<<< Torna all'Indice Profili
Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
Martin Heidegger
Pensatore tedesco
(Messkirch, Bade, 1889 - id., 1976).




In morte di Heidegger

E stato uno degli ultimi metafisici. Forse il più grande. Croce, che né lo conosceva veramente né poteva intenderlo, lo definì una volta « un Proust cattedratico ». Carnap trascelse una delle sue pagine a riprova di come la metafisica sia un discorso privo di senso, cioè puro vaniloquio. In realtà, l'opera che Heidegger ci lascia -  terribile documento della fine di un'epoca -  non è priva di momenti di alto significato, né, a suo modo, di tragica grandezza. La sua stagione d'oro, in parte anticipò, in parte coincise con gli ultimi spasimi della Repubblica di Weimar. L'opera maggiore, Essere e tempo, è del 1927 (recava in fronte la dedica a Husserl). Kant e il problema della metafisica e L'essenza del fondamento, che rimangono tra i suoi scritti più importanti, recano la fatidica data del 1929.
Lo scopo dichiarato della sua filosofia fu quello di dar vita a una nuova ontologia. La vecchia era a suo avviso fallita perché, nel volgersi a intendere l'« essere », aveva dimenticato se stessa, cioè le condizioni effettive a partire dalle quali l'essere stesso viene cercato e interrogato. La vecchia filosofia, in breve, aveva dimenticato di considerare « chi è » che muove la domanda, cioè quell'ente specialissimo  l'uomo  il quale è il solo, tra tutti gli enti che popolano il mondo, che abbia la possibilità di protendersi verso l'essere e, quindi, nel senso forte della parola, di « ex-sistere », cioè di uscire fuori di sé, di esporsi, di negare la sua datità naturalistica, per mettersi allo scoperto e, con ciò stesso, a repentaglio.
Da qui, la necessità di un'« analitica esistenziale » come preludio e premessa indispensabile della nuova ontologia. L'« esistenza », infatti, non è un termine che si attagli agli oggetti. Essa è il requisito e il modo d'essere esclusivo dell'uomo, cioè del vero « esserci », di ciò che Heidegger chiama il Dasein. E, invero, solo l'uomo e non altri ha la possibilità di rompere la compattezza del mondo facendo echeggiare, nel silenzio dell'universo, la sua domanda, il suo « perché ». Solo lui è capace di pro-tendersi fuori di sé, cioè di trascendersi, nel tentativo di riferirsi all'« essere ».
Sennonché, in questo oltrepassamento di sé, che è poi la libertà, l'uomo è destinato allo scacco. Nel tentativo di trascendersi, egli ricade nel mezzo del mondo e ne subisce le imposizioni. La disperata ascesa verso la libertà si converte nel suo contrario: cioè in condizionamento. L'uomo si scopre un essere finito, gettato nel mondo.
Qui le pagine, a loro modo straordinarie, in cui si condensa l'analisi di ciò che Heidegger chiama l'« esistenza inautentica ». Il mondo in cui l'uomo si trova deietto è, innanzitutto, l'universo delle cose. E il loro essere è di essere utilizzate dall'uomo, di stargli a portata di mano (la Zuhandenheit) come strumenti e mezzi di lavoro. È un mondo reificato: il mondo fisico-naturale che ci esibisce la scienza. E una realtà solida, e tuttavia inconsistente, in cui trova il suo appagamento, sia la nostra propensione al « dominio della natura », cioè a disporre delle cose, sia il bisogno di sicurezza che caratterizza l'esistenza « inautentica » (ciò che Heidegger chiama anche la « quotidianità »), in quanto esistenza immersa e versata tutta negli oggetti, e sperduta dietro le « cure » del mondo.
Freddo distacco e malcelato disprezzo investono qui la produzione, la tecnica e la scienza. È la scienza che crea il mondo delle cose. Ed essa è il sottoprodotto della vecchia ontologia, oggettivistica e naturalistica, da cui ha preso forma il ferale destino dell'occidente. La natura « reificante » della scienza emerge soprattutto nell'ultima parte di Essere e tempo. « L'esempio classico per lo sviluppo storico di una scienza, ma al tempo stesso anche per la sua genesi ontologica, è  scrive Heidegger la nascita della fisica matematica. L'essenziale per la sua costituzione non sta né nel più alto apprezzamento dell'osservazione dei fatti né nell'impiego della matematica, ma nel " progetto matematico della natura stessa ". Questo progetto scopre preliminarmente un che di presente in modo stabile (la materia) ». Esso è quindi come l'orizzonte e l'apriori in forza del quale per noi vengono a esserci « cose ». Sono già anticipati tutti i temi della Krisis di Husserl. Del resto, l'agghiacciante proposizione « non appena sorge la scienza, sparisce il pensiero » è già, se ricordo bene, in Che cos'è la metafisica? del 1930.
L'altra e complementare modalità dell'esistenza inautentica è il mondo della « cura ». L'uomo si cura degli altri nel senso che si preoccupa delle cose da procurar loro. È qui presa a bersaglio l'etica luterana del Beruf, cioè della professione e, con essa, tutt'intera la « società civile ». La portata nichilistica di queste pagine risalta bene se le si legge in controluce rispetto al mondo della Germania postguglielmina. Su questa base, infine, prorompe la critica (da posizioni reazionarie) della società di massa. L'esistenza « inautentica » è il regno dell'anonimato, dove domina il pronome impersonale man. Il sovrano qui è il « si dice », il « si fa ». Tutto è livellato, convenzionale. L'uomo è tutti e nessuno. Ecco la critica della democrazia, del suffragio universale, che già corrode dall'interno la Repubblica di Weimar. Nell'esistenza inautentica il discorso sull'«essere » cede il passo alla vuota « chiacchiera ». Riecheggia la polemica di Nietzsche contro il bavardage.
Ciò che Heidegger oppone a tutto questo è l'« esistenza autentica », la quale trova il suo suggello nell'« essere per la morte ». Nel tentativo di trascendersi, l'uomo sperimenta la sua libertà come presenza al cospetto del Nulla, per trovarsi poi ricacciato al livello di tutti gli altri esistenti. In quest'esperienza del Nulla, da cui sorge l'« angoscia », l'uomo, oltre che percepirsi come irrimediabilmente finito, scopre nell'essere destinato alla morte la sua estrema libertà. In altre parole, vivere per la morte significa comprendere l'impossibilità e l'assurdità dell'esistenza in quanto tale.
Temi forse più stoici che romantici e nei quali è da rilevate anche il ripudio di ogni metafisica consolatoria. In questo contesto, l'incontro di Heidegger con La morte di Ivan Ilic, lo straordinario racconto di Leone Tolstoj. Contro una tradizione millenaria di tipo platonico-cristiana, dove l'uomo è sempre una creatura di Dio, campeggia la rivendicazione  inconsueta  che l'uomo è un ente finito. In confronto all'esistenzialismo spiritualistica e romantico di Jaspers, con tutto il suo ciarpame sull'« etica del giorno » e quella della « notte », questo esistenzialismo ateo non è privo di una sua dignità.
Ma questo capitolo, in cui è in fondo racchiuso lo Heidegger più interessante, non si protrasse a lungo. Dopo un lungo silenzio, appena intercalato nel 1943 dall'Essenza della verità (su cui, poi, Walter Biemel scrisse un bel saggio), Heidegger riemerse alla luce, nel secondo dopoguerra, con la celebre Lettera sull'umanesimo (1947). Lukács lo salutò con un articolo ironico (ma che non riusciva a celare un moto di interesse) dal titolo Heidegger redivivus. Sembrava che Heidegger si aprisse ora al problema della storia. In polemica con Sartre, egli non mancava neppure di riconoscere la superiorità del marxismo nell'interpretazione della storia. Era il momento in cui Lucien Goldmann, nel suo libro su Kant, rivelava (leggenda o verità, non lo sapremo mai) che Essere e tempo era stato concepito addirittura come una replica a Storia e coscienza di classe di Lukács.
Fiorirono illusioni di breve momento. In realtà, non si tardò a capire che Heidegger stava invece marciando a ritroso. L'Essenza della verità, i suoi studi su Hödlderlin e su Platone, ce lo mostrarono esitante tra metafisica e mito. Erano le pagine in cui Heidegger affermava che il linguaggio del poeta è la « casa dell'essere », che l'uomo è il « pastore dell'essere » e che « esistere » non vuol dire altro che « stare nella luce dell'essere ». Le suggestioni dello stile, scabro e misterioso, potevano solo differire, non evitare, la noia. Vennero, poi, gli Holzwege, i sentieri che si perdono nel bosco: belle pagine su Van Gogh, su Anassimandro e, in particolare, sull'annuncio di Nietzsche (e di Pascal) che « Dio è morto ». Ma si capiva che non avremmo più avuto nessuna analitica dell'esistenza. Infine, l'Introduzione alla metafisica (1953) e Che significa pensare? (1954) dettero la misura di fino a che punto fosse rientrato nei ranghi, facendosi alla fine neoplatonico pure lui, a imitazione di Karl Jaspers, il suo rivale tanto meno dotato. Ormai i suoi scritti esordivano lamentando, come Ermete Trismegisto, che « gli dèi erano volati via dal mondo ». Persi la pazienza e smisi di leggerlo. Quando l'irrazionalismo e la disperazione avranno vinto, passerò gli anni della vecchiaia a leggere i suoi ultimi due volumi su Nietzsche, che mi dicono essere belli.

Lucio Colletti (da L'Espresso 6 giugno 1976)

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Martin Heidegger su InternetBookShop

Esempio 1
Martin Heidegger
Lucio Colletti
Quando Heidegger scriveva discorsi per il Führer


Ancora nel 1938 era un « fedele militante » e diceva che gli ebrei andavano « annientati »

RIVELAZIONI
Nel saggio « L' introduzione del nazismo nella filosofia » Emmanuel Faye si spinge oltre le tesi di Ott e Farias

Nessuno, fino a oggi, poteva pensare che il fascino esercitato da Hitler sul filosofo tedesco Martin Heidegger arrivasse al punto di farci considerare seriamente l' ipotesi che, tra il 1932 e il 1933, il grande pensatore tedesco avesse redatto alcuni discorsi del Führer. È questa una delle tesi più imbarazzanti sostenute dal professor Emmanuel Faye, nel suo recente saggio dal titolo Heidegger, l' introduzione del nazismo nella filosofia ( pubblicato in Francia da Albin Michel - Vedi in basso). Mentre Hugo Ott e Victor Farias, nei loro lavori precedenti, avevano svolto ricerche sull' impegno politico dell' uomo trascurando però molta documentazione, Faye, basandosi su una mole inedita di materiali, tra i quali i seminari del periodo 1933 1935, si interroga sui fondamenti stessi dell' opera di Heidegger. Secondo i rapporti segreti della Polizia di sicurezza ( SD) e delle SS, che avevano istruito un « Dossier Heidegger » , il filosofo risulta un « fedele militante della causa nazionalsocialista » che educa i suoi figli in coerenza con i principi della gioventù hitleriana e che approva con « entusiasmo » lo Stato nazista. E ancora, dopo avere abbandonato la carica di rettore, « non tanto per dissensi o per distanza politica dal regime »,  ma perché « non in possesso delle capacità tattiche richieste dal ruolo », Heidegger continua a dirigere dei campi nazisti di lavoro e studio nella Foresta nera, come attesta anche una sua lettera a Erich Rothacker, rettore dell' università di Bonn e autore di un piano nazionale per l' educazione nazista, fedele amico di Goebbels. Tra Heidegger e Rothacker il legame è intenso e forte, tanto che il filosofo di Friburgo dispensa elogi alla dottrina razziale e alla teoria criminale di distruzione umana programmata dal nazismo e teorizzata nella Filosofia della storia scritta dall' amico. In un giornale di partito del 3 maggio 1933 ( Der Alemanne ) si legge tra l' altro: « Sappiamo bene che Martin Heideg ger, con la sua alta coscienza della responsabilità, il suo impegno per il destino e l' avvenire dell' uomo tedesco, si trova nel cuore stesso del nostro magnifico movimento. Sappiamo inoltre che egli non ha mai fatto mistero delle sue convinzioni politiche e che da anni sostiene nella maniera più efficace il partito di Adolf Hitler, nella sua dura lotta per l' essere e la potenza, che si è costantemente mostrato pronto al sacrificio per la santa causa tedesca, e che mai un nazionalsocialista ha bussato invano alla sua porta » . Fedeltà politica, militanza di partito nella formazione delle nuove generazioni tedesche e spirito di delazione, sono i tratti del comportamento di Heidegger negli anni della guerra e del potere nazista. Ma a questo punto, Emmanuel Faye, compie un passo in più. « Ho cercato di dimostrare dichiara in una intervista del 28 aprile 2005 al Nouvel Observateur anche l' importanza dei legami che il filosofo di Essere e Tem po intrattiene fin dal 1920 con una serie di autori e pensatori razzisti e protonazisti » ; legame che ci porterebbe al centro delle basi della sua filosofia dell' essere, sviluppata spesso e volentieri davanti a un uditorio selezionato e in gran parte in uniforme delle SS e delle SA. Nei seminari inediti, Heidegger fa esplicitamente l' apologia della visione del mondo del Führer, riconoscendo senza giri di parole che il nemico da « annientare » per salvare il popolo tedesco è prima di tutto « l' ebreo assimilato » . Inoltre, nel dopoguerra, pensando alla raccolta delle sue opere complete, include anche questi seminari " nazisti", superando in questo lo stesso Carl Schmitt che non fece mai ristampare i suoi scritti marcatamente hitleriani. In una lettera del 2 ottobre del 1929, Heidegger si scaglia contro « l' ebreizzazione crescente della vita spirituale tedesca » utilizzando ripetutamente in diversi scritti universitari argomenti razzisti e antisemiti nei quali, tra l' altro, ricorre di frequente a forme di stigmatizzazione del « nemico Asiatico » , espressione con cui la lingua nazista designava tutti gli ebrei. Ma non basta. Emmanuel Faye scopre lo stretto e intenso legame tra Heidegger e le associazioni studentesche antisemite che, in tutto il Reich, condussero azioni « contro lo spirito non tedesco » , organizzando il rogo dei libri; e che nel giugno del 1940, il grande filosofo presenta « la motorizzazione della Wehrmacht » come un « atto metafisico » , mentre nello stesso periodo, nei suoi scritti su Ernst Jünger, egli evoca positivamente « l' essere per la razza » come « fine ultimo » , parlando poi « dell' essenza non ancora purificata del popolo tedesco » . Insomma, la sua opera, alla luce dei nuovi inediti, nasconderebbe sotto la « metafisica » piena giustificazione della follia criminale del nazismo! In realtà, già a partire dal 1946, il filosofo Karl Löwith, che aveva avuto l' occasione di conoscere molto bene Heidegger, come uomo e pensatore, affermava che egli era « assai più radicale di Rosenberg e di Krieck » . Lungi dall' aver voluto salvare le sorti dell' Università, mantenendone l' autonomia, questo « grande maestro » si è impegnato energicamente ad assoggettarla al potere e a rimodellarne i caratteri secondo i canoni nazionalsocialisti. Una prova irrefutabile fornita da Faye mette in discussione la tesi secondo la quale il Discorso del rettorato sarebbe stato occultato dai nazisti. Un lungo brano di questo stesso discorso viene ripreso dal giurista schmittiano Ernst Forsthoff, pubblicato nel 1938, e dimostra che un' opera di chiara propaganda nazista gli riservava un posto d' onore. Insomma, il filosofo di Friburgo altri non sarebbe che una sorta di Abraham a Santa Clara, vale a dire quel predicatore vestito in modo sontuoso e capace di grandi facoltà di argomentazione, che in realtà fu un « sacerdote antisemita » , per i nazisti un eroe della germanità pura. Come fare allora a credere alle parole che Emmanuel Levinas pronunciò nel 1987, davanti al Collège de Philosophie? « Malgrado tutto l' orrore che è stato associato al nome di Heidegger e che niente arriverà mai a dissipare nulla ha potuto intaccare la mia convinzione che Essere e Tempo sia imprescrittibile, allo stesso modo di pochi altri libri eterni della storia della filosofia » . 

Frediano Sessi
Corriere
3 giugno 2005
Heidegger e il nazismo -  Dossier  
Résumé
  La totale adhésion de Martin Heidegger au national-socialisme en 1933-1934 était chose connue. L’ouvrage de Victor Farias, fondé sur l’étude minutieuse de toutes les sources accessibles, montre qu’il ne s’agissait point là d’un opportunisme momentané, mais de l’expression publique de convictions que le philosophe conserva tout au long de sa vie. Heidegger resta jusqu’à la fin de la guerre un des intellectuels les mieux considérés par le parti nazi, auquel il ne cessa jamais d’adhérer. Sa rupture avec la politique universitaire officielle du régime s’explique par l’élimination de la fraction dans laquelle il reconnaissait « la vérité interne et la grandeur » du national-socialisme : celle de Rhöm et des S.A. qui, animateurs du mouvement étudiant en 1933, prônaient le bouleversement radical de l’Université. Finalement ce furent Rosenberg et Krieck qui devinrent les philosophes officiels du nazisme, et non Heidegger, jugé trop radical.
    Même en privé, face à ses anciens collègues les plus proches, Heidegger devait ensuite toujours refuser de critiquer le régime déchu, et d’expliquer ses propres prises de position. La cohérence et la ténacité de ses conceptions politiques apparaissent clairement si l’on remarque que le premier texte (1910) de sa vie et le dernier (1964) sont consacrés au moine autrichien Abraham a Santa Clara, principal représentant au XVIIe siècle d’une tradition autoritaire, antisémite et ultranationaliste.

Maggiori dettagli  >>> qui

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°


Commentaires
Des documents inédits ou non traduits jusque-là nous révèlent à quel point Heidegger s'est consacré à introduire les fondements du nazisme dans la philosophie et son enseignement. Dans son séminaire, à proprement parler hitlérien, de l'hiver 1933-1934, il identifie ainsi le peuple à la communauté de race et entend former une nouvelle noblesse pour le IIIe Reich, tout en exaltant l'éros du peuple pour le Führer. Or, contrairement à ce qu'on a pu écrire, loin de s'atténuer après 1935, le nazisme de Heidegger se radicalise. En juin 1940, il présente la motorisation de la Wehrmacht comme un « acte métaphysique », et, en 1941, il qualifie la sélection raciale de « métaphysiquement nécessaire ». Après la défaite du nazisme, ses prises de position sur le national-socialisme et les camps d'anéantissement viendront, par ailleurs, nourrir le discours de mouvements révisionnistes et négationnistes.
Sans jamais dissocier la réflexion philosophique et l'investigation historique indispensable, E. Faye montre que les rapports de Heidegger au national-socialisme ne peuvent se résumer au fourvoiement temporaire d'un homme dont l'oeuvre serait restée intacte. En occultant la teneur foncièrement destructrice de l'entreprise hitlérienne, en la magnifiant, loin d'enrichir la philosophie, Heidegger a oeuvré à sa destruction et l'a mise au service d'un mouvement qui constitue la négation radicale de toute humanité comme de toute pensée. 


Revue de presse

C'est un travail extrêmement sérieux, documenté, qui mêle «réflexion philosophique et investigation historique», et appuie sa démonstration sur des conférences, des cours, des séminaires «inédits ou non traduits» des années 1933-35, ou quelques textes des années 40. Il ne saurait être résumé, tant il comporte, comme il sied à un acte d'accusation, de citations, de témoignages et d'attestations. Mais ses conclusions sont claires et nettes. Heidegger a «fait siennes les principales composantes du nazisme et de l'hitlérisme... il a prononcé «l'apologie du principe de l'hitlérisme, voire contribué à le forger, à savoir que la communauté du peuple se constitue dans le lien vivant qui l'unit à son Führer», il a légitimé la «sélection raciale», n'a pas compris ou nié la spécificité de la Shoah et a ouvert la voie au révisionnisme et au négationnisme. Cela peut sembler outrancier. Il est difficile cependant de ne pas frémir à la lecture de certains textes, où Heidegger dit entre autres que «l'agriculture est aujourd'hui une industrie d'alimentation motorisée, dans son essence la même chose que la fabrication de cadavres dans les chambres et les camps d'anéantissement, la même chose que le blocus et la réduction de pays à la famine, la même chose que la fabrication de bombes à hydrogène», qu'il existe «des hommes et des groupes d'hommes sans histoire» ­ «les nègres, comme par exemple les Cafres» ­ et que «ce que nous appelons "race" entretient une relation avec ce qui lie entre eux entre les membres du peuple ­ conformément à leur origine ­ par le corps et par le sang»...
Robert Maggiori - Libération du 5 mai 2005 


Essere e tempo" di Heidegger è all'origine di alcuni dei più significativi sviluppi della cultura del Novecento. E non solo di quella filosofica, poiché quest'opera ha lasciato tracce profonde nella teologia, nella letteratura, nella psichiatria. Di per sé, tuttavia, "Essere e tempo" si presenta come un'elaborazione originale e innovativa di una delle domande filosofiche fondamentali, la domanda sul senso di ciò che diciamo "essere". A tale interrogativo Heidegger risponde, in esplicita polemica con la tradizione filosofica precedente, mettendo in evidenza quella costitutiva temporalità che è propria dell'essere in generale e individuando il terreno privilegiato dell'indagine in un ente particolare: in noi stessi.

Victor Farias


Heidegger e il nazismo


Bollati Boringhieri
1998
Pensiero laterale - Su Heidegger
di Alfio Squillaci

Perché tanto successo del pensiero di Heidegger?
Perché tanti fraticelli metafisici l'hanno seguito nel suo irrazionalismo filosofico? (E' singolare tuttavia che in Italia - dove gli heideggeriani sono una legione quasi quanto in Francia- si faccia fatica a trovare i testi del filosofo della Selva Nera - Essere e Tempo è da tempo introvabile nella vechissima edizione Longanesi -  mentre abbondano i testi esegetici!).

Una risposta potrebbe essere quella del "profondismo", il fascino emanante da filosofemi profondi e definitivi, meglio se espressi in lingua tedesca, che tanto irretisce chi ha una concenzione esoterica, suggestiva, iniziatica della filosofia, intesa perlopiù come vaticinio, oracolo, orfico "pensiero ultimo". Che ci sia una legione di pensatori della domenica tutti occupati a filare pensieri ultimi e definitivi non è un mistero, ad essi il filosofo che vedeva nella motorizzazione della Wermacht un "atto metafisico" ha offerto facili supplementi d'anima.

Un'altra ragione è il marcato rifiuto dell'illuminismo. Faticherete a trovare negli scritti di Heidegger una citazione di Voltaire o di Diderot. La sua filosofia si svolge tutta dentro l'entropia filosofica tedesca (o meglio greco-tedesca). Il suo irrazionalismo romantico e filisteo suggerisce all'anima tedesca del Bieder ulteriori ragioni per allontanarsi dal razionalismo critico dell'Occidente. Heidegger nutre e si nutre dell'ostilità avverso l'illuminismo (a torto ritenuto il movimento intellettuale fondativo della modernità), contro cui si coalizzano tutti coloro - e sono tantissimi, sia a destra che a sinistra -  che sono scontenti del mondo così com'è.

La terza ragione la suggerisce Carlo Augusto Viano, e si ricollega alle precedenti (rifiuto dell'Illuminismo e profondismo). «Le sue opere […] - scrive Viano- esprimono la delusione di filosofi che videro il loro sapere messo fuori gioco da fisici, chimici, matematici, che proprio nelle università tedesche stavano scoprendo il modo in cui è fatto il mondo; e allora si aggrapparono alle " grandi questioni " tirate fuori dai libri di scuola frequentati nei seminari filosofici. ».
  La metafisica di Heidegger - fortemente intrisa di antiindustrialimo romantico -  è una scomposta e violenta risposta irrazionalistica contro la modernizzazione del mondo.
Alfio Squillaci

Heidegger, colpevole anche senza Hitler

Emmanuel Faye, come riportava Frediano Sessi sul Corriere di ieri, ha ripreso la discussione sui rapporti di Martin Heidegger con il nazionalsocialismo. Ed è andato oltre le accuse mosse a suo tempo da Hugo Ott e Victor Farias, sostenendo che Heidegger era un antisemita ostinato e un nazista prima dell' avvento al potere di Hitler, che fu un nazista convinto negli anni del regime e che rimase nazista anche dopo la seconda guerra mondiale, senza pentirsi dei compor tamenti tenuti. Tutto vero. Va detto che Heidegger non celò mai le proprie idee e ammise sempre di essere antisemita, anche perché insofferente di una Germania liberale, che avrebbe permesso agli ebrei di essere cittadini come gli altri. Certamente tenne per poco il rettorato universitario cui era arrivato nel 1933, ma non perché considerasse illiberale il regime nazionalsocialista: al contrario, gli sembrava che non prendesse sul serio le sue fantasie sulla scienza tedesca e desse troppo spazio al sapere tecnico. Se fosse stato per lui, avrebbe perseguitato, oltre agli ebrei, anche gli ingegneri. Ma c' è un rapporto tra queste vicende di un uomo meschino, che non si vorrebbe avere per amico, e la sua filosofia? Le sue opere non sono senza radici ed esprimono la delusione di filosofi che videro il loro sapere messo fuori gioco da fisici, chimici, matematici, che proprio nelle università tedesche stavano scoprendo il modo in cui è fatto il mondo; e allora si aggrapparono alle « grandi questioni » tirate fuori dai libri di scuola frequentati nei seminari filosofici. Martin Heidegger si appese all' essere e costruì una filosofia basata sul disprezzo degli uomini comuni, alle prese con le vicende della vita quotidiana. E praticò le solite furberie, seguendo qualche campo di lavoro, come faceva il più prudente Hans Georg Gadamer, che non si iscriveva al partito nazista, ma partecipava anche lui a campi di addestramento. Uno come Heidegger non contava molto in un regime basato sulla convivenza di molti potentati, che lasciavano agli apparati del partito la propaganda e l' esercizio della violenza, e poteva continuare a sognare una scienza tedesca, distrutta dall' emigrazione intellettuale, incapace perfino di organizzare un riarmo veramente moderno. È una vendetta della realtà che Heidegger parlasse nel 1940 della motorizzazione della Wehrmacht come di un atto metafisico. Non molto tempo dopo un filosofo italiano come Galvano Della Volpe, con un qualche peso nel nostro Paese, avrebbe scritto sull' estetica del carro armato. Cattivi maestri, che non rinunciarono a parlare di cose più grandi di loro, ma cattivi maestri anche se fossero vissuti in tempi più tranquilli e la sorte avesse risparmiato loro la tentazione di servire, non sempre ascoltati, i tiranni. Oltre agli ebrei detestava anche gli ingegneri

Carlo Augusto Viano
Corriere della sera
4 giugno 2005

>>> Vedi anche la reazione degli heideggeriani  di Francia>>>
Ci deve essere qualcosa negli ex nazisti non pentiti che affascina tanto gli intellettuali di sinistra italiani. Questo qualcosa è lo Stile: la stilizzazione altamente parodistica dell'intelligenza, l'esibizione coerente, apatica, senza flessioni e senza ripensamenti del proprio pensiero come prodotto di una intelligenza superiore. Il kitsch della potenza teoretica condensata in formule inestricabili e tautologiche.
E' un fatto certo che uomini come Ernst Jünger, Carl Schmitt e Martin Heidegger offrono questo. E sembrano sempre un poco (o molto ) superiori a i fatti. Non si sentono mai pentiti, loro. Non ci hanno mai fornito nessun utile, trasparente resoconto delle loro convinzioni e vicende politiche. Nel '33, il nazismo come «fatto dominante» li ha tremendamente affascinati, attratti e mobilitati. Ma poi, dopo il '45, come «fatto perdente», li ha annoiati ed è parso indegno di considerazioni ulteriori. Provare vergogna era qualcosa che superava nettamente le possibilità espressive del loro stile. [...]
Il nazismo di Hediegger non è stato molto concreto. Il linguaggio del discorso per l'assunzione del rettorato di Friburgo nel 1933 è un capolavoro di «doppio gioco» filosofico-politico. I colleghi che lo spinsero ad accettare quella carica dovevano averlo capito: pochi altri sarebbero stati capaci come lui di mentire dicendo la verità, di ingannare in piena buona fede. Una vera truffa sia nei confronti degli studenti sia del partito al potere, perché non si capisce mai se chi parla esorta all'essenza della verità o esorta al nazionalsocialismo. [...]
Mentre Jünger, Schmitt e Gottfied Benn si rendevano certamente conto (e si capisce dali loro scritti) di quello che stava accadendo in Germania, con Heidegger la questione è sempre più «profonda» e sfuggente. Nel suo linguaggio si possono far capire infinite cose, non dicendone mai precisamente nessuna (e lo dimostra la varietà multicolore degli esiti che l'heideggerismo ha avuto nei suoi numerosi seguaci. In quel linguaggio, non si capisce più la differenza fra leggere un libro e sparare contro qualcuno, fra un progetto di ricerca e una dichiarazione di guerra. Rispetto alla propaganda e alla pubblicità, siamo senza dubbio al polo opposto. Ripetitività ipnotica e vuotaggine, però, sono curiosamente analoghe.
La controversi che si è riaperta dopo la pubblicazione del libro di Victor Farias (Heidegger e il nazismo Bollati Boringhieri 1998)  e dopo le polemiche di Habermas, potrà anche durare a lungo. Dubito fortemente, però, che almeno in Italia si possa arrivare a un vero chiarimento. Buona parte dei filosofi italiani che hanno oggi fra i quaranta e i cinquant'anni sono più o meno heideggeriani e scrivono sui giornali più o meno comunisti o demcoratici. Nonostante questo, sembrano vergognarsi di essere considerati culturalmente dei comunisti o dei semplici democratici, e non desiderano altro che di poter mostrare uno stile superiore, che non teme le idee di destra e anzi le preferisce, senza peraltro tenere conto del legame che le idee di destra possono avere o hanno avuto con una politica di destra.

Alfonso Berardinelli, da Stili dell'estremismo,
Editori Riuniti, Roma 2001, pp.94-98

Alfonso Berardinelli - Il nazismo innominabile
Loading

Il 27 maggio del 1933 venne assegnata a Martin Heidegger la carica di rettore dell’Università di Friburgo. Adolf Hitler si trovava, in quel momento, a ricoprire la carica di Cancelliere del Reich della Germania. L’incarico di Heidegger durerà in totale solo dieci mesi; infatti, nel febbraio del 1934 il filosofo si dimise «per non approvare la deposizione dei due “decani di facoltà” antinazisti da lui nominati: i proff. Wolf e Möllendorf». La nomina dello speculatore  di Essere e tempo al più alto scranno della carriera universitaria, il meccanismo stesso della giustificazione che Heidegger stesso redasse, la congiuntura politica nella quale quell’evento avvenne, la compromissione con il nazismo che comunque emergeva da tutta «quella vicenda» e soprattutto le motivazioni che  Martin Heidegger addusse in quel momento storico particolare con riferimento a quella sua esperienza, la «ritrattazione» fornita qualche tempo dopo giudicando a mente fredda quel periodo e quell’impegno istituzionale, tutto ciò ha fatto scaturire, nel corso degli anni, un aspra e vivace polemica che ha percorso – intersecandosi ad esso- il totale del periodo di tempo, trascorso in Europa e nel mondo, che è stato impiegato nella ricezione e nella completa esplicazione dell’opera heideggeriana. Lo stesso filosofo di  Meßkirch, il 23 settembre del 1966 concesse un'intervista, su questi argomenti a due inviati del settimanale «Der Spiegel» (intervista che fu poi pubblicata sullo stesso giornale il 31 maggio del 1976). Il testo di tale documento, corredato del saggio di Alfredo Marini (che ha anche tradotto e curato il volume) La politica di Heidegger,posto in apertura del volume, esce ora (2011) per le edizioni  «Guanda» in un unico libro dall’ingannevole titolo Ormai solo un Dio ci può salvare. Intervista con lo «Spiegel». L’aspetto più importante e interessante dell’intera questione (che ha registrato, intanto, «una specie di “processo” metodologico» a cura del professore parigino François Fédier, in quello stesso 1966) concerne le risposte che Heidegger fornisce ai suoi intervistatori con riferimento alla sua «adesione» (sia pur momentanea) al nazismo. Perché Heidegger accettò quell' incarico? Perché fece pubblica professione di nazismo e di fedeltà al Capo del Governo? Perché esaltò i valori che stavano alla base del Partito Nazionalsocialista? Per quali ragioni il filosofo dei Sentieri interrotti scelse di aderire ad un’ideologia e ad una visione del mondo che oggi ci ripugna e che provoca in noi disgusto e nausea? Risponde Heidegger: «alla fine mi dichiarai pronto ad assumere la carica, solo nell’interesse dell’Università, se mi fosse stato assicurato il consenso unanime del Plenum». Questo vuole solo dire che egli scelse di rendersi partecipe di quell' orrore e di quella immane tragedia solo per preservare, accudire ed emancipare l’istituzione nella quale si trovava in quel momento a prestare la propria attività lavorativa.

Ma quale era, più nel particolare, questo presunto «interesse dell’Università»? Heidegger dichiara a questo proposito: «il motivo, l’unico e il solo, che mi indusse ad accettare il rettorato è già indicato nella mia prolusione friburghese dell’anno 1929 Cos’è la metafisica? [p. 8], dove si dice: “i territori delle scienze sono fra loro separati. Il loro modo di trattare i rispettivi oggetti è radicalmente diverso. Questo molteplice scollamento delle discipline può oggi ancora ottenere un significato unitario soltanto attraverso l’organizzazione tecnica delle Università e delle Facoltà e grazie alla finalizzazione pratica delle specialità. Per contro, il radicamento delle scienze nel loro fondamento essenziale è venuto meno”. Ciò che io ho tentato durante il mio ufficio nei riguardi di questa situazione – nel frattempo oggi degenerata fino all’estremo – delle Università, è esposto nel mio discorso di rettorato». Heidegger, in sostanza, sta caldeggiando un «organizzazione tecnica» delle Università e la «finalizzazione» degli specialisti: qualcosa (in ambo i casi) di molto pratico. Qualcosa che riguarda il suo lavoro. Qualcosa di molto concreto. Ma come si può ottenere tutto ciò? La situazione di quel 1933 era quella in cui «la scienza, in quanto tale, il suo senso e il suo valore, vengono stimati in base all’utilizzazione che hanno di fatto per il popolo. E’ l’opposizione a questa politicizzazione della scienza che propriamente viene enunciata nel discorso di rettorato». In questo senso, continua ancora Heidegger, «l’autoaffermazione doveva insieme [positivamente, farsi carico del] compito di riconquistare un senso nuovo, rispetto alla organizzazione soltanto tecnica dell’Università, in base alla presa di coscienza della tradizione del pensiero occidentale-europeo». Ovvero, in definitiva: «l’Università doveva rinnovarsi in base a una propria presa di coscienza e guadagnare in tal modo una stabile posizione rispetto al pericolo della politicizzazione della scienza – nel senso sopra indicato». Sembrerebbe dunque che la «motivazione», che spinse Heidegger ad accettare l’ufficio del rettorato di Friburgo, sia stata essenzialmente di natura e tipo ideale. Le proposizioni «il radicamento delle scienze nel loro fondamento essenziale», «riconquistare un senso nuovo» e «una propria presa di coscienza» fanno infatti pensare certamente ad un complesso di moventi di natura schiettamente teoretica. Ma le cose forse stanno diversamente. Occorre sempre tenere presente, infatti, che Heidegger parla e giustifica la sua assunzione di responsabilità (conferitagli dal nazismo) sempre «da professore universitario». Al motivo ideale di cui sopra si dovrebbe, quindi, a rigor di logica aggiungere conseguentemente una concausa di tipo pratico ed effettuale. Anche ammettendo che in Heidegger (come egli dice) prevalga il solo interesse astratto si perverrebbe in ogni caso ad una situazione piuttosto strana. Il nazismo, come ogni totalitarismo, infatti scioglie l’intera realtà (sociale, economica, culturale ecc.) nella politica. Tutto è politica per i totalitarismi. Ecco dunque che quella pretesa «opposizione alla politicizzazione della scienza» non avrebbe adesso alcuna ragione d’essere. La scienza infatti è già politica per il regime di Hitler. Questo sarebbe, dunque, quell’ «errore di valutazione» (come afferma Alfredo Marini nel suo saggio) in cui incorse Heidegger nell’accettare quel compito che era insieme politico e culturale. Ma possiamo ancora continuare a spingere la nostra analisi un po’ più oltre. Proporre un’alternativa alla «politicizzazione della scienza» nell’universo dove tutto è politico, vuole dire credere in un'utopia. Per cui quel motivo ideale di cui si diceva, diventa ora tensione chimerica a metà tra il sogno e la speranza. In questa direzione si aprono così almeno tre strade interpretative. La prima strada afferma che Heidegger fu spinto da una motivazione utopica in virtù della quale egli coprì «per dieci mesi pubblicamente col suo nome la “nationalsozialistiche Revoluzion”». A causa di una ragione  irrealizzabile ed illusoria egli stabilì perciò la propria «compromissione politica» nei riguardi di «quei delinquenti comuni»che furono sicuramente i nazisti. L’utopia è da una parte e dall’altra sta il suo esatto opposto. In questa prima strada interpretativa Heidegger ci appare come una persona che si contraddice. Altri dovrebbero essere stati i motivi che l’hanno spronato all’accettazione del rettorato di Friburgo. La seconda strada,invece, è quella che vuole Heidegger interessato solo al possibile sbocco ed al futuro del proprio lavoro, della propria professione. Si tratta di una motivazione, come facilmente si evince, puramente materiale e prosaica. Una posizione avvalorata, tra l’altro, da questa sua affermazione: «in quanto docente all’Università, il mio primo obiettivo era il senso delle scienze e, quindi, la determinazione del compito dell’Università stessa». Proprio «in quanto docente all’Università», Heidegger, in questo caso, avrebbe pensato giusto, per dirla in breve, solo ai propri interessi. La sua motivazione sarebbe stata del tutto egoistica. Una congiuntura questa che sarebbe stata vieppiù aggravata dall’avere così sostenuto, approvato ed essersi «fatto incauto rappresentante» di un regime fra i più odiosi che l’intera storia del genere  umano ricordi.

Su questa seconda strada il filosofo de La questione della tecnica ci appare come una specie di demonio che non guarda in faccia niente e nessuno (nemmeno la realtà) pur di raggiungere quelli che sono i propri meschini ed esigui obiettivi. C’è, infine, una terza strada. Se infatti Heidegger fosse stato spinto da entrambe le componenti (quella illusoria e quella materiale) ciò avrebbe voluto dire che con l’assunzione del rettorato egli avrebbe voluto migliorare ed agevolare la propria carriera attraverso un metodo ed un fine utopistici. In questo senso Heidegger non potrebbe che apparirci come una specie di stupido. Alfredo Marini, nel corso del suo saggio, propone una sua diversa interpretazione: ci troviamo di fronte a un «puro e semplice errore di valutazione politica da parte di un professore di filosofia in una precisa e drammatica occasione storica (giacché, a quanto risulta, di questo si era trattato)». Heidegger, in sostanza, non avrebbe capito che ogni cosa è politica (anche l’Università) all’interno dei totalitarismi. Ma ciò è estremamente grave per «un professore di filosofia»! Nell’alternativa prospettata da Marini ci troveremmo di fronte dunque a una persona che non sa fare bene il proprio mestiere. Un inetto. Non avendo ulteriori elementi psicologici per poter far scendere e brillare ulteriormente la nostra analisi noi ci dobbiamo fermare qui. Ma è lo stesso Heidegger che non si ferma affatto qui! Infatti egli afferma ancora: «io credevo allora che, nel confronto col nazionalsocialismo, si potesse aprire una nuova strada, l’unica possibile per un rinnovamento». Ovvero, nelle parole di Alfredo Marini: «Heidegger, nel 1933, si era fatto incauto rappresentante di quello che gli sembrava dover essere un “grande e magnifico”… momento di sboccio o di “rottura”… di rilevanza addirittura epocale». Ovvero: il Führer «era soltanto una meteora che faceva giusto allora scalpore sulla scena politica suscitando la curiosità generale: un uomo privo di fatue curiosità e ricco di meditate convinzioni, come era allora Heidegger, se lo rappresenta… come il prototipo del leader che riconduce alla sua essenza, in particolare, il popolo tedesco». Heidegger, quindi, non si limitò per nulla all’accettazione di un mandato e di un compito. Heidegger magnificò apertamente chi gli  conferì e aggiudicò quella missione. Questo almeno è quanto emerge dal testo relativo alla Autoaffermazione dell’univeristà tedesca (il discorso pubblico tenuto dal filosofo al momento della propria investitura). Ciò vuol dire che quando Heidegger decise di accettare quella investitura egli compì questo atto con uno stato d’animo pieno di passione e di entusiasmo. L’adesione al nazismo non potrebbe essere infatti più piena e completa. Non ci sono più mezze misure, non ci sono ripensamenti, non ci sono dubbi: tutto è chiaro nella mente del bravo filosofo. Perché Heidegger si è comportato così? Il volume della «Guanda» ci offre quantomeno una via per poter entrare negli autentici sentimenti che diressero Heidegger. E’ lo stesso Alfredo Marini ad affermare questo: «chi si accontenta di dire che Heidegger è stato “nazista” può (gli è permesso) farlo, chi però vuol saperne di più (ha la possibilità di) andar oltre senza che, per l’intenzione o la semplice presunzione di volerlo o poterlo fare, debba sentirsi trasformato a sua volta in un “difensore del nazismo”». Ora, nel senso di questo «saperne di più», Ormai solo un Dio ci può salvare. Intervista con lo «Spiegel» costituisce senz’altro uno strumento utile. Il libro, però (credo per ragioni editoriali) risulta un po’ appesantito e depistato dal saggio introduttivo di Alfredo Marini il quale, in alcune sue parti, appare abbastanza ridondante e piuttosto inutile. La questione che però qui ci interessa non può venire risolta del tutto da questo libro. E neppure dal giudizio di Fédier, il quale affermò quanto segue: «Heidegger aveva compiuto il grave errore di coprire per dieci mesi pubblicamente col suo nome la “Nationalsoziastiche Revolution”, ma non quello di accreditare il nazionalismo sciovinista e razzista, né la rivolta reazionaria dei piccolo-borghesi, né lo scatenamento dell’illegalità e della violenza». A ciò si deve aggiungere che Heidegger, dopo le dimissioni, come egli stesso afferma:  «mi sono limitato ai miei compiti didattici: nel semestre estivo del 1934 tenni un corso sulla Logica. Nel semestre successivo 1934/35 tenni la prima lezione su Hölderlin. Nel 1936 cominciarono le mie lezioni su Nietzsche. Tutti quelli che avevano orecchie per intendere intesero che questa era una discussione con il nazionalsocialismo». Marini parla a questo proposito di una  «opposizione di Heidegger al nazismo». Ma, è davvero sufficiente solo questo per far dimenticare quell’ «errore di valutazione»? E, si trattò veramente soltanto di un «errore»? Heidegger in realtà era un essere contraddittorio e in malafede? Era uno sconsiderato che si muoveva solo per convenienza? In fondo era uno stupido? E’ vero che Marini afferma «Questa ricerca affannosa di “prove” dell’esser – Heidegger – uomo spregevole - & - bestia nazista non ha più senso dopo le precisazioni di Fédier contro “Der Spiegel” nei numeri 234, 242 e 251 di “Critique”… e dopo la pubblicazione da parte di H: Heidegger di tutte le documentate esternazioni naziste (e non solo degli occasionali “Heil Hitler!”) del padre, nei mesi del rettorato e anche oltre, nel vol. XVI della Gebamtausgabe». Si, indubbiamente, tutto ciò è vero; ma il dubbio rimane egualmente. E se si trattò veramente di «errore», perché il filosofo di Meßkirch incorse allora effettivamente in quell’ «errore»? Era uno sprovveduto? Non conosceva bene i fatti del suo tempo? Aveva sottovalutato il fenomeno del nazismo? Tutte domande queste - fino al momento - destinate a rimanere senza risposta. L’aspetto psicologico della questione è proprio quello che viene meno proprio ad una attenta indagine. Esattamente quell’aspetto psicologico che balza subito in primo piano dalla lettura di un libro che contiene domande poste 33 anni dopo alcuni fatti rilevanti della vita di un filosofo. Non abbiamo quindi nemmeno un utile documentazione di prima mano ma solo, in qualche misura, una giustificazione a posteriori o comunque una delucidazione successiva all’evento a cui noi siamo interessat

i. Certamente Heidegger non viene fuori bene da questa storia. Sia egli stato un individuo che si contraddice, uno che fa le cose per interesse oppure non avendo egli (cosa che possiamo forse escludere) un intelligenza adeguata al posto ed alla funzione che  stava occupando nella società del tempo: Heidegger non ne viene fuori bene! Sia detto incidentalmente: nel caso in cui egli si stia contraddicendo vale la pena di riflettere sul fatto che il filosofo sta rispondendo mentendo alle domande dei suoi intervistatori. In definitiva siamo tutto sommato di fronte ad una faccenda che lambisce la vita di un insigne pensatore ma, forse, non ne tocca l’opera. Anche se per alcuni, certamente, queste due cose sono sempre strettamente intrecciate, noi possiamo però leggere gli scritti di Heidegger senza pensare affatto alla sua esistenza ma solo a quello che essi stessi ci dicono e ci esprimono. In questo senso, però, va detto che il volume L’autoaffermazione dell’università tedesca. Il rettorato (pubblicato dal «Nuovo Melangolo» nel 2001) ci prospetta cose terribili, cose  che non vorremmo avere mai letto ne immaginato di leggere. Qual è il significato globale dunque di tale «vicenda che doveva collegare per sempre il nome di Heidegger con l’ascesa di Hitler al potere»? Fu cieco utopismo incapace di vedere la realtà? Bieco egoismo? Pura stupidità? Il grosso problema è che dalle carte che abbiamo in mano emergono solo questi tre aspetti. Se infatti pensiamo che Heidegger stesse mentendo ai suoi intervistatori ci dovremmo chiedere: perché? E quale sarebbe stata la verità che il filosofo avrebbe voluto occultare? A questo punto, sicuramente ne dovremmo concludere che tale verità, una volta detta, sarebbe stata immancabilmente più «disdicevole» di quella raccontata effettivamente. Un episodio non fa la vita di un uomo, non c’è dubbio. Ma un episodio è indicativo di una temperie, di uno stato di fatto, di una circostanza, di una congiuntura. Se Heidegger «sbagliò», se si tratto di «errore», questo fatto certamente ci rende più umano e molto più vicino a noi il pensatore della «rilettura radicale» di «tutta la tradizione filosofica dell’Occidente». Ma ciò vale solo ad una condizione. E cioè che quell’ «errore» noi possiamo perdonarlo o non perdonarlo, comprenderlo o rigettarlo, a seconda della nostra particolare disposizione, cultura, incombenza e formazione morale e civile.
Gianfranco Cordì


Gianfranco Cordì - L'errore di Heidegger
<<< Leggi anche in fondo pagina di Gianfranco Cordì - L'errore di Heidegger
Ormai solo un dio ci può salvare è il titolo che la redazione del giornale tedesco "Der Spiegel" diede a un colloquio che si svolse tra Heidegger e due inviati del settimanale. Secondo la volontà di Heidegger questo testo - in cui risponde alle accuse di collusione con il nazismo - non doveva essere pubblicato se non dopo la sua morte. Grazie a esso, come scrive Marini nella sua introduzione: "Chi si accontenta di poter dire che Heidegger è stato 'nazista' può (gli è permesso) farlo; chi però vuol saperne di più, può (ha la possibilità di) andare oltre senza che... debba sentirsi trasformato a sua volta in un 'difensore del nazismo'". "Ormai solo un dio ci può salvare" è un contributo al chiarimento del "caso Heidegger", ma anche lo straordinario documento di un pensiero che - venerato o detestato che sia - domina la filosofia europea del Novecento.