Stéphane Mallarmé
Poeta francese (Parigi, 1842 - Valvins, Seine-et-Marne, 1898)

Principale esponente del simbolismo francese ed europeo, Stéphane Mallarmé dedicò tutto il suo impegno poetico «alla interpretazione
orfica  della Terra, che è il solo dovere del poeta e l’unica posta in
gioco in letteratura», e  cercò di dare una lingua nuova alla poesia,
da lui concepita come lo strumento privilegiato di spiegazione dell’universo.

Al suo amico Manet che gli chiedeva idee per  comporre dei versi, Mallarmé spiegò che non è con le idee che si scrivono poesie, ma
con le parole. E di fatti, la sua poesia fu interamente  volta all’elaborazione di una lingua, spesso accurata fino al suo estremo
limite e a prezzo di un ermetismo che gli valse critiche e irrisioni. Ma
i suoi pari, alla morte di Verlaine, il quale  era stato fra i suoi poeti maledetti (1880), lo elessero il «chiuso Principe dei poeti», mentre Huysmans, egli ancora in vita, già  lo metteva nella biblioteca di Des Esseintes, il protagonista esteta di A rebours (Controcorrente,1884), suscitando altresì  l’ammirazione entusiasta di tutti coloro che, da André Gide a Paul Claudel a Paul Valéry, videro  aprirsi con lui nuovi territori letterari.

Il collegio “misero”
L’infanzia di Étienne, detto Stéphane, Mallarmé, fu turbata da due gravi lutti  familiari. Perse la  madre all’età di cinque anni venendo indi  affidato, con la sorella  Maria, alle cure dei nonni materni. Suo padre era un funzionario dell’Ufficio del  Registro. Messo in una collegio religioso a Auteuil, Stéphane ne fu espulso nel 1835 per cattiva condotta. Fu allora iscritto come alunno pagante alla classe Quarta dell’istituto universitario imperiale di Sens, città dove suo padre, riammogliatosi, era stato nominato Conservatore dell’Ufficio Ipoteche. L’estate del 1857, Stéphane è colpito da un nuovo lutto: la sorella Maria muore, a tredici anni. Certamente la perdita di quest’unica sorella sulla quale aveva investito tutto il suo affetto contribuì a  un ripiegamento  del ragazzo su sé stesso e alla nascita della sua vocazione poetica: il tema della morte è sottostante a numerose opere giovanili, in particolare il racconto « Ce que disaient les trois cigognes» ed alcuni dei componimenti delle settantaquattro  poesie della raccolta  « Entre quatre murs», composte nel 1859-1860 da un adolescente “di sentimento lamartiniano”, ma altresì influenzato da Victor Hugo, Théophile Gautier e Théodore de Banville.

Nelle predilezioni  personali appaiono in buona posizione Baudelaire, di cui ricopia una trentina di poesie, quindi Edgar Allan Poe, di cui traduce otto composizioni (pubblicate nel 1888).
È «semplicemente per leggere meglio Poe» che apprende l’inglese, «ma anche per parlarne la lingua ed insegnarla in un angolino, tranquillo, e senza altra preoccupazione economica».

Entrato nel 1860, secondo il desiderio del padre, come soprannumerario  in un Ricevitoria dell’Ufficio del Registro, il giovane fugge ben presto  a Londra (novembre 1862). È accompagnato da una giovane tedesca di sette anni più anziana, Marie Gerhardt, che sposerà in agosto, quattro mesi dopo il decesso del padre. In settembre ottiene l’abilitazione a  insegnare  inglese ed è nominato supplente  al liceo di Tournon. Ma, benché attivo sul versante delle pubblicazioni  scolastiche su commissione  «Petite Philologie à l'usage des classes et du monde: les Mots anglais», 1877; «Nouvelle mythologie illustrée»”, 1880;  «Recueil de lectures anglaises», 1885 -, Mallarmé si disinteressò rapidamente dell’insegnamento, che gli garantiva del resto un tenore di vita abbastanza modesto e che gli valse soltanto cattivi giudizi degli ispettori scolastici. Questi, unitamente  alle lamentele dei genitori degli allievi, allarmati dalle poesie che aveva pubblicato, determinarono, dopo tre anni a Tournon, un trasferimento a Besançon.  Qui resterà soltanto  un anno, avendo ottenuto la  nomina ad Avignone.
 
Nel  1870, ottiene  un lungo periodo di congedo e dà lezioni private  in quest’ultima città, in cui resta durante la guerra franco-prussiana.  Dopo la Comune, si reca a Parigi cercandovi invano un’occupazione presso le biblioteche o la libreria Hachette, quindi a Londra ancora alla ricerca di un impiego. Ma è finalmente una nomina al Liceo  Fontanes (oggi Liceo Condorcet) che gli permette di prendere residenza  nella capitale, nell’ottobre 1871, mentre Marie ha appena dato a Geneviève, nata nel 1864, un fratellino, Anatole. Durante una ventina di anni, Mallarmé dovrà ancora sacrificare una grande parte del suo tempo al «miserable collège» fino ad ottenere, avanzando le ragioni di una  salute cagionevole e grazie ad alcuni appoggi, la sua messa in pensione anticipata. A cinquantuno anni  può infine dedicarsi interamente alle sue ricerche poetiche, dividendo  ormai la sua vita tra Parigi e la dimora  di Valvins, nei pressi di Fontainebleau.

« Scavare i versi»
Mallarmé sentì molto presto che il suo destino poetico era fuori dai sentieri battuti. Ecco dunque il desiderio pressante di  incontrare scrittori ed artisti, con i quali annodò rapidamente legami amichevoli e duraturi. Il professore di lettere dell’istituto universitario di Sens, Emmanuel des Essarts, gli fece conoscere il poeta Henri Cazalis, che doveva essere con Eugène Lefébure fra i primi destinatari della copiosa corrispondenza   di Mallarmé.  È con questo epistolario - tra cui una lettera sotto forma d’autobiografia indirizzata nel 1885 a Verlaine - che veniamo a conoscenza della sua vita, delle sue esigenze interiori e delle sue  preoccupazioni. La vita di provincia era per il giovane professore una forma di esilio: l’ Ardèche gli appare “art, dèche” (arte e rifiuto.)

Tuttavia, la crisi che inizia a Tournon e che durerà quattro anni non deve nulla alla difficoltà provinciale: d’ordine metafisico, quindi estetica, è legata alla difficoltà di scrivere. La rivelazione di Baudelaire ispira a Mallarmé «l'Azur» (1864), «Brise marine» (1865) o anche «les Fenêtres», dove, assegnando alla poesia un solo scopo, la ricerca del bello, cerca di creare immagini attraverso una musica verbale originale. In queste prime poesie, parnassiane nella forma, baudelairiane d’ispirazione, si trovano già i temi propri dell’autore: rifiuto del reale “in quanto vile”; gusto per il mondo ideale ed assoluto dell’arte. Ma questa ricerca dell’ideale appare presto come un’esca all’autore, poco a poco posseduto dall’ossessione dell’impotenza creatrice. Così, avendo intrapreso una lunga poesia dove il tema di Salomé è pretesto per esprimere la difficoltà di essere, confida a Cazalis: «Ho cominciato la mia  Hérodiade. Con terrore, poiché invento una lingua che deve necessariamente scaturire da una poetica nuovissima, che potrei definire in queste due parole: ritrarre non la cosa, ma l’effetto che essa produce». Ed aggiunge: «Ho scavato a tal punto il verso  d’aver  incontrato due abissi, che mi hanno portato alla  disperazione. Uno di essi è il nulla, al quale sono arrivato senza nulla sapere del  buddismo».


All’epoca in cui Mallarmé attraversa questa crisi, le riunioni letterarie si intensificano: ad Avignone, si lega con Théodore Aubanel, Frédéric Mistral e la cerchia dei felibristi, e, nell’occasione di un viaggio a Parigi, con Catulle Mendès, che gli presenta Villiers dell’Isle-Adam e gli fa scoprire la musica di Richard Wagner. Mendès è il creatore della «Revue fantaisiste», intorno della quale si sono raccolti i poeti parnassiani, ed è nella prima edizione del «Parnasse contemporain» che escono nel  1866 undici poesie “baudelairiane”, fra cui «l'Azur», «Brise marine» e «Les Fenêtres». Tre anni più tardi, Mallarmé riuscirà «ad  abbattere l’antico mostro dell’impotenza creatrice», superando la crisi che lo paralizza con «Igitur» e «Folie di Elbehnon» (1869), racconto metafisico in prosa dove l’atto di scrivere, diventando argomento della poesia, acquista un valore terapeutico. La pubblicazione l'«Après-midi d'un faune» (1876) e l’elogio che ne fa  Huysmans in uno dei suoi romanzi (1884) segnano l’inizio della celebrità; Mallarmé è riconosciuto come maestro dai giovani poeti simbolisti.
Dopo la morte di Verlaine, è incoronato “principe dei poeti”.
 
I “martedì” della rue de Rome
Se questa ricerca instancabile d’assoluto rivela una visione relativamente tragica della vita, Mallarmé conosce anche le virtù dell’humour. Il suo gesto verbale è generalmente molto sopra il mero gioco di parole, ma è capace di veri  calembours. Ed è con altrettanta libertà  di spirito che, nel 1874, redige quasi da solo gli otto numeri del giornale che ha fondato, «La Dernière Mode»  e dove, sotto diversi pseudonimi femminili, dispensa consigli di eleganza o ricette culinarie.  Egli stesso offre tutti i martedì sera dei punch e dei grog  nel suo piccolo appartamento all’ 87, rue de Rome, ma è soprattutto la sua conversazione brillante che attira amici ed ammiratori. Essi saranno, a partire del 1880, Villiers dell’Isle-Adam, Émile Verhaeren e Maurice Maeterlinck come pure i pittori Whistler, Odilon Redon e Gauguin, ai quali si aggiungono presto Verlaine e Paul Adam. Verranno in seguito Jules Laforgue, Gustave Kahn, Henri de Régnier, Marcel Schwob, Alfred Jarry, Stuart Merril, il tedesco Stefan George, il belga Georges  Rodenbach o anche Claude Debussy, ed infine, negli anni  ‘90, André Gide, Paul Claudel, Paul Valéry e Léon-Paul Fargue. Dinanzi ad un pubblico in estasi, il padrone di casa   esibisce  finalmente i propri  talenti di pedagogo  quando espone la propria poetica. Inoltre, quando Jean Moréas pubblica nel  1886 l’articolo-manifesto sul  simbolismo, dove invoca  la necessità di costruire una lingua propria alla poesia, non fa  che riprendere, in effetti,  le idee di Mallarmé, che comincia quest’anno «La crise de  vers», dove raccomanda una poesia libera da  ogni tentazione descrittiva e mirante solo alla suggestione.
 
“Le Livre”
Di Poésies, apparse fin dal 1887 (edizione definitiva nel 1923), il poeta prepara una versione aumentata, che sarà pubblicata soltanto dopo la sua morte. Alle opere di gioventù sono venuti ad aggiungersi “versi di circostanza”: sonetti ispirati dalla sua amicizia innamorata per Méry Laurent, “ventagli”, “brindisi funebri” o “tombe” - di Edgar Poe, di Théophile Gautier, di Charles Baudelaire, di Paul Verlaine (alle quali vengono ad aggiungersi le note “per una tomba di Anatole”, ispirati dalla perdita, nel 1879, del figlio). Da alcuni sonetti («Quand l'ombre menaça… »; «Le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui… ») Mallarmé tenta di far  sgorgare la lingua poetica  «dall’impiego  elementare del discorso», incaricato di assicurare gli scambi banali del pensiero. Al fine di «lasciare l’iniziativa alle parole»  le organizza secondo una sintassi sconvolta dalle inversioni, dai tagli e dalle ellissi, creando degli accostamenti  inusitati che sottopone « all’intelligenza del lettore che mette le cose in  scena, da sole».

Alcuni (Tolstoj e Croce per  esempio)  rimproverarono a queste poesie la loro oscurità ed il loro ermetismo. Ma per Mallarmé,  per cui scrivere è « sconfiggere  il caso parola dopo parola», e che vuole «dare un senso più puro alle parole della tribù» -se le  parole sono svalutate dall’impiego utilitario che se ne è fatto -, è necessario allora fare appello alle combinazioni sempre più sottili che esse possono ancora offrire, alle loro naissances latentes come avrebbe detto Rimbaud.  Immagini, analogie, “corrispondenze” faranno dunque appello alle risorse nascoste delle parole, al loro “halo” (alone, aura). Lo scopo assegnato alla poesia non è più quello di nominare gli oggetti, ma di suggerirli; e quest’oscurità stessa, diventata una delle componenti della magia poetica, desterà nel lettore, «senza l’imbarazzo di un appello esplicito», la nozione pura degli oggetti evocati.
 
Si tratterebbe di un vano esercizio se  Mallarmé non avesse assegnato al poeta la missione, insensata forse, di concepire la scrittura come «spiegazione orfica della Terra», e di sottoporre  all’impero dello spirito umano il caso, simbolo dell’imperfezione stessa di questo spirito. «Un coup de dés jamais n'abolira le hasard»  - Un colpo di dadi non abolirà mai il caso (1897), tentativo «di  elevare una pagina alla potenza del cielo stellato» come dirà Paul Valéry, è la  confessione patetica del fallimento di tale ambizione.
 
Contrappunto alle poesie, la raccolta di testi in prosa «Divagations» è pubblicata nel 1897. Oltre a dodici poemi in prosa («le Phénomème futur»; «le Démon de l'analyse»; «le Nénuphar blanc»; «Quelques médaillons et portraits en pied»),  raccoglie gli scritti sugli argomenti più diversi, da un testo sullo scandalo di Panama fino ai ritratti di contemporanei, una fantasticheria su Wagner e alcuni testi sul balletto e il teatro. Vi riunisce  anche il saggio  «Quant au Livre», dove Mallarmé evoca la Grande Opera cui intende dedicarsi. «Igitur»  sarebbe stato una  sorta di preambolo teso a  stabilire l’assoluto, condizione necessaria all’esistenza di questo «Livre», e di  cui «Un coup de dés jamais n'abolira le hasard»  doveva costituire la prima parte. Sintesi di tutte le arti ed di tutti i generi, di volta in volta giornale, teatro e danza, le Livre, costituito da strati distinti, doveva  essere letto in pubblico dal suo autore, che avrebbe variato all’infinito le combinazioni dei vari fogli, secondo un rituale quasi religioso.

Scomparso prematuramente  il 9 settembre 1898, colpito da uno spasmo faringeo, Mallarmé lascia le Livre  allo stato d’enigma. Ma già, con le sue ricerche sulla lingua, ha aperto la letteratura a tutti i possibili, a tutte le rivoluzioni.  Secondo le parole di Jean-Paul Sartre, Mallarmé «merita di morire alle soglie del nostro secolo: perché lo annuncia ».





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Mallarmé in un ritratto di Edouard Manet
Alcune poesie di Mallarmé
L'Azur

De l'éternel azur la sereine ironie
Accable, belle indolemment comme les fleurs,
Le poëte impuissant qui maudit son génie
À travers un désert stérile de Douleurs.
 
Fuyant, les yeux fermés, je le sens qui regarde
Avec l'intensité d'un remords atterrant,
Mon âme vide. Où fuir? Et quelle nuit hagarde
Jeter, lambeaux, jeter sur ce mépris navrant?
 
Brouillards, montez! Versez vos cendres monotones
Avec de longs haillons de brume dans les cieux
Qui noiera le marais livide des automnes
Et bâtissez un grand plafond silencieux!
 
Et toi, sors des étangs léthéens et ramasse
En t'en venant la vase et les pâles roseaux,
Cher Ennui, pour boucher d'une main jamais lasse
Les grands trous bleus que font méchamment les oiseaux.
 
Encor! que sans répit les tristes cheminées
Fument, et que de suie une errante prison
Éteigne dans l'horreur de ses noires traînées
Le soleil se mourant jaunâtre à l'horizon!
 
- Le Ciel est mort. - Vers toi, j'accours! donne, ô matière,
L'oubli de l'Idéal cruel et du Péché
À ce martyr qui vient partager la litière
Où le bétail heureux des hommes est couché,
 
Car j'y veux, puisque enfin ma cervelle, vidée
Comme le pot de fard gisant au pied d'un mur,
N'a plus l'art d'attifer la sanglotante idée,
Lugubrement bâiller vers un trépas obscur...
 
En vain! l'Azur triomphe, et je l'entends qui chante
Dans les cloches. Mon âme, il se fait voix pour plus
Nous faire peur avec sa victoire méchante,
Et du métal vivant sort en bleus angelus!
 
Il roule par la brume, ancien et traverse
Ta native agonie ainsi qu'un glaive sûr;
Où fuir dans la révolte inutile et perverse?
Je suis hanté. L'Azur! l'Azur! l'Azur! l'Azur!



Brise marine

La chair est triste, hélas!  et j’ai lu tous les livres.
Fuir!  là-bas fuir!  Je sens que des oiseaux sont ivres
D’être parmi l’écume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux
Ne retiendra ce coeur qui dans la mer se trempe
O nuits!  ni la clarté déserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur défend
Et ni la jeune femme allaitant son enfant.
Je partirai!  Steamer balançant ta mâture,
Lève l’ancre pour une exotique nature!

Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,
Croit encore à l’adieu suprême des mouchoirs!
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages
Sont-ils de ceux qu’un vent penche sur les naufrages
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots . . .
Mais, ô mon coeur, entends le chant des matelots!.


Stéphane Mallarmé
Mallarmé in Rete:
Link diretti alla Bibliothèque Nationale de
France (Gallica):

- Stéphane Mallarmé: L'après-midi d'un faune: églogue / Stéphane Mallarmé ; avec front., fleurons  & cul de lampe par Edouard Manet
- Stéphane Mallarmé: Les poésies de Stéphane Mallarmé : photolithographiées du manuscrit définitf...
- Stéphane Mallarmé: Un coup de dés jamais n'abolira le hasard / Stéphane Mallarmé.
- Mallarmé-net - Biografia, bibliografia, testi, studi critici.
- Stéphane Mallarmé: Portrait du poète en araignée. Saggio di J.M.Maulpoix.



L'Azzurro

Del sempiterno azzurro la serena ironia
bella indolentemente al pari dei fiori
schiaccia il poeta impotente che impreca al suo genio]
in mezzo a un desereto sterile di Dolori.

Fuggendo con gli occhi serrati, io sento che guarda
con l'intensità di un rimosro atterrnte, il vuoto
dell'anima. Dove fuggire? che notte selvaggia
a brani gettare su quel lancinante disprezzo?

Nebbie, salite! versate le vostre monotone
a lunghi brandelli di bruma nei cieli
che inonderà la smorta palude d'autunni
e costruite un immenso soffitto silente!

E tu dagli stagni letei esci e raduna
a noi venendo la mota e le pallide canne,
o caro Tedio, a turare con mano inesausta
gli squarci turchini che fanno gli uccelli maligni.

E ancora! che senza posa i tristi comignoli
fumino, e di fuliggine un'errabonda prigione
soffochi nell'orrore delle sue sciarpe nere
il sole che muore giallastro sull'orizzonte!

--Il cielo è morto -- Su te mi slancio! o materia,
smemora dunque dello spietato  Ideale
e del Peccato il martire che viene a dividere
lo strame ove il gregge degli uomini giace beato.

Ché voglio infine, poiché il mio cervello vuoto,
vaso di bistro gettato ai piedi di un muro,
non sa più come far bella l'idea singhizzante,
oscuramente passare in un tetro sbadiglio...

Invano l'Azzurro trionfa, lo sento che canta
nelle campane, anima, che si fa voce
e più ci spaventa con la sua cruda vittoria,
ed esce dal vivo metallo in clesti angelus!

Anico prorompe e attraverso la bruma e trafigge
la tua esistenziale agonia come spada sicura:
dove fuggire nell'empia, vana rivolta? Ossesso
io sono. L'Azzurro! L'Azzurro! L'Azzurro! L'Azzurro!
(Trad. italiana di Luciana Frezza.)


Brezza marina

La carne è triste, ahimé, e ho letto tutti i libri.
Fuggire! Laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
d'essere tra l'ignota schiuma e i cieli!
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l'alberatura
l'áncora sciogli per una natura straniera!

E crede una Noia, tradita da speranze crudeli
ancora nell'ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali,
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi
speduti, né antenne, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

(Trad. italiana di Luciana Frezza.)

La poetessa italiana Patrizia Valduga traduce la poesia di Stéphane Mallarmé, respingendo ogni pretesa esplicativa e riproducendo il sistema di ambiguità lessicali, foniche e sintattiche dell'originale, nel rispetto della sua complessità metrico-linguistica. Il volume è introdotto da Jacques Derrida e contiene uno scritto di Paul Valéry.

Cultural Writing. This volume contains never-before-translated prose selections by the father of the Symbolist movement, one of the most influential cultural figures of 19th-century France. Mallarme's letters to leading French intellectuals and artists of the time appear with his pieces on language and aesthetics, as he considers the state of contemporary French literature.

recensione di Cacciavillani, G., L'Indice 1992, n.11

Si sa che Mallarmé occupa un posto del tutto eccentrico nell'ambito della poesia moderna, e non solo francese. Holderlirn sacralizza il vincolo fra i divini e i mortali; Leopardi ribadisce che la conoscenza poetica è ricerca sensibile di relazioni fra cose "disparatissime" (è tutta una questione di "sensorio", dice), Baudelaire pone una relazione circolare e dinamica fra mondo esterno ("pastura") e mondo interno (fantasmatizzazione e trasmutazione verbale); Proust affermerà che lo stile "non è un problema di tecnica bensì di visione" (legata, questa, all'espansione delle "oscure impressioni"); Bonnefoy certifica che l'atto poetico rientra in una teologia positiva volta a ritrovare e a celebrare un legame col mondo, con l'altro, con l'esteriorità (la parola poetica, rimettendo in questione la lingua, deve "trasmutare l'oggetto in presenza"). Mallarmé tutto all'opposto, volge le spalle ai mondo sensibile, nega la finitudine dell'uomo, cerca di espungere le determinazioni dell'inconscio e, attraverso l'uso intensivo della cosiddetta "metafora ad un solo termine" cerca di elaborare uno spazio verbale autosufficiente e autarchico, fondato sull'onnipotenza del verbo. Luciferino più che faustiano, il fauno - come direbbe Hegel - eternizza l'oggetto del desiderio annientandolo in quanto "esistente".
A queste alte e decisive tematiche ci portano direttamente i 202 frammenti sulla morte del dilettissimo figlio Anatole, raccolti, editi e stupendamente presentati da Richard, volti ora in lingua italiana, con magistrale perizia, da Cosimo Ortesta. Non è questa la sede per cercar di capire, in profondo, quali siano i rapporti di Mallarmé con il fenomeno della morte (e, per conseguenza, con tutto lo spazio vitale); certo è che il Nulla, il Vuoto, il Negativo (l'abolizione, l'uccisione, il suicidio, la scomparsa l'"arret de mort") sono per lui maschere metafisiche di una drammatica esperienza tutta giocata - come diceva - nel "teatro della mente prototipo del resto". Sembra quasi inopportuno ricordare che Stéphane perse la madre quand'egli aveva cinque anni (il padre passò a nuove nozze giusto un anno dopo), l'amatissima sorella Marie a tredici anni, il padre a ventuno, e poi il figlio Anatole nel 1879. La stessa morte precoce del poeta, quando non aveva che cinquantasette anni, ha qualcosa di terribile e di fatale, quasi che lo spasmo laringeo che gli troncò la vita fosse il precipitato di un'antecedente serie di "spasmi", una sorta di trauma cumulativo esploso al limite di una compressione estrema e risolutiva.

...
  Come non vedere, anche in questi frammenti per Anatole, la tragedia che ha folgorato, da parte a parte, l'opera di Mallarmé? Il dubbio assillante di un "vizio" di fondo coglie lo stesso poeta quando esclama, disperato: "Non è tutto questo - lo voglio, voglio lui - e non me" (fr. 43). Narciso piange e, giustamente, abbandona il suo progetto d'eternità.

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SAGGIO BIBLIOGRAFICO

Biografie
- Gill (Austin)
The Early Mallarmé, I-II, Oxford, Clarendon Press, 1979-1986.
- Joseph (Lawrence A.)
Henry Cazalis, sa vie, son œuvre, son amitié avec Mallarmé, Nizet, 1972.
- Millan (Charles Gordon)
Mallarmé, A Throw of dice, Londres, Secker & Warburg, 1994.
- Mondor (Henri)
L'Amitié de Verlaine et Mallarmé, Gallimard, 1940.
Vie de Mallarmé, Gallimard, 1941.
Mallarmé plus intime, Gallimard, 1944.
Mallarmé. Documents iconographiques, Genève, P. Cailler, 1947.
L'Heureuse rencontre de Valéry et Mallarmé, Lausanne, La Guilde du Livre, 1948.
Histoire d'un faune, Gallimard, 1948.
L'Affaire du Parnasse : Mallarmé et -Anatole France, Fragrance, 1950.
Eugène Lefébure, sa vie, ses lettres à Mallarmé, Gallimard, 1951.
(Vedi anche di questo volume  la recensione di Eugenio Montale in Il secondo mestiere)
Mallarmé lycéen, Gallimard, 1954.
Autres précisions sur Mallarmé et inédits, Gallimard, 1961.
- Sarda (Marie-Anne)
Stéphane Mallarmé à Valvins, Musée Mallarmé, 1995.
- Steinmetz (Jean-Luc)
Mallarmé, L'Absolu au jour le jour, Fayard, 1998.

Studi e testimonianze di contemporanei

- Claudel (Paul)
Mémoires improvisés, Gallimard, 1954.
Réflexions sur la poésie, Gallimard, 1979.
- Dujardin (Édouard)
Mallarmé par un des siens, Messein, 1936.
- France (Anatole)
La Vie littéraire, tomes II et III, Calmann-Lévy, 1888 et 1892.
- Gide (André)
Prétextes, Mercure de France, 1903.
Journal, I, 1887-1925, Bibl. de la Pléiade, Gallimard, 1996.
- Gide (André), Valéry (Paul)
Correspondance, 1890-1942, Gallimard, 1955.
- Goncourt (Edmond de)
Journal, tome 9, Charpentier, 1896.
- Gourmont (Rémy de)
Le Livre des masques, Mercure de France, 1896.
La Culture des idées, Mercure de France, 1900.
Promenades littéraires, Mercure de France, 1904-1913.
- Huret (Jules)
Enquête sur l'évolution littéraire, Vanves, Thot, 1982 [1891].
- Huysmans (Joris-Karl)
À rebours, coll. Folio, Gallimard, 1979 [1884].
- Manet (Julie)
Journal, Klincksieck, 1979.
- Mauclair (Camille)
Le Soleil des morts, Genève, Slatkine reprints, 1979 [1898].
Mallarmé chez lui, Grasset, 1935.
- Montesquiou (Robert de)
Diptyque de Flandre, Triptyque de France, Uge, 10/18 [1921].
- Moore (George)
Mémoires de ma vie morte, tr. G. Jean-Aubry, Grasset, 1922.
- Régnier (Henri de)
Figures et caractères, Mercure de France, 1901.
- Valéry (Paul)
Écrits divers sur Stéphane Mallarmé, Œuvres I, Bibl. de la Pléiade, Gallimard, 1957.
- Verlaine (Paul)
Les Poètes maudits, Les Hommes d'aujourd'hui, Œuvres en prose complètes, Bibl. de la Pléiade, Gallimard, 1972.

Studi (in francese)
- Abastado (Claude)
Expérience et théorie de la création poétique chez Mallarmé, Minard, 1970.
- Alcoloumbre (Thierry)
Mallarmé : la poétique du théâtre et de l'écriture, Minard, 1995.
- Assad (Maria L.)
La Fiction et la mort dans l'œuvre de Stéphane Mallarmé, New York, Berne,Francfort, Paris, Peter Lang, 1987.
- Audi (Paul)
La Tentative de Mallarmé, Presses Univ. de France, 1997.
- Austin (Lloyd James.)
Essais sur Mallarmé, Manchester Univ. Press, 1995.
- Backès (Jean-Louis)
Poésies de Mallarmé, Hachette, 1973.
- Bellet (Roger)
Mallarmé, l'encre et le ciel, Champ vallon, 1987.
- Bénichou (Paul)
Selon Mallarmé, Gallimard, 1995.
- Benoit (Éric)
Mallarmé et le mystère du « Livre », Champion, 1998.
- Bernard (Suzanne)
Mallarmé et la musique, Nizet, 1959.
- Campion (Pierre)
Mallarmé, Poésie et Philosophie, P.U.F., 1994.
- Cellier (Léon)
Mallarmé et la morte qui parle, P.U.F., 1959.
- Cohn (Robert Greer)
L'Œuvre de Mallarmé : « Un Coup de dés », Les Lettres, 1951.
Vues sur Mallarmé, Nizet, 1991.
-Davies (Gardner)
Les Tombeaux de Mallarmé, Corti, 1950.
Mallarmé et le drame solaire, Corti, 1959.
Mallarmé et le rêve d'Hérodiade, Corti, 1978.
Mallarmé et la « couche suffsante d'intelligibilité », Corti, 1988.
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In Italiano

Si rimanda all'introvabile e prezioso

Stéphane Mallarmé - Poesie - a cura di Luciana Frezza, Venezia, Neri Pozza 1963
De tous les poètes du XIXe siècle, Mallarmé - mort il y a tout juste cent ans - est sans doute celui qui s'est le plus tôt et le plus durablement identifié à la destinée de la poésie moderne, une destinée qu'il a vécue comme une aventure intellectuelle et spirituelle hors du commun et qui a fait de lui un pur héros de l'esprit, un chercheur d'absolu : «tout au monde existe pour donner forme à un beau livre».Nul poète n'a plus simplement et a plus simplement et plus radicalement posé la question primordiale de l'écriture, c'est-à-dire de la nature, mais aussi de la raison d'être de ce qui est d'abord, à ses yeux, un acte, et par là même une façon d'être au monde : «Sait-on ce que c'est qu'écrire ? Une ancienne et très vague mais jalouse pratique, dont gît le sens au mystère du cœur.».
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