Nel 1487, Erasmo pronuncia di contraggenio i   voti ed entra nel chiostro di Steyn, fra i monaci agostiniani (come Lutero). Passa il suo tempo a leggere i classici e a raccogliere  i  materiali  per il suo trattato De contemptu mundi, satira della vita monacale. È ordinato sacerdote il 25 aprile 1492. Il vescovo di Cambrai, Henri de Bergen, gli offre il posto di segretario.


Numerosi viaggi
Nel 1495, si reca a Parigi per seguire i corsi dell'università. Dopo numerosi viaggi, scopre l'Inghilterra (1499); nel corso di questo soggiorno, incontra Thomas More, vede al Royal Nursery Enrico  futuro VIII (allora di otto anni) e frequenta  il teologo John Colet, sulle cui concezioni teologiche esercita  un'influenza determinante.  
Dopo la pubblicazione, a Parigi, degli 800 proverbi degli  Adagia, commenti di proverbi latini, nel 1500, è accolto ospite, a Saint-Omer, dal priore di Saint-Bertin, dove incontra Jean Vitrier, teologo energico che influenza in modo decisivo le sue concezioni cristiane e la tematica del suo Manuale del soldato cristiano (1504). Erasmo scopre a Lovanio un manoscritto di Lorenzo Valla, che suggerisce correzioni da apportare alla Vulgata con un collazionamento  con il testo greco. Di conseguenza, è veramente ossessionato dal desiderio di riconciliare “le belle lettere” e la teologia nella prospettiva di Valla. I viaggi si succedono: a Londra, a Parigi, a Torino, dove l'università gli conferisce il berretto del dottore in teologia, a Venezia ed a Roma, dove passa lunghe ore nelle biblioteche, ma è soggetto a crisi di malinconia e medita  sul senso della vita e della morte: Carmen de senectute.

Un'attività intellettuale intensa
La sua attività intellettuale è intensa. Completa l'edizione degli Adagia, “arsenale di Minerva”, ampliata di 4.151 proverbi e sentenze. Traduce Plutarco, Platone, Pindaro e si inizia all'ebreo. Attraversando le Alpi, compone, “a cavallo”, L'elogio della follia (1509), che dedica a Thomas More.  
Avendo concepito presto una repulsione profonda rispetto alla teologia scolastica, Erasmo vuole completare umanesimo e cristianesimo conciliando gli studi religiosi e quelli delle lettere classiche. Approva le prime prese di posizione luterane, ma desidera anche salvaguardare l'unità del mondo cristiano, e si pronuncia presto contro Martin Lutero difendendo, contro lui, il libero arbitro e la tolleranza. Questa posizione di conciliatore gli vale una fama europea, ma anche gli attacchi di tutti gli spiriti favorevoli, riformati come cattolici. Lascia definitivamente i Paesi Bassi e si installa a Basilea, dove pubblica nel 1524 il suo saggio Sul libero arbitro ( De libero arbitrio ), al quale Lutero risponde con il   Servo arbitrio ( De servo arbitrio ). L'umanista replica  con    Hyperaspistes (1527). Corrispondendo con tutta l'Europa, compone nel  1534 un Trattato sull'armonia della chiesa e garantisce al papa la sua totale devozione alla causa dell'Unità della chiesa.
Muore nel 1536 a Basilea.

Elenco opere: Antibarbari, Colloquia, Adagiorum Collectanea 1500, (Adagia), Enchridion militis christiani (1504), Lucubrationes (1504), Annotaziones del Valla al Nuovo Testamento (1505), Moriae Encomium (1509) Iulius exclusus e coelis, San Girolamo (1516), Novum instrumentum (1516), Istitutio principis christiani (1516), Ciceronianus (1528), Ecclesiastes (1535), De puritate Ecclesiae (1535). Opera omnia a cura di Le Clerc (Lion 1703-706), Opus epistolarum a cura di P.S. Allen (Oxford 1906-1958).

Elogio della follia

Elogio della follia  (il cui titolo greco è Morías enkómion (Μωρίας έγκώμιον) ed il titolo latino, Stultitiae laus), è un saggio scritto nel 1509 da Erasmo da Rotterdam e stampato inizialmente nel 1511. Alcuni dicono, erroneamente che sia  ispirato all'opera  De Triumpho stultitiae dell'umanista italiano Faustino Perisauli di Tredozio (vicino a Forlì) ( Si veda Jozef Ijsewijn e Jacqueline Jacobs, De Triumphus Stultitiae van Faustinus Perisauli en de Laus Stultitiae van Erasmus, in «Handelingen van den Koninklijke Zuidnederlandse Maatschappij voor Taal- en Letterkunde en Geschiedenis», 20, 1966; Angelo Scarpellini, Erasmo e i letterati romagnoli del Cinquecento, in «Studi romagnoli», 18, 1967; Jean-Claude Margolin, Neuf années de bibliographie érasmienne, 1962-1970, Paris, Vrin 1977, p. 85; Silvana Seidel Menchi,Erasmus als Ketzer. Reformation und Inquisition im Italien des 16. Jahrhunderts, Leiden, E. J. Brill 1993, pp. 29-30.Fonte Wikipedia)
Erasmo rivide e sviluppò il suo lavoro, inizialmente scritto in una settimana, durante il suo soggiorno presso Thomas More (l'autore di Utopia) nella proprietà che quest'ultimo aveva a Bucklersbury. È ritenuta  una delle opere che ha  avuto maggiore influenza sulla letteratura del mondo occidentale ed   è stata uno dei catalizzatori della riforma.
Erasmo ne aveva concepito il saggio a  grandi linee nel corso dei suoi viaggi lungo le strade d'Italia e della Germania. Si tratta di una finzione burlesca  ed allegorica. Erasmo vi fa parlare la dea della follia e gli presta una critica virulenta delle diverse professioni e categorie sociali, in particolare i teologi, i maestri, i monaci  e l'alto clero ma anche i cortigiani di cui abbiamo una satira corrosiva. Quest'autore ha eccelso nel genere satirico.  È anche  l'autore dei Colloqui: una satira piccante dei costumi della sua epoca che sottolinea il suo spirito indipendente. Ma nell'Elogio della follia, la satira si allarga e supera l'epoca del suo autore per raggiungere la società umana in generale.

L'opera
Comincia con un  dotto elogio a imitazione dell'autore satirico greco Luciano, di cui Erasmo e Thomas More avevano recentemente tradotto l'opera in latino, un pezzo di virtuosismo nel delirio. Il tono diventa più serio  in una serie di discorsi solenni, quando la follia fa l'elogio  della cecità (intellettuale) e della demenza e quando  passa all’  esame satirico delle superstizioni e delle pratiche pie nella chiesa cattolica e alla follia dei pedanti. Erasmo era recentemente rientrato profondamente deluso di Roma, dove aveva declinato delle avances della Curia. Poco a poco la follia prende la voce propria di Erasmo che annuncia la punizione. Il saggio si conclude descrivendo in modo sincero e commuovente  i veri  ideali cristiani.

Allusioni
Erasmo era un grande amico di Thomas More, con il quale condivideva il gusto dell'humour  freddo e dei   motti  di spirito. Il titolo greco Μωρίας      έγκώμιον “elogio della follia” può anche essere compreso come elogio di  More. Il secondo ed il terzo grado traspaiono sotto il testo. Il lavoro è dedicato a Thomas More, cosa che spiega il gioco di parola del titolo originale, Encomium  Moriae.

Il saggio è farcito di allusioni classiche messe al modo tipico degli umanisti  colti  del Rinascimento (vedi Reuchlin). La follia è presentata come una delle dee, figlia  della ricchezza e della gioventù; tra  i suoi  compagni fedeli  si trova  Philautia (il narcisismo), Kolakia (l'adulazione), Léthé (la dimenticanza), Misoponia (l’ ozio), Hedone (il piacere), Anoia (la sbadataggine), Tryphe (la rirriflessione), Komos (l'intemperanza) ed Eegretos Hypnos (il sonno profondo).

Successo
L'elogio della follia ha conosciuto un grande successo popolare, con  stupore  di Erasmo  e a volte con sua costernazione. Il papa Leone X lo trovava divertente. Prima della morte di Erasmo, era stato pubblicato  numerose volte e tradotto in francese e tedesco. Un'edizione in inglese seguì. Una delle edizioni del  1511, illustrata con incisioni su legno da parte di Hans Holbein il maggiore, ha fornito le illustrazioni più famose del lavoro.

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Il riassunto particolareggiato con commento di Delio Cantimori

Le linee generali e le articolazioni principali della Moria sono le seguenti. Va premesso che Erasmo e il suo annotatore Listrio (tanto a lui vicino che ci fu qualche dotto che sospettò si trattasse di uno pseudonimo di Erasmo stesso) attribuiscono molta importanza all'artificio per il quale la declamatio è posta in bocca alla Pazzia (Stultitia in latino, Moria in greco), e a tuttte le possibilità di «facetiae» che ne derivano. Però, al principio della declamatio c'è una indicazione molto chiara: la Pazzia, appena salita in cattedra, si presenta; e, parlando della sua nascita, ricorre al topos della nascita illegittima, come si è notato: ma anche Erasmo era nato fuor di matrimonio. Meno evidente e dichiarata, ma pur notevole ci sembra l'indicazione seguente: verso la fine, dopo la violenta satira contro i teologi, monaci, frati, re, cortigiani, vescovi, cardinali e papi, e specialmente contro i ricchi e prepotenti vescovi tedeschi (par. LVI-LX,) la Pazzia sembra avere un momento di preoccupazione: «Ma non è mio proposito passare in rassegna la vita dei pontefici e dei sacerdoti; che non dia l'impressione di allestire una satira, non di recitare un elogio, e non si pensi che lodando i principi cattivi, io censuri quelli buoni ». È la Pazzia che parla, come risulta anche dall' arzigogolata facezia nell'ultima parte del periodo; ma è anche come se Erasmo avesse avuto un momento di esitazione, dopo avere attaccato e sovrani e pontefici e vescovi (ma non l'imperatore), e si fosse ripreso poco dopo, con una citazione classica: «La fortuna predilige gli uomini di poco senno, ovvero gli audaci, quelli cui piace dire: "Il dado è tratto! " La saggezza invece rende riservati...».

Del resto tutto questo aspetto, che il Listrio chiama « faceto », è piuttosto incerto e intricato, e potrebbe essere analizzato come esempio della complicazione alla quale conduce l'intreccio del simbolismo, dell'allusione satirica, del discorso mistico e della inversione ironica. Per esempio: quel che è lode in bocca alla Pazzia, è di fatto biasimo e censura, quindi alla espressione normale di un concetto comune «se lodo troppo i buoni principi, si può  pensare che io voglia censurare quelli cattivi» (che non spetta a me privato cittadino fare), Erasmo sostituisce il discorso «non si pensi che, lodando i principi cattivi, io censuri quelli buoni»: la violenta critica di poco sopra al clero tedesco è una lode che io (Pazzia) gli faccio; ma in questo caso si rovescia solo, per interpretare, il significato del verbo lodare, non quello dell'aggettivo cattivi. È un gioco di specchi un po' arduo da seguire; ma al Listrio, il quale mise in chiaro quel che Erasmo avrebbe più tardi detto - sarebbe stato meglio fosse rimasto oscuro -, questa sembra una «mirabile facezia »:« malos vocat quos laudavit, hoc est, vituperavit hactenus. Nam a stultitia laudari, vituperari est ». Il lettore avvertito e sottile non avrà probabilmente bisogno di altri suggerimenti per leggere questo testo con malizia. Ed è indicativo che questa pausa e ripresa abbiano luogo prima dello slancio mistico finale, la pazzia cristiana. È questa la parte dello scritto che commosse Sebastian Franck fino a farglielo tradurre tutto in tedesco, e a presentarlo ai suoi lettori, assieme ad altri testi, come l'Elogio dell'Asino di Agrippa di Nettesheim, tutti di tipo mistico ermetico. In questa parte l'inversione del significato delle parole scompare, e il discorso della Pazzia diventa discorso di Erasmo: dopo il sarcasmo contro Scoto e dopo una allusione priapea, tanto forte, che il Listrio non osa completarla riportando per intero il testo citato. Tali accenni impliciti si sciolgono nella seconda parte. Del resto, tutto il discorso conclusivo allude a qualcosa di concreto, quando parla di quegli «omiciattoli, pochini pochini» che «dissentono per tutto il loro modo di vivere dal resto del genere umano »: di fra le facezie anticlericali e fra le allusioni priapee, emergono gli« amici di Dio », o, forse, soltanto Erasmo, Moro, Colet e i loro amici; «Sileni di Alcibiade» strani, buffi e ripugnanti di fuori e mirabili di dentro, come Socrate (ed è questo un tema carissimo ad Erasmo), piccoli e puzzolenti come lo scarabeo, che però osa lottare contro l'aquila, e riesce a spuntarla: anche questa, una prosopopea di se stesso cara ad Erasmo. Del resto, siamo nel periodo della gran voga di emblemi e cifre, che piacevano anche ad Erasmo, al Dürer, allo Holbein.

Questa la linea generale dello scritto; sarà forse utile seguirne l'andamento nei particolari.
I primi nove paragrafi contengono la presentazione della Pazzia e del suo seguito: amor proprio, adulazione, oblio, pigrizia e così via. Segue un gruppo di quattordici paragrafi sul tema che si potrebbe definire con la formula: «pazzia, forza vitale irrazionale e creatrice». La pazzia fa nascere gli uomini, aiuta l'infanzia e la vecchiaia, prolunga la vita, domina sugli dèi dell'Olimpo, dà sapore alla vita, rende amabili le donne, condisce i conviti, forma le amicizie, concilia i matrimoni, amalgama la società umana, è fondamento dell'amor proprio senza il quale non si compirebbe nulla d'importante, neppure le imprese gloriose delle guerre; mentre la sapienza rende la gente inadatta alla vita pratica. Sono sette paragrafi sui vantaggi della pazzia per gli individui, sette sui vantaggi della pazzia per l'uomo in società, conclusi con una lunga diatriba sull'inutilità pratica della sapienza: il dotto è come un pezzo di legno, e non può essere utile al suo paese e ai suoi. «Non solo non ha nessuna pratica delle cose più comuni, ma è lontano le mille miglia dalle opinioni e dalle istituzioni popolari». Per condurre i popoli e persuadere le assemblee occorrono apologhi, come quello di Menenio Agrippa, favole, esempi simbolici, fantasie superstiziose come quelle di Minosse e di Numa: pazzie, non argomentazioni filosofiche. La vanagloria produce le arti, e l'irriflessività permette di agire e superare «la vergogna che offusca l'intelligenza, e la timidezza che esagera i pericoli: il vero senno è pazzia ». A questo punto, nel lungo ventinovesimo paragrafo, ci si avvia a finire la serie di topoi satirico-moralistici, o, per lo meno, ci si avvicina a un cambiamento di significato e di intonazione, preannunciato dall'introduzione dell'esempio (del quale già si è accennato) dei Sileni di Alcibiade: « tutte le cose umane hanno due facce, completamente diverse l'una dall'altra, talché ciò che a prima vista è morte, a ben riguardare più addentro, si presenta come vita, e all'opposto la vita si rivela morte, il bello brutto, l'opulenza non è che miseria, la mala fama diventa gloria, la cultura si scopre ignoranza ... » Cioè: attenti, stiamo per voltar pagina, la prospettiva cambia. A questo punto, raggiunto un pathos quasi religioso, comincia il ritorno a un discorso più dimesso e moralistico (il re è potente e ricchissimo, ma se il suo spirito non è fornito di belle doti, se non c'è cosa che gli basti, è poverissimo), e da questo si passa all'altro topos: la vita umana è una commedia, dove le parti che gli attori rappresentano non hanno a che fare con la vera personalità degli attori stessi: « chi prima era dio, apparirebbe d'improvviso un poveruomo ». Il filosofo, il sapiente, sa che il ricco e potente ma vizioso, è servo di quegli sconci padroni che sono i vizi; e saprebbe invitare alla letizia chi ha perduto un parente: «tuo padre comincia proprio ora a vivere »; ma se facesse questo discorso, che è il vero discorso da fare, sarebbe insensato e non saggio, perché la commedia della vita umana non si può rappresentare altrimenti che accettando le finzioni: non c'è stoltezza maggiore di una saggezza importuna, non c'è maggiore imprudenza di una prudenza distruttrice: tale è la vita, la commedia della vita che è nostro destino recitare: occorre ogni tanto agire da pazzi insieme con tutta l'immensa folla degli uomini. Casi la Pazzia diviene guida a saggezza e impedisce che per un'erronea idea di saggezza e virtù si rinneghi la natura umana stessa; la Pazzia rende la vita tollerabile, perché impedisce agli uomini di vedere quant'è brutta, dolorosa, faticosa (« Ma che mai han commesso gli uomini per meritar tali pene? Qual dio, nel suo sdegno, li ha costretti a nascere a queste miserie? Non mi è lecito palesarlo in questo momento») e anche ridicola, come quando i vecchi vogliono fare i giovani...

Qui si apre come una parentesi. Dopo i capitoli XXIX-XXXI, il discorso torna ad essere inframmezzato di celie satiriche, che sembrano procedere su due piani: per esempio, le scienze e le arti sono state introdotte dai demoni, e non dalla natura: «nell'età dell'oro la gente, nella sua semplicità, senza corredo di arti e di scienze, viveva sotto la sola guida e ispirazione della natura»: e qui si rifà la satira delle teorie che ipotizzano la bontà naturale dell'uomo, e si procede su un piano comico e farsesco, di satira dei pregiudizi utilitari: le scienze che si tengono più strette al senso comune, la medicina, il diritto, quelle procurano ricchezze e vantaggi: ma le altre, che non curano né il corpo né i beni... Così la Pazzia conclude assimilando lo stato di natura alla vita degli animali, che son felici, perché non hanno disciplina: meno ne hanno, più son felici: il cavallo partecipa delle sciagure umane, ma invidiabile è la vita delle mosche e degli uccellini, che vivono alla giornata ... e la Pazzia a deplorare che l'uomo solo s'adopri per uscir fuori della cerchia del proprio destino. A un certo punto l'autore stesso avverte il lettore del suo giuoco retorico: «Facciamo la prova se ci riesce di mostrar ciò con qualche esempio grossolano »; ed ecco il topos della felicità dei deficienti e scimuniti, presi dai re come buffoni, anche questo con celie farsesche, finché si conclude che tanto questi «cervelli balzani» sono «semplici e veritieri» e hanno il privilegio di poter dir la verità senza offendere nessuno. E poi, non c'è solo la pazzia degli sciocchi e dei dissennati: ma c'è anche «il furore dei poeti, dei profeti e degli amanti, un giocondo errore che libera l'animo dalla stretta degli affanni... », ci sono le pazzie più semplici, che fomentano le illusioni dei mariti sulla fedeltà delle mogli, dei cacciatori con i loro cerimoniali nell'uccidere e nello squartare gli animali, di coloro che son presi dalla smania di costruir case, palazzi, strade, città ... dei ricercatori della pietra filosofale, dei giocatori, la pazzia delle genti superstiziose, tanto che credano agli spettri, quanto che credano agli effetti miracolosi di certe immagini sacre, san Cristoforo, santa Barbara, sant'Erasmo, san Giorgio, tanto che abbiano fede nei calcoli sugli anni e secoli di indulgenze, in certi segni magici, in certe giaculatorie ... La parentesi si chiude.

A questo punto, improvvisamente, la Pazzia, che finora aveva sempre parlato di morale naturale e di dèi pagani, introduce, alla fine di una gradatio, il nome di Cristo: «non c'è cosa che non si ripromettano, beni, onori, piacere, sazietà, salute sempre prospera, vita lunga, verde vecchiaia e, in fine, un posticino in Paradiso, proprio accanto a Cristo ». Subito dopo continua con le superstizioni, che la Pazzia schernisce: la virtù salvifica della recita dei sette salmi penitenziali, i santi protettori per i vari paesi con le loro svariate virtù taumaturgiche, fino alla Vergine Madre di Dio, alla quale «la gente attribuisce quasi più autorità che a suo figlio ». E poi ci sono gli ex voto (« Non ce n'è uno che renda grazie per essersi liberato dalla pazzia»), le pompe funebri ... Sono due paragrafi (L e LI) che formano una sola diatriba del tipo imitatio, nella quale ritroviamo anche non tanto un accenno o una indicazione che Erasmo si identifichi con la protagonista, ma proprio una tacita sostituzione di prosopopea, perché non è possibile leggere altrimenti il passo: «Ma se, in mezzo a tali deliramenti... »
Queste poche pagine dichiaratamente cristiane sembrano quasi interpolate nella parte centrale del discorso; non fanno corpo col contesto, che al paragrafo LII ritorna sul motivo moralistico classico dell' amor proprio: però, siamo passati dall'altra parte dello specchio, come accadde ad Alice. Infatti, furono proprio queste paginette a scombussolare i contemporanei teologi o teologizzanti. Non si tratta di scandalo, che si ebbe per gli attacchi diretti ai grandi personaggi e alle grandi autorità; ma di perplessità e confusione. Non derivanti, per lo meno non del tutto o non soltanto derivanti dalla espediente retorica dell'inversio (o conversione o reversione) usata da Erasmo e da lui espressamente consigliata al predicatore cristiano nel libro III del De Arte Concionandi. L'amor proprio non è più qualcosa di utile alla società, perché induce all'azione come prima diceva la Pazzia; è vanità, che prende tutti, uomini e popoli; certo, rende la vita piacevole, come, accanto ad essa, la adulazione. Del resto, cedere a questi inganni rende così felice la gente! E guardatela, questa, in chiesa, che adora (di nuovo!) san Giorgio, san Cristoforo, santa Barbara, con più devozione «di san Pietro, di san Paolo e financo di Cristo ». Questa volta Gesù Cristo è accompagnato da san Pietro e da san Paolo: è la seconda interpolazione cristiana. La Pazzia continua ad esaltare sé, ora addirittura come dea o semidea, che dà una letizia meno costosa del buon vino (generoso e dolce) e più duratura: e non è neppure una dea gelosa o invidiosa: non ne ha ragione, perché tutti gli uomini, le tributano «quel culto del cuore che più suole approvarsi dai teologi », tutti lo «manifestano nei lor costumi, e con la loro vita ». Eccoci ad una terza interpolazione cristiana, piti scoperta e dichiarata: « questo culto casi serio nemmeno fra i cristiani è frequente, verso i loro santi... »

Così ci si avvia gradualmente alla terza parte. Anzitutto, con la ripresa del motivo: «ci sono vari aspetti della pazzia ». Com'era da aspettarsi, non si parlerà a lungo del volgo o plebaglia, o comun popolo. Stia attento il lettore: è la Pazzia che parla - non Erasmo direttamente, ma la persona o maschera da lui proposta, la Pazzia. Dunque, dice la Pazzia, non parleremo del volgo e della plebaglia, perché questa classe del comun popolo mi appartiene senz'altro: ricchi o poveri che siano, è tutta gente pazza, sempre in agitazione, in movimento inconsulto; inconsulto, dice la Pazzia, tanto perché non si rendono conto della brevità e inutilità della vita terrena, quanto perché non sanno far bene i loro affari, o perché sono vani delle loro ricchezze (e sì che ci sono fraticelli che li adulano per averne qualche vantaggio!). La Pazzia non loda più gli sciocchi e invasati o i malvagi, e tende anzi a satireggiarli, gradualmente, sempre più, perché non pensano all'anima, oppure per i loro vizi, e sempre meno perché non sanno fare i loro interessi terreni. Ad ogni modo, le categorie del comun popolo non vengono esaminate una per una: tutte stolte, e c'è perfino chi va in pellegrinaggio a Roma, a Gerusalemme, a San Giacomo di Campostella, «dove pur non ha nulla da fare, piantando in asso moglie e figli ». Si potrebbe immaginare che le categorie della gente colta si sottraessero a queste vanità: e vengono quindi esaminate partitamente, perché «fra gli uomini dànno impressione di saggezza ». Anzitutto grammatici e filologi (gente colta in ogni ramo: latino, greco, matematiche, filosofia) e maestri di scuola. Poi i poeti, adulatori; i retori che si perdono nelle facezie; gli scrittori per il gran pubblico, pazzi perché vanesi; gli scrittori seri per poca gente seria, pazzi perché si rovinano la salute. Non mancano i vizi generali della categoria: il ridicolo dei nomi inventati o presi dai libri antichi; il ridicolo dei plagi, degli scambi di epistole o di versi gratulatori ed encomiastici. Seguono i giureconsulti, coi dialettici e i sofisti; dopo costoro, ecco i filosofi, compresi gli astrologi. Ma i più pazzi di tutti sono i teologi: mentre per le categorie precedenti non c'erano più stati, dopo l'accenno ai pellegrinaggi del popolino, riferimenti alla fede cristiana, qui il discorso ritorna, irrompendo esplicito e violento: dopo poche parole per dire che costoro sono felici perché l'amor proprio, servo della Pazzia, li inganna persuadendoli di essere superiori a tutti, e dopo una breve digressione che satireggia la terminologia scolastica, «vocaboli di nuovo conio ed espressioni prodigiose», la Pazzia passa all'attacco diretto contro questa categoria che vuole spiegare a suo talento gli arcani più misteriosi della fede, dalla creazione del mondo in poi, ricorrendo a sottigliezze stravaganti. A tutto questo la Pazzia-Erasmo contrappone la semplicità evangelica: san Paolo, quando dice fede è sostanza di cose sperate e argomento delle non parventi, si esprime «poco magistralmente»: non è un professore di Sorbona, non è un teologo. Le pagine seguenti sono fra quelle che destarono più scandalo e che offrirono buona scelta di proposizioni condannabili a polemisti e Università. La satira dei teologi procede secondo lo schema che s'è accennato: cioè si attribuisce loro l'asserzione che i testi neotestamentari e scritturali in genere sono troppo semplici, a) perché non propongono questioni di esegesi metafisica-filosofica, b) perché non interpretano sillogisticamente e sistematicamente precetti ed esempi. Questi due criteri sono polemicamente efficaci: per esempio, gli apostoli conoscevano Maria, madre di Gesù, ma i teologi valgono di più perché hanno dimostrato in qual modo essa «sia stata preservata dalla macchia di Adamo »; oppure: gli apostoli battezzavano, ma non insegnavano mai quale fosse la causa formale, la causa materiale e la causa efficiente, nonché quella finale del battesimo. Tuttavia, e specialmente il secondo, potevano portare a discorsi piuttosto pericolosi, come quello che segue immediatamente allo scherzo sulla classificazione delle cause: «né c'è in essi [negli apostoli] alcuna menzione del carattere indelebile del battesimo». Discorsi pericolosi non solo personalmente per chi li faceva sia pure mettendoli in bocca alla Pazzia, cioè perché atti a procurargli condanne e inimicizie, ma anche generalmente perché atti ad essere ripresi e interpretati in un senso che neppure la Pazzia erasmiana o il pazzo Erasmo potevano condividere: infatti, le osservazioni precedenti e osservazioni analoghe saranno interpretate e adoperate ben presto dagli anabattisti per la critica e il rifiuto del valore oggettivo del battesimo. Benché molti anabattisti si richiamassero ad Erasmo e cominciassero la loro attività in circoli erasmiani, non si può dire che Erasmo, con tutto il suo ben noto spirito di tolleranza e di comprensione, avesse gran simpatia per gli anabattisti. Fatto sta che le osservazioni di questo tipo, come gli scherzi sulla guerra contro il Turco, come le osservazioni sul sacrilegio del discutere e interpretare filosoficamente il Vangelo (« usando le empie arguzie dei Gentili»), che si trovano poco dopo, contribuirono non poco a porre l'Elogio della Pazzia e l'Utopia di Tommaso Moro, dopo la Sacra Scrittura, fra i libri che gli anabattisti più leggevano o si facevano leggere: e questo spiega anche meglio la traduzione tedesca e l'interpretazione di Sebastian Franck, della quale già si è accennato. Quando Erasmo più tardi scriverà quelle parole «forse certe cose non le avrei scritte», pensava probabilmente all'uso fatto in una certa direzione da luterani estremisti come Ulrico di Hutten, in altra direzione dagli anabattisti, di certe sue frasi e affermazioni. A questi scandali non aveva certo pensato. Allo scandalo maggiore, era invece preparato; del resto era facile prevederlo. Non era certo una novità che la critica al modo col quale un gruppo usa l'autorità conferitagli, venga scambiata, ingenuamente o ad arte, da parte delle persone criticate, con la critica all'autorità stessa e ai principi che la reggono: la critica a un brutto libro scambiata con la critica alla personalità complessiva dell'autore, la critica agli abusi di un gruppo (qui, i professori scolastici di teologia) per rifiuto dei principi che quel gruppo dovrebbe far valere (qui, la critica ai teologii scambiata con empietà, miscredenza, blasfemia, sacrilegio, o per lo meno tiepida fede). Non era certo una novità neppure che scandali di questo tipo fossero ingranditi e sentiti come ancor meno tollerabili per il fatto che il critico e satirico o non appartenesse alla corporazione o fosse un giovane: scherzi che si possono fare inter pocula, alla tavola dei professori di un collegio universitario, e anche arrischiati, e anche sugli aspetti paradossali dei propri insegnamenti e delle «scuole» che si rappresentano, non si possono portare in pubblico; peggio ancora, se chi li fa non è neppure un membro della corporazione, e peggio che mai se è un giovane agli inizi. Allora l'indignazione non ha limiti. Non si tratta sempre di boria di categoria o di malinteso senso di autorità o di semplice prepotenza, di astuzia per diffamare il critico spregiudicato. In molti casi si tratta di ingenuità vera e propria, per la quale si ritiene che la propria personalità complessiva e dignità, meritando indubbia stima e rispetto, sia offesa dalla constatazione di una serie di piccoli errori, mortificata da critiche o manifestazioni di dissenso: la dignità propria, quella della categoria, quella della scienza (nella fattispecie, la teologia) ...

Nel preparare questo attacco violento a teologi, monaci, frati, ecc., che costituisce la terza parte della concione posta in bocca alla Pazzia (finita la parte centrale di riflessioni e di transizione col paragrafo XLVIII), Erasmo aveva preveduto, come è chiaro da molti passi del testo, la reazione. Non ci soffermeremo sull'ampia discussione che ne segui, poiché la lettera di Erasmo al Dorp sull' argomento è considerata ormai un testo classico della pietà umanistica, cosicché ha costituito e continuerà a costituire, assieme ad altri testi connessi con questo tema, argomento di discussioni e interpretazioni, delle quali si potrà parlare in un secondo volume di questa piccola silloge erasmiana, assieme ad alcuni degli Adagia. Ricordiamo qui soltanto che in difesa di Erasmo o dell'Elogio della Pazzia intervenne Tommaso Moro stesso, con una celebre lettera, e che tutto ciò non ha impedito la canonizzazione del Moro. All'attacco contro la teologia scolastica, contro le superstizioni monastiche e fratesche, s'intreccia concomitante quello contro le autorità laiche ed ecclesiastiche che non si comportano cristianamente, del quale si è già parlato in principio. E, oltre che nel nome delle buone lettere, della filologia scritturale, della intelligenza - sotto quale insegna parla qui Erasmo? Per bocca della Pazzia assume di parlare questo aristocratico dello stile e della cultura classica, ma parla in nome della semplicità di spirito. Qui sta l'ironia profonda e affascinante di Erasmo. Si sarebbe tentati di esclamare: «altro che razionalismo moderno! » Ma, e se fossero qui le radici del razionalismo? Ad ogni modo, accanto a tutto questo, c'è il valore letterario. È probabile che Carlo Dossi (Note azzurre, Milano 1912, p. 264, n. 1220) abbia esagerato annotando: «Nell'universale libello Erasmiano si trovano i germi di tutte le satire umane che vennero scritte di poi. E tuttavia dice più Erasmo nelle sue poche pagine che non Balzac (p. es.) nella sua biblioteca di scene della Commedia Umana». Certo, l’osservazione del Dossi non va trascurata: egli era lettore acuto e attento come mostra questa sua altra osservazione erasmiana (ivi, p. 34, n. 1214): «Si potrebbero fare raffronti fra la Stultitiae laus e l'Asino Cillenico di Giordano Bruno: nell'uno e nell'altro si tratta della felicità degli stolti, colla differenza che Erasmo forse l'approva, mentre Giordano Bruno pur nel lodarla la stigmatizza ». E cosi torniamo all'ironia e alla incertezza iniziali che del resto si ritrovano anche nella ripresa satirica della Lode della Stupidaggine di Jean Paul, alla fine del XVIII secolo.
Delio Cantimori

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pagina a cura di Alfio Squillaci

Esempio 1
dal21 feb. 2011
Erasmo in Rete:

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Due brani dell'Elogio della follia
XLV
La felicità… tutto sta in quel che si crede.

Ma lasciarsi ingannare, dicono, è una sventura. Anzi, non lasciarsi ingannare è la più grande delle sventure. Troppo insensati san quelli che pensano che la felicità umana dipenda dalle cose stesse, mentre invece tutto è come si pensa. Delle cose umane è sì grande la varietà e l'oscurità, che nulla si può conoscere chiaramente, come ben dissero i nostri Accademici, i filosofi meno temerari fra tutti, e se pur qualcosa si può conoscere, non di rado offusca la serenità della vita. In ultimo l'animo umano è così formato che si lascia accalappiare più dal belletto che dalla verità. Volete vedere una prova chiara e lampante? Andate in chiesa: se vi si narra qualcosa di servi, tutti a sonnecchiare, sbadigliare, seccarsi; ma se quello strillone, ho detto male, quell'oratore, come di solito, comincia con una favoletta da vecchie, ecco che si destano, si raddrizzano, stanno a bocca aperta. Se si tratta poi di qualche bel santo leggendario e poetico (ne vuoi un esempio? prendiamo san Giorgio, san Cristoforo, santa Barbara), vedrete che costui è adorato molto più religiosamente di san Pietro, san Paolo e financo di Cristo. Ma torniamo a bomba!
Questa forma di felicità non costa molto davvero!
Laddove le cose, anche se di scarso peso, come la grammatica, a volte non si acquistano che con grande fatica. Invece un'idea a modo tuo è presto fatta, ma contribuisce alla felicità quanto le cose stesse o anche di più. Se uno, per esempio, si nutre di pesce in salamoia andato a male, mentre gli altri non ne potrebbero sopportare nemmeno il tanfo, e gli par di mangiar ambrosia, che cosa manca, di grazia, alla sua felicità? Se invece lo storione gli dà la nausea, come potrebbe contribuire alla sua felicità? E se uno ha una moglie brutta da far paura, e al marito invece par che possa entrare in gara con Venere stessa, non è lo stesso che se fosse veramente bella? Se qualcuno leva gli occhi in ammirazione a un'insegna d'osteria, persuasissimo di aver dinanzi un dipinto di Zeusi o di Apelle, non sarà più felice di chi compri un'opera di quegli artisti e goda forse meno del primo a contemplarla?
Conosco uno che porta il mio stesso nome , il quale alla sua giovane sposa regalò delle gemme false, dandole a intendere (quel burlone ha una bella parlantina!) che erano vere e genuine non solo, ma anche di valore singolare, straordinario. E, di grazia, cosa mancava alla donna, che pasceva i suoi occhi e il suo cuore di quei vetri e non ne traeva minor gioia, cosa le mancava, a tener serbate presso di sé delle sciocchezzuole né più né meno di un tesoro straordinario? Il marito intanto, non solo evitava la bella spesa, ma si spassava all'inganno della moglie, né per questo l'aveva meno obbligata, che se le avesse fatto regali costosissimi.
Credete che vi sia differenza fra coloro che, rinchiusi in un antro, come immaginò Platone della varietà delle cose stanno ad ammirare le ombre e le immagini (a condizione però, che non desiderino nulla e non siano meno paghi di se stessi), e quel sapiente il quale, uscito dall'antro può guardar le cose nella loro realtà? Se il ciabattino di Luciano, Micillo  avesse potuto continuare a sognare tutta la vita quel suo sogno, tutto oro e ricchezza, non c'era motivo perché desiderasse un'altra felicità. O dunque non c'è differenza alcuna, o, se c'è, è preferibile a quella dei sapienti la condizione dei senza giudizio, anzitutto perché la loro felicità non costa nulla (a loro basta una convinzioncella!) e poi perché non ne godono essi soli, ma insieme con molti.

LXVI.
La religione è una forma di pazzia.

Ma, per non seguitar all'infinito e per offrirvi il succo della cosa, a parer mio tutta la religione cristiana ha una specie di parentela con la pazzia e non va punto d'accordo con la sapienza. Ne volete le prove? Osservate anzitutto che quelli che più trovano piacere nelle funzioni sacre e in tutte le cose di religione, che si strofinano sempre agli altari, sono ragazzi, vecchi, donne, ignoranti. È madre natura che ve li spinge, si sa; nient'altro. In secondo luogo, vedete tutti quei primi fondatori di religione: costoro abbracciavano una vita di straordinaria semplicità ed erano della cultura nemici irriconciliabili. Infine non si trovano pazzi più dissennati di coloro che si son lasciati prendere una volta da ardore di pietà cristiana: eccoli profondere i loro averi, non curarsi di offese, lasciarsi ingannare, non far differenza fra amici e nemici, aver in orrore il piacere, ingrassare a forza di digiuni, veglie, lagrime, lavori e ingiurie, aver in uggia la vita, non bramar che la morte; in una parola son diventati, pare, assolutamente ottusi ad ogni senso comune, come se il loro animo vivesse altrove, non dentro il corpo. E questa che cos'altro è se non pazzia? Non c'è da maravigliarsi se gli Apostoli sembravano briachi di vin dolce, o se san Paolo parve addirittura al giudice Festo  un pazzo.
Ma, poiché ho indossato ormai la pelle del leone, orsù, facciamo vedere anche questo, che tutta la sognata felicità dei cristiani, quella felicità cui aspirano con tanti travagli, non è altro, mi si perdoni la parola, si consideri piuttosto la cosa, che una specie di pazzia e dissennatezza. Anzitutto, sono all'incirca d'accordo cristiani e platonici che l'anima umana è immersa nel corpo e ad esso legata come con una catena, onde la grossolanità del corpo le impedisce di contemplare il vero e di goderne. Gli è per questo che Platone definisce la filosofia  contemplazione della morte, come quella che allontana la mente dalle cose visibili e corporee, proprio come fa la morte. Pertanto, finché l'anima usa rettamente degli organi corporei, è chiamata sana; ma quando, spezzati ormai i suoi vincoli, tenta di affermarsi in libertà, meditando quasi quasi di fuggire da quel carcere, allora chiamano ciò insania, follia. Se la cosa avviene per malattia o per vizio organico, è pazzia bella e buona, per consenso di tutti. Tuttavia vediamo che anche tal fatta di uomini predice il futuro, possiede lingue e scienze, mai apprese precedentemente, e insomma mostra in sé proprio qualcosa di divino. Non c'è dubbio che ciò avviene perché la mente, un po' più libera dal contatto col corpo, comincia a spiegare la sua forza nativa. E lo stesso è il motivo, credo, per cui, a chi si travaglia nell'agonia della morte, suol accadere qualcosa di analogo, di parlare cioè, come ispirato, di cose prodigiose.
Se invece la cosa si verifica per zelo religioso, non si può parlare forse dello stesso genere di pazzia, ma di un altro, così vicino al precedente, che gran parte degli uomini lo giudica pazzia né più né meno, specialmente allorché degli omiciattoli, pochi pochini, dissentono per tutto il loro modo di vivere, dal resto del genere umano. Suole pertanto capitare a costoro nella realtà ciò che, secondo la fantasia di Platone  succedeva ai prigionieri dell'antro (i quali vedevano solamente l'ombra delle case) e a quel fuggiasco che, al suo ritorno nell'antro, annunciò ai compagni di aver vedute le cose nella realtà e che si sbagliavano della grossa, essi, a credere che non esistesse altro che quelle misere ombre. Lui infatti, ormai sapiente, compiange e deplora la loro pazzia, per esser posseduti da sì grande illusione; gli altri alla loro volta ridono di lui come di un matto che sragiona e lo cacciano via da loro.
La folla parimenti, quanto più le cose sono corporee, tanto più sgrana gli occhi, credendo non esista altro che quelle; mentre gli spiriti religiosi le trascurano quanto più san vicine al corpo, per lasciarsi rapire completamente nella contemplazione delle cose invisibili. Gli uomini di mondo dunque mettono in primo luogo le ricchezze, poi subito dopo le comodità corporali e l'ultimo posto lo lasciano all'anima, alla cui esistenza peraltro la maggior parte neppur ci crede, dacché non si vede cogli occhi. Tutt'al contrario, le persone pie in primo luogo tendono con tutte le forze a Dio, che è l'essere più semplice di tutti, e secondariamente si curano di ciò che più a Dio si avvicina, cioè dell'anima; cosi trascurano il corpo e sprezzano di cuore il denaro e lo fuggono come immondizie. O se son costretti a trattare qualcosa di tal sorte, lo fanno di mal animo e con disdegno: hanno come se non avessero, posseggono come se non possedessero.
Esiste fra queste due categorie di uomini anche nei particolari una non lieve differenza, una gradazione. Per cominciare, sebbene le varie facoltà umane abbiano tutte un legame col corpo, ve ne sono alcune più materiali, come il tatto, l'udito, la vista, l'odorato, il gusto, ed altre più distanti, quali la memoria, l'intelligenza, la volontà. Or l'anima, dove si adopra, vigoreggia. Negli uomini religiosi, giacché ogni loro sforzo mira a ciò che più si allontana dalle facoltà materiali, queste si affievoliscono, si ottundono. Al contrario nella gente comune sono straordinariamente vive, mentre le altre, quelle spirituali hanno ben poco o punto sviluppo. Da ciò avviene quel che abbiamo sentito dire di alcuni santi, che successe loro di bere olio al posto del vino '.
Nel campo poi delle passioni ve n'è di quelle che hanno maggior connessione con la materialità del corpo: l'amor carnale, la gola, il sonno, l'ira, la superbia, e l'invidia. A queste muovono guerra senza quartiere le persone pie, mentre invece la gente pensa che senza di esse la vita non è vita. Vi sono poi dei sentimenti medi e quasi naturali, come l'amor di patria, l'affetto pei figli, pei genitori, per gli amici, alle quali cose la gente dà non poca importanza. Ma anche questi gli altri si studiano di strapparseli dal cuore, se non in quanto assurgano alla parte più alta dell'anima; dimodoché non amano il genitore in quanto genitore (che cosa infatti ha generato se non il corpo? Sebbene anche questo sia dovuto a Dio, che è genitore di tutto), ma in quanto uomo buono, nel quale risplende l'immagine di quella intelligenza suprema, che sola chiamano sommo bene, e fuor della quale, com'essi insegnano, non c'è cosa che meriti di esser amata o desiderata.
A questa stessa stregua misurano parimenti tutti gli altri compiti della vita, talché in ogni cosa, ciò che è visibile, se non è proprio da sprezzare del tutto, bisogna tuttavia farne molto minor conto che delle cose che non si possono vedere. Affermano poi che perfino nei sacramenti e nelle stesse pratiche di pietà c'è spirito e c'è corpo. Nel digiuno, per esempio, non ha grande importanza per loro che uno si astenga dalle carni e dalle cene (nel che il popolo fa consistere tutto il digiuno), ma che insieme moderi anche le sue passioni, si abbandoni meno del solito all'ira, e cosi alla superbia, talché lo spirito, come già meno gravato dalla mole del corpo, si elevi a gustare con gioia i beni celesti. Allo stesso modo anche nell'eucaristia, per quanto non sia da sprezzare l'esteriorità del rito, questo però è di poca utilità, anzi pericoloso, se non vi si aggiunge anche l'elemento spirituale, vale a dire ciò che si rappresenta per mezzo di quei segni visibili. E vi si rappresenta la morte di Gesù, la quale devono gli uomini imitare, domando, estinguendo e quasi seppellendo le passioni del corpo, per risorgere a vita nuova e potersi fare tutt'uno con quello, come pure tutt'uno fra di loro. Questo dunque fa, questo medita chi è pio. La genterella invece s'illude che il sacrificio non consiste in altro che nell'avvicinarsi agli altari, e quanto più è possibile, star a sentire il rumor delle voci e alzar gli occhi alle altre cerimonie relative.
Invece non in queste circostanze unicamente, da me proposte a mo' d'esempio, ma semplicemente in tutta quanta la vita l'uomo religioso rifugge da tutto ciò che s'apparenta col corpo, per lasciarsi rapire verso l'eterno, l'invisibile, lo spirituale. E dunque, poiché fra le due specie di uomini profondo è il disaccordo in ogni punto, da ciò nasce che gli uni paiono agli altri dei pazzi. Ma questa parola s'addice meglio agli uomini religiosi, che alla gente comune, a mio modo di vedere.

(traduzione di Tommaso Fiore)



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Erasmo da Rotterdam
Rotterdam 1469 ca- Basilea, 1536  - Umanista olandese


In latino Desiderius Erasmus Roterodamus. Il racconto  tradizionale (ma controverso) vuole che Desiderio Erasmo da Rotterdam fosse il figlio naturale di Gerard de Praët, sacerdote itinerante (?), e di Margherita, figlia di un medico di Zevenbergen. Il bambino si chiamava in effetti Geert Geertsz (figlio di Gerard). Più tardi, adotta il nome greco-latino di Desiderio Erasmo (da Desiderius, desiderato, e Erasmus, gradito). Comincia i suoi studi a Gouda, a scuola di Peter Winckel, quindi li prosegue a Deventer, nella scuola famosa dei Fratelli della Vita comune. Alla morte della   madre (1483) e del  padre (1484), è affidato a tre tutori, che lo destinano alla vita monacale e lo  inviano a Bois-le-Duc, in una scuola mediocre e all’antica.
Gli ideali di Erasmo
La scoperta brutale del contrasto crudele tra la bellezza morale del messaggio del Vangelo e l'ipocrisia infastidente  delle pratiche religiose, come pure la scoperta della bellezza delle belle lettere, nutrirà in  Erasmo una doppia ambizione.
Inizialmente, ritiene che sia venuto il momento di procedere ad una riforma completa delle pratiche anti-cristiane scandalose e dello spirito oligarchico che si è impadronito della chiesa cattolica romana. Da Costanza (1414), Basilea (1431) e Ferrara-Firenze (1437), tutti i grandi concili ecumenici avevano sollevato tre problemi fondamentali:
Andava da sé che finché i primi due punti non erano regolati, il terzo punto era dell'ordine del tabù, come Jan Hus aveva potuto constatarlo a sue spese, quando fu arrestato arrivando al concilio di Basilea e arso vivo per eresia il 6 luglio 1415.
Per Erasmo, il problema non era la chiesa cattolica, ma le forze oligarchiche che purtroppo la  dominavano sempre più: i banchieri di Siena e di Venezia che gestivano le fortune dei cardinali e dei vescovi, il culto delle reliquie e la simonia, o anche gli ordini monastici, veri imperi feudali proprietari di  terre, uomini, e che gestivano i cuori umani, al massimo, come bestiame.
Per porvi rimedio, Erasmo lancia  un vasto movimento d'istruzione auspicante l'appoggio di un papa forte, capace di resistere agli oligarchi ed al denaro. È il programma esplicito dello Enchiridion militis Cristiani (manuale del soldato cristiano) e la vera rivendicazione che si trova implicitamente ne L'elogio della follia.
Come Lorenzo Valla (1403-1457) o come Jacques Lefèvre d’ Etaples (1450-1537) lo faranno  al loro modo, Erasmo desidera riprendere il Vangelo alla sua fonte, cioè comparare i testi originali in greco, in latino ed in ebraico, spesso sconosciuti se non interamente inquinati da oltre mille anni di copie e di commenti scolastici.
Per portare a termine questa fatica di Ercole, Erasmo concepisce la fondazione di un collegio trilingue incaricato di questo compito,  riunendo gli uomini più saggi lontani dalle polemiche passionali e dalle carriere egoistiche. Grazie al  mecenate Jérôme de Busleyden, questo progetto nascerà a Lovanio nel 1517, ma sarà rapidamente sabotato da teologi minacciati nella loro attività.
In seguito, il messaggio ottimista del cristianesimo evangelico chiamava, per la sua natura stessa, alla difesa dell'interesse generale e  a riforme politiche necessarie per giungervi. È l'argomento sviluppato da Erasmo e Thomas More nell'Utopia. Quest'utopia non è utopistica se si riesce a garantire un'istruzione classica per tutti, obiettivo dei quattromila Adagi, e preoccupazione fondamentale condivisa con Thomas More e Juan Luis Vivès     (1492-1540).
Allo stesso tempo, riprendendo la fiaccola di Petrarca, Erasmo desidera conciliare questa “filosofia di Cristo”, trasmessa da San Gerolamo (317-419) e Origène (185-251), con quei filosofi (e soltanto quelli) che nell'antichità «hanno visto con la luce naturale  ciò che ci insegna  la Sacra  Scrittura»,  in particolare Platone.

Dice: «Questa filosofia (di Cristo) è veramente più nella nostra sensibilità che nei sillogismi, più nella vita che nella discussione; è piuttosto un'intuizione che un'erudizione, un'ispirazione che una ragione; è il destino di un piccolo numero di esseri eruditi, ma non è permesso a nessuno di non di essere cristiano; nessuno ha il diritto di non essere pio, aggiungerò con audacia che non è permesso a nessuno di  non essere teologo. Ciò che è più conforme alla natura, penetra più facilmente nei cuori. Ma, che cos’è la filosofia di Cristo, questa filosofia che egli (il Cristo) qualifica come (rinascita), se non il ritorno ad una natura ben stabilita? E se nessuno  ha trasmesso queste verità più pienamente di Cristo, tuttavia nelle opere dei gentili si può salvare più di una cosa in accordo con questa dottrina. Si è avuta mai una così bassa  teoria   filosofica che osa insegnare che il denaro rende l'uomo felice …»
Con Valla, di cui ha letto l'Elegantiae (latinae linguae), ed il suo amico Juan Luis Vivès,  pensa che sia più che urgente riforgiare una lingua, in particolare il latino, ed una pedagogia che rifletta, con la sua bellezza, la sua musicalità, e la sua compassione, tutta la nobiltà di questo contenuto.
 
Lorenzo Valla
Leibniz afferma senza esitazione che i due più grandi spiriti del Medio Evo  sono Niccolò di Cusa e Lorenzo Valla. Il giovane Erasmo riconosce in quest'ultimo il rappresentante di quella Italia ideale che ammira.
Rampollo di  una famiglia romana agiata, Valla si avvale dell’insegnamento di uomini illustri come l’ellenista  Giovanni Aurispa (1369-1459), segretario papale di Eugenio IV e di Martino V, ed in particolare di Leonardo Bruni (1370-1444), allievo di Coluccio Salutati (1331-1406). Come Petrarca, questa corrente vedeva l'alleanza tra filosofi sofisti (e particolarmente Aristotele) e teologi scolastici come la base di un ordine feudale anti-cristiano ed oscurantista. All'università di Padova, Valla si rivolta contro il pensiero dominante che è l’ averroismo.
  Averroè 
Averroè  (Ibn Rushd, 1126-1198) è spesso visto a torto, e soprattutto da quelli che si vantano di Lumi, come un annunciatore dello spirito moderno (poiché ha scritto una volta sul vino ed il sesso …). La realtà è molto diversa poiché, a partire dalle traduzioni arabe di Aristotele, Averroè  aveva incubato una filosofia ideale per conservare il  mondo feudale.
Secondo lui, occorreva accettare il carattere doppio della verità. Da un lato, grazie a simboli e segni, la religione permetteva di comunicare una verità alla folla immensa degli illetterati. D'altra parte, una piccola élite poteva accedere alla verità, che, era molto  filosofica. Ciò che è vero in teologia può risultare falso in filosofia, ma in ultima analisi, è l'intelletto che decide, ed esso non  necessita di trascendenza.  Averroè scrisse anche un trattato sull'armonia tra la filosofia e le religioni su questa base distorta. Ma ovviamente, insegnare la filosofia a tutti sarebbe nocivo poiché solo la religione permette alla folla di accedere ad una conoscenza (simbolica) della verità … Oggi, lo si accuserebbe a ragione di essere un seguace del regno delle menzogne di Leo Strauss.
L’ averroismo era l'ideologia scelta dall'oligarchia veneziana per dominare il mondo ed è essa che in maniera massiccia promuoverà l' aristotelismo dei tempi moderni.

Petrarca 
Ben  prima di Valla, Petrarca (Francesco Petrarca, 1304-1374), in occasione del suo soggiorno a Venezia, aveva denunciato gli attacchi intellettuali di quattro oligarchi averroisti  (fra cui i tre veneziani Dandolo , Contarini e Talento) decisi a reclutarlo alla loro cricca e «che secondo l'abitudine dei filosofi moderni, pensano di non aver fatto nulla, se non  si rivoltano contro il Cristo e la sua dottrina sovrannaturale».
Il suo libro “Della mia ignoranza e di quella degli altri” Il De sui ipsius et multorum ignorantia si costruisce attorno a questa polemica:

«Se non temessero i supplizi degli uomini molto  più di quelli di Dio, oserebbero, dice Petrarca, non soltanto attaccare la creazione del mondo secondo Timeo, ma la genesi di Mosè, la fede cattolica ed il dogma sacro del Cristo. Quando questo timore non li possiede più, e possono parlare senza paura, combattono direttamente la verità; nei loro conciliaboli, irridono Cristo ed adorano Aristotele, che non capiscono. Quando disputano in pubblico, attestano che parlano astrazion fatta dalla fede, cioè   cercando la verità respingendo la verità, e la luce girando le spalle al sole. Ma, in segreto, non è bestemmia, sofisma, scherzo, sarcasmo cui non indulgano, con grandi applausi dei loro auditori. E come   ci trattano da gente illetterata, quando chiamano idiota il Cristo  nostro maestro? Per parte loro, vanno gonfi  dei loro sofismi, soddisfatti di se stessi facendosi forti  di saper disputare su qualsiasi cosa senza nulla aver  capito» (Ma vedi il brano, più ampio, ed  esattamente tirato  dal latino qui. Ndr).
La pubblicazione di questo libro costringerà Petrarca a lasciare Venezia.

Contro l'ascetismo che soffoca, che sterilizza ogni speranza, e riduce la creatività umana a nulla, Valla mobiliterà Epicuro nel suo scritto De Vere Bono (sul vero bene). Si tratta di un dialogo dove uno stoico (Bruni) afferma che la ragione sola è fonte di virtù. Il secondo oratore (Beccadelli) è un epicureo che afferma che la vera felicità non proviene dalla virtù, ma dal piacere.

Epicuro
Epicuro (IV Secolo a.C) precisa che «quando dunque diciamo che il piacere è il nostro scopo ultimo, non intendiamo con ciò i piaceri della deboscia né  quelli relativi al piacere materiale, come affermato da chi ignora la nostra dottrina, o che è in disaccordo con essa, o che la interpreta in un cattivo senso. Il piacere che abbiamo in mente è caratterizzato dall'assenza di sofferenze corporali e dai disordini del cuore».

«Non sono le bevute e le orge continue, il piacere dei giovani ragazzi e delle donne, il pesce ed altri cibi che offre una tavola lussuriosa, che generano una vita felice, ma la ragione vigilante, che ricerca minuziosamente le ragioni di ciò che occorre scegliere edi ciò che occorre evitare e che respinge le opinioni vane, per le quali il più grande disordine si impossessa dei cuori».

“Di tutto ciò la saggezza è il principio e il più grande dei beni. È per questo che essa è anche più preziosadella filosofia, poiché è la fonte di tutte le altre virtù, poiché ci  insegna che non si può essere felice senza essere saggi , onesti e giusti, né essere saggi , onesti e giustio senza essere felice. Le virtù, infatti, fanno soltanto uno con la vita felice, e questa è inseparabile da esse.»

Per l'epicureo, (dice Valla) gli atti eroici che citano gli stoici (suicidio di Lucrezio , ecc.) non hanno la loro origine nel desiderio di essere virtuosi, ma derivano dalla ricerca di un piacere che supera completamente i piaceri del corpo. Così, nel dialogo di Valla, l'ultimo oratore (il collezionista di manoscritti per Cosimo de Medici , Niccoli) difende la visione cristiana che oltrepassa di gran lunga gli epicurei ed accusa i suoi predecessori di essere stato incapaci di riconoscere che la vera felicità risiede nella facoltà di essere  in accordo con Dio, benché sostenga la critica epicurea degli Stoici. Ad ogni modo, per un vero cristiano, dicono Valla ed Erasmo, l'idea che una filosofia qualunque possa insegnare la virtù, senza amore di Dio e degli uomini, è una frode. Non si fa il bene perché si è virtuoso, ma perché fare il bene piace a Dio, al l'umanità e   a noi stessi. Erasmo sviluppa quest'idea nel suo trattato L'Epicureo.

La dichiarazione d'indipendenza americana, attraverso l'influenza di Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), che parte da Valla e da Erasmo, integra esplicitamente questa nozione nell'idea della difesa “della vita, della libertà e del  perseguimento della felicità" (il bene essendo consustanziale con la felicità, nel migliore dei mondi possibili di Leibniz).

Erasmo si ritrova dunque ovviamente con Valla, quando quest'ultimo si scontra contro questa “filosofia” di Averroè e dei suoi seguaci scolastici. Occorre sapere che all'epoca di Erasmo teneva  ancora campo la battaglia tra “gli antichi” (tomisti e scotisti) e “i moderni” (Ockham e  Buridano) e che per ben   marcare il suo rifiuto di queste scuole scolastiche, Erasmo riprenderà a sua volta il termine “di filosofia di Cristo” usato da Agricola, una filosofia che vede espressa “da santo Socrate”, come  lo chiama nel  colloquio  Il banchetto religioso.

Polemista cristiano ma anti-aristotelico virulento, Valla è costretto ad andare di città in città per diventare infine nel 1433 il segretario di Alfonso di Aragona (1396-1458) a Napoli. Là, elabora tra l'altro un trattato Sul libero arbitrio e confuta nel 1440, su basi filologiche rigorose, l'autenticità “della donazione di Costantino”  già rivelata da Nicolò Cusano nella Concordanza cattolica. Questo testo, un falso, accordava privilegi esagerati quasi imperiali al papa e garantiva il dominio totale delle grandi famiglie romane patrizie sul Sacro Collegio responsabile dell'elezione della pontefice.
 
Niccolò Cusano
Quando l'umanista Nicola V (Tommaso Parentucelli, 1397-1455) diventa papa nel 1447, Niccolò Cusano  ed il cardinale Giovanni Bessarione (1403-1472) chiamano i pittori Beato Angelico (1400-1455) e Piero della Francesca (1415-1492) alla  curia romana mentre Lorenzo Valla è incaricato di tradurre gli storici greci Erodoto e Tucidide.
Nel Repastinatio Dialecticae et Philosophiae (Estirpazione della dialettica e della filosofia) Valla afferma che vuole confutare «Aristotele e gli aristotelici, per preservare i teologi della nostra epoca dall'errore, e di riportarli verso la vera teologia».
In polemica con  la logica di Aristotele, non situa l'anima nell'intelletto, né nella volontà, ma nel cuore (e Rabelais dirà il sangue). La separazione tra l'intelletto e la volontà è artificiale perché  «“c'è una sola anima che comprende e si ricorda, indaga e giudica, ama ed odia». Così, «l'amore  (in greco: agape ed in latino: caritas) è la sola virtù, poiché è l'amore che ci rende migliori».Valla identifica questa qualità del sublime nel combattimento, con  la fortitudo , e dà l'esempio del caso degli apostoli, «che, da codardi, si trasformarono in uomini tra i più coraggiosi, dal momento in cui ricevettero  lo Spirito Santo, che è l'amore del padre e del figlio».

Erasmo e More pubblicano insieme opere di Luciano di Samosata (125-192). Poco originale in filosofia, Luciano è un satirista  incomparabile che diceva: «Sono un uomo che odia  i fanfaroni ed i ciarlatani, che detesta le menzogne e le chiacchiere vanitose, che ha in orrore tutti i farabutti (…). Ora,  di questi ce n'è molti, come voi sapete (…). Sì, amo ciò che è vero, ciò che è bello, ciò che è semplice, ossia tutto ciò che  merita di essere amato. Soltanto, devo riconoscere che c'è poca gente alla quale possa applicare quest'arte».

Così il Vangelo, insieme con i dialoghi di Platone, la verve  delle  satire  di Luciano, ed anche «l’ epicureismo cristiano» di Valla, saranno  il modello costante di More e di Erasmo.

Traduzione dal web. di Alfio Squillaci



Erasmo da Rotterdam
(Geert Geertsz)
L'Elogio della Follia è l'opera più famosa di Erasmo da Rotterdam. Scritta nel 1508, conserva una vivacità e una potenza dirompenti. L'autore immagina che la Follia sia una dea, che in un discorso pubblico mostra di quanti e quali benefici l'intera umanità goda grazie a lei e come, senza la sua opera, la vita risulterebbe spiacevole se non addirittura insopportabile. In quello che lo stesso Erasmo definisce come uno "scherzo letterario" con uno stile ferocemente satirico vengono passate in rassegna varie categorie di personaggi, non risparmiando né re né papi. Erasmo condanna non i seguaci della Follia, ma i veri pazzi, che, nella loro presunzione di essere infallibilmente nel vero, infliggono sofferenze e dolori all'umanità, causano guerre, tormentano l'intero genere umano. Letture interpretate da Claudio Carini.
Nello stesso anno, il fatale 1517, in cui Lutero affiggeva alle porte della chiesa di Wittenberg le sue celebri tesi, destinate ad accendere feroci lotte religiose in tutta Europa, l'umanista Erasmo da Rotterdam pubblicava un piccolo libro in difesa della pace, nel quale stigmatizzava la guerra come tragedia e propugnava, contro il fatalismo di chi voleva i conflitti inevitabili, un ideale di pace possibile, rivolgendo appelli a sovrani e prelati, a teologi e a semplici credenti, perché si adoperassero con ogni mezzo per scongiurare la guerra, rimuovendone le cause (passioni infauste, invidie, risentimenti, avidità). Le sue parole risuonano ancora oggi in tutta la loro forza e attualità, invito perenne a tutti gli uomini di buona volontà a costruire un mondo di pace.
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