John Keats 
Poeta  inglese (1795– 1821).


Mentre gli aspetti più esteriori del gusto romantico erano divulgati dappertutto dai poemi del Byron e dai romanzi dello Scott, gli aspetti più intimi della sensibilità romantica trovavano espressione, dopo il Coleridge, nell’esotismo classicheggiante di John Keats. Nato a Londra di umili origini, soltanto tra i quindici e sedici anni il Keats sviluppò l’amore per i libri e la poesia. Mortagli tisica la madre (suo padre, stalliere che aveva sposato la figlia del padrone della rimessa, era morto nel 1804), fu messo dal tutore come apprendista presso un chirurgo, ma intanto le letture, specialmente della Faerie Queene dello Spenser, gli rilevarono la sua vera vocazione. Aiutato da Leigh Hunt (in politica radicale, in  poesia eclettico diluitore di motivi derivati dagli antichi inglesi – Chaucer, Spenser – e italiani – Dante, Pulci, Boiardo, Ariosto), il Keats si vide confuso dai critici con la scuola poetica a cui apparteneva il suo protettore (la cosiddetta « Cockney School »)  allorché pubblicò nel 1818 Endymion, a poetic romance.

Le spietate stroncature dei critici del Blackwood’s Magazine e della Quarterly Review, deprimendo il morale, poterono contribuire con altre circostanze – specialmente l’assistenza prestata al fratello Tom che mori d’etisia, gli strapazzi d’un giro in Scozia, e un amore appassionato e tormentato per Fanny Brawne – a scuotere una fibra delicata e predisposta alla tisi come quella del Keats. La malattia si dichiarò improvvisamente nel febbraio del 1820; prostrato da irritabilità nervosa e debolezza generale, il Keats s’imbarcò per l’Italia con l’amico Joseph Severn, pittore, e si stabilì a Roma, in Piazza di Spagna, dove mori il 23 febbraio 1821. Fu sepolto nel Cimitero Protestante di Roma, e la sua lapide reca l’iscrizione che egli stesso s’era scelta: « Here lies one whose name was writ in water ». Lo Shelley ne pianse la morte in Adonais, rievocando per lui l’eterno simbolo del martire iddio giovinetto, pianto dalle donne di Levante.

L’entusiasmo per l’arte dell’antica Grecia (alimentato dalla lettura del dizionario classico del Lemprière e dai marmi del British Museum – gli « Elgin marbles »  – il Keats non sapeva leggere il greco) orientò la sensibilità romantica del poeta nel senso d’un esotismo classicheggiante, che contiene talora in embrione, talora in pieno sviluppo, tutti gli elementi del tardo romanticismo e del decadentismo della fine dell’Ottocento.
Il cosiddetto classicismo del Keats risente del gusto dell’epoca della Reggenza, e cioè risultante da una contaminazione di elementi disparati (anche gotici e orientaleggianti), e presenta quindi caratteristiche d’ibridismo, diversamente dal classicismo settecentesco che era divenuto una seconda natura nel linguaggio poetico: qui il rischio era l’accademia, in Keats, cresciuto in un’epoca di declinante tradizione e non assistito d’altronde nei primi anni da un ambiente familiare comunque colto, il rischio era una vistosa superficialità decorativa come quella degli almanacchi così diffusi in quel primo Ottocento, e in tale difetto Endymion incorre a ogni piè sospinto, con la sua spesso smaccata e stucchevole mellifluità che illustra un aspetto tutt’altro che secondario del Keats, la sua struggente tenerezza quasi femminea, attestata anche nell’Ode to Psyche, il cui morbido alessandrinismo fa pensare a certe manierate e squisite incisioni neoclassiche (soprattutto francesi) dell’epoca, e al clima poetico di languida sensualità contemplativa espresso dalle Veneri, dalle Psichi e dagli Amori di Canova.

Per altro una miracolosa metamorfosi avvenne nel Keats nella stagione tra il settembre 1818 e il settembre 1819, allorché la malattia e la passione d’amore che lo consumavano poterono contribuire a potenziare il suo genio e a forzarne la fioritura. Keats era una lastra impressionabile, un camaleonte, com’egli ebbe a dire, assimilava istantaneamente e (ancor più sorprendente) con una prontezza da sbalordire restituiva gli elementi assimilati in una visione nuova in cui essi erano a stento riconoscibili. Così, in contrasto al Keats maggiore, poeta mesto e solenne che attraverso il presentimento sente il fascino della Bellezza immortale, sorprendiamo in The Cap and Bells (Il berretto a sonagli) la presenza d’una multiforme Musa affine a quella di Shakespeare: accanto alle note comiche troviamo squisite descrizioni d’una lirica sensuosità.

Padre dell’estetismo il Keats non è un esteta: il succo della sua poesia è a base etica: Stimmung di questo poeta:  egli esalta contro il razionalismo l’intuizione della vita accettata integralmente, e, come tale, configurantesi in Bellezza. In questo modo va interpretata la famosa chiusa dell’Ode on a Grecian Urn:

Beauty is Truth, Truth Beauty — that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.

Il poeta che in Endymion anelava a « una vita di sensazioni piuttosto che di pensieri », e amava abbandonatamente  la Bellezza, come un’amante, approfondisce la sua ispirazione nella magnifica fioritura di versi del 1819, soprattutto nelle odi (Ode to a Nightingale, Ode on a Grecian Urn, To Autumn, Ode on Melancholy, Ode to Psyche) e nel poema in blank verse miltonico Hyperion (non finito), ove il progresso del cosmo è presentato come un passaggio del regno dei cieli e nuovi iddii sempre « più belli ». Il poema s’interrompe appunto nel momento in cui Apollo consegue la divinità e il dono del canto attraverso a una sorta di doloroso transito, a una morte oltre la quale è la vera vita: « conoscenza smisurata » e simpatia per l’umano dolore fanno di Apollo un   uomo – dio, un dio più perfetto. Ma a questo punto il poema non può più conservare il tono epico, lo stile « artistico » di foggia miltonica, e s’interrompe.
L’« io lirico » troverà piena espressione nelle Odi. In esse più intensamente, attraverso il presentimento della morte, il poeta sente la Bellezza, che immortale, impassibile, assiste al travaglioso vanire delle vicende umane intorno: generazioni e generazioni d’uomini s’inebriano per un ‘istante del canto eterno dell’usignolo, dell’armonioso lineamento dell’Urna eterna, e salutano morituri la perenne Imperatrice. In questa sua  accettazione e dedizione a una Bellezza che placa l’ansia dell’anima dinanzi al mistero del mondo, si esalta il motivo dominante della vita del Keats. Le sensazioni che il poeta chiede all’amore – come ci attesta l’epistolario con Fanny Brawne – sono sensazioni di narcosi; desidera che la lettera della fidanzata sia come una pozione d’oppio. Il motivo dell’Ode to a Nightingale è pur questo. Domina le lettere a Fanny una vertigine di abbandono quale alita nel mito d’Endimione predato dalla Luna: il Keats si sente « assorbito » dall’amata.

  Una coppia di versi del Petrarca (che è un peccato il Keats, non conoscesse) sembra in forma emblematica significare la Stimmung di questo poeta:

Deh! or foss’io col vago de la Luna,
Addormentato in qualche verdi boschi.

Questa Stimmung domina anche altre poesie del volumetto del 1820. Tali poemetti Lamia, Isabella (ispirata dal Decameron, IV, 5), The Eve of St. Agnes, la ballata La Belle Dame sans Merci, che presentano un’ispirazione più sensuale e decorativa, tipica del medievalismo romantico. Da questo Keats prenderanno le mosse i Preraffaelliti. Soprattutto La Belle Dame sans Merci, con la vaga evocazione dei languidi fiori simbolici, coi lenti muti gesti e le lacrime ineffabili, col  nome strano e spietato della dama sconosciuta, con la presentazione delle immagini carnali – il pallore, la madida fronte, le riarse labbra – con l’insistente ricorrere di certe note, fino alla chiusa che, ripresentando la desolata landa acquatica, propaga un brivido d’estaticità per tutta la visione: questa poesia che esprime un malioso e doloroso mistero, par contenere in embrione tutto il mondo dei Preraffaelliti e dei simbolisti, dalla Laus Veneris di un Swinburne a certi quadri di un Moreau. E proprio i principi che il Moreau metteva a base della sua arte, il principio della « bella Inerzia » e quello della « Ricchezza necessaria », già si trovano nei versi del Keats, con la loro andatura lenta e sognante, con la loro
frase onusta d’immagini e di suggestive risonanze (il Keats consigliava allo Shelley di « load every rift with ore » nella suapoesia; che il Keats giungesse per questa via a un decorativismo addirittura decadente, è mostrato da The Eve of St. Agnes).
Riconnettendosi alla grande tradizione del verso inglese (Spenser, Shakespeare, Chapman, Milton) il Keats segna il momento di massima perfezione raggiunto dal romanticismo.

D’altronde il suo rappresentarsi la vita come un’armonia di contrasti, in cui tutte le passioni umane e tutte le creature, dalle sublimi alle infime, trovano giustificazione, avviava l’arte del Keats al dramma: il verso miltonico finì per apparirgli artificiale, il linguaggio di Milton una curiosità, col suo forzare un idioma del Nord a inversioni e intonazioni greche e latine: e più urgente divenne il modello di Shakespeare con la sua concezione integrale del mondo sublimata in intuizione poetica, e il suo uso (soprattutto in King Lear) di parole dell’inglese ordinario pei più sublimi e terribili effetti di visione fantastica: per questa via il Keats s’era avviato con Isabella, or the Pot of Basil. Forse, come concludono il Grierson e lo Smith (A Critical History of English Poetry), « le Odi son l’ultimo e più perfetto prodotto di quella che avrebbe potuto essere chiamata la prima maniera di Keats, se la vita e il suo genio avessero permesso una transizione quale fu quella di Shakespeare dalle immagini decorative, naturali e mitologiche, di – ad esempio – il Sogno d’una notte d’estate o Il mercante di Venezia, alle immagini più drammatiche e realistiche di Amleto e di Macbeth ».



Mario Praz
da La letteratura inglese dai romantici al Novecento
Ed. Accademia, Milano 1968

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Esempio 1
Roma - P.zza di Spagna - Nell'appartamento al secondo piano dell'edificio rosa sulla destra si spense Keats. Adesso sede del "The Keats-Shelley House" -

I Weep for Adonais -- he is dead!
O, weep for Adonais! though our tears
Thaw not the frost which binds so dear a head!



The soul of Adonais, like a star,
Beacons from the abode where the Eternal are.

"Adonais: An Elegy on the Death of John Keats,"
                     - Percy Bysshe Shelley

Jacques-Henry Sablet - Elegia Romana o Doppio ritratto nel cimitero protestante di Roma, 1791 Brest Musée des Beaux-Arts
<<< Vedi in questo sito tre Odi di John Keats in italiano e in inglese con un interessante scritto di J.L.Borges "L'usignolo di Keats".


Johb Keats, Lamia. Testo inglese a fronte (a cur. Sabbadini S.) 
Marsilio , 2002


Edita nel 1820 nel volume "Lamia, Isabella, The Eve of St Agnes and Other Poems", quando Keats aveva venticinque anni, "Lamia" è un'opera della maturità creativa del poeta, un poemetto narrativo di 700 versi che racconta l'amore della strega Lamia per Lucio, bel giovane di Corinto: amore perfetto destinato a perire all'apparir del vero, quando il filosofo Apollonio rivela che la bella giovane è in realtà un serpente incantatore. Tanto il tema quanto lo svolgimento suscitano la nostra ammirazione. Keats è un poeta sognante, si veda l'avvio: "Una volta, prima che la stirpe delle fate / cacciasse Ninfe e Satiri dai boschi rigogliosi, / prima che il re Oberon, col suo diadema splendente, / e il suo scettro e il mantello fermato / da una gemma di rugiada, Driadi / e Fauni spaventasse in fuga / dai giunchi verdi, dalle fitte felci, dai prati / sparsi di primule - ardendo il sempre amante Hermes, / il suo trono dorato lasciò vuoto, / risoluto ad un furto d'amore". Un periodo fiabesco e sinuoso, che congiunge la complessità di Milton all'incanto di Shakespeare. Ma Keats è anche un contemplatore profondo dei processi del reale, dell'entropia. La chiusa suona infatti: "Accorsero attorno all'alto letto gli amici, / tentarono di sostenerlo, / ma senza un battito di polso, un alito vitale / avvolsero il suo pesante corpo / nel manto nuziale". Silvano Sabbadini (1943-96) ha affrontato l'impresa disperata di tradurre questa poesia dove la sonorità è tutto, per quanto retta dalla narrazione. Come si vede dalle citazioni ha reso i distici di Keats con versetti di diversa lunghezza, ricchi di enjambement (piuttosto estranei alla tessitura dell'originale), dandoci così una ricreazione che diverge nella forma mentre ricalca scrupolosamente il significato del testo. È un'indicazione di metodo, discutibile ma affascinante. Nella sua traduzione del 1981 ("Poesie", Utet), Augusta Grosso aveva scelto una misura più regolare: "Una volta, prima che la progenie delle fate / cacciasse Satiri e Ninfe dai fiorenti boschi, / prima che il diadema luccicante di re Oberon...". La versione "d'autore" di Sabbadini si distingue dalle precedenti anche nello scrupoloso apparato di lettura, com'è del resto buona consuetudine della collana. L'introduzione ha un taglio molto teorico, caratteristico del compianto Silvano, ed è suddivisa in capitoletti dai titoli emblematici: "Nomi", "La politica dell'immaginazione", "Una economia del desiderio", "Gli occhi". Sabbadini non esita a leggere la dialettica della merce in quelli che sembrano i puri svaghi della Reggenza, e conclude che "la lezione del poemetto keatsiano (...) mostra come anche le zone più apparentemente sottratte al sociale ne internalizzino le tensioni inscrivendole nella propria forma". Quest'edizione di addio congiunge i due aspetti del lavoro di Sabbadini: la traduzione-poesia e la critica dell'ideologia.

scheda di Bacigalupo, M., L'Indice 1998, n. 3


Pagine correlate:
<<< Il mito della femme fatale: IL ROMANTICISMO -  La belle dame sans merci e l’eroe byroniano


Pagine correlate:
"L'amore della luna" è la prima biografia romanzata su John Keats, pubblicata in Italia. Scritto come un mosaico in cui spazi e tempi diversi si alternano e legano fra loro in un toccante montaggio, il libro narra d'amore, morte, speranza, disperazione, poesia, sentimenti portati al limite della loro natura. Elido Fazi di John Keats ha già tradotto per la sua casa editrice il poema epico in versi sciolti "La caduta di Iperione". Abbiamo sfogliato il testo in libreria e ci è sembrata opera ispirata, partecipe e seria. Un lavoro di nicchia-come pochi se ne fanno in Italia - che dovrebbe meritare qualcosa di più del riconoscimento degli happy few.


ODE SOPRA UN’URNA GRECA
  DI  JOHN KEATS

1
Tu sposa ancora intatta della quiete,
del tempo lento e del silenzio  figlia
adottiva, narratrice  silvana,
che raccontare  sai più dolcemente
del  nostro verso,  favola fiorita,
quale leggenda di foglie intarsiata, 
di deità  recinge la  tua forma
o di mortali, oppur d’ entrambi,  insieme,   d’Arcadia o in quel di  Tempe?
Quali uomini son questi, quali dei?
Quali schive donzelle? Quale folle
motivo, quale lotta per la fuga?
Quali fläuti , quali tamburelli?
Quale estasi selvaggia e tumultuosa?

2
Dolci sono  le melodie ascoltate,
ma son più dolci quelle mai ascoltate;
perciò fläuti miti, ancor suonate;                  
non tanto per l’udito, ma  pel cuore,
suonate impercettibili armonie:
giovane bello, tu non puoi lasciare,
sotto gli alberi, il canto tuo soave,
né quegli alberi mai saranno spogli;
tu baldo amante, mai potrai baciare,
quantunque vincitor quasi alla meta:
però non darti pena: ella non langue;
sebben non possa tu  dirti beato,
per sempre l’amerai, resterà bella!

3
Felici rami e sempreverdi foglie,
che mai direte addio alla primavera;
e tu, felice musico, indefesso
nel suonar  melodїe sempre nuove;
Più amor felice, più felice amore!
Per sempre caldo e ancora da  godere,
per sempre così giovane e anelante;
tu sei al di sopra d’ogni umana brama
che lascia il cuore  triste e  inappagato,
fronte che brucia, lingua amara e secca.

4
Chi son questi venienti al sacrificio?
A quale verde altare, o misterioso
sacerdote, conduci  la  giovenca
che mugghia ai cieli ed ha morbidi fianchi
abbelliti con cura  da   ghirlande?
Qual paesino costruito accanto al fiume
o  in riva al mare  o, qual rocca,  sul monte,
in questo pio mattino si è svuotato
di questa  gente? E tu, piccolo borgo,
silenti avrai per sempre le tue strade;
né un’anima potrà più ritornare
per raccontar  perché sei desolato.

5
Attica  forma,  o  sì  leggiadra posa!
D’uomini e donne ornata, con un fregio
marmoreo, con rami di foresta,
e con erba di prato calpestata; 
come l’eternità, silente forma,           
dai ristretti confini del pensiero           
portaci fuori: fredda pastorale!   
Quando questa progenie sarà vinta
dal tempo, rimarrai, fra nuove pene
diverse dalle nostre, amica all’uomo
a cui dirai: “Bellezza è verità,
la verità è bellezza”, questo è tutto
quello che in terra di sapere è dato,
è tutto ciò che a voi basta sapere.

  ( Traduzione di Nino Andreotti)


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