John Locke
Filosofo inglese (Wrington, Somerset, 1632 - Oates, Essex, 1704)
Teorico di una scienza postcartesiana fondata sul metodo sperimentale, promotore di una filosofia politica che concilia diritto naturale e rivelazione biblica e pone le basi del liberalismo, Locke fu il modello di riferimento dei filosofi del secolo dei Lumi (soprattutto Voltaire).
La vita
La famiglia di John Locke rappresenta bene l’ambiente puritano, il mondo dei piccoli proprietari, attaccati alla legge divina ed ai diritti nuovi degli imprenditori, che avrà ragione della monarchia assoluta.
La giovinezza di Locke coinciderà, infatti, con la Rivoluzione inglese (che comincia nel 1642 e terminerà nel 1649) con la deposizione e l’esecuzione del re Carlo I, e con il Commonwealth, posto sotto l’autorità di Cromwell fino alla morte di quest’ultimo, nel 1658. Il padre di John Locke prenderà parte alla guerra civile nell’esercito del Parlamento. Il giovane Locke entra alla Westminster School nel 1647 ed al Christ Church (Oxford) nel 1652. La sua cultura letteraria si estende allora alle discipline linguistiche, utili all’esegesi delle Sacre Scritture. Nel 1660 è lettore di greco, nel 1664, incaricato di filosofia. Si inizia tuttavia alla medicina, in particolare al seguito di Sydenham, ma soprattutto incontra Robert Boyle che gli rivela il nuovo volto della scienza fisica, allora la disciplina scientifica sottoposta alle più sconvolgenti innovazioni. Dal 1666 al 1683, Locke è il consigliere di lord Ashley, e fa ingresso così in politica nelle file di coloro che vogliono limitare il potere degli Stuarts, restaurati sul trono dal 1660. Parteciperà anche alle attività dei whigs contro Carlo II.
L’opera
Nel 1671, inizia ad elaborare ciò che diventerà il Saggio sull’intelletto umano. Locke farà un lungo soggiorno in Francia (particolarmente a Montpellier dal 1675 a 1677), quindi, nel 1684, egli si stabilirà in Olanda, a Utrecht. Rientrerà in Inghilterra soltanto nel 1689, poco tempo prima che Guglielmo d’Orange diventasse re dell’Inghilterra e che la sovranità del Parlamento fosse definitivamente garantita. Questo stesso anno appaiono, in forma anonima, i due Trattati sul governo. La Lettera sulla tolleranza, apparsa in latino nel 1689 nei Paesi Bassi, è tradotta in inglese nel 1690, anno della pubblicazione del Saggio sull’intelletto umano: quest’ultimo sarà oggetto di modifiche successive, nel corso delle quattro edizioni successive (1694, 1695, 1700, 1706). La traduzione francese della Saggio, apparsa nel 1700, susciterà in reazione il lavoro di Leibniz, Nuovi saggi sull’intelletto umano, che tuttavia sarà pubblicato soltanto in 1765, dopo la morte dei due filosofi.
La vita pubblica di Locke - ricevette la nomina, nel 1696, di Commissario dell’Ufficio del commercio e delle colonie - fu soprattutto dedicata alle riforme monetarie, alla creazione della Banca d’Inghilterra ed alla questione delle colonie. La sua opera filosofica, con i Pensieri sull’istruzione (1693) e soprattutto il Cristianesimo ragionevole (1695), che causò una polemica con il vescovo Stillingfleet sulla questione della Trinità, inaugurò le grandi querelle tra liberi-pensatori e teologi. Dopo avere redatto il suo “discorso sul metodo”, Della condotta dell’intelletto, Locke morì a Oates (Essex) nel 1704.
La filosofia di Locke
Per Locke, la scienza abbraccia tre domini: la fisica, o filosofia naturale, che indaga la costituzione, la proprietà e le operazioni dei corpi e degli animi; l’etica, che determina le norme che conducono alla felicità ed alla retta condotta; la semiotica, o scienza dei segni. Questa interpreta le parole, che rappresentano le nostre idee, e le nostre idee, che sono i segni delle cose.
La critica del linguaggio
Nel cuore della lingua ci sono i nomi che rappresentano le cose. Ma ci accade di apprendere le parole prima di sapere quale contenuto hanno le idee complesse cui esse rimandano. Ed è pur vero che i termini, lungo il corso del tempo cambiano insensibilmente significato. Le discussioni tra gli uomini vedono il trionfo dei sofisti, che approfittano di parole inintellegibili e di astuzie logiche. Soprattutto, abbiamo la tendenza fastidiosa di prendere le parole per le cose, e ci basta parlare per credere a ciò che diciamo. Così è successo ai concetti metafisici cui timandano i termini “anima vegetativa”, “orrore del vuoto”, “anima del mondo”. Le parole vuote smarriscono l’intelletto. Locke pensa che i nomi delle specie e dei generi ( uomo, animale) non sono falsi, ma che non rappresentano l’essenza reale degli individui, che soli esistono: dire che l’uomo è un animale ragionevole non è nulla di più che un gioco linguistico. Oscuro, troppo spesso generico e semplificatore, al linguaggio manca la ricchezza semantica delle parole che, idealmente, dovrebbero riprodurre la molteplicità infinita delle cose. Occorre sorvegliarlo e, per ciò, conoscere bene con quali meccanismi si costituiscono le nostre idee semplici, come si formano le nostre idee complesse e quale conoscenza possiamo attivare dal mondo reale.
Le idee e la natura delle cose
Per Locke - ed è in ciò che si oppone a Descartes -, l’uomo non possiede alcuna idea innata, in teoria come in pratica. Le nostre idee provengono da due fonti, la sensazione e la riflessione. Esaminiamo inizialmente ciò che sono le nostre idee semplici. Sono ovvie, somigliano al loro oggetto, che esse ci danno nella sua immediatezza, tale che avere un’idea semplice significa non potersi sbagliare. L’errore comincia con i giudizi e le aggregazioni che il nostro intelletto opera. Le idee semplici che provengono dai sensi riguardano lo spazio fisico, la forma del corpo, il suo riposo o il suo movimento. Ciò che formiamo con il nostro potere di riflessione sono i pensieri e le volizioni. Cosa sono gli oggetti di queste idee? Sono le cose stesse, che per noi appaiono come le sedi di diverse qualità.
Qualità prime e seconde
Descartes aveva già ripreso per suo conto la vecchia distinzione delle qualità - in prime e seconde - per stringere tutt’al più da presso questo reale della cosa percepita che l’intelletto scientifico conosce con certezza.
Locke non si allontana affatto da lui quando distingue le qualità prime, che appartengono realmente alla cosa - come la solidità, la dimensione, la mobilità, il numero o la forma -, dalle qualità seconde - colori, suoni, odori -, che cessano quando non percepiamo più l’oggetto. Le idee complesse sono formate dalla mente, per composizione e combinazione, a partire dalle idee semplici. Ci sono inizialmente le idee dei modi semplici, spazio o durata. Possiamo sempre aggiungere una lunghezza ad una linea, un momento ad una durata. Locke va incontro allora ad una vera difficoltà: com’è che lo spazio ed il tempo sono infiniti, se sono costruiti come abbiamo visto con aggiunte successive di parti finite? È la croce di ogni empirismo.
Il numero
Il numero, inteso questa volta come insieme matematico (gli interi naturali), è anche un modo semplice che diventa composto con l’aggiunta ripetuta di unità. Com’è che la serie dei numeri è infinita? Le idee complesse dei modi rivelano com’ è difficile dedurre realtà senza limiti a partire dalla composizione di parti determinate. Oltre a questi modi semplici, utilizziamo dei modi misti, cioè dee complesse composte a partire da idee semplici diverse e non contraddittorie. Sono innumerevoli, e determinano tutto il nostro discorso morale e politico, come la nostra comunicazione quotidiana.
Le relazioni e le sostanze
Veniamo alle relazioni e alle sostanze. Non sono idee semplici. La relazione per eccellenza è quella di potere, che designa la facoltà di un corpo di modificare altri corpi. Si aggiunge alle qualità prime di cui è un effetto. La sostanza è il substrato inconoscibile delle qualità della cosa. È ad essa che corrisponde l’essenza reale, che racchiude un insieme di piccole parti fisiche strutturate. Il filosofo empirista adotta per modello ultimo della realtà il modello corpuscolare degli scienziati del suo tempo. Questo parti sono così ricche che i nostri sensi non lasciano filtrare la sottostante totalità. La sostanza è teoricamente conoscibile, ma nei fatti essa non è mai totalmente esperita dalla nostra conoscenza. È un mero ideale scientifico. L’essenza reale delle cose è dunque fuori dalla nostra portata, ma deve essere supposta al fine di convincerci che il flusso delle rappresentazioni abbia un punto di arresto e che la realtà possieda un minimo d’unità.
La conoscenza certa
Una volta conosciuta la natura delle nostre idee, occorre determinare ciò che è una conoscenza certa. Essa deriva dalle proposizioni provenienti dal processo organizzativo delle idee, allorché queste rispecchiano effettivamente ciò che esiste in natura. (Il rovello di ogni filosofia fino a Hegel è trovare il perfetto allineamento tra gnoseologia, ontologia e logica ). Le proposizioni ordinarie, senza reale interesse per il sapere, sono quelle dove l’attributo è contenuto nel soggetto. Le proposizioni utili aggiungono invece qualcosa all’idea del soggetto. Tutto sarebbe molto semplice se le nostre idee si associassero tra esse secondo l’ordine effettivo delle cose. Ma le connessioni sono realizzate molto spesso a caso, o secondo l’abitudine, senza riflessione. L’associazione delle idee, perno del nostro potere deduttivo, è spesso occasione permanente di errore, quando non di vero e proprio delirio. Non è eccessivo dire che lo spirito è più spesso in preda al dominio dell’immaginario che della verità. Poiché l’essenza reale delle cose ci sfugge, e poiché possiamo soltanto avvicinarci ad essa ne consegue che la nostra conoscenza è spesso soltanto probabile. Locke ha il grande merito di avere inaugurato una tradizione gnoseologica che si tiene a mezzo tra lo scetticismo ed il dogmatismo. La nostra conoscenza possiede così diversi gradi di precisione e di certezza, secondo che è vicina o lontana dalla statuto reale delle cose. Non c’è nulla di più certo delle nostre intuizioni sensibili, nelle quali la nostra idea ci presenta la cosa stessa. Se le nostre dimostrazioni sono più ricche, tuttavia, è perché esse si avvalgono di molte intuizioni, cosa che però le rende risolutamente più fragili, poiché debbono tenere più variabili sotto esame. Gli oggetti, infine, ci colpiscono con idee ricevute (non sottoposte ad esame) che accettiamo passivamente, poiché le idee della conoscenza sensibile sono indubitabili. Riassumendo, la scienza si basa per intero sulla dimostrazione; tuttavia la conoscenza più sicura, anche se meno suscettibile d’estensione, è quella che esperiamo passivamente coi nostri sensi (che il caldo che sentiamo sia oggettivamente caldo è fatto certo, ma non possiamo far di esso fondamento di una esperienza scientifica universale, se non attraverso idee ed elaborazioni più complesse).
Il pensiero politico
Se Locke non ammette l’esistenza nell’uomo di una sostanza pensante con delle idee innate, tuttavia conserva un contributo decisivo del cartesianesimo: gli uomini hanno una libertà reale, che esprime il potere del loro intelletto quando è correttamente diretto; tutta la morale consiste in una limitazione giusta delle nostre passioni inevitabili. Locke sottolinea quello stato di malessere in cui sentiamo una mancanza, dove soffriamo per un’assenza, che il desiderio cerca di colmare. Tutto il nostro sforzo mira a dissipare questo disagio, ma ci procura spesso più pena che piacere. La morale e l’istruzione ci insegnano una moderazione ed un contenimento del desiderio, ed è qui che scopriamo il vero piacere. Indirizzata alla felicità piuttosto che alla norma morale, l’etica di Locke si appoggia sulla legge naturale, simile a quella di Dio, che occorre intendere se si vogliono evitare i disordini ed i fastidi dell’esistenza.
Quest’uomo libero, che aspira alla felicità, è l’uomo dello stato di natura. Nel suo primo Trattato sul governo, Locke confuta le argomentazioni di sir Robert Filmer, il difensore della monarchia assoluta, il quale giustificava l’assolutismo monarchico con la legge, che riteneva naturale, del padre verso i figli. Ma, per Locke, l’autorità politica non può replicare l’autorità paterna, poiché si mette nell’ipotesi di uno stato di natura cui nessun momento della nostra vita civile rassomiglia. Gli uomini possiedono indubbiamente una vita che è loro propria, ed hanno il diritto ed il dovere di conservarla. Come rinuncerebbero a questo diritto ed a questo dovere rimettendo la loro esistenza nelle mani di un uomo? Nessuna schiavitù è legittima, a meno di essere il frutto di un contratto tra il padrone ed il suo servo. Quanto al re, lungi dal nutrire i suoi figli, è piuttosto nutrito e mantenuto da essi. Locke elimina così ogni dottrina politica dove la sovranità apparterrebbe per natura ad un uomo provvidenziale.
Una “società d’assicurazione reciproca”
È nel suo Secondo trattato sul governo che Locke costruirà il nuovo sistema della legittimità politica, quello che sottenderà, durante tutto il XVIII secolo, l’ideologia del contratto e dei diritti naturali, ed è uno dei libri fondativi del liberalismo. Non c’è potere politico se non in società, dove esiste un diritto (positivo) di fare le leggi da osservare sotto pena di morte. Queste leggi positive sono legittime soltanto se riflettono esattamente le caratteristiche dell’uomo allo stato di natura: la sua libertà individuale, il diritto di possedere gli strumenti ed i frutti del proprio lavoro, il diritto di scambiare l’eccedenza della produzione, l’uguaglianza che riconosce nei propri simili, la bontà infine della sua natura, regolata dalla legge naturale.
L’uomo naturale è un "proprietario" prima che nascesse il termine che indica questa condizione, circondato dalla sua famiglia, lavoratore ed onesto. Perché abbandona questo stato così felice per stipulare un contratto con altri e formare una società? Egli scambia, e per ciò istituisce, al seno stesso dello stato di natura, i due strumenti dello scambio che sono la moneta e la capitalizzazione delle merci. I valori d’uso sono diventati "naturalmente" valori di scambio. In seguito all’andamento fortuito e ciclico dei raccolti, o per effetto della pigrizia come anche dell’incapacità di alcuni, le proprietà si modificano. Alcune crescono, altre si riducono o scompaiono.
Naturalmente uguali dinanzi al diritto, gli uomini diventano insensibilmente disuguali dinanzi alla fortuna. Locke si fa il teorico di un accumulazione primitiva del capitale che crea due classi disuguali, quella dei proprietari e quella dei produttori privi di mezzi di produzione, dedicati a vendere ciò che solo resta loro, ossia lla forza-lavoto. Questa disuguaglianza genera un pericolo, quello della guerra tra gli uomini. Occorre dunque riattivare con le leggi e la minaccia della punizione l’uguaglianza naturale, proteggere per mezzo di una «società d’assicurazione reciproca» la grande maggioranza degli individui contro quelli che la minacciano. Così sorge la società politica, fondata sul contratto liberamente accolto e tacitamente accettato anche da quelli che non lo avrebbero voluto affatto.
Il fondatore della concezione moderna del diritto
Locke si tiene dunque a metà strada tra Hobbes e Rousseau. Contro il primo, rifiuta che l’istinto che spinge gli uomini a lasciare lo stato di natura sia il timore, e che il contratto che li lega sia quello in cui si rimettono tutti i propri poteri nelle mani di uno solo. Afferma il diritto alla insurrezione: se un padrone offende le leggi e pregiudica i diritti naturali, è giusto rompere il contratto e ritornare allo stato di libertà naturale. Contro ciò che sarà il pensiero fondamentale di Rousseau, Locke fa dell’individuo e della sua volontà particolare, del suo diritto inalienabile alla proprietà ed allo scambio, la base della sovranità.
Il pensiero politico di Locke costituisce così la base teorica del mercato mondiale, quello allora in fieri nella nascente società capitalistica. E nello stesso istante, crea la nozione moderna del diritto, non più fondato sull’autorità positiva, ma sulle qualità universali degli uomini. La Costituzione americana a questa concezione si ispirerà. Se ne deduce ovviamente una tolleranza universale, che corrisponde alla libertà di pensare propria di ciascuno nello stato di natura. Tra la legge naturale - che vale per tutti - e l’uguaglianza delle coscienze giudicate solo da Dio si instaura un’armonia che il legislatore deve rispettare. Ma quest’universalità ha sempre il difetto di essere minacciata dalle disuguaglianze economiche che crea e che cerca di correggere con l’esercizio della libertà.
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