JAMES JOYCE
Poeta e romanziere irlandese (Dublino, 1882 - Zurigo, 1941)

Come Yeats, Joyce ha dovuto lasciare l'Irlanda perché il suo genio potesse esprimersi  compiutamente  in  un'opera che sembra trattare esclusivamente, almeno a prima vista, della sua patria e della sua città natale, Dublino, ed attraverso la quale quest'esiliato, che conosceva molte lingue straniere, ha tracciato la via della modernità  in letteratura con vertiginosi giochi linguistici.

Distante  dalla politica e dagli eventi della sua epoca, Joyce è tuttavia nel cuore del suo tempo grazie alla rappresentazione completamente nuova che ha saputo dare dell'uomo moderno. Rompendo gli schemi  dei metodi narrativi convenzionali, ha liberato la lingua: in questo, James Joyce è uno degli autori più originali e più significativi del XX° secolo.


Un “Dubliner”
Primo  di dieci figli, James Joyce nacque  in un  sobborgo di Dublino il 2 febbraio 1882. La sua famiglia, cattolica, conobbe rovesci di fortuna, dovuti in parte al padre di James afflitto di frequente dai  debiti e dedito all’alcol. Ma non per questo mancò al piccolo James  la migliore istruzione presso il prestigioso istituto  dei  gesuiti Clongowes Wood College e quindi al Belvedere College. Quest'istruzione lo segnerà definitivamente, tanto quanto l'immagine del padre, i cui stati d’ebbrezza si accompagnano ad un senso molto irlandese del discorso, spesso pervaso da una facondia alticcia congiunta a un fine senso dell’umorismo, che in qualche modo segnerà se non il tono certo manierismo del Joyce maturo. Interno al college, il bambino legge smisuratamemente ed inizia a scrivere. Poco a poco perde la fede cattolica, che sostituisce con una fede crescente nella potenza dell'arte, di cui descriverà il processo d'acquisizione in un romanzo autobiografico, Dedalus, ritratto dell'artista da giovane.
A sedici anni, entra nell’ University College di Dublino, dove si mostra uno studente straordinariamente dotato. Studia le lingue moderne e, nel 1900, scrive un  saggio su Ibsen, lavoro che gli procura  una certa notorietà nell'ambiente del college. Lo stesso anno  scrive un’opera teatrale  che distruggerà due anni più tardi, e dei poemi in versi ed in prosa. Diplomatosi nel 1902, parte per Parigi col pretesto di condurvi studi di medicina, ma abbandona ben presto la facoltà. Privo di mezzi, rientra per un breve periodo a Dublino nel dicembre di quell’anno per poi ripartire il mese dopo per continuare «l'esperienza della sua vita». Si dedica alla scrittura ed intraprende la formulazione di un sistema estetico.

Nell’aprile del 1903 Joyce deve precipitosamente rientrare a Dublino a causa della madre malata. Che muore nel mese di agosto. È un periodo estremamente difficile: mancanza di soldi, problemi politici irlandesi, abuso d’alcol. Nel gennaio del 1904 scrive uno schizzo autobiografico: Stephan Hero che, rimaneggiato, diventerà una dozzina d’anni dopo Dedalus, ritratto dell'artista da giovane.
Durante l'estate, Joyce si innamora di una giovane donna, Nora Barnacle, originaria di Galway, un porto della costa occidentale d'Irlanda. La persuade ad accompagnarlo nel continente, dove intende insegnare l'inglese. Lo scrittore e la sua compagna lasceranno l'Irlanda nell'autunno.



L'apprendistato dell'esilio
La coppia passa alcuni mesi a Pola, quindi nel 1905 si trasferisce a Trieste, dove Joyce finisce per trovare lavoro: insegna l'inglese alla  Berlitz  e dà lezioni private. Conduce una vita dissipata, beve molto, e, benché resti molto attaccato a Nora, la loro vita "coniugale" (si sposeranno soltanto nel 1931) è attraversata da crisi ricorrenti ma senza mai spezzare l’unione che resterà salda per tutta la vita. Nel 1905 nasce il primo figlio, che sarà battezzato Giorgio. Le difficoltà finanziarie s’aggravano: incapace di gestire il proprio denaro, Joyce continua ad indebitarsi, e, per sfuggire alle sue responsabilità, si dedica nuovamente e con più forza all’alcol.

Suo fratello Stanislao lo raggiunge: svolgerà un ruolo di sostegno morale e finanziario, ma le relazioni del terzetto  resteranno  tese. Stanislao Joyce (nato a Dublino nel 1885, morto a Trieste nel 1955), fratello minore  di James Joyce, fu anch’egli scrittore. Se non ha conosciuto lo stesso successo, la pubblicazione postuma delle sue opere, Diario di Dublino (1962) ed Il custode di mio fratello (estratti pubblicati nel 1958, testo integrale nel 1971), ha  però permesso di scoprire un ritratto giovanile inedito  del fratello maggiore. Quest'ultimo d’altro canto si ispirò proprio a Stanislao per comporre i personaggi di Dedalus (Stephen Hero) e del sig. Duffy (Gente di Dublino).

Da Roma a Trieste
Joyce non ha requie: perde l’impiego alla Berlitz e trascina la famiglia a Roma. Lavora per un po’ in  banca, frequenta le biblioteche romane, ma spende in modo sconsiderato e deve nuovamente ricorrere ad onerosi prestiti. È una vita da Andy Capp: il genio sotto le vesti di un emarginato sociale, di un alcolista. Di ritorno a Trieste, scrive articoli per i giornali e dà conferenze sull'Irlanda. Nel 1907, mentre la moglie mette al mondo una figlia, Lucia, Joyce deve essere  ricoverato  in ospedale  per un reumatismo articolare acuto. Dopo la nascita di sua figlia torna altre volte a Dublino: nel 1907, con i suoi figli, quindi solo, e nel 1912 con tutta la famiglia. Questa sarà  la sua ultima visita.


L'esilio zurighese
  Nel giugno 1915, ecco dunque Joyce e i familiari installati in Svizzera, dove riprende presto la stessa vita tumultuosa di Trieste: problemi di soldi, corsi d'inglese, incessanti traslochi. Joyce continua soprattutto a vivere della generosità dei suoi amici e dei suoi ammiratori. Ma lo scrittore esce poco a poco dall'ombra.

Poeti eminenti, come Ezra Pound, Yeats, T.S. Eliot, lo considerano come un grande autore e lo fanno sapere. Le sue opere, che circolano ancora soltanto presso un pubblico ristretto, iniziano a essere pubblicate: nel 1916, Dedalus, ritratto dell'artista da giovane, e, nel 1918, Gli esiliati, un'opera teatrale, che sarà recitata soltanto nel 1926, a Londra. A Zurigo, Joyce intraprende la scrittura di Ulisse, di cui aveva elaborato la scaletta  fin dal 1906. Il romanzo, che esce inizialmente in una rivista letteraria americana, Little Review, suscita fin dai primi numeri un grande interesse. La guerra finisce. Dopo l'armistizio, l'autore torna brevemente a Trieste prima di raggiungere Parigi.


L'Irlandese di Parigi
Preceduto dalla fama di «padre del modernismo» letterario, Joyce arriva nel 1920 nella capitale francese, in cui, immediatamente, è conteso da tutti. Il poeta e romanziere Valery Larbaud lo presenta al  Tout-Paris letterario. Diventa il favorito di un piccolo cenacolo: l’americana Sylvia Beach, animatrice della libreria inglese Shakespeare and Company, al Quartiere latino; Adrienne Monnier direttrice della "Casa degli amici del libro", vero centro della creazione letteraria; Léon- Paul Fargue, il futuro autore di Pieton de Paris. La pubblicazione di Ulisse nella Little Review continua, ma il capitolo "Nausicaa" è oggetto di un processo a New York: nel 1921, l'opera è condannata per oscenità, e Joyce cerca invano un editore. È finalmente Sylvia Beach che lo pubblicherà grazie ad una pubblica sottoscrizione.

Lo stesso anno, l'Irlandese comincia il suo ultimo libro, Finnegans Wake (Le veglie di Finnegans) A questo testo, che intitola  inizialmente  Work in Progress ("lavoro in corso"), attenderà  per  sedici anni. Nonostante l'accoglienza molto tiepida dei suoi primi lettori, Joyce persevera.
È colpito  da una malattia agli occhi per la quale soffre molto. Sotto minaccia di cecità, deve subire molte operazioni. In questo periodo è particolarmente  afflitto  dai disordini mentali della figlia Lucia, la cui schizofrenia - quella stessa malattia  che Jung crede di individuare nella sua opera - diventa lampante fin dalla fine degli anni 20.  Joyce tenta, senza successo, di farla curare a Parigi, quindi in Svizzera. Disperato, sprofonda nuovamente nell’alcol. Nora minaccia di lasciarlo, ma nonostante un certo incremento dei diritti d'autore, è sempre a corto di denaro. A dispetto di tutto, continua a lavorare a Finnegans Wake, ed il libro uscirà  nel 1939.
Quando scoppia la Seconda Guerra mondiale, Joyce si trasferisce  in zona libera, quindi ottiene l'autorizzazione di tornare a Zurigo nel dicembre 1940 ma lo scrittore è molto indebolito. Vi morirà poco tempo dopo, il 13 gennaio 1941.

Oltre il realismo
La vita e l'opera di Joyce sono strettamente connesse in quanto tendono all'universale. Come l'uomo Joyce evade dall'Irlanda prigioniera della meschinità di spirito e dal puritanesimo, così la sua opera partendo dal più intimo e  semplice dei  lirismi si espande via via  nel più vasto registro enciclopedico. Gente di Dublino, raccolta di quindici novelle, di cui ciascuna mette in scena l'universo interiore  di un abitante della città, passa dalla prima alla terza persona come se il libro volesse illustrare lo sviluppo della vita immaginaria di Joyce, dal drammatico al mitico, passando per l'epico. Tuttavia, non senza ironia, l’ultimo racconto, I morti, che riassume e riunisce tutto ciò che viene prima, sbocca in un meraviglioso lirismo.
Dedalus, ritratto dell'artista da giovane, che si apre in modo lirico e soggettivo, descrive in una serie di quadri narrativi  discontinui l'evoluzione di Stephen Dedalus. Si tratta di una ricerca d'identità. Una giovane donna sulla spiaggia al crepuscolo è l'ultima visione che dà all'eroe l'intuizione delle possibilità dell'arte di oltrepassare la meschinità ed il soffocamento che la religione rappresenta per lui e per il suo Paese.

Benché portino in germe l'opera intera di Joyce, questi due lavori appartengono ancora ai generi letterari conosciuti ed accettati: la novella, il romanzo di formazione. Con Ulisse e Finnegans Wake, Joyce sfugge a qualsiasi classificazione. Sono come i due aspetti di uno stesso dittico: il diurno ed il notturno. Con Ulisse, lo scrittore abbandona le convenzioni della prosa narrativa. Cerca un mezzo più preciso e più fedele per catturare i pensieri e le emozioni dei suoi personaggi; è obbedendo a quest'intenzione che ricorre ad una lingua sorprendentemente ricca e complessa e ad un parallelismo memorabile e collimante col poema omerico teso però a dare il senso dell’epopea ordinaria di un individuo ordinario,  a riferire quindi con toni alti,  poetici ed epici, gli eventi del tutto prosaici che formano la trama  dell'intrigo “romanzesco”.
Costruisce attorno al resoconto di un solo giorno del pubblicitario Leopold Bloom un mosaico complesso di stili e di forme, godendo nel giocare coi linguaggi e nel parodiare quasi tutti gli stili, dagli autori del passato, della letteratura popolare, dei manuali scientifici, dei quotidiani. La prosa diventa musica ed il monologo interiore intende cogliere - rinunciando alla mediazione delle convenzioni tipiche della scrittura - il pensiero grezzo così come fuoriesce dalla coscienza (flusso di coscienza) nel suo stadio pre-orale.
Ulisse si conclude all’inizio della notte.


Epifania
Con Finnegans Wake, Joyce va ancora più lontano, poiché qui
si tratta di rappresentare la realtà oltre alla coscienza, quella
del sonno e del sogno. «Sono alla fine della lingua inglese», dichiarò, dopo avere creato un'altra lingua per esprimere il mondo della notte: una sorta di dialetto babilonese forgiato con  tutte le lingue che conosce e che gli sembrano adeguate a porgere  un sogno universale. Finnegans Wake chiude il ciclo con un perfezionamento del verbo spinto fino al delirio, uno spazio elastico, di identità mobili, una narrazione ciclica e che non si conclude mai, abisso della lingua dove ci si perde.

"Epifania" così Joyce chiama la tecnica letteraria che ha messo a punto e che analizza nelle sue prime opere ed in un taccuino che sarà pubblicato soltanto nel 1956, Epifanie. Si tratta per lo scrittore  di fare emergere nel quotidiano una manifestazione dello spirito, sia esso gesto o parola, che sia ad un  tempo notazione realistica e momento intenso d'emozione, e che sia direttamente legata al piacere estetico, come la comparsa della giovane donna a Stephen Dedalus. Applicato alla realtà più concreta (Gente di Dublino), alla lingua (Dedalus), quindi alla cultura nel suo insieme (Finnegans Wake), questo metodo epifanico, «momento in cui la realtà delle cose ci soggioga come una  rivelazione», porta l'arte dello scrittore bene oltre il realismo alla Flaubert da cui pure era partito. Con Joyce, la letteratura non ha per oggetto che il suo proprio materiale, la lingua.

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Esempio 1
Nonostante le preoccupazioni e le difficoltà, Joyce non ha mai cessato di scrivere: termina nel 1905 una raccolta di novelle, Gente di Dublino, e continua a lavorare a Stephen Hero. Il suo primo
libro, Musica da camera - delle liriche scritte in Irlanda prima del suo esilio - è già apparso in libreria fin dal 1907. Tenta,  nel 1912, di pubblicare Gente di Dublino, ma gli editori giudicano il lavoro sovversivo. È finalmente a Londra, nel 1914, che la raccolta sarà pubblicata, in gran parte grazie ai buoni auspici di Ezra Pound, che ha conosciuto l'autore tramite Yeats e che, entusiasta, si preoccuperà di sostenerlo con tutti i mezzi. In particolare, lo aiuta a pubblicare Dedalus, ritratto dell'artista da giovane, che Joyce ha appena  terminato, in una rivista letteraria londinese, The Egoist.
L'Irlandese ritrova speranza e coraggio, ma l'entrata dell'Italia nella Prima Guerra mondiale lo spinge a lasciare il nostro Paese, verso un nuovo esilio.
Frontespizio della prima edizione dell'Ulysses
Un lettore d'eccezione:
Ezra Pound recensisce
l'Ulysses
di James Joyce.

QUI
Nora Barnacle Joyce coi figli Giorgio e  Lucia Joyce
James Joyce e Dedalo

Nel manierismo del nostro tempo, il « romanzo fiume» diventa «romanzo di idee». Con ciò acquista nuova profondità, e riesce di uno splendore formale che i suoi embrioni preziosi (tranne Cervantes) del Cinquecento e del Seicento avevano raramente raggiunto. Con James Joyce, il romanzo manieristico è portato alle ultime ed estreme conseguenze. È diventato il romanzo d’avventure intellettuale, la « trasformazione dell’immagine interna » in « immagine esterna»,  un’opera di ingegneria dedalica, il modello della follia metodica.
Nel Dedalus (1916) Joyce dà al personaggio principale il nome « Dedalus ». E questi invoca il suo antico omonimo: «Vecchio antenato, vecchio artigiano, assistimi ora e sempre. »  Dedalus è l’artefice leggendario della preistoria. Diventa il simbolo dell’artista fabbro. I misteri orientali si rinnovano. Bloom, il protagonista dell’Ulysses, è « un ebreo greco o un greco ebreo, gli estremi si toccano ».Tutti sono liberati per opera di una donna... Arianna.
Questo romanzo di J. Joyce è, anche sotto l’aspetto compositivo, « costruito » secondo i principi di una labirintica ambage. La tematica segue il complesso dei simboli che sono noti dal mito di Teseo-Arianna-Dedalo. Il labirinto diventa la metafora dell’« esistenza » umana, il simbolo del subconscio. Trovarne l’uscita vuol dire la salvazione. Ma il labirinto è un « corridoio » senza fine. La sua forza oscura è più forte della speranza dei più. Dublino, la città, la vita, l’uomo, tutto è labirinto. Ci si perde, quando si crede di aver trovato il centro o l’uscita. Ma nel centro e in agguato il Minotauro. Che accade, quando si giunge in quel fondo aggrovigliato? Gli inferni di Omero, Virgilio, Dante, Rabelais, Grimmelshausen, Goethe, Kafka, Sartre sembrano innocui in confronto all’inferno labirintico di Dedalo. In esso si patisce l’essere senza scampo, la pena dell’essere se stesso, poiché - ogni possibile e comunque irreperibile uscita è murata. James Joyce descrive l’orrore: « Ogni lordura del mondo, ogni letame, ogni pantano si raccoglie colà
[nel labirinto] come in una fumante cloaca. ». « Là dentro ogni dannato è l’inferno di se stesso. » Tutti i sensi sono tormentati e soprattutto la mente, che è condannata all’eterna consapevolezza di essere senza scampo.  Soltanto con l’astuzia, con l’invenzione ingegnosa, si potrebbe fuggire dal labirinto, come tentò Dedalo con il figlio Icaro.
Come ribelle, qui la potenza dell’intelletto inventore si oppone al fato della dannazione; già Faust lo tentò. Ma il Faust di Goethe trova una «via d’uscita»: alla fine della seconda parte, Faust diventa la figura mitizzata dell’« ingegnere». Si sottrae al dubbio dell’inferno. La solidarietà sociale è il senso supremo della vita: prosciugare paludi, « su libero suolo con libera gente stare». È questo il presupposto della salvazione di Faust, del suo mitico volo liberatore, mentre le creature di Joyce, nell’«Inferno » perversamente persistono. Goethe abbraccia, come Dante e Shakespeare e Bach, tutte le sfere:

Und hat an ihm Liebe gar
Von oben teilgenornmen,
Begegnet ibm die selige Schar
Mit hetzlichem Wilkommen)

(Se mai di lui l’Amore ,/ dall’alto si curò, /
l’accoglie la beata schiera con gaudio: benvenuto.)
Tratto da:

  Gustav René Hocke
Il manierismo nella letteratura
Garzanti, Milano 1975
Un'opinione di Gustav R. Hocke su Dedalus
Vedi un riassunto dell'Ulisse,  un saggio sui libri che lo sottendono, oltre l'Odissea, e un breve scritto di G.R.Hocke sul manierismo nel Dedalus di Joyce

QUI
Cara Nora...tuo Jim: le lettere oscene di James Joyce a Nora Barnacle
Un giudizio di Mario Praz su Joyce

«Un uomo che cogliamo in aspetti obliqui di bohème, di fuggitivo, di straniero, personaggio ambiguo e talora grottesco come il suo Bloom; un pedante, un maniaco, un poeta con molte caratteristiche del raté, le cui opere sarebbero rimaste quelle di un raté in ogni altro secolo fuor che nel Novecento, che si arrese al fascino della loro illeggibilità»

Mario Praz, La letteratura inglese, dai romantici al Novecento, Accademia, Milano 1968, p. 265



«Una delle più affascinanti macchine escogitate nei tempi moderni è stato quello che noi italiani insieme con altri popoli chiamiamo « monologo interiore», e che nei paesi anglosassoni, secondo la felice formula di William James (fratello di Henry) apparsa in una pubblicazione del 1884, e applicata nel 1918 alla letteratura in una recensione di May Sinclair ai romanzi di Rorthy Richardson, si chiama stream of  consciousness ossia flusso della coscienza. (1)
La  stream of  consciousness novel o romanzo introspettivo è un genere come il romanzo epistolare, il poema epico, il cavalleresco, l’eroicomico, ecloga pastorale; come tutti codesti altri generi ha avuto la sua fioritura e la sua decadenza, ma il suo ciclo è stato breve. Nel 1954 un americano, Robert Humprey, poteva codificarlo in un ricettario, come nel nostro Cinquecento si compilavano rimari o trattatelli per insegnare a scrivere sonetti petrarcheschi quando il sonetto non era più al suo apogeo. L’epoca aurea della fioritura della stream of consciousness  è stata fra le due guerre.

Come tutte le scoperte e le mode, anche questa del «monologo interiore» ha i suoi precursori. Ci sono due genealogie, l’inglese che segue la linea Sterne-Meredith-James-Conrad, la francese che passa per Diderot-Rousseau-Stendhal-Flaubert. C’è poi qualche avvisaglia nel romanzo russo, ma il monologo interiore di Anna Karenina sull’orlo del suicidio, che mescola riflessioni personali con impressioni esterne, e nomi di negozi con più o meno sconnessi ragionamenti, precorre la Grande Complainte de la Ville de Paris di Laforgue (e quindi La passeggiata di Palazzeschi), piuttosto che Joyce o Virginia Woolf. È affascinante sorprendere i primi vagiti di quello che nell’americana Gertrude Stein (1874-1946 allieva di William James, […]: in Three Lives, 1909, precorreva Joyce), diventerà un gargantuan mental stutter, un gargantuesco tartagliamento mentale. Così c’indugiamo sul rilassato senso del tempo in Sterne , e la sua estromissione di veri e propri accadimenti dalla narrativa, sulla giustapposizione spaziale dei ricordi nella Rêveries du promeneur solitaire del Rousseau che preludono a Proust (le quali rêveries d’altronde si riconnettono ai mologues bavardés di Montaigne), sullo style indirect libre di Flaubert , sulle acute osservazioni di Stendhal (che egli non mette a profitto nei suoi romanzi) circa l’impossibilità della parola di tener dietro alla rapidità del corso dei pensieri e dei sentimenti. […]
La pittura impressionista costituisce uno degli antecedenti del monologo interiore insieme con la musica wagneriana e i suoi leit-motive. Dalla musica wagneriana prese le mosse uno dei primi esperimenti per rendere il flusso della coscienza, Les Lauries sont coupés (1887) di Edouard Dujardin, il fondatore della Revue Wagnérienne

tratto da:
Mario Praz, La letteratura inglese, dai romantici al Novecento, Accademia, Milano 1968, p. 260-1

Praz prosegue illustrando le successive o concomitanti tappe in ambito sia  inglese che francese, sia letterario che scientifico: The Egoist del Meredith, il capitolo nono dei Principi di psicologia di William James, les Données immédiates de la conscience (1889) di Bergson e poi Freud con la scoperta dell’inconscio (l’Interpretazione dei sogni è del 1900) su su fino ad arrivare a Joyce che riesumò nel 1920 il caso di Dujardin.

(1) I traduttori italiani dei Principi di psicologia del James (Milano, 1909) rendono male con «corrente di pensiero». A giudizio di Robert  Humphrey (Stream of Consciousness in the Modern Novel, University of California Press 1954), i due termini «flusso di coscienza» e «monologo interiore» non si equivalgono: il secondo è un procedimento tecnico, mentre il romanzo che si configura come flusso della coscienza è un genere, intendendo per coscienza l’intera area dell’attenzione mentale, che va dallo stato di completa lucidità fino alle gradazioni che conducono all’inconscio.


Vedi le nozioni di "monologo interiore" e di "flusso di coscienza".
La nozione di
"monologo interiore" e di "flusso di coscienza"
"James Ioyce. Gli anni di Bloom" si presenta come la più aggiornata biografia del grande scrittore irlandese. Basandosi su fonti mai utilizzate prima, fra cui il diario triestino di Stanislaus Joyce, McCourt segue con vivacità e rigore scientifico le tracce degli "incontri" culturali, politici, religiosi, linguistici avvenuti durante l'"esilio volontario" di Joyce a Trieste. Al testo, uscito in Irlanda nel 2000 col titolo "The Years of Bloom" McCourt ha qui aggiunto due ampi capitoli che completano il quadro della vita e della formazione di Joyce prima e dopo il soggiorno triestino.

Edmund Wilson legge Finnegans Wake
QUI
Vedi anche: Ulysses. Riassunto e commento

Cara Nora...tuo Jim: le lettere oscene di James Joyce alla moglie Nora Barnacle


Un lettore d'eccezione: Ezra Pound recensisce l'Ulysses di James Joyce.


Edmund Wilson legge Finnegans Wake
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<<< Vedi uno straordinario documentario  filmato in cui  Joyce legge alcuni brani di Finnegans Wake
L'incontro Joyce - Proust

La prima persona che mi ha raccontato dell'unico e mitologico incontro tra Marcel Proust e James Joyce è stata Nélida Gardell, la mia professoressa di francese alla Escuela de letras dell'università di Tucumàn. Nélida ci descrisse il dialogo tra i due più grandi scrittori del Novecento come un susseguirsi di gesti goffi e sprezzanti, il volo di due uccelli maestosi condannati a non capirsi.

Secondo la sua versione, erano stati entrambi invitati a una cena all'hotel Ritz di place Vendôme, a Parigi, dal barone Edmond de Rothschild, disposto a pagare una fortuna pur di sentire i due geni esibirsi nelle loro acrobazie verbali.
"E cosa si dissero?", chiedemmo tutti allora. La professoressa Gardell rispose in tono enigmatico: "Proust chiese a Joyce se gli piacevano i tartufi che gli erano stati serviti. Joyce rispose seccamente di no".

  Questa scena patetica della letteratura universale mi ha perseguitato per anni come un fantasma tenace e, per quanto l'abbia cercata nelle eccellenti e numerose biografie dei due scrittori, le versioni di quell'episodio mi sono sembrate sempre insoddisfacenti.

Jean-Yves Tadié, che nel 1996 ha pubblicato una monumentale biografia di Proust, forse la migliore in circolazione, liquida l'incontro in meno di una pagina, sottolineando il fatto che i due geni non simpatizzarono. Quando Proust offrì a Joyce di accompagnarlo con un taxi fu ringraziato con un paio di gesti molto scortesi: Joyce si mise a fumare senza alcun ritegno e aprì completamente il finestrino, pur sapendo che il suo collega asmatico non tollerava né il fumo né le correnti d'aria.

Richard Ellman, il grande biografo di Joyce, dà maggiori dettagli. Registra almeno quattro versioni del dialogo tra i due scrittori, compresa quella dei tartufi, e racconta che in seguito Joyce si pentì di aver sprecato quell'opportunità: "Mi sarebbe piaciuto incontrare Proust altrove, da soli, per poter parlare con calma. Anche se non saprei dire di cosa".

Mi ero rassegnato a non scoprire più nulla sull'argomento fino a quando, poche settimane fa, ho letto un bellissimo libro di 360 pagine che racconta la storia nei minimi particolari. S'intitola Proust at the Majestic (Proust all'hotel Majestic) ed è stato scritto dall'inglese Richard Davenport-Hines, autore tra le altre cose di una storia molto documentata dei narcotici e di una biografia del poeta W.H. Auden.

All'inizio del secolo scorso l'hotel Majestic di Parigi non era come adesso. Quando Proust e Joyce si conobbero, poco dopo la mezzanotte del 18 maggio del 1922, era un posto alla moda. Le sue sale sontuose erano frequentate da tutte le persone importanti che vivevano in città o erano di passaggio. Ognuna delle 450 camere dava sull'avenue Kléber, vicino all'Arco di trionfo. Tutte avevano il loro bagno, un lusso davvero eccentrico per quei tempi, soprattutto a Parigi.

Contrariamente a quanto credeva la professoressa Gardell, quindi, l'incontro non avvenne al Ritz e non fu merito del barone de Rothschild, ma di Violet e Sydney Schiff. Lei era poco più di una ruffiana, lui uno scrittore giustamente dimenticato dalla storia, con un'irrefrenabile passione per il pettegolezzo. Due perfetti personaggi proustiani. Diedero una cena per festeggiare la prima di Renard, il balletto comico di Igor Stravinskij che quella stessa sera i Ballets Russes di Sergej Djagilev avevano messo in scena all'Opéra di Parigi.

Ma a quella famosa serata al Majestic non presero parte solo Stravinskij e Djagilev; c'erano anche il direttore d'orchestra Ernest Ansermet e Pablo Picasso, che si presentò con una fascia rossa intorno alla testa. Mancava solo Victoria Ocampo per completare il quadro. Ma lo scopo principale degli Schiff, come ammisero in seguito, era far incontrare Proust e Joyce nella stessa gabbia dorata per vedere cosa sarebbe successo e poi raccontarlo ai quattro venti.

Ma la serata fu così insignificante che non servì neanche da argomento di conversazione nei salotti di quella settimana. Ecco perché la storia è circolata come un mito fino a quando Davenport-Hines l'ha restituita alla realtà. Non si sa cosa mangiarono, probabilmente le portate tipiche di una cena al Majestic: antipasto di caviale, fagiano e asparagi, e gelato ai frutti tropicali. Si sa per certo che Djagilev, Stravinskij e Ansermet, affaticati dallo stress di quella lunga giornata, se ne andarono poco dopo la mezzanotte.

Picasso rimase a bere fino a crollare sul tavolo. Joyce beveva in silenzio il suo champagne e ruttava rumorosamente. Al suo arrivo si era scusato di non essere vestito secondo l'etichetta. "Non ho soldi per queste sciocchezze", aveva spiegato. L'unico argomento di conversazione che gli interessava era il suo romanzo Ulisse, pubblicato tre mesi prima e ormai sulla bocca di tutti, soprattutto di quelli che lo leggevano senza capirlo.

I camerieri cominciarono a sparecchiare all'una di notte. Joyce - racconta il critico Clive Bell, che sentì la storia da Sydney Schiff - restò seduto, senza dire niente, con una mano sul mento e l'altra occupata da una coppa di champagne. Alle due di mattina era completamente ubriaco e di tanto in tanto sbuffava rumorosamente.

Quindici o venti minuti più tardi, gli Schiff videro entrare un ometto furtivo avvolto da una pelliccia, che si muoveva, secondo Clive Bell, come un topo. Da lontano sembrava viscido e appiccicoso. Era l'autore di Alla ricerca del tempo perduto. Aveva già finito di scrivere il suo grande romanzo, ma stava ancora correggendo e aggiungendo frasi. Allora era molto più famoso di Joyce, e le sue lunghe frasi incatenate da una musica inimitabile erano ripetute nei salotti con devozione religiosa.

Anche se Joyce non ebbe l'impressione che il suo collega fosse un uomo malato (anzi, disse: "Si lamenta, ma è più sano di me"), le droghe che Proust si iniettava o beveva con una frequenza assassina lo stavano uccidendo. Esattamente sei mesi dopo l'incontro al Majestic, una setticemia fulminante lo avrebbe stroncato. Nonostante lo scetticismo di Joyce, Proust stava già lottando contro la morte.

Davenport-Hines racconta che i due erano seduti uno accanto all'altro. Ci sono sei versioni della loro conversazione, tra cui quella dei tartufi, tutte accomunate dall'incomprensione. Anni dopo, Joyce raccontò che l'unica parola memorabile di quell'incontro fu un monosillabo: no. "Proust mi chiese se conoscevo un certo duca. Gli risposi: `No'. Madame Schiff volle sapere se Proust aveva letto un capitolo dell'Ulisse. Lui rispose: `No'. La situazione era insopportabile".

In seguito, nei suoi anni di gloria, Joyce avrebbe ripagato l'indifferenza di Proust verso la sua opera con un velenoso sarcasmo. Sul suo diario c'è un appunto significativo: "Quando i lettori arrivano alla fine delle sue frasi, Proust sta ancora scrivendo".

Poi in una lettera alla sua editrice Sylvia Beach, proprietaria della famosa libreria Shakespeare & Co, racconta con un gioco di parole difficile da tradurre: "Ho appena letto A la recherche des ombrelles perdues da alcune Jeunes filles en feurs du coté de chez Swann con Gomorhée et Cie, scritto da Marcella Proyst e James Joust". I due grandi uomini non si videro più. Erano uccelli dal piumaggio così diverso che potevano solo ferirsi a vicenda.

Tomàs Eloy Martinez da “Internazionale” Nov. 2006
 


Addendum # 1.

Joyce gestore di sala cinematografica
Il 1909 vide anche il tentativo di Joyce di aprire il primo cinematografo stabile a Dublino.
Lo scrittore irlandese, come è noto, è raggiunto a Trieste prima dal fratello Stanislaus nel 1905, poi dalla sorella Eva nel 1909. Quest'ultima ama molto i cinema della città e osserva come Dublino, benché sia molto più grande di Trieste, non ne abbia, stranamente, nessuno. Joyce, sollecitato dall'osservazione della sorella, matura l'idea di aprirne uno, il primo, a Dublino. Dopo aver contattato tre facoltosi uomini d'affari triestini, Antonio Machnich, Giovanni Rebez e Giuseppe Caris, già proprietari di due teatri e di un cinema a Bucarest, Joyce espone loro la sua idea e li convince a mettere i soldi per l'apertura del «Volta», chiamato così in onore di Alessandro Volta, l'inventore della pila.
Il giovane scrittore, finanziato dai suoi nuovi partner commerciali, arriva a Dublino il 21 ottobre e, nel giro di una settimana, trova al numero 45 di Mary Street un edificio adatto a ospitare il Volta. «For a brief period Joyce the businessman superseded Joyce the artist» in una frenetica attività testimoniata dalle lettere di quel periodo a Nora e Stanislaus, rimasti a Trieste. Machnich e Rebez giungono a Dublino a metà novembre, seguiti il 2 dicembre da un nuovo socio, Francesco Novak, e dal proiezionista Guido Lenardon al quale si affianca, di lì a poco, il diciannovenne Lennie Collinge che, assunto all'inizio come elettricista, diviene poi aiutante e co-proiezionista del Volta.
Il primo spettacolo si tiene lunedì 20 dicembre 1909. Il cartellone così recitava: The Bewitched Castle, The First Paris Orphanage, BeatriceCenci, Devilled Crab e La Pouponnière ».  Ogni spettacolo, della durata di mezz'ora-tre quarti d'ora per un totale di quattro-cinque titoli accompagnati dal pianoforte, comincia alle cinque del pomeriggio e si ripete a ogni ora fino alle dieci di sera; i film vengono cambiati due volte alla settimana, il lunedì e il giovedì; i periodici «Sinn Fénn» e «The Evening Telegraph» danno regolarmente notizia della programmazione. Due dei soci, Machnich e Rebez, ritornano a Trieste il giorno di Natale; Joyce, dopo aver ottenuto una licenza permanente per il cinema, li raggiunge il 2 gennaio 1910, lasciando a Novak la gestione in loco del cinematografo. Come sottolinea McCourt, «da Trieste, Joyce continuava a mantenersi in stretto contatto con gli eventi di Dublino e a offrire suggerimenti sulla gestione quotidiana dell'impresa»; dunque, «data la grande pubblicità favorevole e il cinema sempre pieno, è difficile comprendere perché Vidacovich scrisse a Joyce il 18 aprile 1910 dicendogli che il signor Caris e gli altri soci erano dell'opinione che «il cinema Volta è risultato un fiasco e che prima l'attività cessa meglio è». Il Volta fu infatti venduto il 14 giugno 1910 al Provincial Cinematograph Theatres Limited di Londra per 1000 sterline, a fronte delle 1600 investite inizialmente.

L'apertura del Volta, al di là dell'aneddoto biografico e dell'evidente speranza di guadagnare denaro facile, va contestualizzata nel più ampio interesse dello scrittore verso le varie forme culturali e artistiche del suo tempo e risulta si gnificativa qualora si consideri che «despite Joyce's early departure, he may have had a greater familiarity with the films shown alter than has been assumed up to now».
Stando alla testimonianza di Charles Duff, all'epoca adolescente, Joyce presenziò spesso, durante il suo soggiorno a Dublino, alle proiezioni effettuate nelle prime due settimane di vita del cínema. Per il resto della programmazione, sembra probabile che le pellicole «werw sent in a few, large batches from films amassed during 1909, and Joyce may well have become familiax with a range of titles shown ori the succeeding months, even though his period of direct management was a brief one». Sia il dovere sia l'interesse dimostrato fino a quel momento a Pola, Roma, Trieste e forse anche a Dublino in gioventù, potrebbero insomma aver stimolato la curiosità di Joyce a visionare un buon numero se non tutti i film in questione, come dà per certo Philip Sicker.
Nonostante manchino prove totalmente certe che lo scrittore irlandese abbia in effetti visto i film in cartellone al Volta dopo il 2 gennaio 1910, si può tuttavia supporre che, essendo questi più o meno tutti datati intorno al 1909 e quindi un campione significativo dei titoli comunemente proiettati al tempo, egli avesse comunque una certa familiarità con essi data la sua pratica di moviegoer.

Al di là dei generi dei singoli film, l'interesse maggiore sta forse nel variegato programma. I titoli del Volta, se non furono scelti da Joyce in persona, ci danno comunque delle indicazioni ben precise su quello che veniva proiettato a Trieste e dunque sul contesto cinematografico in cui lo scrittore viveva (e che conosceva); nello specifico confermano la presenza di film che fanno uso di trucchi simili a quelli utilizzati da Méliès. Inoltre, ci sono in cartellone numerose comiche del francese André Deed (conosciuto anche coi nomi di Cretinetti, Boireau e Gribouille) e una di Max Linder,  entrambi personaggi a quel tempo famosissimi che, insieme a Fregoli, potrebbero costituire una ben definita linea di influenza nella creazione di alcuni aspetti di Bloom, come ad esempio la sua tendenza a vivere frenetiche situazioni tragico-comiche e surreali, più evidenti proprio nell'episodio di Circe.

Tratto da: Marco CAMERANI, Joyce e il cinema delle origini: Circe, Ed. Cadmo, Fiesole 2008, pp. 12-14 .  Dal testo sono eliminate le note a pie' pagina.
(Per gentile concessione dell'autore che qui si ringrazia).

Joyce gestore di sala cinematografica
L'episodio di Circe dell'Ulysses di Joyce ha precise corrispondenze con determinate tecniche, immagini, situazioni, topoi, motivi ricorrenti e "trucchi" che, appartenenti alle consuetudini produttive della «cinematografia-attrazione» (1895-1915), raggiunsero l'apice della loro elaborazione nei film di Georges Méliès. Alcune delle modalità di assemblaggio presenti in Circe richiamano inoltre quelle che Sergej Ėjzenštejn definisce «montaggio delle attrazioni», in cui le attrazioni cinematografiche e teatrali, sono organizzate in uno specifico sistema di giustapposizioni allo scopo di generare significati, concetti e temi particolari.

Marco CAMERANI, Joyce e il cinema delle origini: Circe, Ed. Cadmo, Fiesole 2008


Indice


Introduzione

I. Joyce al cinema
1. Dublino e Roma
2. Trieste e il Volta

II cinema delle origini: Circe e la cinematografia-attrazione
1. Logica dell'apparizione: il trucco
2. Ordine puntuale e vettoriale
3. Una struttura vermicolare
4. La cinematografìa-attrazione: realismo e fantastico
5. Cretinetti

III. La cinematografia-attrazione e Circe. Parte prima
1. Apparizioni e sparizioni
2. Ingrandimenti e rimpicciolimenti
3. Teste che vivono di vita propria
4. Metamorfosi facciali
5. Antropomorfìzzazioni del viso
6. Pictures in motion
7. Gli oggetti in movimento: Méliès e i disegni animati
8. Costume changes: Méliès e Leopoldo Fregoli

IV. La cinematografia-attrazione e Circe. Parte Seconda
1. Fughe e inseguimenti
2. Gli scenari
3. Keyhole e feticismo

V. Circe, il cinema delle origini e Ejzenstejn: il montaggio delle attrazioni
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line