Thomas Hobbes
Filosofo inglese  ( Westport, Wiltshire, 1588 - Hardwick Hall, 1679 )

Thomas Hobbes è uno dei fondatori della filosofia politica moderna, a cui si attribuisce a torto solo la formula del vecchio detto latino (Plauto) «l’uomo è un lupo per l’altro uomo» (homo homini lupus). Hobbes non è soltanto un teorico del diritto e del contratto sociale per il quale  infatti «l’uomo è un vincolo per l’uomo». È comunque celebre per lo sguardo realista (taluni dicono pessimista) sulla natura dell’uomo, che lo pone sulla scia di pensatori come Tucidite o Machiavelli, che nelle loro investigazioni partono dall’esame dell’uomo com’è (e non come dovrebbe essere), preso ossia nel fascio delle sue passioni e dei suoi limiti “naturali”.  I suoi lavori di fisica, i suoi trattati sul corpo umano precedono o accompagnano le sue indagini sulla fondazione della città e sulla religione e ne sono il presupposto logico.
  
Hobbes nacque nel 1588, a Westport, città che lasciò all’età di quindici anni per proseguire i suoi studi a Oxford, dove scopre il nominalismo e la scolastica. Impegnato come precettore di William Cavendish, duca di Newcastle, accompagna nel 1610 il suo allievo in Italia ed in Francia. A partire dal 1620, Hobbes lavora con il Cancelliere dello scacchiere e filosofo Francis Bacon, per il quale manifesta poca stima, ma che gli permette di entrare in contatto con l’ambiente scientifico:  acquista familiarità quindi con la filosofia meccanicista (allora la più avanzata dottrina scientifica nel settore)  e dimostra un grande interesse per i  vecchi filosofi materialisi e le ricerche fisiche sulla conservazione del movimento. Presso i difensori dell’ortodossia teologica, passa per un impostore ed è vittima dei loro attacchi nel 1624. Tucidite di cui traduce nel 1628 La guerra del Peloponneso, rappresenta per Hobbes un modello della conoscenza, prima che scopra, nel 1629, a Parigi, il metodo ispirato da Euclide, che inizia ad applicare nel suo breve Trattato dei primi principi.
Un nuovo viaggio sul continente, nel 1631, gli permette di incontrare Mersenne e Galileo. Nel 1640, mentre scoppia la Prima, cruenta, rivoluzione inglese, Hobbes redige gli Elementi di legge naturale e politica. Per prudenza, si stabilirà in Francia, dove frequenta fino al 1651, sia  Mersenne che Gassendi (ossia l’ala materialista della filosofia francese del momento), studia l’anatomia con Vésale ed approfondisce le sue conoscenze in chimica. Più tardi, si legherà d’amicizia con William Harvey, che aveva scoperto la circolazione del sangue e con il quale condividerà le stesse affinità metodologiche. Nel 1660,  gli Stuart ritornano sul trono e, benché Carlo II non sia ostile a Hobbes, quest’ultimo dovrà difendersi contro numerose accuse  di tradimento  e di ateismo. Il filosofo muore a Hardwick Hall, il 4 dicembre 1679. Il 21 luglio 1683, l’università di Oxford condannerà il De  cive (uscito nel 1642) e il  Leviatano (pubblicato nel 1651) accusando  queste opere di attribuire all’autorità civile un ‘origine (quando non una derivazione e legittimazione) popolare e considerare il termine  “conatus” (il desiderio, o meglio l’istinto di auto-conservazione) come una legge fondamentale della natura. Gli studenti ballarono attorno al rogo  in cui vennero gettati i suoi libri  condannati nella gioia generale.

Una filosofia inseparabile dalla scienza
Spesso negletti, i lavori scientifici di Hobbes sono inseparabili dalla sua teoria politica, come la fisica degli stoici, molto trascurata dai commentatori, è indissociabile della loro filosofia morale. Nel De corpore, Hobbes suddivide la filosofia  in tre parti: la matematica, la fisica, la filosofia della società civile. La parte più utile della fisica è la scienza del corpo umano, di cui l’ottica è una sezione molto importante, legata com’è alla teoria del desiderio, del conatus
Hobbes si proclama fondatore della filosofia civile laddove l’innovazione del suo pensiero si evidenzia  in un lavoro di fisica: attinge alla  fisica, ed in particolare alla scienza del corpo umano, gli elementi costitutivi della scienza della politica per costruire la conoscenza più necessaria, quello dello Stato, di cui trattano i tre volumi degli Elementi di filosofia (De cive, De corpore, De homine). L’unità della riflessione di Hobbes risiede nel fatto che l’uomo, come cittadino, è l’oggetto di una filosofia politica (o teoria dello Stato) e, come corpo naturale, della geometria e della fisica. Si tratta dunque di delimitare un paradosso inevitabile: l’uomo è un essere naturale (De corpore) che produce effetti antinaturali (De cive).   
Se c’è una rivoluzione scientifica nel pensiero di Hobbes, risiede nella dichiarazione che tutto è corpo (materia), e che tutti i fenomeni si spiegano con i movimenti dei corpi. Su ciò che è privo di spazio o di corpo, non ci possono essere discorsi legittimi. Di conseguenza, la principale questione da risolvere è di sapere come l’uomo, che è un corpo come tutti gli altri, produca effetti che nessun altro corpo produce, e come, in particolare, possa costituire una anti-natura, cioè lo Stato. «La filosofia è la conoscenza, acquisita con un ragionamento corretto, degli effetti o fenomeni, secondo le cause o le determinazioni che se ne  concepiscono, e, per contro, delle loro determinazioni possibili secondo gli effetti conosciuti». La scienza, è secondo Hobbes, ad un  tempo empirista («la sensazione è il principio della conoscenza dei principi stessi») e razionale, nella misura in cui comincia con l’impiego dei segni che sono le parole del linguaggio.

La meccanica dello spirito
La fisica deve spiegare come i corpi esterni influiscono meccanicamente sul corpo umano, e come vi producono le percezioni ed i fenomeni che ne dipendono. Secondo la teoria hobbesiana, i sensi sono messi in movimento a partire da un’eccitazione esterna, movimento trasmesso al cervello ed al cuore, da cui parte un movimento in senso inverso, il cui inizio (conatus) è la sensazione. Ne consegue che le cose non hanno proprietà: è il soggetto che patisce la sensazione, che subisce modifiche. Lo stesso dicasi della memoria, dell’associazione di idee, del piacere e del dolore. La fisica hobbesiana è dunque una teoria meccanica della percezione e dello spirito. 

Il conatus
La nozione centrale della meccanica dello spirito è il conatus, un movimento che ha lo spazio della superficie  di un punto e come tempo un istante  o poco meno. Insomma è una quasi non-materia; il materialismo integrale di Hobbes non ammette infatti alcuna forma di spiritualità o di passione che non abbia una base fisica. Questo movimento infinitesimale è un dato essenziale della politica, poiché è uno sforzo o una sollecitazione che avvicina a ciò che piace e che allontana  da ciò che dispiace. La nozione di conatus introduce ovunque il movimento, che è comunicato all’occhio dalla luce.  
Mentre l’animale vive in un presente eterno, il tempo dell’uomo ha un inizio, in particolare con il conatus, che è l’inizio della sensazione. In quest’inizio è radicato il potere dell’artificio, cioè la lingua con la quale l’uomo intrattiene  una certa relazione col tempo. L’uomo non è dunque definito come l’essere che parla o che pensa, ma come il corpo che accede al tempo (opposto ad un presente perpetuo).

Filosofia politica
Chiunque osserva come egli stesso pensa, opina, ragiona, ecc., comprenderà e conoscerà allo stesso modo anche i pensieri e le passioni degli altri uomini in occasioni simili. Tuttavia, questa similarità dei pensieri e delle passioni individuali non appare nello stato di natura, che è il regno della dissimulazione, della menzogna, della finzione e della lotta; si può osservarlo soltanto nello stato civile, in cui «quello che deve governare tutta una nazione non deve comprendere in sé stesso questo o quello individuo ma tutta l’umanità».

Il desiderio di potenza
Lo stato di natura è tormentato da una contraddizione che rende il suo sviluppo necessario. Il punto di partenza è il conatus di autoconservazione, da  cui discende che  il proprio dell’uomo non è l' essere orientato verso la soddisfazione di un bisogno o verso la trasformazione della natura per mezzo del lavoro, ma desiderio dell’altro, ossia di condividere e dominarne la su facoltà di desiderare, in qualche modo di entrare in rapporto con l’altrui desiderio. In realtà, il desiderio umano non si soddisfa nella semplice riproduzione del movimento vitale, è desiderio infinito di potenza. Così, c’è un’ “inclinazione generale” di tutta l’umanità, un desiderio perpetuo e senza tregua di acquisire sempre più potere: desiderio che cessa soltanto con la morte. Ma non si tratta qui di un semplice accumulo di oggetti, perché, da una parte, il desiderio di potenza risulta dalla relazione con l’altro come abbiamo visto  e, dall’altra, il potere sugli altri più che sulle cose è il più grande dei poteri.  

Il “vero valore” dell’uomo
Nella sua relazione con l’altro, ogni Io individuale tende ad accordare a sé stesso il più alto valore possibile e a sottomettere a sé l’altro o con l’amore o con la forza. L’analisi della nozione di valore fornisce la chiave interpretativa della contraddizione insita al desiderio di potenza nel processo dell’autoaffermazione. In effetti, ciò che Hobbes chiama il “vero valore” di un uomo non corrisponde né all’importanza che quest’uomo accorda a sé stesso, né ad un assoluto: si riduce, come qualsiasi cosa, al suo prezzo, «cioè a ciò che si darebbe per disporre del proprio potere».  Per Hobbes, non si tratta soltanto di ridurre il valore dell’uomo al prezzo della cosa, ma di mostrare che il suo valore reale non è quello che l’Io accorda a sé stesso nella sua autoaffermazione: esso dipende interamente dalla necessità e dall’opinione dell’altro. Si comprende, di conseguenza, la necessità per ogni individuo di aumentare la propria potenza, e la contraddizione nella quale si chiude, in un circolo vizioso, il desiderio di potenza. In realtà, l’affermazione dell’Io è costantemente sottoposta all’azione dell’ altro che si muove con lo stesso conatus: più un uomo estende la sua potenza sugli altri, più diventa dipendente da loro; e più la sua potenza aumenta, più diventa fragile. Così, la paura diventa universale e nessuno può uscire vincitore dal conflitto. Il desiderio di potenza, che ha per scopo la conservazione e la dichiarazione dell’Io, mette in pericolo quest’ultimo e lo conduce in ogni istante ad una lotta mortale. Di conseguenza, chiunque sostiene che occorre restare nello stato di natura, in cui qualsiasi cosa è permessa a tutti, si contraddice.
 
Dallo stato di natura allo stato civile
L’opposizione tra lo stato di natura e lo stato civile non è dunque una semplice contrapposizione  tra  naturale e artificiale. Infatti, il primo comporta già l’artificio della lingua verbale, fonte di tutti gli altri artifici, in particolare dello Stato. È la parola che permette di prendere coscienza della contraddizione del desiderio di potenza ed uscirne con l’atto verbale del contratto (pactum unionis). È legittimo che gli uomini obbediscano allo Stato, a condizione che quest’ultimo garantisca l’ordine esercitando un’autorità e non una sovranità e che tutti vi si sottomettano (pactum subjectionis).

Natura e funzione dello Stato
Lo Stato è una “persona artificiale” la cui essenza è la rappresentazione dell’ordine civile, e la cui funzione la protezione dei cittadini. È la vera e unica uscita dal circolo vizioso del bellum omnium contra omnes dello stato di natura.  La riflessione intrapresa da Hobbes nel Leviatano concerne  l’essenza del potere dello Stato, e non su una forma di governo com’era d’uso fin dai tempi di Aristotele. Il  Leviatano  presenta una teoria del potere sotto la sua forma pura. Allo stato di natura, l’uomo è privato di qualsiasi bontà, come gli animali consegnati alla “legge della giungla”. Vi regna la potenza anarchica della folla (potentia, in latino):  «Là dove non c’è potere condiviso, non c’è legge, là dove non c’è  legge, non c’è  giustizia».  La filosofia politica di Hobbes espone come questa potenza anarchica della folla (potentia) si converte in un potere (potestas) assolvendo così alle esigenze della sicurezza di tutti. Da questo processo nasce qualcosa di più di un consenso o di un’armonia: un’unità reale di tutti in una sola persona, che si chiama “repubblica” (civitas). La folla o moltitudo  si trasforma allora in popolo. Partendo da questo assunto, Hobbes può legittimamente ricusare ogni diritto di sommossa (che invece teorizzerà Locke), poiché «chi  si lagna di un torto commesso dal sovrano si lagna di ciò di cui è egli stesso l’autore». Estensione logica della teoria del contratto, la teoria della sovranità hobbesiana afferma che è proprio un patto sociale che istituisce il monarca, ne consegue  l’abbandono di qualsiasi teoria della sovranità di diritto divino.   L’atto costitutivo della sovranità è il contratto sociale che sostituisce la formula dell’omis potestas a Deo che percorse tutto il Medioevo.

Autorità civile e religione
La storia profana non si spiega alla luce di quella sacra, ma attraverso  il potere del sovrano, essendo le intenzioni di Dio conosciute soltanto attraverso i Libri la cui autorità dipende da quella che la politica gli vuole dare. Hobbes rifiuta ogni concezione provvidenzialista della storia affermando che non è Dio che governa le azioni degli uomini al fine di condurli  verso il raggiungimento di  un mondo nuovo, alla fine della storia. (Si pensi a quanto di eversivo c’è in questa concezione, totalmente laica, non solo allora quando appariva in un mondo che prendeva indicazioni ad ogni passo dalla Bibbia e dal clero, ma ancora oggi che pure tanto si è secolarizzato). Così, la guerra non può essere pensata come un momento di un disegno universale di Dio. Certamente, un’interpretazione corretta delle Scritture può mettere in evidenza il destino storico del regno di Dio, ma si tratta di fede e non di ragione.  

Il Leviatano
Il solo dono divino che possa essere affermato dalla teologia, è la capacità dell’uomo di utilizzare artifici che fanno di lui un essere unico; grazie a questo dono, è il solo essere che possa costruire e non ricevere questo altro essere che lo salverà: il Leviatano
La Bibbia, secondo Hobbes, non contiene la parola di Dio: ma una parola su Dio. Nella tradizione dell’esegesi e delle teorie dell’interpretazione delle Sacre Scritture, Hobbes assume posizioni estremiste, poiché, per lui, le Scritture non traggono autorità da se stesse e, per essere ritenute degne di fede, hanno bisogno di un’autorità esterna:  «Se i cristiani non ritengono il loro sovrano come l’unico profeta di Dio, si espongono a prendere i loro sogni per una profezia, o obbedire a stranieri, o ad un altro soggetto».  Occorre dunque rimettersi totalmente  al potere del sovrano.

Hobbes denuncia  dunque  il ricorso alla sola  Scrittura e al magistero della Chiesa: allo stesso modo  attribuendo al sovrano il  dirito esclusivo  di determinare il canone e di interpretare la Bibbia, il  filosofo  accorda alla sola autorità civile il potere di tradurre il vero senso delle leggi naturali.




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Thomas Hobbes
Hobbes   in Rete:
<<< T. Hobbes - The Internet Encyclopedia of Philosophy. In ing. Ampia esposizione del pensiero di H.

<<< T.Hobbes, a cura di Diego Fusaro, con ampi riassunti, commenti del Leviatano e l'intera opera di Hobbes.

"De Cive" del 1642 è considerata, fra le opere politiche di Hobbes, la più organica e omogenea. Essa rappresenta anche l'espressione più chiara del suo pensiero: nelle tre parti che la compongono - Libertà, Potere, Religione vengono infatti trattati con insostituibile rigore sistematico i temi centrali della politica moderna, dall'origine e struttura dello Stato ai suoi rapporti con la Chiesa.

Il "Leviatano" è una delle prime opere teoriche in cui i problemi della società borghese e dello Stato sovrano vengono affrontati secondo i principi del pensiero filosofico moderno. Nella storia delle dottrine politiche esso costituisce la conclusione delle ricerche condotte su tali problemi sin dal Quattrocento e la premessa dei successivi svolgimenti. Culmine del progetto hobbesiano di organizzazione della filosofia politica secondo il modello delle scienze fisiche e matematiche, il "Leviatano" è l'opera fondamentale per comprendere il ruolo dell'assolutismo nella storia politico-sociale d'Europa, il suo rapporto con la società borghese e con l'individualismo.

L'uomo è un corpo mosso da catene causali di azione e reazione e le istituzioni sociali che costruisce intorno a sé sono fondate su un contratto di reciproco vantaggio. Ogni associazione di persone è mirata a un utile razionalmente perseguito e ogni fallimento del contratto sociale è dovuto alla prepotenza e alla ferocia della natura umana. Se tutti gli uomini sono uguali e soggetti alle stesse leggi che governano il moto dei corpi, allora la legge politica deve essere assimilata alla legge naturale, di cui condivide la logica. E' questa l'argomentazione che fonda la teoria politica dello Stato laico. Con un saggio introduttivo di Luciano Violante.

Il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588 -1679) è fra i più celebri e discussi pensatori occidentali di ogni tempo. Il Leviatano è la sua opera più famosa. In questa pubblicazione, accanto alla traduzione italiana, per la prima volta sono riuniti in un unico volume il testo inglese e quello latino. E', questa, una novità assoluta a livello internazionale. Nel Leviatano sono codificati tutti i principali concetti del pensiero politico moderno. Scritto durante l'esilio volontario di Parigi, mentre in Inghilterra si succedevano gli eventi laceranti della guerra civile, ha provocato subito vivaci polemiche, per la teoria politica e per l'originale interpretazione della Bibbia. Nel 1683 l'Università di Oxford ne decretava la condanna, mettendone al rogo diverse copie, senza però riuscire ad arrestarne la fama. Il Leviatano è lo stato: un animale artificiale creato dagli uomini attraverso un patto. Ha un'anima, la sovranità, e il suo ambiente naturale è la concordia. Si ammala con la sedizione e muore con la guerra civile. Senza lo stato, gli uomini sono liberi di fare tutto ciò che vogliono, ma si trovano in una condizione di perenne insicurezza, in una guerra di tutti contro tutti che non permette loro di coltivare le attività produttive e culturali e che, soprattutto, mette in continuo pericolo il loro bene più prezioso: la vita. Il messaggio fondamentale può essere ricondotto a quella che Hobbes considera la prima legge di natura: sforzarsi di cercare la pace.

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