Herman Melville, ovvero il mare rifiutato


Ogni mattina un uomo compassato, dalla barba quadrata, appesantito e stanco nonostante l’età  ancora giovane si prepara per andare al lavoro.
Vive nella città che lo ha visto nascere,  New York, la sua casa è modesta, una facciata giallo sporco e dentro vecchi mobili di mogano.
Un’ultima occhiata alla baia di Napoli, una stampa appesa nell’entrata, ricordo di un viaggio lontano e l’uomo è già fuori; l’andatura è lenta, d’altronde non ci vuole molto per arrivare fino al fiume dal numero  centoquattro della ventiseiesima strada.
Come la casa anche il suo impiego è modesto; fa l’ispettore delle Dogane, siamo nel 1866, l’uomo ha appena  47 anni, un’età che  per molti può  significare un inizio. Ma non per quell’uomo, lui  è alla fine.  Il suo nome è Herman Melville.
Terrà svogliatamente quell’impiego fino al 1885, trascinerà la sua esistenza  fino al 28 settembre del 1891  ma la luce era spenta da tempo.
Si dirà che la colpa è stata sua  quindi nessuna compassione: chi è causa del suo male pianga se stesso. C’è del vero, c’è sempre del vero nella saggezza popolare eppure non si può non riconoscere una grandezza morale in quella sua scelta  e inchinarsi di fronte ad un tale incrollabile  rigore.
Leggete la sua storia e poi mi direte se non vi verrà voglia di  aspettarlo sotto casa, mettervi sottobraccio e accompagnarlo lentamente fino all’Hudson.
Era stato uno scrittore di successo, ammirato e benvoluto.  I suoi primi libri erano stati accolti con entusiasmo dalla gente e dalla critica. La sua vena sembrava non doversi mai esaurire, più di un libro all’anno in una felice catena di montaggio.
Taipi, uno sguardo alla vita della Polinesia, Omoo,  la narrazione delle avventure nei mari del sud,Mardi racconti di viaggi e avventure,  Redburn, il  primo viaggio in mare,  Giacchetta bianca,   esperienze  su una nave da guerra.
Bastava che chiudesse gli occhi e  spiagge assolate, mari sconfinati, calde immagini e magiche avventure affluivano alla sua mente. Non doveva che riportare sulla carta quel calore.  Niente di più  facile per lui, che metteva a disposizione dei lettori quello che aveva vissuto in prima persona negli anni felici della sua giovinezza.
Le stampe del padre, commerciante agiato  prima del tracollo finanziario che lo portò alla malattia psichica e poi alla morte, i suoi libri  pieni di navi da guerra e velieri immensi  avevano suscitato nel giovane Herman  la curiosità di viaggiare, il desiderio di scoprire il mondo, di verificare se quella realtà di carta che leggeva  ogni sera corrispondesse al vero.
Di giorno vedeva a Manhattan  indecifrabili stranieri con una sacca sulle spalle e uomini dalla pelle bruciata dal sole,  sicuramente marinai.  Dove andavano con quella andatura caracollante, come se non si trovassero a camminare sulla terraferma ma continuassero a seguire il beccheggio della nave, cosa si nascondeva in quelle loro sacche misteriose.  Anche lui bramava l’avventura, anche lui voleva il mare.
Aveva appena vent’anni, qualsiasi nave e qualsiasi mansione andavano  bene per il primo viaggio. Così  si imbarca come mozzo su un mercantile diretto a Liveropool. Ma una nave mercantile e la placida rotta verso l’Europa non potevano certo placare la sua ansia di avventura. Ecco allora, appena un anno dopo, l’occasione che aspettava; una  baleniera, finalmente! Non più mozzo ma marinaio e rotta verso i mari del sud.   In quel viaggio  conosce, nelle isole Marchesi, una tribù di cannibali,  i Taipi,  presso cui rimane  quattro mesi.

Quando si imbarca di nuovo su una baleniera, questa volta australiana, l’equipaggio si ammutina, Melville è tra i rivoltosi e a Tahiti viene arrestato dalle autorità inglesi. Evade e si rifugia nell’isola di Eimeo, oggi isola di Moorea.  Qui ottiene il suo terzo ed ultimo imbarco su una baleniera, di Nantucket, con cui arriva fino alle Haway.  A Honolulu si licenzia e lavora saltuariamente come garzone e uomo di fatica.
Si arruola infine nell’equipaggio della nave da guerra “ United States” e torna a casa ; le sue avventure marinaresche erano finite.
Dal primo viaggio (1839) all’ ultimo (1843) Melville naviga per cinque anni accumulando tante esperienze, avventure e ricordi da riempire  decine di libri. Li comincia  a scrivere l’anno dopo,  nel 1844, a venticinque anni, riscuotendo un successo immediato.
Anche la sua vita personale è felice. Nel 1847 si sposa con Elizabeth, nel 1849 gli nasce il primo figlio, maschio, come lui  desiderava. Considerando gli anni tristi  dell’infanzia a causa delle difficoltà economiche della famiglia dopo il fallimento del padre  e gli anni angosciosi della maturità  Herman Melville fu felice solo in questa terra di mezzo: dal 1839  al 1849.

Poi arrivò il fatale 1850 e quella prima frase: “ Chiamatemi Ismael”
Già, è l’inizio di Moby Dick,  l’inizio della  fine.
Melville si butta a capofitto nella sua stesura, ci lavora giorno e notte, è come divorato da un ‘ansia febbrile, quasi non mangia. Il libro è un combattimento corpo a corpo che dura dal febbraio del 1850  fino all’estate del 1851, un combattimento lungo 1.500 pagine.
Quando lo inizia è in buona salute, sereno e soddisfatto; quando lo termina è un’altra persona, esausto, svuotato di  ogni energia, debole e impotente.
Se si fermasse per via una persona qualsiasi e le si chiedesse di indicare un libro di mare la risposta sarebbe scontata: Moby Dick.
Ma Moby Dick non è un libro di mare, questo è il paradosso. In quelle  1.500 pagine non vi è una sola descrizione del paesaggio; il mare non si vede, non  si respira, non si odora, rimane laggiù, sullo sfondo, come una quinta di teatro.
Non c’è vento, non c’è spazio in Moby Dick, non  vi sono orizzonti sconfinati da contemplare  ma solo una discesa  verso il basso, negli inferi dell’animo umano. Il pensiero non si allarga, non prende fiato ma sprofonda in un imbuto sempre più stretto fino  a concentrarsi in un solo punto:  l’ossessione. Il mare è solo un pretesto, rimane ai margini, a volte ci si dimentica   di lui.
In realtà Moby Dick è un libro   sul mistero del male, il male che si nasconde dietro un’apparenza candida, e sulla brutalità malvagia della natura... La balena bianca è il male, l’energia bruta dell’esistenza cieca, fatale, schiacciante, la persistente forza distruttiva. E Achab è lo spirito dell’uomo, piccolo e debole ma risoluto, capace di  impegnare senza paura  la sua pochezza contro quella potenza.
In questo Melville non è Leopardi, che accetta come un destino eterno e immutabile la forza immane  della natura matrigna e ad essa si piega subendola con dignitosa sofferenza.
Melville non   accetta  una rassegnata capitolazione, la resa non fa parte del suo essere, non si inchina e non  subisce  ma si ribella, lotta e combatte.
Si erge maestoso sulla prua della  vita urlando la sua ribellione e se da questa lotta  uscirà sconfitto, e lui sa che ne uscirà sconfitto, ebbene lo farà con l’arpione in pugno. In questo Melville  rappresenta per intero l’uomo americano, che combatte,  che  ricerca una nuova frontiera, che sposta i suoi confini sempre più in là  in una lotta continua contro tutto e contro tutti, padrone assoluto del proprio destino.

Moby Dick  fu un fiasco colossale.
Da parte della critica del tempo fu considerato il delirio di un pazzo. Ed anche i suoi lettori, un tempo così attenti ed affezionati, lo abbandonarono. Non avevano capito nulla di quanto aveva scritto e poi non era quello ciò che si aspettavano  da lui.  Aveva perduto  la sua vena di fantasioso narratore di avventure, non c’era più il sole, il mare lucente, le vele spiegate, il vento sulla faccia.
Fu una cosa molto triste e mortificante per Melville. Ma il rimedio era lì, a portata di mano. Bastava tornare indietro e riprendere i vecchi soggetti. Non erano certo le storie  e  le avventure  quelle che gli mancavano dopo le  ribalde scorrerie giovanili. Tornare sulla vecchia strada, al fondo della quale ripenserà  a Moby Dick  come  un semplice, spiacevole  incidente di percorso.

E invece no.
Alla fine del libro  Moby Dick, di fronte alla nave di Achab, invece di fuggire come sempre aveva fatto, decide di attaccare e si abbatte con tutta la sua potenza sul legno della chiglia. Achab è lì che la aspetta, la sta aspettando da  una vita, finalmente  il momento era giunto. Scaglia il suo arpione che  si conficca nella carne della bestia, la nave affonda ma Achab non molla la presa.  Uno scarto improvviso della balena lo imbriglia sul  dorso con le corde degli arpioni.  Achab non riesce più a muoversi e l’animale  si inabissa  trascinandolo con sé.
Melville è come Achab. Anche lui  rimane attaccato a Moby Dick.  Quel suo libro non lo lascerà mai più  e  con lui si perderà  facendosi trascinare  nell’abisso; giù, sempre più giù.
Melville non tornerà più indietro.  Dopo Moby Dick non scriverà più di mare e di sole, di spiagge e di vele.

Nel 1852 scrive  Pierre o delle ambiguità, la cui trama include addirittura un incesto; nel 1855 è la volta di  Benito Cereno, soggetto la tratta degli schiavi, nel 1856 dà alle stampe Israel Potter, un romanzo storico, nel 1857 tocca a  L’uomo di fiducia definito dalla critica  come una indebita mescolanza di satira e filosofia.  Giù, sempre più giù, legato da mille fili a quel suo libro  che non vuole mollare, che non vuole tradire.
Non gli interessa il facile successo commerciale, il suo spirito  e le sue idee non possono essere oggetto di baratto. Qui sta la sua  grandezza morale, la sua indomita  coerenza, da qui il nostro affetto.
Dopo il 1857 si dedica prevalentemente alla poesia, figurarsi, ispirandosi  alla guerra civile.  ai viaggi fatti in Italia e in Grecia, ai pellegrinaggi in Terra Santa.
Confessa all’amico Nathaniel  Hawthorne: “Quel che mi sento di scrivere è proibito, non paga; e a scrivere nell’altro modo non riesco”
Il mare, quel mare che aveva rappresentato la sua vita dal 1839 al 1843 e la sua fortuna letteraria dal 1846 al 1849 non gli interessa più, lo accantona, lo rifiuta.  Certo lo ricorda, anche con affetto e nostalgia,  ma non è più il centro della sua vita.
Ma così facendo  continua a  inabissarsi ; giù, sempre più giù.
Dal 1846 al 1849 Melville ha guadagnato ottantamila dollari di diritti d’autore; dal 1851 in poi ne guadagna ogni  anno al massimo un centinaio.
Con il suo lavoro di scrittore, di scrittore fallito, non riesce più a mantenere la famiglia; nel  1866  deve accettare  il lavoro di Ispettore delle Dogane. In quello stesso momento decide di abbandonare   la  letteratura; da quel giorno non pubblicherà più nulla, scriverà per sé e per il proprio piacere.
Anche la sua vita privata precipita con lui. Nel 1867 Malcom, il  primogenito, il figlio tanto amato si uccide a diciotto anni sparandosi  un colpo di pistola ed il secondo figlio, Stanwix, fugge da casa per non farvi più ritorno terminando  a San Francisco, ad appena trentacinque anni,  la sua vita errabonda. Giù, sempre più giù.
È sera. Quando ritorna a casa dopo le misere occupazioni della dogana l’uomo  ci appare ancora più stanco e appesantito, il passo ancora più strascicato.   Le chiacchiere con la moglie Elizabeth e con le due figlie non riescono a colmare il vuoto che sente dentro di sé.
Sempre più spesso l’uomo trova rifugio sul balcone. Si accomoda sulla sua sedia di tela e accende la pipa.
Quando muore, nelle prime ore del mattino del 28 settembre 1891, Herman Melville è un uomo dimenticato da  tutti. Un solo giornale americano riporta la notizia in tre righe di necrologio.
Ma noi lo vediamo ancora come quella sera del 1866, seduto sul balcone, tolda di nave protesa  sulla sua gioventù. Scruta  l’orizzonte, aspetta che spuntino le stelle, sotto di sé non vede grigio asfalto  ma schiuma di mare contro la chiglia. E  ricorda, ricorda la bellissima  Fayaway, la donna che aveva conosciuto durante il suo soggiorno tra i Taipi.

“La sua flessuosa personcina era la perfezione, la grazia, la bellezza femminile fatta carne; la carnagione era di un colore oliva caldo e delicato e, quando ne ammiravo le morbide guance, avrei giurato che la pelle trasparente fosse soffusa di un lievissimo color di rosa ; il volto era di un ovale quasi perfetto, i lineamenti di una purezza tale, che  cuore o mente dell’uomo non avrebbero potuto desiderare maggiore ………..” 
Teodoro  Lorenzo





Esempio 1
Herman Melville
visto da Farel Dalrymple
"Moby-Dick" (1851) di Melville venne pubblicato in Inghilterra e negli Stati Uniti in due versioni notevolmente diverse. Tra revisioni editoriali e autoriali, le varianti superano complessivamente il migliaio. Non solo. La versione inglese, a causa dei tagli censori, conta circa duemila parole in meno rispetto a quella americana. Ciò nonostante, si è sempre voluto presentare Moby-Dick come un testo unitario, fondendo indebitamente i testi delle due versioni. Questa nuova traduzione, basata sulla recente e per molti versi rivoluzionaria edizione Longman (2007), offre al lettore italiano una versione restaurata del capolavoro melvilliano, distinguendo il testo americano da quello inglese. L'amplissimo apparato di note, oltre a illustrare in modo dettagliato le differenze più significative fra le due versioni, chiarisce in modo esauriente tutta la gamma di allusioni storiche, riferimenti geografici, citazioni bibliche, termini nautici, dissertazioni scientifiche e virtuosismi linguistici che hanno finora ostacolato una piena fruizione del romanzo.
dal 2 gen 2011
Un Chartless Voyage, quello che si propone qui al lettore, come recita il titolo del volume: cioè, letteralmente, un "viaggio per mare" (questo il significato dell’inglese voyage) intrapreso senza il conforto e sostegno di una "carta" preconfezionata, di una "mappa" già in precedenza tracciata e pronta all’uso. L'espressione – dovuta a Herman Melville e fatta propria dall’autore di questo saggio – sottende e sottintende un'avventura e un rischio: avventura e rischio che qui si corrono, pagina dopo pagina, attraverso i testi di Melville e di Leopardi – attraverso i mari della loro opera, scandagliatissimi isolatamente ma quasi inesplorati nelle loro possibili osmosi e miscele misteriose di concetti, di miti, di parole. Il ritmo del percorso è scandito nell’arco di una "giornata" ideale di viaggio – dal mattino al meriggio alla sera – dietro alla traccia della parabola vitale e intellettuale dei due grandi autori – poeti, pensatori – apparentemente (ed effettivamente) tanto lontani tra loro eppur – come vorranno le conclusioni cui approda il libro – più vicini di quanto, verosimilmente, venga fatto di pensare a tutta prima. Il nutrito apparato di note che si snoda lungo tutto il lavoro, oltre a fornire gli opportuni riferimenti bibliografici, è inteso a dettagliare talune questioni
toccate nel testo, ad uso dello specialista o del lettore semplicemente incuriosito.

Vittima del maccartismo, nel 1952 James fu rinchiuso a Ellis Island in quanto "straniero indesiderato". In quei mesi scrisse "Marinai, rinnegati e reietti", senza dubbio la più sorprendente e originale interpretazione dell'opera di Melville mai pubblicata. Per James, la genialità e la grandezza dello scrittore americano stanno nell'aver saputo cogliere nel suo tempo i primi segni di quella degenerazione della democrazia che è il totalitarismo, nell'averci offerto con Achab un'attenta descrizione "del tipo sociale più pericoloso e distruttivo mai apparso nella civiltà occidentale" e nell'aver prefigurato, attraverso la letteratura, i conflitti sociali generati dalla rivoluzione industriale.
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