Søren  Kierkegaard (Copenhagen, 1813 - id., 1855   Filosofo danese

Søren Aabye Kierkegaard, questo filosofo ironico, allo stesso tempo ammiratore ed avversario di Socrate, partecipa a sua volta della filosofia speculativa, della teologia erudita e della poesia lirica. Messosi sotto il doppio segno dell'eccezione e del paradosso ed iscrivendosi in una rete complessa di corrispondenze sottili, il suo pensiero inaugura nel XIX  secolo un modo d'espressione paradossale e  altamente figurato, fino ad allora nuovo. 
 
Nato a Copenaghen nel 1813, era il beniamino di una famiglia di sette bambini; suo padre aveva accumulato una fortuna immensa ma, temendo Dio, che aveva precedentemente rinnegato, educò i suoi bambini nel terrore religioso. Tuttavia, Kierkegaard condusse inizialmente una vita dissoluta, prima di incontrare, nel 1837, Regina Olsen, che fu  sua fidanzata fino al 1841. Questa vicenda sentimentale divenne  lo spartiacque della vita di Kierkegaard e segnò un solco indelebile nella sua interiorità. Lo stesso anno, prenderà la laurea  in filosofia e, potendo godere delle rendite paterne, si consegnerà a un combattimento senza requie contro la Chiesa ufficiale. Il 20 ottobre 1855, s’accasciò per strada. Trasportato all'ospedale, morì l'11 novembre, in piena rottura con  la religione stabilita. Non aveva che quarantadue anni.

Un'opera paradossale
La morte di Hegel, nel 1831, apre la via a due tipi di contestazione della sua filosofia, nel frattempo diventata ufficiale. In effetti, dieci anni più tardi, nel 1841, due pensatori d'eccezione sostenevano la loro tesi di dottorato in filosofia: Karl Marx, a Iena, sulla Differenza della filosofia della natura da Democrito ed Epicuro, e Søren Kierkegaard, a Copenaghen, sul Concetto d'ironia costantemente riportato a Socrate.
Questi due pensatori così radicalmente diversi avevano sottotraccia  lo stesso riferimento, Hegel, e lo stesso obiettivo: l'inversione critica del sistema hegeliano. Ma, mentre l'opera di Marx, diretta contro l'idealismo di Hegel, in nome “del materialismo storico”, andava a dare nascita alle diverse forme di marxismo, quella di Kierkegaard, che fronteggiava, facendo perno sull’irriducibilità soggettiva dell’esistenza, il razionalismo e  l'oggettività di Hegel, doveva restare, sotto ogni  riguardo, totalmente eccezionale e marginale, almeno fino all’avvento dell'esistenzialismo del secolo successivo.  

Un autore isolato
Deliberatamente paradossale, nel senso più forte di questo termine, e tutta  centrata sull'esistenza del soggetto singolare ed unico, l'opera di Kierkegaard è consegnata dal suo autore ad una folla di anonimi firmatari: eccetto la sua tesi di dottorato ed alcuni discorsi pubblici, il filosofo danese non ha firmato col suo nome alcuno dei suoi testi principali, per i quali inventa una serie di pseudonimi gravati di un significato allusivo (Victor Eremita, Johannes de Silentio, Constantin Constantius, Johannes Climacus, Vigilius Haufniensis, Nicolaus Notabene, Hilarius il  Rilettore, William Afham, Frater Taciturnus, Anti-Climacus)... Ciascuno di questi personaggi fittizi, diversi ed a volte opposti, rappresenta un aspetto di Kierkegaard. 

«Solo con la parola di Dio», senza moglie né un mestiere, Kierkegaard, per il quale  la folla è il peggiore dei mali, vivrà risolutamente discosto,  alla larga dalle masse  questi «banchi di aringhe».  Del resto, tutto ciò che dipende dal numero o, a maggior ragione, «dal più grande numero» (guerre europee, rivoluzioni, esposizioni d'arte, giornali a grande tiratura, ecc.) è, ai suoi occhi, poco importante. Per lui, solo l'eccezione è misura dell'importanza: afferma che «un solo uomo basta» quando si tratta  «del rapporto reale con Dio, che è la cosa capitale tra tutte». L'esistenza di Kierkegaard fu eccezionalmente segnata dalla preoccupazione di questo “rapporto” al punto che, alcuni giorni prima della sua morte, egli confidava al suo amico, il pastore Boesen, che la sua vita era stata una grande sofferenza, sconosciuta e  incomprensibile agli altri: «Sono laureato in teologia ed avrei certamente potuto ottenere una parrocchia, ma invece di ciò, io sono divenuto l'Eccezione». 

Un autore religioso
Quindi Kierkegaard   ha cercato, in tutti i suoi scritti, di eliminare la conoscenza oggettiva a favore del soggetto esistente: ha tentato di riannodare i legami dell'esistenza con il pensiero autentico, e rivendicare, contro la preoccupazione scientifica dell'obiettività, i diritti imprescrittibili della soggettività. Ma, a differenza del filosofo tedesco Max Stirner, che pubblica, per parte sua, nel 1845, sotto il titolo L'unico e la sua proprietà, la bibbia dell'individualismo anarchico ed ateo, Kierkegaard àncora l’individuo alla dipendenza terribile e assoluta del suo Creatore. La sua opera, nella quale si distingue  Timore e tremore (1843), è quella di uno scorticato vivo, che, dal fondo della sua singolarità, della sua finitudine e della sua passione, si proclama soggetto assoluto, strettamente definito dalla sua relazione impenetrabile con Dio. Non v’ è, secondo lui, da cercare   altro ancoraggio nell'esistenza, ed i filosofi si esauriscono invano a trovare una verità prima.  

Una filosofia autonoma
Il primo paradosso del pensiero del filosofo danese è che rifiuta non soltanto il sistema hegeliano, ma, più generalmente, ogni filosofia, per incentrarsi solo sulle proprie questioni, sulle proprie certezze ed angosce religiose. Come dice lui stesso, Kierkegaard è, in effetti, «un autore religioso» e la sua opera è «religiosa» dall'inizio alla fine, cioè fino al decimo numero del Momento, pamphlet rigorosamente anticlericale, al quale lavorerà fino al momento della  morte.  

La base della morale
Per Kierkegaard, «essere religiosi» è chiedersi come diventare cristiano in un paese in cui «tutti sono cristiani» e dove «chiamarsi cristiano è così tanto la condizione di qualsiasi successo in questo mondo, che non si potrebbe neppure avere il diritto di guadagnarsi da vivere  come tenutario di bordello, senza attestate che si  è battezzati e che si è (cioè che ci si dichiari) cristiani» (Diario).  
Non possiamo  evitare di chiederci come questo pensatore d'eccezione, esclusivamente preoccupato da questioni religiose e  impregnato  da grande solitario  del cristianesimo del  Nuovo Testamento, possa  essere anche quel filosofo la cui influenza fu decisiva, non soltanto su Gabriel Marcel, Karl Jaspers e Martin Heidegger, ma anche su un filosofo risolutamente ateo come Jean-Paul Sartre. Certamente ciò si spiega con il fatto che l'opera di Kierkegaard, sotto copertura di cercare il senso dell'esistenza, solleva, in modo radicale, di fronte al sistema hegeliano ed alla filosofia giudeo-cristiana, il problema della base della morale.

L'etica dell'assoluto
Sotto diverse forme, gli scritti di Kierkegaard rimettono in discussione l'autorità della religione ufficiale e le pretese morali della chiesa cristiana, che, nello spazio di diciotto secoli, ha conosciuto pochi accusatori così spietati come il filosofo danese; allo stesso tempo polemizzano con l'autorità della ragione e  con le pretese fondatrici del razionalismo. In effetti, così come accusa i pastori di essere «falsari della cristianità»  di aver fatto man  bassa del divino e qualificando la chiesa ufficiale «di società lucrativa di trasporto verso l'eternità»  del pari Kierkegaard denuncia nel razionalismo hegeliano l'illusione di stringere la realtà concreta  nelle maglie astratte del suo sistema o, come dice col suo stile iperbolico «come il cartello che si può vedere presso un bottegaio e che annuncia “qui si ripassa la biancheria”, ma se si porta la propria biancheria da ripassare, si resta delusi: l’insegna reca la dicitura “ a vendere” ». (l'alternativa).  
Kierkegaard nega ogni esistenza alla storia universale. Ai suoi occhi, esistono soltanto individui creati da Dio, e stanno soli  di fronte al loro Creatore, come il relativo di fronte all'assoluto, in una dipendenza non temporale. Tale esistenza può autenticamente essere vissuta soltanto nella passione, nel senso cristiano del termine. È per questo che Kierkegaard, irretito dalla passione di Cristo, non ha cessato di ergersi contro l'esistenza inautentica  «degli uomini di Dio» che si arrogano il titolo di «testimoni della verità» ma che meriterebbero piuttosto quello di            « sepolcri imbiancati»  poiché vivono confortevolmente della parola di Dio.  In compenso, Kierkegaard confida ai lettori del suo Diario che giunse a desiderare di  entrare nella polizia  «per essere più vicino alla passione vera, quella dei ladri e delle prostitute». Secondo il filosofo, con la passione è l'eternità assoluta che penetra nel tempo relativo della nostra esistenza. 

Le fasi dell'esistenza
La questione dell'esistenza, in particolare quella dei vari  Stadi sul cammino della vita (1845), è al centro dell'opera del filosofo.
Sottolineando con forza l'importanza di un impegno personale nell'esistenza, Kierkegaard distingue tre fasi esistenziali (o tappe) che segnano il percorso della vita umana:
Lo stadio estetico (del greco aisthêsis, “sensazione”) è quello dell'esistenza colta «nell'immediatezza delle sensazioni» che è rappresentato, al di fuori di qualsiasi religione e di ogni preoccupazione morale, da tre figure leggendarie – Don Giovanni rappresenta il piacere, Faust il dubbio, l'ebreo errante Ahasvérus la disperazione; 
Lo stadio etico è quello dell'esistenza nella generalità sociale e nel tempo storico; vi accede il cittadino sposato, responsabile, rispettoso delle leggi, preoccupato di distinguere il bene dal male. Socrate figura filosofica del Saggio, comprende la più alta realizzazione umana di questo stadio che in quello più terreno e rappresentato dalla figura dell'Assessore Guglielmo. 
Lo stadio religioso si distingue radicalmente dalle fasi precedenti e dalla religione socialmente stabilita, che è soltanto una caricatura indecente della vera religiosità. Poiché questa è un affare assolutamente individuale, che si presenta sotto due aspetti: la religiosità A, che è «la dialettica della interiorizzazione», consiste nel riferirsi ad una felicità eterna, senza essere condizionato da niente;  la religiosità B, sola veramente autentica, è «la religione del paradosso». Impegna il credente appassionato «a fondare su un  sapere storico una felicità eterna» cioè a credere - contro qualsiasi ragione - alla felicità eterna annunciata paradossalmente dall'incarnazione di Dio, in un certo momento della storia. L'uomo, sintesi paradossale di determinazione temporale e d'aspirazione all'eterno, può compiere la sua esistenza soltanto nella fede, che la alza in questa fase ultima, con «timore e tremore» in una relazione personale, intima e straordinaria con Dio. 
Solo Abramo («il cavaliere della fede») è il campione di  quest'esistenza religiosa dell'individuo sotto lo sguardo di Dio, poiché ottempera senza resistere quando Dio gli ordina di violare la legge che lui stesso ha  decretato («non ucciderai »). Murato nel suo silenzio, e attingendo la propria forza nel segreto intimo della  sua interiorità,   rifiutando ogni consiglio e qualsiasi «ragione», sacrificherà   suo  figli Isacco, «il bambino della promessa».
Per Kierkegard gli stadi dell'esistenza sono totalmente alternativi: non Et et, ma Aut aut (titolo di un suo volume).

Il grido paradossale della interiorità
La riduzione ultima del  fondamento della morale alla pura interiorità, intesa come ordine intimato da Dio, esclude così ogni misura comune tra l'eterno ed il temporale, l’esistenziale e  lo  storico-mondiale, l'assoluto ed il relativo, che esistono soli, senza un'alternativa intermedia. 
Questo confronto della fede, della passione e dell'angoscia contro l'ottimismo volgare del “credente” oppone l'esistenza autentica all'esistenza inautentica. La  sacralizzazione  della interiorità fa di ogni soggetto morale una creatura consegnata a un  Dio  giudice e sottomessa, come Abramo, alla  più terribile delle prove, senza sapere se Dio cambierà la sua volontà all'ultimo istante e se il dialogo con Dio è qualcosa di più di un soliloquio.
«Se c'è un dio, scriveva già Pascal, è infinitamente incomprensibile, poiché, non avendo né parti né limiti, nessuna relazione ha con noi».  Almeno eravamo assicurati, con «la vera religione», della veridicità delle Scritture. Quest'assicurazione scompare con Kierkegaard, poiché la risoluzione straordinaria di Abramo  rimane così impenetrabile come l'esistenza di Dio, e le Scritture che la riportano sono degne di fede soltanto per chi ha  fede e per chi  la vive con timore e tremore.  
Mentre la chiesa ufficiale fa balenare con compiacimento la certezza che  la fede procura, Kierkegaard attesta che c'è fede soltanto in un'incertezza irrimediabilmente tragica. Con una fusione straordinaria dell'individualismo anarchico e del misticismo radicale, questo pensiero è immerso in seno a  ciò che chiama «il paradosso assoluto».  

L'opera di questo pensatore isolato, con la sua lezione allusiva e deliberatamente velata, offre due letture filosofiche possibili: si può riassumere in un rifiuto assoluto di tutte le imposture  politico-religiose, o anche in una vertigine  generata dalla scoperta, al di là  della morale e di ogni  “ragione pratica”,  dell’abisso affascinante quanto devastante del  pensiero dell'Assoluto.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
© lafrusta. Tutti i diritti riservati.Traduzione adattata di materiale rinvenuto in Rete. Riproduzione vietata.
Vietato il deep link. Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali.
pagina a cura di Alfio Squillaci

Esempio 1
Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
Kierkegaard   in Rete:


Kierkegaard  in Rete:
<<< Søren Kierkegaard- Stanford Encyclopedia of Philosophy. Ottimo
   * 1. Kierkegaard's Life
   * 2. Kierkegaard's Rhetoric
   * 3. Kierkegaard's Aesthetics
   * 4. Kierkegaard's Ethics
   * 5. Kierkegaard's Religion
   * 6. Kierkegaard's Politics
   * 7. Chronology of Kierkegaard's Life and Works
   * Bibliography
   * Other Internet Resources
   * Related Entries


Søren Kierkegaard
Risvolto di copertina
Dario Antiseri: Come leggere Kierkegaard
Kierkegaard (1813-1855), solitario pensatore cristiano e padre dell'esistenzialismo, è un filosofo di prima grandezza per due motivi: da cristiano credente ha approfondito il senso della fede come "salto esistenziale" che solo dona un senso alla vita e fa uscire l'uomo dall'angoscia e dalla disperazione; come filosofo della modernità e critico dell'idealismo tedesco ha portato in primo piano il concetto dell'uomo come "singolo", creando quella figura
Sul matrimonio in risposta alle obiezioni di un marito
AutoreKierkegaard Sören.

Un marito, sposato da otto anni. Uno scienziato del matrimonio che conosce tutte le meraviglie dell'istituzione più antica del mondo. E la difende replicando ad ogni possibile obiezione. È lui il protagonista di questo scritto di Kierkegaard. Di mestiere fa il giudice. E qui prepara un appello puntiglioso e impeccabile a favore del matrimonio. Ad uso del marito fedele. Perché solo il marito è un vero uomo. Solo il marito è un uomo felice. Diceva il filosofo Gorgia: "L'illuso è più saggio di chi illuso non è". Ma sarà proprio così?


Quest'opera rappresenta il secondo stadio della vita di ogni uomo....quello etico. Insieme al "diario di un seduttore" (Estetico) e "La malattia mortale"(Religioso).

Nel giardino senza eroi di Søren Kierkegaard

di Elena Alessiato


  Secolo XIX, Danimarca: una monarchia piccola e periferica rispetto alle sedi europee in cui si disputavano le sorti del mondo, una penisola del Nord che vedeva convivere la diffidenza tipica della sedentarietà contadina con il dinamismo aperto e inventivo dato da una lunga tradizione di fermenti commerciali, azzardi capitalistici e sogni navali. A Copenhagen, originario villaggio di pescatori evolutosi in centro nevralgico dei commerci nordici, nasce nel 1813, settimo e ultimo figlio di un contadino arricchitosi con il commercio, uno degli intelletti destinati a lasciare un segno incancellabile nella storia del pensiero umano. Un cervello fino dalla sensibilità rivoluzionaria: Søren Kierkegaard.
  Poco è noto della sua biografia perché in essa poco accade: una vita trascorsa quasi completamente nella capitale danese, tranne alcuni viaggi a Berlino; una misteriosa confessione del padre che lo ossessiona come un “pungolo nella carne”; gli studi di filosofia e teologia e un fidanzamento durato pochi mesi con Regina Olsen, poi interrotto dal tormentato pensiero di non essere adatto alla vita matrimoniale bensì a quella religiosa, proposito che anch’esso terminò in un nulla di fatto.
  Ciò che rende Kierkegaard interessante e indimenticato è piuttosto l’intensità della sua vita interiore, l’approccio innovativo del suo pensiero, portato a rigettare ogni nozione con generiche pretese di universalità per concentrarsi invece sul valore del singolo individuo; lo stile combattivo e graffiante dei suoi scritti, volti a denunciare i limiti del provincialismo urbano, la superbia degli eruditi e le storture bigotte della religiosità clericale.
  Il testo che presentiamo, uno dei suoi meno noti e di cui ricorre quest’anno il 160° anniversario di pubblicazione, costituisce un brillante esempio della capacità di osservazione e diagnosi storica del filosofo e attesta la sua lungimiranza nell’individuare alcune tendenze sociali, culturali e politiche con le quali ancora oggi proprio noi, cittadini del XXI secolo, siamo chiamati a fare i conti.

  Si tratta di Una recensione letteraria (1846), scritta in pochi mesi e dedicata alla novella Sogno e realtà. Due Epoche. L’autore della novella aveva celato la propria identità ricorrendo a uno pseudonomino. In verità era una donna e si chiamava Thomasin Gyllembourg, figlia di un ricco commerciante e sposa giovanissima dello scrittore repubblicano Peter A. Heiberg, dal quale si era separata per unirsi in seconde nozze a un barone svedese in esilio. A differenza dei suoi concittadini, ignari della vera identità della scrittrice per un decennio ancora dopo la sua morte, Kierkegaard ne era al corrente, essendo stato in gioventù un assiduo frequentatore di casa Heiberg e del circolo intellettuale formatasi intorno alla donna e a suo figlio, il quale ben presto si distingue come una delle figure di riferimento della cultura letteraria danese del tempo. Il filosofo lesse sempre con interesse gli scritti della Gyllembourg arrivando a considerarla come la penna più rappresentativa della società danese di allora.
  Kierkegaard tuttavia si decise a recensire la novella non solo per esprimere alla scrittrice la propria personale ammirazione ma anche per “regolare i conti” con suo figlio, Johan Ludvig Heiberg, il quale in alcuni scritti aveva espresso pareri approssimativi e superficiali sulle opere del filosofo tali da urtarne la suscettibilità. Indispettito e fiero, Kierkegaard progettò una vendetta lenta ma prolungata, sfumata con i toni dell’ironia e diluita nella forma di una sofisticata comunicazione indiretta. Di essa fa parte anche Una recensione letteraria, alla quale Kierkegaard affidò la difesa della propria posizione approfittandone come di un’occasione propizia per «punzecchiare» l’avversario o, come un critico ha scritto, per «parlare a mamma perché figliolo intenda».

  Nella propria recensione Kierkegaard prende infatti lo spunto per criticare la propria epoca che gli appare fiacca e svogliata, sonnacchiosa, dominata dall’inerzia e dal vizio di rimandare ogni azione significativa sotto l’alibi della necessità di ponderare adeguatamente la situazione. L’eccesso di ragionevolezza paralizza il pensiero e la volontà di agire, l’aumento delle comodità materiali costruisce un cuscino su cui coltivare la propria apatia. La tendenza dominante a livellare ceti, condizioni economiche e modi di pensare induce gli individui a rinnegare l’essenza originale e irripetibile della propria personalità e a colpevolizzare quella altrui come un atto di superbia. La socialità del tempo moderno si tinge del grigiore dell’invidia: «l’invidia si erige a principio della mancanza di carattere, che dal bassume vuole strisciare su fino ad essere qualcosa, sempre coprendosi coll’ammissione di essere niente del tutto».
  Nella confusione dialettica e semantica strillata sui giornali scandalistici (e oggi, noi diremmo, in televisione) si alterano i confini del pubblico e del privato e i giudizi si affidano a nuovi parametri: la discrezione viene scambiata per inadeguatezza e la prolissità verbosa per erudizione, la sovraesposizione giornalistica (e mediatica) viene istintivamente recepita come garanzia di contenuto mentre la riservatezza trasmette un messaggio di goffaggine e vecchiume.
  Le categorie della modernità rintracciate da Kierkegaard sono certo poco lusinghiere: la chiacchiera, la superficialità, la mancanza di forma e di compostezza, la civetteria dell’inconsistente, la cavillosità del ragionamento accompagnata da un corrosivo scetticismo, la mania di «agire per principio» come paravento della mancanza di una autentica idealità. La società moderna – afferma Kierkegaard – chiacchiera di tutto perché non ha nulla di sostanziale da dire, disperde le energie nell’attesa spasmodica dello scoop, vive altalenante tra sensazionalismi presto dimenticati e atrofizzanti calcoli di precauzione.
  Ma ciò che di essa salta soprattutto all’occhio è la tendenza a fare dell’apparire la condizione fondamentale dell’esistere. Ben prima dell’avvento dell’era televisiva, che ha solamente accentuato questo trend, il filosofo di Copenhagen ha chiaramente scorto e denunciato la smania di protagonismo ed eccentricità che investe l’epoca moderna: essa assolutizza la dimensione estetica elevandola a principio di valore e a criterio discriminante tra ciò che è degno di attenzione perché coronato da un momentaneo successo e ciò che invece, indipendente dal suo autentico contenuto, non incontra i favori del pubblico, non sa accattivarsi l’attenzione dei critici o non soddisfa i requisiti della moda, ed è dunque destinato alla generale trascuratezza.
  Il senso nobile della vista, dal quale gli antichi filosofi facevano metaforicamente iniziare ogni meditazione intellettuale, viene distorto e banalizzato nella presuntuosa ossessione di essere visti e farsi notare per ogni merito vero o presunto. Allo stesso modo il rapporto tra la dimensione esterna e quella interiore viene ribaltato in una proporzionalità irragionevole e strampalata in base alla quale viene riconosciuto significativo e importante, se non addirittura in diritto di esistere, solo ciò o colui che si distingue per la bellezza e per un esibizionismo anticonformista, per i beni che ostenta e per il numero di menti che con essi è in grado di impressionare.
  Nella Copenhagen di metà ‘800 il simbolo del progresso e della modernità era rappresentato dai Tivoli Gardens, un giardino dei divertimenti situato poco fuori dalle antiche mura di Copenhagen, aperto nell’estate del 1843 su iniziativa di un facoltoso uomo d’affari danese, George Carstensen. Motivato dal loro ideatore quasi come una forma di carità collettiva, ossia come l’occasione di garantire svago e divertimento a prezzi accessibili a tutti, questo luna park di enormi dimensioni era accusato da molti altri, tra cui Heiberg, di rappresentare uno dei massimi incentivi alla massificazione di gusti e abitudini, una trovata consumistica e monetaria oltre che una grave minaccia alla morale tradizionale.
  Nel nostro discorso sulla Recensione letteraria di Kierkegaard i Tivoli Gardens si prestano a essere utilizzati come una cartina di tornasole per esemplificare i diversi possibili atteggiamenti che si possono assumere nei confronti della modernità e della sue manifestazioni. Da una parte un moderato favore e un entusiasmo rassegnato all’inevitabilità del progresso. È la reazione di un personaggio della novella, Charles Lusard, quando dopo anni di assenza arriva in città e scorge nei Tivoli Gardens il simbolo di un’epoca nuova, di una Copenhagen trasformata da provinciale e periferica in una città moderna e cosmopolita. Dall’altro lo scetticismo di chi guarda con perplessità a queste nuove forme di aggregazione di massa senza però sbilanciarsi in giudizi troppo marcati. È l’atteggiamento della Gyllembourg, che sembra considerare Tivoli come un fenomeno moralmente neutro, né bene né male, dipendendo tutto dall’uso che ciascuno decide di farne. Questo equilibrio denota una fiducia di fondo nelle facoltà razionali e intellettive degli uomini, nella loro capacità di discernimento e di scelta ma ancor più esprime una disposizione ottimistica che crede ancora possibili forme di vita alternative a quelle divenute consuete nell’epoca dei divertimenti di massa, della pubblicità e della spettacolarizzazione globale. Presupposto di quella neutralità è il convincimento che ancora sussistano dei modi validi e praticabili per opporsi al flusso della massificazione e del livellamento. Nell’ammettere la possibilità di un “altro”, di una alternativa esterna che costituisce un rifugio o una salvezza, la Gyllembourg e suo figlio, ben più critico della madre verso i Tivoli Gardens, tradiscono la medesima speranza.
  Molto più pessimista si rivela invece Kierkegaard che sembra scorgere in Tivoli un seducente invito a disperdersi nella folla, una esaltazione della brama di vanità e del gioco del mettersi in mostra per farsi vedere ed essere visti. Dove la scrittrice vede spazi in cui esercitare la libertà e la scelta, il recensore constata l’omologazione e la sclerotizzazione morale, la dispersione della personalità. Contrariamente all’equilibrio avalutativo della Gyllembourg, il filosofo danese avverte il carattere totalizzante e capillare della modernità che «abbraccia e inghiotte l’intero modo di vivere dei suoi contemporanei, senza eccezioni» senza lasciare spazio all’alternativa. Non è un caso che, agli occhi del filosofo, il personaggio più negativo della novella sia la signora Waller, assidua frequentatrice dei giardini ed entusiasta delle sue sfavillanti attrattive.
  Nella sua analisi sagace e raffinata Kierkegaard dà prova sorprendente di lungimiranza e perspicacia. Purtroppo. Poiché dimostra di aver riconosciuto e denunciato, con grande anticipo, indirizzi sociali destinati a ingigantirsi nel nostro presente, grazie al potenziamento della tecnica e alla proliferazione dei mezzi di comunicazione. Un presente che vede accentuate in maniera esponenziale l’ossessione estetica, le tendenze negative della spettacolarizzazione e delle sfide consumistiche e sempre più ridotti gli spazi per il riscatto della coscienza, le opportunità di un dialogo costruttivo e non strumentale, la conquista di un ambito di scelta indipendente.
  «Il tempo degli eroi è finito», scriveva Kierkegaard nel 1846. Ma agli albori del terzo millennio, ci basta rassegnarci a un mondo di veline, “Grandi Fratelli” e demagoghi da piccolo schermo?
Elena Alessiato

dal "Notiziario della Banca Popolare di Sondrio", N. 101, agosto
2006, pp. 112-115
(per gentile concessione dell'autrice)

.
Loading
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line