All'idea che il mondo non abbia valore di per sé, Epicuro oppone il suo meccanicismo e il suo "materialismo"; all'idea che la vita umana non abbia senso, il filosofo greco oppone il suo ideale di felicità tutta mondana; alla concezione della scienza come contemplazione di verità eterne, Epicuro oppone quella della scienza come progressivo strumento di liberazione dai timori e dalla superstizione religiosa. La traduzione di Ettore Bignone è condotta sull'edizione del testo greco curato da Usener.
Epicuro


Filosofo greco (Samo, 341 a.C. – Atene, 271 a.C)

Epicuro in greco Epikouros. Nato a Samos o ad Atene, nel 341, dopo avere insegnato a Mitilene, quindi a Lampsaco in Asia minore, si trasferì ad Atene, nel 306 a.C. in un grande giardino che darà il suo nome alla scuola. È qui che animerà fino alla sua morte una Comunità filosofica ed amichevole: il Giardino.

L’epicureismo, una dottrina incompresa da parte della posterità

Filosofo materialista, Epicuro prosegue e rinnova l’atomismo di Democrito, sul quale fonda una saggezza del piacere (edonè). Le sue preoccupazioni morali  gli hanno impedito di trarre tutte le conseguenze delle sue intuizioni scientifiche. La sua dottrina, segnata da un controllo permanente delle passioni, si situa esattamente all’opposto di ciò che la posterità ha definito con il termine epicureismo.

I criteri di verità
Epicuro ha scritto molto, ma gran parte della sua opera è andata persa. Ci sono state tramandate solo tre lettere (a Erodoto, a Pitocle, a Meneceo), che riassumono i punti principali della dottrina, e molte decine di massime o di sentenze sono giunte a noi. Arricchite e confermate dalla poesia filosofica della natura (De rerum Natura) di Lucrezio, il suo discepolo latino, permettono tuttavia di farsi un’idea abbastanza precisa del sistema filosofico. Gli epicurei distinguevano tradizionalmente tre parti nella dottrina: la canonica, che riguarda le norme ed i criteri della conoscenza; la fisica, o scienza della natura; infine l’etica, che insegna l’arte di vivere felice. Per quanto riguarda la canonica, Epicuro riconosce tre criteri di verità: le sensazioni, le prolessi o anticipazioni (cioè le idee generali, così come derivano dall’esperienza) e le affezioni (il piacere ed il dolore). Ma questi tre criteri si riportano facilmente al primo (sensazione), tale che  si può parlare di un sensismo epicureo. I sensi sono la fonte, la base e la garanzia di ogni conoscenza vera, e la ragione stessa, dirà Lucrezio, “ne è sortita per intero”.

L’ atomismo
La canonica ha funzioni soltanto utilitarie per  Epicuro: è la fisica, o conoscenza della natura (physis), che è la vera base della dottrina. Questa fisica è d’ispirazione materialista e discontinuista; nulla esiste fuorché la materia ed il vuoto, che si definiscono con la loro esclusione reciproca: là dove c’è  la materia, non ci sono vuoti; là dove c’ è il vuoto, non c’è materia. Queste due sostanze bastano tutto a spiegare, ivi compresi l’uomo, il pensiero ed gli Dei. Nulla, infatti, sorge dal nulla: all’origine di qualsiasi cosa devono dunque trovarsi esseri eterni, che non nascono, e da cui tutti sorgono. Tali sono gli atomi ed il vuoto. Epicuro prolunga in ciò l’atomismo democriteo: gli atomi sono corpi assolutamente pieni, indivisibili, immutabili, in numero infinito, di una varietà di forme innumerevole (sebbene tutti restino inferiori alla soglia di sensibilità) e sempre in movimento nel vuoto infinito.

Il movimento degli atomi
A   differenza di Democrito, che riteneva il movimento degli atomi come un dato primo, che non è né possibile né indispensabile spiegare, Epicuro affermava soltanto che questo movimento, se è senza principio, non è senza ragione. Tre cause bastano a spiegarlo, e sono tutte e  tre necessarie.

Il peso e le “scosse”
Le due prime sono pensate per analogia con l’esperienza: gli atomi sono mossi   dal loro peso (che è una proprietà intrinseca degli atomi per Epicuro) e, in tutte le direzioni, dalle “scosse”. Ma queste due cause - peso e scosse - sembrano incompatibili l’una con l’altra. Nel vuoto senza fondo, infatti, tutti gli atomi devono cadere verticalmente all’infinito, senza incontrarsi mai. Non ci sarebbero allora né deviazioni né rimbalzi, e l’Universo sarebbe soltanto una pioggia infinita e sterile di atomi. Non ci sarebbero corpi composti, non mondi, e non saremmo là a spiegare ciò che, d’altronde, non avrebbe bisogno di esserlo.
Si suggerisce forse che gli atomi più pesanti potrebbero attrarre  i più leggeri? Sarebbe trascurare, spiega Lucrezio, che, nel vuoto, tutti i corpi si azionano “con una velocità uguale nonostante la disuguaglianza del loro peso”. Finché la loro caduta resta strettamente verticale, non possono dunque raggiungersi reciprocamente.

Il  clinamen
Quindi occorre -  una terza causa di movimento, per rendere i primi due compatibili e spiegare la comparsa di corpi composti. Questa terza causa, tradizionalmente attribuita a Epicuro, è la declinazione, o deviazione, degli atomi (parenkleisis in greco, clinamen in latino): nella loro caduta in linea diritta attraverso il vuoto, questi si allontanano leggermente dalla verticale,   abbastanza perché  si possa dire che il loro movimento si trovi modificato; questo cambiamento di traiettoria si produce in un momento ed in un luogo indeterminati. Questa terza causa di movimento, alla volta interna (il peso) e discontinua (le scosse), è così all’origine delle aggregazioni di atomi e, dunque, di tutti i corpi composti: senza questa declinazione, spiega Lucrezio,  “nulla   avrebbe potuto sorgere, nessuna scossa   prodursi, e mai la natura niente avrebbe  creato”. Ma il clinamen è anche all’origine della libertà: senza questa spontaneità aleatoria che non è determinata né nello spazio né nel tempo, la catena infinita delle cause sarebbe senza difetto, ed i vivi sarebbero prigionieri di una necessità inesorabile. Una discontinuità causale è così introdotta dal  clinamen, che libera il presente dal passato e mantiene l’apertura al futuro. Non c’è dunque né destino né provvidenza: le cose sono prodotte sia dalla necessità, sia dall’occasione, sia da noi stessi, ed è in ciò che siamo liberi.  

La pluralità dei mondi
Questa indeterminazione  atomistica, se fu a lungo rimproverata a Epicuro, contribuisce  oggi all’irradiazione ed alla modernità stupefacente della sua dottrina.  Certamente, la fisica epicurea   non ha nulla di   scientifico, nel senso che diamo  oggi a questa parola. Ma il suo universo infinito, composto da atomi e di vuoto ed attraversato da movimenti dovuti parzialmente al caso, è sorprendentemente vicino alla nostra concezione.
Quest’impressione di modernità è accentuata dalla teoria epicurea della pluralità dei mondi. Poiché gli atomi sono in numero infinito nel vuoto infinito, spiega Epicuro, e poiché il caso,   attraverso il tempo infinito, produce necessariamente tutto il possibile, è assurdo pensare che il nostro mondo sia il solo, è assurdo  immaginare che sia al centro dell’universo o che gli Dei gli prestino un’attenzione particolare. I mondi - poiché occorre fin da adesso  parlarne al plurale - sono insiemi immensi organizzati di atomi, sottoposti alla nascita ed alla morte (l’Universo è eterno ma nessun mondo lo è), in numero infinito nell’universo infinito.  Si è parlato, legittimamente, del Multiverso di Epicuro. Poiché la totalità, se è necessariamente unica, non costituisce un’unità, un ordine o una struttura (non è Uni -verso): è soltanto la somma delle somme, come dice Lucrezio, l’insieme infinito ed eterno dei mondi finiti e mortali. Gli dei non l’ hanno creato (è l’Universo, piuttosto, che crea gli Dèi) e sarebbero incapaci, se ne avessero il desiderio, di controllarlo. Per quest’Universo, non c’è senso, non c’è finalità, non c’è ordine:   c’è  ordine soltanto locale,   senso soltanto fuggevole, e finalità soltanto illusoria.

L’etica epicurea
Ciò che dà all’etica epicurea una sua tonalità specifica è che un pensiero del caso e della morte vi culmina nell' eudaimonismo, in un’etica della felicità.

Il rimedio quadruplo
Quest’etica era riassunta, fin dall’antichità, da ciò che si è chiamato il tetrapharmakos (“quadruplice rimedio”), che verte in quattro proposte fondamentali: non c’è nulla da temere dagli Dei; non c’è nulla da temere dalla morte; si può raggiungere la felicità; si può sopportare il dolore. Nulla temere dagli Dei, non perché non esistono (“la conoscenza che ne abbiamo è ovvia”, diceva Epicuro), ma perché non si occupano di noi: la loro felicità immortale loro basta. Nulla da temere dalla morte, non perché non si muore, ma perché si muore  per un bene. La morte è soltanto un nulla puro; non è dunque nulla per noi: non c’è quando noi ci siamo, e, quando c’è, noi non ci siamo più. Quanto  al dolore, è sempre limitato: se è acuto, è breve; se è duraturo, è tollerabile. Lo spirito, purgato dai falsi spaventi della superstizione (gli dei, l’inferno), può allora usufruire in pace del piacere: questo piacere pacifico è la felicità stessa.
Ma quale piacere? Occorre distinguere qui, spiega Epicuro, vari tipi di piaceri. Certamente, qualsiasi piacere, in sé stesso, è un bene, poiché qualsiasi dolore è un male. Ma qualsiasi piacere non deve essere scelto; qualsiasi dolore non deve essere evitato. Occorre sapere rinunciare ad un piacere che comporterebbe più fastidi ed accettare alcuni dolori come condizioni di un piacere più grande. Ne discende una  classificazione dicotomica dei desideri.

I desideri
I desideri sono sia naturali, sia non naturali. Quest’ultimi (desideri di ricchezza, di potere, di gloria...), per natura illimitati, sono inutili, perché senza oggetto capace di soddisfarli. Il saggio
può soltanto rinunciarvi. Quanto ai desideri naturali, gli uni sono necessari, gli altri no. I primi, i desideri naturali e necessari, sono sempre buoni:   riguardanti oggetti necessari alla vita stessa (come i prodotti alimentari), il benessere (come gli abiti) o  la felicità (come l’amicizia o la filosofia), sono facili da soddisfare e lasciano il corpo ed il cuore in riposo. I secondi, i desideri naturali e non necessari, sono buoni per se stessi, ma possono a volte - se se ne diventa schiavi - introdurre nella vita più fastidi che piaceri. Ciò vale anche per i desideri sessuali o estetici. Il saggio saprà qui dare prova di discernimento, ed usufruire in ugual misura e meglio dei piaceri che si presentano sapendo che nessuno è assolutamente necessario alla sua felicità: sono piaceri dati in aggiunta, deliziosi quando sono a nostra disposizione, ma che non devono mancare quando non vi sono.

Atarassia
Ecco il  paradosso ben noto dell’etica epicurea: fondata sul piacere (è un edonismo), sbocca in un quasi-ascetismo. Gli è che, se il piacere è il sommo bene, lo è soltanto a  condizione di potere essere soddisfatto interamente e facilmente: un po’ di pane, un po’ d’acqua, un po’ di filosofia  bastano. Il piacere non risiede nel piacere, ma consiste, per il corpo, nel non soffrire (aponìa)  e, per il cuore, nel non essere disturbato.  Tale è l’atarassia (letteralmente “assenza di disordine”), che è la pace del cuore ed il vero nome della saggezza.

Gli epicurei e l’ “epicureismo” dopo Metrodoro.

Ermarco e Polistrato, i più famosi tra gli allievi di Epicuro, e altri numerosi discepoli  succedettero a “quelli del giardino”. La dottrina, resuscitata da Lucrezio, finisce per conquistare Roma, dove regnava anche un epicureismo popolare fino al II e secolo d.C.. Nel dibattito scolastico che culminò nel Rinascimento e  nel  XVII e secolo, i partigiani della scienza nuova si ricollegarono all’ atomismo ed al sensismo di Epicuro. Così, filosofi come Gassendi e, più tardi, Diderot e Nietzsche hanno potuto essere considerati come epicurei.
La ricerca della felicità individuale, questo principio che chiama alla riflessione per evitare tutto ciò che porta in definitiva più fastidio che piacere, è stato spesso giudicato, e già da Cicerone, come un invito a mettere la sordina  ai piaceri sensuali. Il carattere austero, se non  ascetico, della vita lontano dal mondo (lathé biôsas, frammento 551)  scomparì unitamente ad altre raccomandazioni del filosofo, il cui nome diventò sinonimo di concupiscenza e i cui discepoli furono definiti “crapuloni”. Da  quest’idea sbagliata è sorto il concetto di “epicureismo”, che si basa su uno dei malintesi più sorprendenti che abbiano colpito un pensiero filosofico.


-°-

© lafrusta. Tutti i diritti riservati.Traduzione adattata di materiale rinvenuto in Rete. Riproduzione vietata.
Vietato il deep link. Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali. pagina a cura di Alfio Squillaci


Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
Esempio 1
<<<Torna all'indice Profili
dal 20 ott. 2002
Epicuro
Che cos'è la felicità? In una "Lettera sulla felicità" a Meneceo Epicuro sostiene che non c'è età per conoscere la felicità: non si è mai né troppo vecchi né troppo giovani per occuparsi del benessere dell'anima. Nella sua vita naturale l'uomo allontana da sé il dolore sia fisico che psichico e l'assenza di queste due cause porta al raggiungimento della felicità. Ma non è sufficiente: Epicuro sostiene che si deve provare piacere e quindi classifica i piaceri dividendoli in tre grandi categorie: i piaceri naturali e necessari; i piaceri naturali ma non del tutto necessari; i piaceri del tutto accessori. L'uomo ha anche delle necessità sovra-strutturate come l'ambizione a migliorarsi, a crescere intellettualmente, a primeggiare sugli altri. Per raggiungere questi obiettivi mette in campo tutta la sua passione e la sua anima e quando raggiunge l'obiettivo trova un appagamento di felicità proprio dell'intelletto. In questa breve lettera, Epicuro ci insegna cosa serve per essere felici, e cosa invece ostacola il raggiungimento della felicità.

MASSIME

1. L'essere beato e immortale non ha affanni, né ad altri ne arreca; è quindi immune da ira e da benevolenza, perché simili cose sono proprie di un essere debole.

2. La morte non è niente per noi. Ciò che si dissolve non ha più sensibilità, e ciò che non ha sensibilità non è niente per noi.

3. Il limite estremo della grandezza dei piaceri è la rimozione di tutto il dolore. Dove sia il piacere, e per tutto il tempo che vi sia, non vi è posto per dolore fisico, o dell'anima, o per l'uno e l'altro insieme.

4. Non dura ininterrottamente il dolore della carne; il suo culmine dura anzi un tempo brevissimo; e ciò che di esso appena oltrepassa il piacere non si protrae molti giorni nella nostra carne. Le lunghe malattie poi arrecano alla carne più piacere che dolore.

5. Non è possibile vivere felicemente senza anche vivere saggiamente, bene e giustamente, né saggiamente e bene e giustamente senza anche vivere felicemente. A chi manchi ciò da cui deriva la possibilità di vivere saggiamente, bene, giustamente, manca anche la possibilità di una vita felice.

6. Al fine di procurarsi sicurezza nei riguardi degli altri uomini, anche i beni del comando e del regno sono beni secondo natura in quanto con tali mezzi si sia capaci di procurarsela.

7. Alcuni vollero divenire famosi e rinomati ritenendo così di procurarsi sicurezza nei riguardi degli altri uomini. Ammesso che in tal modo la loro vita sia diventata veramente sicura, essi hanno acquistato un bene secondo natura; ma se la loro vita non lo è divenuta, non hanno
raggiunto quel bene secondo natura sotto il cui impulso hanno agito fin dall'inizio.

8. Nessun piacere è di per se stesso un male: però i mezzi per procurarsi certi piaceri arrecano molti più tormenti che piaceri.

9. Se ogni piacere si intensificasse nel suo luogo e nella sua durata, e pervadesse tutto il nostro composto o le parti più importanti del nostro essere, allora i piaceri non differirebbero gli uni dagli altri.

10. Se le cose che danno luogo ai piaceri propri dei dissoluti fossero anche tali da liberarci dai timori dell' animo circa i fenomeni celesti, la morte, il dolore, e ci insegnassero quale sia il limite dei desideri, non avremmo niente da rimproverare a quelli: essi sarebbero infatti ricolmi di ogni piacere e non avrebbero mai da soffrire fisicamente o da affliggersi, nel che consiste appunto il male.

11. Se non ci turbasse la paura dei fenomeni celesti e quella della morte, ch'essa possa essere qualcosa che ci tocchi da vicino, e il non conoscere il confine dei piaceri e dei dolori, non avremmo bisogno della scienza della natura.

12. Non sarebbe possibile dissolvere ogni timore intorno alle cose di maggior importanza se non si sapesse quale sia la natura dell'universo, ma si vivesse in sospettoso timore delle cose che ci raccontano i miti; non sarebbe possibile cogliere i piaceri nella loro purezza senza la scienza della natura.

13. Non gioverebbe a niente il procurarsi sicurezza nei riguardi degli altri uomini finché si continuasse a nutrire timore riguardo a ciò che sta sopra di noi, o sottoterra, o in generale nell'infinito.

14. Se la sicurezza nei riguardi degli altri uomini deriva fino a un certo punto da una ben fondata situazione di potenza e ricchezza, la sicurezza più pura proviene dalla vita serena e dall'appartarsi dalla folla.

15. La ricchezza secondo natura ha confini ben precisi ed è facile a procacciarsi, quella secondo le vane opinioni cade in un processo all'infinito.

16. Poca importanza ha la sorte per il saggio, perché le cose più grandi e importanti sono governate dalla ragione, e cosi continuano e continueranno ad essere per tutto il corso del tempo.

17. Il giusto è privo in assoluto di turbamento, mentre l'ingiusto è ricolmo del turbamento più grande.

18. Non cresce il piacere della carne, ma solo subisce variazione, una volta che sia rimossa tutta la sofferenza che viene dal bisogno. Il limite dei piaceri che la ragione ci prescrive è prodotto dal calcolo razionale di questi stessi e di tutte le affezioni dello stesso tipo, che procurano all'anima i più grandi timori.

19. Un tempo illimitato contiene la stessa quantità di piacere che uno limitato, quando i confini dei piaceri si valutino con retto calcolo.

20. La carne non ammette limiti nel piacere, e il tempo che serve a procurarle tale piacere è anch'esso senza limiti. Ma il pensiero che ha appreso a ragionare intorno al fine e al limite di ciò ch'è pertinente alla carne, e che ha soppresso il timore dell'eternità, ci rende possibile una
vita perfetta, per cui non sentiamo più l'esigenza di un tempo infinito: esso non rifugge dal piacere ne, quando le circostanze ci portano al momento di uscire dalla vita, può dire di andarsene avendo tralasciato qualcosa di ciò che rende questa ottima.

21. Chi conosce i limiti della vita, sa che è facile rimuovere il dolore che proviene dal bisogno e ottenere ciò che rende la vita perfetta; sì che non ha affatto bisogno di tendere a cose che comportino lotta.

22. Bisogna ben valutare il fine che ci è dato, e far sì di riportare tutte le nostre opinioni a una certezza evidente; o tutto quanto sarà pieno di insicurezza di giudizio e di turbamento.

23. Se ti opporrai a tutte le sensazioni, non avrai più nemmeno criteri cui riferirti e perciò neanche modo di giudicare quelle che tu dici essere errate.

24. Se rifiuterai una sensazione senza ben distinguere fra ciò ch'è dovuto a opinione, ciò che attende conferma, ciò ch'è presente con evidenza in base a sensazione o ad affezione o a un qualunque atto di intuizione rappresentativa della mente, finirai col confondere anche le altre
sensazioni con opinione vana, e non riuscirai più ad usare alcun criterio di giudizio. E se nelle nozioni fondate sull'opinione tu farai valere ugualmente sia ciò che attende conferma sia ciò che non riceve conferma, non potrai sfuggire all'errore, perché non ti sarai liberato assolutamente
dall'ambiguità nel giudizio circa la verità o falsità di una conoscenza.

25. Se in ogni circostanza non rapporterai la tua azione al fine secondo natura, ma, nella scelta o nel rifiuto, ti indirizzerai ad altro fine, le tue azioni non saranno in coerenza con le tue parole.

26. Tutti quei desideri che, se non esauditi, non arrecano vera sofferenza non sono necessari: il loro stimolo è tale da potersi annientare facilmente quando appaiano indirizzati a cose difficili a ottenersi, o siano tali da recare danno.

27. Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l'acquisto dell'amicizia.

28. La medesima persuasione che ci incoraggiò a credere che nessun male è eterno o lungamente duraturo ci fa anche ritenere che la sicurezza più grande che si attui nelle cose finite è quella dell'amicizia.

29. Dei desideri alcuni sono naturali e necessari, altri naturali e non necessari, altri né naturali né necessari, ma nati solo da vana opinione.

30. Fra i desideri naturali che, se non vengono soddisfatti, non danno luogo a vera sofferenza, ve ne sono di quelli in cui sussiste una forte tensione; e questi hanno origine da vana opinione: e ci è difficile dissiparli non per la loro propria natura, ma per le stolte credenze degli
uomini.

31. Il giusto fondato sulla natura 3 è l'espressione dell'utilità che consiste nel non recare ne ricevere reciprocamente danno.

32. Per tutti quegli esseri viventi che non ebbero la capacità di stringere patti reciprocicirca il non recare ne ricevere danno, non esiste ne il giusto ne l'ingiusto; e altrettanto si deve dire per quei popoli che non poterono o non vollero stringere patti per non recare e non ricevere danno.

33. La giustizia non esiste di per se, ma solo nei rapporti reciproci, e in quei luoghi nei quali si sia stretto un patto circa il non recare ne ricevere danno.

34. L'ingiustizia non è di per se un male, ma consiste nel timore che sorge dal sospetto di non poter sfuggire a coloro che sono stati preposti a punirlo.

35. Colui che fa qualcosa di nascosto contro i patti stipulati reciprocamente circa il non recare ne ricevere danno non può confidare di non essere scoperto, anche se per il presente ciò gli riesce infinite volte: non può mai sapere se riuscirà a non farsi scoprire fino alla sua morte.

36. In senso generale il giusto è uguale per tutti, in quanto è un accordo di utilità reciproca nella vita sociale; ma a seconda della particolarità dei luoghi e delle condizioni risulta che non per tutti il giusto è lo stesso.

37. Fra le cose che la legge prescrive come giuste, quella che è comprovata come utile dalle necessità dei rapporti sociali reciproci deve esser considerata come avente il requisito del giusto, sia essa la stessa per tutti o no; ma se si ponga una legge che non risulti coerente all'utilità nei rapporti reciproci, essa non possiede la natura del giusto. Se poi ciò che era utile
secondo giustizia viene a decadere, pur avendo per un certo tempo corrisposto alla prenozione del giusto, ciò non vuol dire che non lo fosse durante quel tempo, se non ci si vuole turbare per vane chiacchiere ma guardare sostanzialmente ai fatti.

38. Quando, senza che siano sopravvenute nuove circostanze, le cose sancite dalla legge come giuste si rivelano nella pratica non corrispondenti alla prenozione del giusto, vuol dire che in realtà non erano giuste. Ma quando, essendo sopravvenute nuove circostanze, quelle cose che erano prescritte come giuste non sono più utili, allora bisogna dire che esse sono state giuste fino a che sono state utili per la vita in comune dei cittadini, e che in seguito, quando non sono state più utili, non sono state più nemmeno giuste.

39. Si è disposto nella maniera migliore contro il turbamento che proviene dall'esterno colui che si è reso affini le cose possibili e non del tutto estranee le impossibili. Quanto a quelle cose riguardo a cui non ha avuto nemmeno tale potere, se ne è astenuto del tutto, fondandosi su tutto ciò che è utile a tale scopo.

40. Tutti coloro che hanno avuto la possibilità di godere della massima sicurezza nei riguardi di coloro che li circondavano, vivono in comunità gli uni con gli altri nel modo più piacevole e nella più sicura fiducia; e, pur nutrendo fra loro i più stretti legami, non piangono la dipartita di quelli di loro che muoiono prematuramente, come se questi fossero da compiangere.
Loading
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line