuo ad avere paura e ad essere insoddisfatto, ciò che può condurlo fino al suicidio.  L'anomia è infatti molto diffusa quando la società circostante  subisce dei cambiamenti nell'economia, indifferente se in meglio o in peggio, e più generalmente quando si instaura uno scarto rilevante tra le teorie, le ideologie e i valori  comunemente diffusi da un lato e la pratica nella vita quotidiana dall'altro.
"L'anomie vient, en effet, de ce que, sur certains points de la société, il y a manque de forces collectives, c'est-à-dire de groupes constitués pour réglementer la vie sociale. Elle résulte donc en partie de ce même état de désagrégation d'où provient aussi le courant égoïste. Seulement, cette même cause produit des effets différents selon son point d'incidence, suivant qu'elle agit sur les fonctions actives et pratiques ou sur les fonctions représentatives. Elle enfièvre et elle exaspère les premières ; elle désoriente et elle déconcerte les secondes." 


 
Solidarietà
Per comprendere questa parola chiave nel linguaggio durkheimiano occorre assolutamente dimenticare la particolare accezione  che ha in italiano il termine solidarietà. Solidarité infatti non designa "inclinazione altruistica" o "fratellanza" o altro che possa rimandare a concezioni di tipo mutualistico o peggio sindacale. Soldarité per Durkheim è la condizione del vincolo sociale. Che sia cosciente o meno agli associati, essa è un dato di fatto (esiste infatti una "solidarietà meccanica", inconcepibile se diamo al termine la sfumatura altruistica che ha in italiano). La solidarietà descrive tutti i rapporti tra gli associati essendone il vincolo morale e nasce con la società stessa il cui atto costitutivo, ricordiamo, è la divisione del lavoro, prima fra tutte, ma la più primitiva,  quella di origine sessuale, che attribuisce compiti diversi a seconda del sesso.
  Per comprendere appieno il concetto cui il termine rimanda, occorre sempre sottintendere l'aggettivo "sociale", solidarietà sociale (benché Durkheim usi il termine di solidarité per indicare il vincolo coniugale, che poi è una forma ristretta, a due, di società). Essa garantisce l'integrazione generale della società, è un fattore essenziale della coesione sociale. E' tuttavia un fenomeno morale (una virtualité intangible la definirà anche Durkheim) che di per se stesso non si presta all'osservzione esatta e ancora meno alla misurazione, ma che si riconosce solo attraverso gli effetti sociali che produce. Malgrado il suo carattere immateriale la solidarietà sociale esiste dunque; essa non  resta allo stato di pura potenza e manifesta la sua presenza attraverso effetti sensibili. Questo simbolo visibile si chiama perlopiù diritto (anche se non tutte le relazioni sociali trovano forma  giuridica e si arrestano allo stadio di costume consuetudinario). E' classificando le varie forme di diritto che risaliamo alla forma di solidarietà da cui essa scaturisce. 

  Suicidio  

Il suicidio è uno studio condotto su basi  statistiche (metodo totalmente nuovo nel secolo XIX).  Durkheim parte dall’osservazione  che la nozione di suicidio è difficile da definire perché esplicita un  fenomeno le cui cause possono essere molto diverse.
Comparando l’evoluzione dei tassi di suicidio dei diversi paesi, Durkheim stabilisce  che essi dipendono dai gruppi sociali.  Conclude che il suicidio è un fatto sociale, indipendentemente da ogni decisione individuale. Restavano ancora da individuare i fattori sociali causa del fenomeno. Dedicandosi  ad analisi che da allora si sono sempre più perfezionate e che oggi chiamiamo a  più variabili, Durkheim isola e considera separatamente  tutti i diversi fattori: sesso, stato civile, religione, per misurarne l’incidenza causale. È anche il primo ad avere utilizzato la “variabile interveniente”, cioè il fattore non compreso in statistica, ma che si sospetta  agisca nel fenomeno oggetto di studio, e di cui occorre trovare un indice rivelatore misurabile. È il caso ad esempio della “coesione sociale”, che non appare nei documenti ufficiali e che Durkheim ricerca attraverso i tassi di divorzio, ecc..
Ponendo dunque  il problema dei livelli d’integrazione degli individui nella  società, scopre la nozione d’anomia che lo rese famoso e che possiamo definire come lo stato d’assenza d’integrazione sociale che fa  seguito all’alterazione del quadro dei bisogni dell’individuo in relazione alle possibilità che offre la società di soddisfarli.
È questo innovativo metodo di ricerca, lo scrupolo  e la coscienza estrema con la quale sono esposte le cifre di questo studio, nonostante le sue imperfezioni, che hanno permesso di considerare Durkheim come il primo grande sociologo empirico moderno.

"Une monographie du suicide a une portée qui dépasse l'ordre particulier de faits qu'elle vise spécialement. Les questions qu'elle soulève sont solidaires des plus graves problèmes pratiques qui se posent à l'heure présente. Les progrès anormaux du suicide et le malaise général dont sont atteintes les sociétés contemporaines dérivent des mêmes causes. Ce que prouve ce nombre exceptionnellement élevé de morts volontaires, c'est l'état de perturbation profonde dont souffrent les sociétés civilisées et il en atteste la gravité. On peut même dire qu'il en donne la mesure." 


Il y a exactement un siècle, en 1895, Emile Durkheim publiait Les règles de la méthode sociologique. Cet ouvrage considéré comme fondateur a fait l'objet de très nombreuses éditions et traductions, et il constitue encore aujourd'hui une lecture obligée dans le parcours universitaire de tout sociologue. Pourtant, le livre le plus lu de Durkheim est aussi l'un des plus difficiles. Condensé méthodologique abstrait, il fait explicitement ou implicitement appel d'une part à des postulats philosophiques, d'autre part à des théories d'auteurs de l'époque, enfin à des développements empiriques contenus dans ses autres livres (la Division du travail social, le Suicide) et dans ses cours de sociologie à la Faculté des Lettres de Bordeaux. Par conséquent, pour bien "lire" Durkheim, il faut d'abord être en mesure de comprendre l'ensemble des visées sous-jacentes à l'écriture du texte. Ensuite, il s'avère également essentiel de connaître tous les commentaires que l'oeuvre a suscités dans l'histoire de la discipline. C'est dans cette perspective qu'historiens et sociologues se sont unis dans cet ouvrage pour dresser le bilan de la genèse du livre, de ses grands thèmes intellectuels et de l'histoire de sa diffusion-réception au XXème siècle, en France et dans les pays anglo-saxons. 
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