KEYNES, JOHN MAYNARD, Le conseguenze economiche della pace

KEYNES, JOHN MAYNARD, La fine del'laissez faire'e altri scritti economico-politici
recensione di Graziani, A., L'Indice 1991, n. 9

La ristampa in traduzione italiana di due lavori che risalgono a sessanta o settant'anni fa, ci porta a riflettere ancora una volta sul pensiero di Keynes e al tempo stesso ci induce a pensare come i problemi di politica economica tendano a presentarsi e ripresentarsi in forme che, mentre sembrano sempre nuove, racchiudono in realtà una sostanza che si ripete. Diceva Schiller che le uniche cose veramente nuove sono quelle che non si sono mai verificate; tutto ciò che vediamo nella realtà è già vecchio.
Le due pubblicazioni sono diverse per epoca e per intenti. La prima ("Le conseguenze economiche della pace" del 1919) è apparsa in una nuova edizione italiana, a cura di Marcello de Cecco, nell'ormai lontano 1983, prima della caduta del muro di Berlino e ancora prima che nell'Unione Sovietica Gorbaciov avviasse la perestrojka. La seconda ("La fine del "laissez-faire" e altri scritti", a cura di Giorgio Lunghini) è una novità editoriale che, a giudicare dalla scelta dei testi, si richiama a problemi dell'economia italiana di oggi. Si tratta di testi che, in epoche vicine o lontane, erano già apparsi in edizione italiana. Le due iniziative sono più che opportune (ma è un vero peccato che le due esimie case editrici abbiano oprato per una ristampa identica delle traduzioni italiane preesistenti, senza procedere nemmeno a quei piccoli emendamenti che l'usura del tempo, le abitudini linguistiche acquisite e non di rado anche la fedeltà al testo avrebbero imposto).
Keynes organizza i problemi di politica economica intorno a due grandi categorie: i conflitti interni di classe e i conflitti internazionali. Il volumetto su "Le conseguenze economiche della pace", che, apparso nel 1919 come critica al trattato di pace e presto tradotto in tutte le lingue, diede a Keynes una improvvisa celebrità, è centrato sul secondo ordine di problemi. Marcello de Cecco, in una lucida e penetrante introduzione, pone giustamente l'accento sulle due esigenze che influirono in modo determinante sul contenuto del trattato di Versailles.
La prima fu il desiderio incoercibile di porre un argine all'espansione del comunismo sovietico: di qui la decisione di ricostituire una Germania disarmata e controllata, affiancandole una Polonia cattolica e amica dell'occidente e una Romania stato cuscinetto. La seconda fu l'intenzione, e per alcuni paesi anche il bisogno impellente, di appropriarsi nella misura più ampia di ogni risorsa economica della Germania e dei suoi possedimenti coloniali, allo scopo di alleviare i gravissimi problemi economici dei paesi vincitori. Il primo obiettivo, da Keynes pienamente condiviso, avrebbe consigliato la ricostituzione di una Germania economicamente forte e capace di fare da sostegno economico all'intera Mitteleuropa. Prevalse invece, almeno nelle forme, il secondo e alla Germania venne imposto un trattato che, se applicato in ogni sua clausola, avrebbe consapevolmente ridotto il paese alla fame.
Se problemi simili appartengono ormai alla storia, la lettura delle pagine di Keynes ci induce a riflettere su alcuni aspetti che appartengono invece al presente in cui viviamo. Quando Keynes scriveva, la disparità abissale fra il benessere dei paesi avanzati e la miseria dei paesi del Terzo Mondo non era ancora emersa come problema centrale del capitalismo con temporaneo . Quando Keynes parla di disparità economiche egli ha in mente le differenze di reddito che separavano i paesi ricchi di allora (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia) dai paesi bisognosi di aiuto (Italia, Serbia, Romania).
In materia di politica economica internazionale, Keynes aveva un'idea chiara ed era che una comunità di nazioni indipendenti può reggersi senza attriti soltanto se le disparità nell'ordine delle ricchezze vengono contenute entro limiti tollerabili. Nessuna comunità internazionale, a suo modo di volere, può tollerare pacificamente al suo interno il contrasto fra paesi estremamente ricchi e paesi al limite della sussistenza. Di qui la proposta di Keynes di consentire alla Germania una ricostruzione economica veloce e completa, e il suo dissenso rispetto all'opinione dominante, inesorabilmente vendicativa nei confronti del nemico sconfitto.
La logica di Keynes, tutta orientata alla ricostruzione e alla ripresa delle attività produttive, lo induce a segnalare che, se la Germania e l'Austria si trovano sull'orlo del collasso le condizioni economiche degli alleati europei non sono di gran lunga migliori. Se la Germania è gravemente indebitata verso gli alleati, anche Francia e Italia sono indebitate verso la Gran Bretagna che a sua volta è indebitata verso gli Stati Uniti. Inoltre, tutti questi paesi sono afflitti da inflazione veloce e debito pubblico elevato. Per consentire una ripresa rapida, Keynes propone non solo che la Germania venga aiutata a risollevarsi, ma che anche i debiti interalleati siano cancellati: "Non saremo in grado di fare un passo, scrive Keynes, se non riusciamo a liberarci di queste catene di carta. Un falò generale è necessario..." (p. 191).
Non è certamente il caso di ignorare le ragioni politiche che ispirano le proposte di Keynes. Consentire all'economia tedesca e austriaca una rapida ripresa significa sottrarre le popolazioni affamate alle tentazioni di una svolta rivoluzionaria, attirare l'Europa centrale nell'orbita delle democrazie occidentali, isolare definitivamente l'Unione Sovietica (come ci ricorda de Cecco nella sua introduzione, Thorstein Veblen, nel recensire il libro di Keynes l'anno stesso della sua pubblicazione, affermò che "la clausola centrale e più vincolante del Trattato... è quella non scritta, con la quale i Governi delle Grandi Potenze sono uniti allo scopo di reprimere la Russia Sovietica... Naturalmente tale patto... non è stato scritto...; si può dire che esso è la pergamena su cui il Trattato è stato scritto").
Sempre sul piano politico, annullare l'indebitamento fra paesi alleati significa ridurre il potere degli Stati Uniti in Europa e aiutare la Gran Bretagna a conservare almeno in parte la sua posizione di predominio in Europa.
Ma sarebbe egualmente un torto ignorare che, al di là di questi argomenti immediati, dettati dalla situazione politica dell'epoca, il pensiero di Keynes era alimentato anche da considerazioni di più largo raggio, e precisamente dalla sua convinzione che disuguaglianze profonde non possono che alimentare la ribellione e la lotta, e che l'unica via per costruire una comunità internazionale pacifica è quella della parità di condizioni economiche.
Viene fatto di domandarsi quale uso abbiano fatto degli insegnamenti di Keynes le generazioni successive e quale sorte abbiano subito i suoi auspici. Il mondo di oggi ha visto la riunificazione dell'Europa e vedrà in un futuro forse non lontano anche l'Unione Sovietica rientrare fra le economie di mercato e inoltrarsi sulla strada della prosperità materiale. Questo però, a differenza di quanto frettolosamente si afferma, è ben lungi dal significare che una nuova era di eguaglianza sia sul punto di instaurarsi fra i paesi del mondo. Anzitutto, il passaggio dall'economia socialista all'economia di mercato investirà più o meno 300 milioni di persone, di fronte a queste, nella sola Cina un miliardo di persone continuano a vivere secondo lo schema dell'economia socialista. Ma, cosa assai più rilevante, il solco fra paesi avanzati, che progrediscono verso forme di benessere materiale sempre più elevate, e la miseria del Terzo Mondo tende a divenire sempre più profondo. Dobbiamo ammettere che, se i dettami di Keynes hanno qualche valore, il mondo in cui viviamo, mentre sbandiera la pace in Europa e promette la pacificazione del medio oriente, non fa che gettare il seme di nuovi e più vasti conflitti.
La diagnosi si fa ancora più fosca se dai temi dell'equilibrio internazionale passiamo a quelli della struttura economica interna. Qui ci fa da guida il secondo volumetto, "La fine del "laisser faire"" (ci consentirà il lettore di scrivere il famoso motto alla maniera francese, e del resto anche italiana, anziché secondo l'uso inglese di 'laissez-faire'; uso che, anche volendo perdonate l'abominio del trattino di congiunzione, entra in conflitto con l'aneddoto che spiega le origini del motto: "Et alors, que faut-il faire pour vous aider?", chiese il ministro alla delegazione di mercanti; "Nous laisser faire", risposero quelli).
Quando passiamo dagli affari internazionali a quelli interni, il riferimento alla situazione italiana diventa un'attrazione non resistibile. Giorgio Lunghini, infatti, nella sua preziosa introduzione, illustra il pensiero di Keynes senza perdere d'occhio i problemi dell'oggi. Il problema che Keynes vede nella Gran Bretagna del 1930 è del tutto simile a quello dell'Italia degli anni novanta: preservare la competitività dell'industria nazionale senza trasformare il mercato in una lotta cannibalesca alla sopravvivenza, nella quale ogni obiettivo di equità sociale viene consapevolmente calpestato.
Anzitutto un aspetto di carattere generale. Keynes non nutre alcuna fiducia nella possibilità che il calcolo del profitto privato, effettuato su base aziendale, possa segnalare correttamente gli investimenti che risultano più convenienti sotto il profilo sociale. Keynes ritiene piuttosto che molte scelte di base in merito ai settori industriali da sviluppare all'interno o da cedere ad altri paesi possano essere effettuate correttamente soltanto se affidate a decisioni pubbliche. Nel nostro paese i discorsi che coinvolgono decisioni collettive sono sempre delicati, data la nota corruzione dei pubblici amministratori. Ma, sia pure di sfuggita, non si può fare a meno di pensare al fatto che l'industria italiana, a cent'anni dal suo decollo, non è ancora riuscita a procurarsi un suo specifico settore di priorità e che le imprese, invece di unirsi per organizzare uno sforzo comune, continuano a battere la strada degli accordi individuali con gruppi esteri, il che uccide qualsiasi speranza di accedere a posizioni di avanguardia tecnologica.
Se dal problema della tecnologia passiamo a quello dei costi, che tanta parte occupa nel dibattito di oggi, la diagnosi di Keynes è ancora più tagliente. Keynes parte da un punto analitico netto, costituito dal rifiuto della teoria marginalista della distribuzione. Il salario, egli afferma, non è fissato in modo inequivocabile n‚ dall'ammontare di un mitico "fondo salari", n‚ dalla pretesa legge ferrea della produttività marginale del lavoro. La distribuzione del reddito tra salari e profitti rientra piuttosto fra le grandezze convenzionali e istituzionali, e ogni società è libera di darsi, al suo interno, la distribuzione del reddito che più si attaglia alla propria cultura economica. In materia di salari, egli scrive, "c'è un margine abbastanza ampio, nel quale il fattore determinante non è tanto quello che si era soliti chiamare la legge economica, quanto abitudini e pratiche sociali e il comportamento dell'opinione pubblica" (p. 70).
I vincoli, riconosce lucidamente Keynes (e pare di sentirlo discutere dell'economia italiana di oggi) vengono piuttosto dal contesto internazionale. Se vige libertà dei movimenti di capitali, occorre che il saggio del profitto sia simile in tutti i paesi; altrimenti una fuga di capitali dai paesi dove il saggio del profitto è più basso, risulterà inarrestabile. Qui Keynes introduce una sua ipotesi, discutibile, ma non priva di interesse. A suo modo di vedere, il tasso del profitto rilevante per le decisioni del capitalista sarebbe il tasso di profitto ottenuto dall'impresa (senza tenere conto delle imposte personali che graveranno sul reddito individuale del capitalista) e non il reddito netto da capitale (al netto cioè delle imposte personali pagate dai singoli capitalisti sul reddito personale percepito). Keynes non fornisce molte spiegazioni per giustificare questa affermazione. È presumibile che egli la basi sulla considerazione che il profitto definisce lo stato di salute dell'impresa e quindi governa le decisioni di investimento, mentre i redditi netti di capitale determinano soltanto la posizione dei singoli capitalisti come persone fisiche. Profitti elevati per l'impresa accoppiati a redditi individuali falcidiati dalle imposte personali, otterrebbero quindi il duplice risultato di creare un incentivo al reinvestimento dei profitti, mitigando al tempo stesso le disuguaglianze personali.
Da questa ipotesi Keynes ricava la sua ricetta: una politica salariale moderata, tale da assicurare all'impresa un profitto adeguato e non indurla nella tentazione di emigrare in altri paesi; al tempo stesso, una tassazione rigorosa dei redditi personali. I proventi delle imposte percepite sui redditi da capitale andrebbero infine impiegati in spese di carattere sociale, in modo da assicurare ai lavoratori un reddito elevato in termini reali anche se il salario percepito direttamente rimane modesto.
Non è questa la sede per stabilire se la linea di Keynes sia coerente in se stessa e in che misura essa risulti applicabile in casa nostra. Due sole osservazioni non possono però rimanere inespresse. La prima è che proposte di questa fatta ci fanno sentire quanto sia grave per il paese il fatto di non disporre di un sistema tributario adeguato. Al giorno d'oggi, riprendendo una linea cara ai governi italiani di tutti i tempi, ci sentiamo dire che le sorti dell'industria italiana dipendono dai sacrifici dei salariati; e che poiché la sorte degli stessi salariati dipende dalla sopravvivenza dell'impresa, è nel loro stesso interesse che i lavoratori devono accettare riduzioni di salario, profitti elevati, e disuguaglianze crescenti nella distribuzione dei redditi. La proposta di Keynes fa crollare questa argomentazione come un castello di carte: a patto però di disporre di un sistema tributario efficiente, che sia in grado di scindere il rendimento del capitale investito dal reddito disponibile delle persone fisiche, e che sia quindi in grado di far sì che i profitti di impresa, anziché alimentare spese di lusso, si traducano in parte in nuovi investimenti, in parte in spese di carattere sociale.
La seconda considerazione difficile da reprimere è la seguente. Keynes stesso ha implicitamente previsto il caso di un paese che non disponga di un sistema tributario adeguato, o che comunque non voglia servirsene. Ebbene, la prescrizione di Keynes in questo caso è tassativa: un paese simile non può concedersi il lusso di aprire le frontiere ai liberi movimenti di capitali. Ancora una volta (evidentemente senza saperlo!) il Keynes del 1930 mette il dito su una piaga italiana degli anni novanta. Visto che il nostro paese non dispone di un sistema tributario efficiente (e tutti lo sanno) perché tanta fretta nel realizzare l'integrazione economica? perché addirittura anticipare l'integrazione finanziaria rispetto agli obblighi comunitari? perché dichiarare totalmente liberi i movimenti di capitali? Lo avrebbe visto anche un cieco che, una volta aperte le frontiere finanziarie, per evitare fughe di capitali, si sarebbe dovuto ridurre il costo del lavoro e rialzare i redditi da capitale a partire dai tassi di interesse, tollerando un aumento repentino della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. Tenuto conto di ciò, si commette forse una maldicenza molto grave se si azzarda l'ipotesi che la fretta con cui l'integrazione finanziaria è stata perseguita sia stata alimentata fra l'altro dall'intenzione di fornire un argomento in più (ed un argomento di tutto rispetto, in quanto dovuto non già ad una debolezza nazionale bensì ad un vincolo esterno) agli apostoli dei bassi salari e della compressione del costo del lavoro?
Keynes era un moderato. Odiava il marxismo, "dottrina illogica e stupida" (p. 35); diffidava della democrazia, sistema che si affida alla "grande massa di elettori più o meno analfabeti" (p. 46). Eppure, osserva Giorgio Lunghini concludendo la sua introduzione, "il capitalismo non ha accettato Keynes, per lo meno il Keynes della filosofia sociale... Se il capitalismo non accetta almeno Keynes, e poiché nessuno, credo, pensa che il capitalismo sia un sistema perfetto, allora il capitalismo non può, siccome non vuole, essere 'migliorato'".


John Maynard Keynes
Economista britannico.   Cambridge, 1883 - Firle, Sussex, 1946

Una delle figure intellettuali più audaci del XX secolo, «uno spirito indomabile» ha detto di lui Joseph Schumpeter. Keynes ridefinisce, negli anni ’30 del secolo scorso, l'oggetto stesso dell'economia politica, ne rinnova la prospettiva, si batte per l'intervento attivo dello Stato.  Ancora oggi, le sue teorie alimentano dibattiti e polemiche sulla natura della crisi, le misure da adottare per riassorbire la disoccupazione ed i mezzi per trovare la crescita.  
Nato a Cambridge il 5 giugno 1883 - l'anno della morte di Marx e della nascita di Joseph A. Schumpeter -, Keynes discende da una famiglia di universitari, vittoriani  e progressisti. Suo padre, John Neville Keynes, è l'autore di un lavoro famoso di metodologia economica (The scope and Method of Political Economy, 1891); fellow al Pembroke’college, diventa amministratore generale dell'università di Cambridge nel 1910. Sua madre, Florence Ada Brown, una delle prime donne laureate al Newham’college, dedica la sua vita all'azione sociale. Entra al consiglio comunale di Cambridge nel 1914, quindi ne diventa sindaco nel 1932.

Influenze e vita di Keynes
Come la maggioranza dei grandi teorici dell'economia, J.M. Keynes subì delle influenze multiple: filosofiche, artistiche e scientifiche.
 
Keynes anti-utilitarista
Dopo studi secondari a Eton, John Maynard Keynes entra al King's college, dove viene ammesso in una società segreta studentesca, elitaria ed antivittoriana, la “Cambridge Conversazione Society” (sic!)  - anche chiamata The Apostles (“Gli apostoli„) o The Society (“La società„) -, dove milita, tra l'altro, Bertrand Russell ed il filosofo anti-utilitarista George Edward Moore, i cui Principia ethica, pubblicati nel 1903, esercitano una grande influenza intellettuale su tutto il gruppo.  

Keynes eclettico
Matematico di formazione - consegue il   diploma nel 1905 -, Keynes si impegna in seguito nello studio dell'economia politica, sotto la direzione di Alfred Marshall. Quindi lascia l'università e diventa funzionario all’ India Office, lavorando parallelamente ad uno studio sulla teoria delle probabilità. È l'epoca del  suo incontro con il pittore Duncan Grant e delle prime riunioni del gruppo di Bloomsbury, dove si ritrova  una buona parte dei vecchi “apostoli„ ed alcune donne,  come le sorelle Stephen, Vanessa e Virginia (la futura Virginia Woolf), amiche d'infanzia di Keynes. Le conversazioni vi si svolgono appassionate e riguardano l'arte, la sessualità e la creatività, Coleridge, Moore e anche Freud, che è stato recentemente tradotto in inglese. Dopo due anni allo India Office, Keynes ritorna all'università. Completa il suo lavoro sulla probabilità (che sarà pubblicato, in una versione in gran parte cambiata, sotto il titolo A Treatise on Probability nel 1921), diventa lettore d'economia politica nel 1908, quindi fellow al King's collegio nel 1909. È al King's che fonda, per i suoi migliori studenti, il Club d'economia politica, le cui riunioni - “le sere del lunedì„ - si svolgeranno senza interruzione (ad eccezione degli anni di guerra) dal 1909 al 1937.

Keynes giornalista
Nel 1911, diventa redattore principale dell' Economic Journal - carica che conserverà per trentatre anni - e, nel 1913, segretario della Royal  Economic Society. Nel 1912, redige il suo primo libro, Indian Currency and finanze (1913), il cui oggetto più che descrivere il sistema monetario
indiano è quello di avviare una riflessione teorica sui vantaggi del gold exchange standard come sistema monetario internazionale capace di sostituire il sistema monetario aureo.

Keynes al tesoro
Quando la prima guerra mondiale scoppia, Keynes diventa consulente presso il Tesoro, Amministrazione che rappresenta alla conferenza di Versailles nel 1919. Ma il suo disaccordo con le posizioni degli alleati sull'importo delle riparazioni tedesche lo induce a dimettersi dalla delegazione e pubblicare una denunzia rigorosa delle clausole del trattato, The Economic Consequences of the Peace (1919), che stigmatizza l'eccesso di risparmio come fattore di ristagno. Keynes cessa allora i suoi corsi a Cambridge, ove conserva  soltanto un seminario settimanale, le riunioni del club d'economia politica e le discussioni con la  cerchia dei suoi discepoli - il futuro Circus.

Keynes teorico polemista
Nel 1925, sposa la ballerina solista della Società dei Balletti russi di Sergej Diaghilev, Lydia Lopokova, che diventerà attrice e con la quale egli fonda, nel 1936, Arts Theatre di Cambridge. La sua attività professionale si divide ormai tra l'università, i suoi lavori teorici, le sue attività d'editorialista e di  polemista - citiamo Economic Consequences of Winston Churchill (1925), sulla decisione, che giudica inaccettabile, di ritornare alla parità oro della sterlina; un manifesto di sostegno alla politica proposta dal  partito liberale, Can Lloyd George do it? (1929); o ancora How to Pay for the War? (1940) - ed il suo ruolo di consulente presso il governo britannico, che lo porta a partecipare ai negoziati di Bretton Woods (1944), quindi ad occupare il posto di consulente speciale presso il Cancelliere dello Schacchiere, dalla fine della seconda guerra mondiale fino alla morte, nella sua casa del Sussex, il 21 aprile 1946.

La "rivoluzione" keynesiana 
« Sto scrivendo un libro di teoria economica che  credo dovrebbe in gran parte rivoluzionare il modo in cui il mondo pensa i problemi economici, che uscirà, forse non nell'immediato ma nel corso dei prossimi dieci anni» (lettera di Keynes a George Bernard Shaw, 1 gennaio 1935). Si tratta del  su   famoso saggio, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta, che uscirà nel 1936. La "rivoluzione" keynesiana  si fonda sulla critica di tre enunciati di base della teoria ortodossa dell'epoca: la prospettiva microeconomica ed il suo corollario, la rappresentazione d'insieme dell'economia attraverso le nozioni di mercato e d'equilibrio; la legge di Say e la sua base, la teoria quantitativa della moneta; lo statuto logico accordato al mercato del lavoro, identico agli altri mercati nel senso che la domanda e l'offerta vi determinano simultaneamente i prezzi (i salari reali) e le quantità (il livello d'occupazione) d'equilibrio.

La critica keynesiana
Su queste basi, la teoria che Keynes chiama "classica" - cioè fondata sulla legge di Say - «si trova incapace», afferma, «di risolvere i problemi economici del mondo concreto».

Il keynesianesimo: un punto di vista macroeconomico

In primo luogo, l’approccio che Keynes propone di adottare è macroeconomico, e non più microeconomico. Fatto che modifica il quadro anche dell'analisi: non si tratta più di ragionare in termini d'equilibrio sui mercati, ma di spiegare, in una prospettiva dinamica, le variazioni delle grandezze aggregate unite dell'economia.

Il keynesianesimo: un'economia monetaria

Successivamente, l'economia è pensata da Keynes come «economia monetaria di produzione» (e non più come «economia reale di scambio» come proponeva la teoria classica. Ciò  comporta una doppia constatazione: da un lato, il ruolo determinante delle previsioni degli operatori economici – ossia delle ipotesi, pessimiste o ottimiste, che essi  formulano per prendere una decisione di spesa, d'investimento, o di risparmio -, a causa dell'incertezza fondamentale che caratterizza l'ambito economico, dal momento in cui la moneta è sempre più centrale negli scambi; d'altra parte, la preferenza degli operatori  per la liquidità (ossia  per le attività rapidamente trasformabili in strumenti di pagamento, in contanti o in altre forme subito liquide). Keynes distingue in effetti, oltre alle ragioni classiche di "transazione" e di "prudenza", la ragione di "speculazione" - eco dell'incertezza del futuro in ambito economico - per spiegare l'aumento della domanda di moneta.

Keynes ed il mercato del lavoro
Infine, il mercato del lavoro non ha per Keynes lo stesso statuto teorico degli altri mercati. Ciò per due ragioni principali: una relativa al funzionamento stesso del mercato del lavoro, dove il contratto tra datori di lavoro e lavoratori dipendenti riguarda i salari nominali - tenuti al ribasso - e non i salari reali. L'altro deriva dal fatto che il livello d'occupazione è determinato, ai suoi occhi, non dalle condizioni d'equilibrio sul mercato del lavoro, ma dal livello generale della produzione. In effetti, non è il salario reale che decide il livello d'occupazione, come fu dimostrato in Gran
Bretagna nel periodo tra le due guerre in cui i  lavoratori rimasero ugualmente disoccupati, benché avessero accettato di essere sottopagati.

La teoria keynesiana
Conclusione logica delle sue critiche in relazione alla legge di Say, la teoria generale fa emergere una nuova percezione dell'economia che mette il problema della disoccupazione al centro dell'analisi economica.

La domanda effettiva secondo Keynes
L'idea centrale di Keynes è che il livello dell'occupazione, che è determinata dal livello della domanda effettiva in un periodo dato, non coincide inevitabilmente con il reddito globale distribuito durante  il  processo di produzione. In effetti, è possibile che questo reddito globale non sia speso nella sua totalità, cosa che rende la domanda effettiva insufficiente per mantenere un livello d'occupazione soddisfacente. Da dove la necessità di analizzare i due fattori determinanti della domanda globale: i consumi e gli investimenti. La funzione del consumo è caratterizzata, secondo Keynes, da una «legge psicologica fondamentale», che egli definisce in termini semplici:  «quando il reddito cresce, cresce anche il consumo, ma in   misura inferiore».  Nelle società moderne, la tendenza marginale a consumare degli operatori è dunque sempre inferiore ad 1.

La propensione all'investimento secondo Keynes
Quanto alla funzione dell’investimento, essa dipende, da una parte, dalle aspettative  degli imprenditori sul futuro dell'economia e, d'altra parte, dall'efficacia marginale del capitale, come è valorizzato dagli stessi imprenditori, ossia  con il metodo dell'attualizzazione - che consiste nel
riportare il futuro, cioè le entrate che ci si attende da un investimento, al proprio valore attuale, cioè a dire al proprio costo iniziale. La decisione dell'investimento dipende così dal raffronto tra il tasso d'interesse del mercato (il costo della moneta liquida necessaria al finanziamento dell'investimento) e l'efficacia marginale del capitale; ed il suo volume, dallo sforzo  di rendere uguali questi due tassi.

La relazione risparmio-investimento
Per altro verso Keynes dimostra, a differenza dei classici, che l'atto di risparmiare e l'atto di investire sono indipendenti, e che il tasso d'interesse del mercato, variabile puramente finanziaria, non garantisce l'adeguamento tra il risparmio e l'investimento, ma uguaglia soltanto l'offerta e la domanda di valuta liquida.

La spiegazione della disoccupazione secondo Keynes
Il ragionamento converge così verso ciò che costituisce l'oggetto primo della Teoria generale: spiegare la persistenza durevole  di un tasso di disoccupazione rilevante,  confutando la teoria classica della disoccupazione volontaria. Nella logica di Keynes, infatti, è l'occupazione che è determinata dal livello di produzione ed il salario reale dal  livello d'occupazione, e non l'inverso. Inoltre Keynes constata che i  volumi d'occupazione possono stabilizzarsi al livello corrispondente ad una situazione d'equilibrio sul mercato dei beni, senza peraltro garantire con questo la piena occupazione. Quest' «equilibrio di sottoccupazione» è dunque caratterizzato da una disoccupazione involontaria e strutturale - e non volontaria e congiunturale, come la descrive la teoria ortodossa, difesa allora in Francia da Jacques Rueff.  

La politica economica keynesiana
Avendo sullo sfondo la grave crisi degli anni ‘30, uno degli obiettivi della "rivoluzione" keynesiana è di affermare, contro il modello del mercato auto-regolatore, l'esistenza - e la necessità - di una politica economica. Se la sfida della crescita passa per il rilancio della domanda effettiva, il ruolo di ogni politica economica è di stimolare le sue componenti: il consumo e l'investimento. Ciò che determina tre direttrici d'intervento.

Keynes e la politica di redistribuzione
La redistribuzione dei redditi. La crescita dei consumi di tutti gli operatori economici passa, prima di tutto, per una politica di redistribuzione dei redditi in favore dei più poveri, la cui tendenza a consumare è più elevata. È il principio direttivo delle riforme fiscali condotte negli anni  40 e  50 nei paesi occidentali
.
Keynes e la politica monetaria
L'abbassamento del tasso d'interesse mediante misure di politica monetaria - principalmente con l'intervento sul mercato monetario – è destinato, simultaneamente, a realizzare l’ «eutanasia  dei Redditieri» e stimolare l'investimento abbassando la soglia d'efficacia marginale del capitale. Keynes proporrà una riforma del sistema monetario internazionale, partendo da una critica drastica del sistema monetario aureo in nome dell'indipendenza necessaria alle politiche economiche nazionali. Già descritto in Indian Currency and finanze, il suo progetto è sviluppato nel piano che sottopose nel 1944 alla conferenza di Bretton Woods, dove suggerì di creare una nuova forma di ancoraggio delle monete chiamato "bancor", (una moneta emessa dalla ‘Banca delle banche centrali’, tale da escludere il ruolo preminente della politica monetaria degli USA, una sorta di ONU delle monete), come anche  una camera di compensazione incaricata di gestire le operazioni di credito tra banche centrali.

Keynes e la politica di grandi lavori
Keynes accorda anche un ruolo importante alla spesa pubblica - i «grandi lavori» -, il cui finanziamento può essere garantito dal prestito pubblico, ossia  con il deficit di bilancio (deficit spending), ciò al fine di tenere sempre alta la domanda, sia sul versante degli investimenti pubblici che dei consumi.

L'eredità keynesiana
«Gli anni dell’ alta teoria»: la formula di Shackle riassume bene l'effervescenza intellettuale che ha circondato la redazione della Teoria generale.
Strattonata, smussata, criticata, recuperata, la "rivoluzione"  keynesiana nutre dibattiti da cinque decenni sui punti più diversi: la crescita, la politica economica e la contabilità nazionale, la teoria del consumo, o ancora la relazione tra tasso di disoccupazione e tasso d'inflazione. Keynes ha lasciato una ricca eredità.




°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
© lafrusta. Tutti i diritti riservati.Traduzione adattata di materiale rinvenuto in Rete. Riproduzione vietata.
Vietato il deep link. Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali.
pagina a cura di Alfio Squillaci

Esempio 1
Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
Keynes in Rete:


<<< John Maynard Keynes- Intellectual biography, major works, and resources

<<< John Maynard Keynes- Dossier della rivista "Time"
John Maynard Keynes
"The most important economic document relating to World War I and its aftermath."--John Kenneth Galbraith

In 1919, John Maynard Keynes participated in the negotiations of World War I's armistice at the Versailles Peace Conference. Keynes strongly disagreed with terms of reparation imposed on Germany, arguing in this controversial book that German impoverishment would threaten all of Europe. Although many disagreed with the author at the time, the wisdom of his reasoning was later recognized at the close of World War II, when the Allies followed his advice and undertook a rebuilding program that paved the way for a democratic base in Germany, Italy, and Japan. This prophetic view of the European marketplace in the early twentieth century represents a much-studied landmark of economic theory. Unabridged republication of the 1920 edition.


La "Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta", pubblicato nel 1936, segna uno spartiacque nel pensiero economico, contrapponendo all'impostazione tradizionale una alternativa con la quale non sarà più possibile evitare il confronto. Keynes afferma che "lo studio delle forze che determinano variazioni del volume della produzione e dell'occupazione a livello globale". L'approccio, chiaramente innovativo, costituisce l'atto di nascita della macroeconomia.


With this treatise, an insightful exploration of the probabilistic connection between philosophy and the history of science, the famous economist breathed new life into studies of both disciplines. Originally published in 1921, this important mathematical work represented a significant contribution to the theory regarding the logical probability of propositions. Keynes effectively dismantled the classical theory of probability, launching what has since been termed the "logical-relationist" theory. In so doing, he explored the logical relationships between classifying a proposition as "highly probable" and as a "justifiable induction." Unabridged republication of the classic 1921 edition.





Distinguished British economist John Maynard Keynes (1883-1946) set off a series of movements that dramatically altered the ways in which economists view the world. In his most important work, The General Theory of Employment, Interest, and Money (1936), Keynes critiqued the laissez faire policies of the day, particularly the proposition that a normally functioning market economy will bring full employment. Keynes' forward-looking work transformed economics from merely a descriptive and analytic discipline to one that is policy-oriented. For Keynes, enlightened government intervention in a nation's economic life was essential to curbing what he saw as the inherent inequalities and instabilities of unregulated capitalism.




Loading
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line