perseguire la redazione ansante d'un’opera che lo divora e  che lo trascina in una lotta ineguale con il tempo, fonte dell'angoscia creatrice e materia stessa di scrittura.

Rifiutato da numerosi editori, il primo volume di Alla ricerca del tempo perduto è pubblicato a spese dell'autore. Ma  il premio Goncourt giunge a coronare il secondo, All'ombra delle fanciulle    in fiore, nel 1919. Da allora, il riconoscimento del romanzo non cesserà più di crescere.

Itinerario d'un giovane scrittore
Marcel Proust nacque in un universo protetto, colto. Suo padre è medico e sua madre appartiene alla grande borghesia ebrea. L'omosessualità, la malattia – dall’età di dieci anni, Marcel Proust è colpito da terribili crisi d'asma –, l’ondata  di antisemitismo suscitata da l'affaire Dreyfus aprono una falla in questo mondo. La fragilità del narratore di Alla ricerca del tempo perduto, la sua nervosità e  il suo amore per la madre sono dei tratti autobiografici indiscutibili, anche se il lavoro di trasposizione passa da lì. Ugualmente sono molto personali i ricordi di vacanze (a Illiers, vicino a Chartres, diventato Combray nel   testo; a Auteuil, presso il nonno materno; a Cabourg, luogo di numerosi soggiorni  e  di incontri importanti), quelli del liceo Condorcet, quelli di alcuni viaggi (specialmente a Venezia, la città la più legata alla mitologia mentale di Proust).

Un dilettante
Dopo   solidi studi –   frequenta la facoltà di diritto, l'École libre des sciences politiques e  la Sorbona, dove consegue la sua licenza in lettere  nel 1895 –, Proust avrà la fortuna di non essere obbligato  a lavorare.

Affascinato dal   gran  mondo come pure dagli  artisti (ad ampio spettro: dalla fine del naturalismo alla soglia dell’arte moderna, passando per il simbolismo e la prodigiosa invenzione artistica degli anni 1880-1910), frequenta il faubourg Saint-Germain, i salotti di Mme Strauss (vedova di Georges Bizet), di M. e Mme de Caillavet, del principe di Polignac, della princesse Mathilde, della contessa Greffulhe. Frequenta dandy, talvolta stravaganti (Robert de Montesquiou-Fezensac, che sarà uno dei modelli  del personaggio di Charlus), dei giovani brillanti (Gabriel della Rochefoucauld, Antoine Bibesco e  Bertrand de Fénelon, in cui si è potuto vedere una sintesi nel personaggio di Robert de Saint-Loup), di scrittori celebri (Anatole France, Anna de Noailles), e  sarà anche intimo di giovani artisti della sua generazione (Lucien Daudet, Reynaldo Hahn). I suoi primi testi recano l’impronta di questo milieu scelto, dove ci si occupa di pittura, di musica, di letteratura, di ogni   forma possibile  di piacere estetico e intellettuale. Così  la rivista alla quale  collabora nel 1892 si intitola  Le  Banquet e  le  novelle  che vi pubblica saranno riprese, nel 1896, ne Les Plaisirs et  les jours, titolo esplicito.

Un esteta  raffinato   
Giornalista e cronista mondano. Tale è il Proust di quegli anni, ma  nessuno   sa  che egli ha iniziato un romanzo, Jean Santeuil (incompiuto, inedito fino al 1952), la cui materia autobiografica è presentata attraverso la finzione. Si tratta di una bozza  della Ricerca, ma il testo è quello d'un uomo ancora attratto da altri interessi: il grande processo che agita l'anno 1898 – Proust è ben inteso dreyfusardo; la scoperta dell'esteta inglese Ruskin – di cui traduce La Bibbia di Amiens (1904) e  scrive la prefazione a un’altra opera, Sesame and Lilie; i viaggi – Amiens, Roma, Venezia, dapprima con sua madre, poi da solo, nel 1900, l’Olanda, dove  scopre la   Veduta di Delft di Vermeer, consegnata a una grande  fortuna poetica ne la Ricerca. Niente di particolare si profila ancora: nel momento in cui  la morte del padre  (1903) poi quella della madre (1905) lo colpiscono duramente, Proust non è   ancora  che un esteta    colto, un saggista brillante, ricco d'un carnet di indirizzi impressionante: silhouette mondana nera e  pallida, l'aria d'un «garçon d'honneur ivre», come lo descriverà Colette.

Il nuovo ordine del tempo
La perdita della madre segna una rottura decisiva: il tempo  si dispone ormai secondo un nuovo ordine  – una tempo, con lei, e oggi, senza di lei. Al di là del dolore, insormontabile, ciò che si  rende  possibile con questa scomparsa, è  senza dubbio la scrittura «pour de bon», quella delle confidenze o  delle allusioni  che permettono  di far filtrare o supporre dei costumi  inconfessabili per l'epoca; ciò che è    perduto per sempre è  l'unità originale della madre e del figlio, la certezza d’essere  amato – e  dunque  anche quella di potere amare. Alla ricerca del tempo  perduto sorge dalla necessità di ricostruire tutte  le  altre   relazioni  (con la natura, la società, gli  esseri   desiderati, le  opere d'arte), minacciate da questa separazione  definitiva. S'annuncia allora il ritiro dalla vita sociale, comincia l'ingresso in una    certa leggenda: la camera tappezzata di sughero del boulevard Haussmann, la vita a rovescio (dormire di giorno, scrivere di  notte), il testa a testa con l’autista-segretario Agostinelli, in realtà il compagno, la cui partenza, indi la morte, qualche anno più tardi, provocherà in Proust una intensa sofferenza amorosa.

Attività letteraria 
Se le  prime righe della Ricerca non saranno   vergate che nel 1909, l'attività letteraria   di Proust è molto intensa: articoli, esercizi di stile  – pastiches soprattutto, su Balzac,  Flaubert,  Saint-Simon, i Goncourt,  Michelet, divertimenti che sortiscono la bozza di un romanzo su dei falsari («L'affaire Lemoine», dove si narra di una pretesa fabbricazione di diamanti) –, ma anche cronache artistiche.

Pastiches e mélanges
Questi testi saranno   raccolti ne 1919 sotto  il titolo     Pastiches et Mélanges. Nello stesso tempo, Proust scrive parecchi pezzi destinati a un'opera critica, Contro Sainte-Beuve (Sainte-Beuve è il più celebre critico letterario francese dell'800), che egli accantonerà tuttavia (l'opera  sarà pubblicata nel 1954), poiché egli ormai è tutto preso dalla Ricerca. Ma, alla soglia di questo labirinto, le  intuizioni  di Contro Sainte-Beuve possono servire da guida, tanto più che la dimensione critica del romanzo proustiano, dove  la stessa letteratura vi  si riflette, è costante  lungo tutto il testo. Scrittura e riflessione critica sono tutt'uno invero, perché ogni opera nasce sotto impulso di gesto creativo sì, ma anche di giudizio critico (ha una poetica implicita, che difende  e diffonde  nel testo e attraverso il testo).

La materia dell'opera
Sainte-Beuve faceva dell'opera il riflesso della vita reale, pensava che l’arte  avesse la funzione di descrivere   le  cose     e  fondasse il suo metodo  su  un andirivieni dalla vita al testo. Proust afferma al contrario che l'opera è il prodotto d'un altro io rispetto a quello che si manifesta nella la vita quotidiana; che la materia della letteratura   è fornita dalle impressioni provate nel passato, e che questa materia è sensibile  e  non intelligibile: è l'idea-forza  sulla quale è fondata tutta la Ricerca. La verità cui l’artista perviene è individuale, essa non è   davanti  a     lui, ma   deposta in ciascuno di noi: nel Tempo ritrovato, il narratore  scopre così che il libro era già  scritto in lui e che il suo compito era  quello di un traduttore. Così il realismo che crede all’obiettività    della descrizione, si trova declassato, la «realtà » valendo solo  per la trasformazione  che  fa subire allo scrittore: lo stile  è una questione non di «tecnica», ma   di «visione». La frase, le  immagini, i nomi propri sono gli strumenti di questa visione del mondo. Il  nome proprio, soprattutto, «urna dell’inconoscibile», contiene tutta una poesia che appartiene a ciascuno, e in quanto tale consente all'artista di dispiegare con l’aiuto della sua immaginazione  e  del suo desiderio, la vera guida  alla ricerca della «sua» realtà    individuale. Infine, Proust formula la scoperta capitale: quella della memoria affettiva, che fa sorgere un momento del passato nel presente e gli restituisce la sua potenza sensuale e  sensibile: né passato né presente, frammento sottratto all’ordine  del tempo, quest’ istante  prezioso è un pezzo di tempo allo stato puro.

Alla ricerca del tempo  perduto
Né la critica del realismo, né la poesia dei nomi propri, né la  stessa intuizione  della memoria sensibile tuttavia già  «abbozzata» nel Contre Sainte-Beuve (dove  la famosa petite madeleine immersa nel tè di Dalla parte di Swann   ha per "antenata"  un' umile tranche di pane tostato) sono sufficienti perché la Ricerca possa infine essere scritta. Manca  ancora  una struttura  e  un punto di vista organizzativo dell’insieme: Proust  non cesserà d'insistere sulla    rigorosa composizione della sua opera, che la crescita impressionante del testo non intaccherà. Dal progetto binario iniziale ai sette libri definitivi, il sistema di risonanze interne, le simmetrie, le connessioni si moltiplicano, ma il soggetto resta fermo: racconto di una vocazione di scrittore che si inscrive nel tempo.   Questo tempo si presenta inizialmente  come il tempo   storico che modifica le situazioni, mischia le classi sociali che si credevano impermeabili, afferma il carattere transitorio di tutto:  la borghese Mme Verdurin diventerà principessa di Guermantes; l'affaire Dreyfus ha mischiato, imbrogliandole, le carte ideologiche (si può essere aristicratici e dreyfusardi, ad esempio), e  la Prima Guerra mondiale ha posto termine per sempre  al  XIX  secolo sopravvissuto fino ad allora.

Il narratore 
Quali che siano le epoche attraversate, sussiste una coscienza  unificatrice: quella del narratore, mediatore sì, ma   non detentore del senso. Egli diviene la coscienza  da dove  emana il senso, ma gli è stato necessario per questo vivere e perdere il suo tempo, imparare, ripetendo le esperienze che si svolgono sullo stesso ritmo ternario: un desiderio di sapere, seguito da una rivelazione dolorosa,  riscattata dal recupero  d'un tempo ritrovato.  Il narratore comprende solo alla fine che deve divantare scrittore, per quanto la sua ricerca sia stata corredata  da tentativi ed  errori  (nel senso di false concezioni  della letteratura, pigrizia, illusioni venute dal mondo e  dagli altri), e per quanto gli sia stato dato di incontrare delle figure iniziatrici benevole. Prima Swann, amico dei genitori del narratore, iniziatore all’arte  resta un esteta    improduttivo, e  ciò che  il narare gli «presta» è  soprattutto    una certa maniera d'amare  e di soffrire. In seguito Bergotte, lungamente modello dello scrittore, che muore nel cuore dell'opera, insoddisfatto di non aver saputo scrivere come aveva saputo dipingere Vermeer, «passando numerosi strati» per ottenere il polito e il brillante unici del «petit pan de mur jaune» della Veduta di Delft. Quando    il romanzo si chiude di nuovo  – si tratta dopotutto di un ciclo –, il narratore  scopre che egli resta di scrivere   la Ricerca .

I personaggi
Lo sviluppo di questa vocazione lungo il corso del tempo (mimato dalla lunghezza reale  del testo che inizia con un avverbio temporale - Longtemps) s’avvale della creazione  d'un mondo: gli stessi personaggi  passano e  ripassano. Si comprende progressivamente quali sono i loro legami (e le loro relazioni amorose), i loro desideri inconfessati. La loro psicologia  non è  fissata una volta per tutte: loro stessi sono colti nel tempo che li trasforma, li degrada o  li trasfigura. Così il testo ne fornisce numerosi clichés, che occorrerà sovrapporre per ottenerne la verità  vibrante di ciascuno. Il passato, senza avvisare, riaffiora  nel presente: le  stesse situazioni  sembrano ripetersi, ma   con   differenze. Così Swann è innamorato di Odette, Charlus di Morel, il narratore     d'Albertine. Uno stesso luogo – il salotto dei Verdurin – li accoglie; uno stesso artista – Vinteuil – li unisce; una stessa figura – quella del declassamento – presiede alle loro relazione  (la donna è sempre  socialmente inferiore, e  Morel, il violinista, è in questo stesso  rapporto con quel gran  signore che è  Charlus). Attraverso i segni vuoti del mondo, dei segni menzogneri dell'amore, solo  il narratore   completerà  la ricerca: abbandonando dandys (Swann) e  gran  signori (Charlus, Robert de Saint-Loup), raggiungerà Bergotte lo scrittore, Vinteuil il compositore, Elstir il pittore, e  scoprirà   che  la materia del suo libro non è che la sua vita, e che non gli resta altro che convertire la  realtà     in bellezza. Egli eternerà l'Essenza, sulla    traccia della quale  era stato già messo un tempo dai Nomi, e alla quale  la reminiscenza, confondendo due istanti, l’aveva ravvicinato. Ma   la reminiscenza procede  anche  per analogia, spiegando la felicità  procurata dalla madeleine, dal ricordo dell’infanzia, e il turbamento di altre sensazioni  col ricordo di Venezia. Per raggiungere l'Essenza occorre scrivere, poiché  solo  lo stile rivela la differenza qualitativa che c’è nella maniera in cui ci appare il mondo e che, se non ci fosse l’arte, resterebbe il segreto di ciascuno.    E se l’arte è reale, l’anima, forse, è immortale..

Il tempo    ritrovato
Apparentemente, il tempo    ha vinto: i tre ultimi volumi di Alla ricerca del tempo  perduto non usciranno che dopo la morte di  Proust, nel 1922. Il tempo, che tramava  nel romanzo la morte del narratore, uccide  lo scrittore nella realtà. Questo tempo, cronologico, è irreversibile. Ma   l'essenziale è altrove: prima di morire, Marcel Proust aveva scritto il Tempo    ritrovato. Egli aveva, tramite la letteratura, abitato un  mondo dove  la durata si ordina e si governa, e scoperto la reversibilità del tempo . Dall'interllacciamento  di questi  due tempi, l'irreversibile       e  il reversibile, è venuto fuori un testo immenso, opera di tutta una vita.

^^^^^^
Combray
Prima parte del romanzo Dalla parte di Swann, primo volume di Alla  ricerca del tempo  perduto   di Marcel Proust (1913-1927).

Nel primo volume di Alla  ricerca del tempo  perduto, Dalla parte di Swann, la prima parte, «Combray», si presenta come un vero microcosmo dell’opera tutta intera. Combray è il nome del villaggio dove, da piccolo, il narratore  passava le  sue vacanze.  Quando  s’apre il testo – con la celebre  frase: «Longtemps, je me suis couché de bonne heure» –, il narratore   è in una    camera e  rammemora quella della sua infanzia a Combray, dove  attendeva   che sua madre    venisse a dargli la buona notte, come se , del  passato, non sussistesse che questa scena. Tuttavia, grazie a una sola  reminiscenza, prodotta dalla   sensazione  d’una  madeleine pucciata nel tè, egli ritrova tutto il suo pas satoa Combray, nella sua   essenza specifica. Si sviluppa allora una cronaca tenera di questo luogo, con i ritratti della serva  Françoise, della nonna, affettuosa   e  peseguitata, della zia    Léonie, che regna sul piccolo mondo della casa della madre, che viene a trascorrere una notte vicino al  figlio   a  leggergli  François le Champi, di George Sand. I luoghi     della  passeggiata (le «côté de chez Swann», paesaggio  di pianura, e  il «côté de Guermantes»,  paesaggio  di fiume) risalgono alla memoria , e  le  mille e  una sensazione  fini   e  dimenticate sono  risuscitate  nella loro freschezza primigenia. L’arte già  serve da punto  di riferimento  e permette  una comprensione   degli altri   e  del mondo, attraverso la   scoperta  della funzione simbolica  .

Jean Santeuil
Romanzo incompiuto di Marcel Proust (1896), pubblicato nel 1952.

Redatto a partire dal  1896, Jean Santeuil restò allo stato di frammento tra le carte di  Proust fino alla sua scoperta in un ripostiglio nel 1951 per mano di Bernard de Fallois. Il manoscritto fu  pubblicato da Gallimard l'anno seguente. Il titolo     fu   dato dall’editore, l'unità dell'opera essendo costituita  dalla   presenza del personaggio  di Jean Santeuil, doppio letterario   di Marcel Proust. Ma   mentre  Alla ricerca del tempo  perduto   è scritto  in prima persona, Jean Santeuil lo è in terza. Dalle prime righe  del romanzo, la comparazione, tuttavia, s'impone: Jean ha sette anni e  sua madre, per coccolarlo, non viene a dargli la buona notte nel suo letto. Malgrado l'amore infinito che ispira sua madre, Jean si distacca da lei crescendo. Al liceo Henri-IV, s’appassiona al suo  professore di  filosofia, M. Beulier. Il suo amico Henri de Réveillon gli spalanca le porte degli ambienti aristocratici.   Si impegna nell'affaire Dreyfus, conosce l'amore  e  la gelosa , diventa   un scrittore celebre.

Romanzo di formazione, Jean Santeuil è un libro largamente  autobiografico, il romanzo  della vita di Proust e  delle sue esperienze. La difficoltà di scegliere tra l'obiettività e la finzione spiegherebbe la sua incompiutezza. Più vicino all'opera della giovinezza che della maturità, dei Piaceri e i Giorni che della Ricerca, Jean Santeuil contiene tuttavia, per quanto in stato di abbozzo, i materiali– lo stile, la sensibilità e  alcuni temi (relatività dell’amore , degradazione  dei sentimenti, reminiscenze,  ricerca della purezza,  superiorità della vita interiore) – che avranno efflorescenza nei lavori che successivi.

Alla ricerca del tempo   perduto
Ciclo romanzesco in sette parti di Marcel Proust (1913 -1927).

«Costruito come una  cattedrale », Alla ricerca del tempo perduto è, per la sua   ricchezza, la sua  complessità e  la sua dimensione, un monumento letterario. L'opera ingloba uno studio romanzesco in sette parti che si estende su 14 anni, e  il suo  titolo     annuncia l'ambizioso programma filosofico  perseguito dall 'autore.
Mischiando  finzione  e  elementi autobiografici, Marcel Proust opera  un  ampio tentativo di restituzione della nozione stessa di tempo in mezzo al romanzo stesso. Questo lavoro fa  seguito a una serie di riflessioni teoriche  sulla letteratura   e  il metodo      critico (pubblicati molto  dopo la morte di Proust sotto il titolo     di Contre Sainte-Beuve , 1954), che segna une evoluzione   importante nella   carriera dello scrittore   .

La  prima parte dell’opera, Dalla parte di Swann (1913), è pubblicata a spese dell’autore da Grasset. Tralasciando l'elaborazione  d’una  trama romanzesca tradizionale, Marcel Proust si pone come osservatore sottile dei salotti Parigini e  delle loro propaggini provinciali attraverso il personaggio centrale di Swann. Il procedimento narrativo scelto è originale, e  si ritrova nelle restanti parti  dell’opera. Contrassegnato  da modernità,   consiste nel mettere in scena  «dall'interno» un narratore   stranamente presente (è Proust  stesso?).   In Dalla parte di Swann, l'autore è preso a far   rivivere la propria infanzia, e il suo metodo introspettivo si manifesta particolarmente nel celebre  episodio della madeleine immersa nel te. Il sapore particolare di questo biscottino anodino esplode  in effetti presso il narratore di associazioni  d'idee e  di sensazioni  che lo reimmergono instantaneamente nel suo passato  .

Un amore  di Swann
Seconda parte   del romanzo Dalla parte di Swann , primo volume di Alla  ricerca del tempo   perduto di Marcel Proust (1913).

«Un amore  di Swann» è la seconda parte – che alcuni editori pubblicano separatamente  – di Dalla parte di Swann . Si inserisce tra  «Combray», dove  il narratore    evoca la propria infanzia , e  «Nome di paese: il nom», fantasticheria sui nomi propri.

Attorno a  Combray si estende una regione tanto familiare quanto misteriosa. C’è il lato Guermantes, una famiglia di vecchia nobiltà e il lato Swann, vicino e amico dei genitori del narratore.  Con un flashback, questa seconda parte narra degli amori contrastati di Swann, grande borghese intellettuale, amatore  d'arte  e  dilettante, e  di Odette de Crécy, una demi-mondaine che «non è   il suo genere» e  che lo tradisce. Questa relazione, di cui una  sonata di Vinteuil gli ricorderà dolorosamente i ricordi felici, non reca  a  Swann che gelosia  e delusione. Tuttavia Swann  sposerà Odette proprio quando non l’amerà più. La loro figlia Gilberte, dopo essere stata sua compagna di giochi, diventerà il    primo amore  del narratore    (cfr. All’ombra  delle  fanciulle  in fiore ).

In un  «Un amore  di Swann», Marcel Proust continua, dopo «Combray», a mettere in scena i  temi (amore, gelosia, desiderio, inquietudine, reminiscenze) e  i  personaggi  che formano  la l'intelaiatura di Alla  Ricerca del tempo  perduto: vi sidiscopre il «nodo» dei Verdurin, con i suoi habitués (Cottard, Biche, Brichot, etc.), la sonate de Vinteuil, et, soprattutto   , il personaggio centrale di Swann, modello dell'esteta    e  della sofferenza amorosa.

La seconda parte, che valse a Marcel Proust il premio Goncourt 1919, fa apparire  il personaggio d'Albertine (All’ombra    fanciulle  in fiore, 1918). Nel Dalla Parte dei Guermantes (1921), il narratore           esplora un altro aspetto della sua infanzia , dominata dalla   vecchia famiglia aristocratica dei Guermantes, fulcro di questa  società   mondana che egli  osserva con ironia. Si dedica in seguito a una descrizione del tema dell'omosessualità (Sodoma e Gomorra, 1922).  La Prigioniera(1923) e Albertine scomparsa (1925) sono dedicati alla messa in scena  del doloroso amore narratore   per Albertine.

Il tempo    ritrovato (1927), ultima parte della Ricerca, riprende i temi maggiori  delle parti   precedenti – lo snobismo, l'amore , l’arte, la memoria, il tempo– e  lumeggia il significato  totale dell’opera: la Ricerca è un romanzo d'apprendistato, la storia    di un individuo dall'infanzia all’età  adulta. Grazie alla magia della memoria, il narratore vi discopre una relazione  con il mondo che transcende la dissoluzione  degli esseri   nel tempo: si distacca in effetti dalla realtà     presente per non interessarsi  che alla realtà     della conscienza. Ma, in definitiva, quasta summa romanzesca rivela la vocazione  dello scrittore  Marcel Proust stesso. L'infanzia, una volta  desacralizzata, non resta che un ultimo rimedio alla disillusione e  alla disperazione: la messa al mondo d’un' opera, che sola permette di raggiungere la verità dell’essere   attraverso     il flusso  del tempo. Attraverso un batter d’occhio (Par un clin d'œil ) che costituisce una prodigiosa mise en abîme retrospettiva (regressione prospettica), Alla ricerca del tempo   perduto finisce nel momento in cui  il narratore    intraprende la redazione del proprio romanzo. Così, malagrado una genesi discreta, intima, quest’ opera di Proust, di cui le ultime parti sono state pubblicate postume, costituisce, per la sua ampiezza, la   concezione  nuova del narrare, una delle tappe principali della letteratura contemporanea.

Pastiches et Mélanges (Scritti vari alla maniera di, miscellanea)
Raccolta di testi in prosa di Marcel Proust (1919).

Insieme originale composto di testi diversi, articoli o  prefazioni, Pastiches et Mélanges fu redatto quando  l'autore era sconosciuto al grande publico. Proust vi fa il saggio dell’ opera futura mentre appronta il proprio stile  di scrittura, saggiandosi con brio sul'imitazione  dei «grandi».

In Pastiches , «L'Affaire Lemoine» narra le   peripezie  d’un’affaire tratta dalla cronaca: Marcel Proust espone con divertimento la maniera in cui un ingegnere, fabbricando dei falsi diamanti, giunge a bidonare il  presidente della più importante   compagnia diamantifera mondiale, la De Beers. Imitando con virtuosità i suoi maestri ispiratori: Balzac, Flaubert, Sainte-Beuve, Régnier, Goncourt e soprattutto    Saint-Simon, l'autore disserta in seguito  sul  tema   della truffa.

In Mélanges, Proust esprime l'ammirazione  che egli  prova per lo scrittore John Ruskin   esaltandone  le   ricchezze    dello stile  gotico («In  memoria   delle chiese assassinate, John Ruskin»). «Giornate  di lettura» manifesta un' opinione differente dell'esteta    inglese quanto  alla sua  concezine    della lettura: Proust dimostra che quest' attività conduce a una   ricerca su se stessi. «La Morte delle cattedrali» mostra  l'autore preoccupato delle degradazioni  del patrimonio artistico dopo la separazione  della Chiesa dallo stato. «Sentimenti  filiali d'un parricida» dà  a Proust l'occasione di studiare    le testimonianza d'un assassino schizofrenico.

I Piaceri e  i Giorni
Novelle  di Marcel Proust (1896).

Il titolo     di questo libro , il primo pubblicato da Marcel Proust, evoca Le Opere e i giorni di Esiodo. Ma, come ha fatto notare  Anatole France nella sua prefazione, che dà il tono dell'opera: « È più melanconico dire ai nostri mondani e  alle nostre mondane i Piaceri   e i Giorni ». È vero che, messo sotto il segno della nevrosi, dell’arte, del ricordo, della morte, I    Piaceri   e i Giorni   testimonia d’una certa estetica letteraria, il simbolismo, con le sue piacevolezze : sorrisi estenuati, deliziose oziosaggini, impressioni lievi, drammi  d’amore, piaceri del rimpianto, simulacri di vita.
La diversità delle forme scelte – questi  testi furono per la maggior parte pubblicati in riviste  – fanno pensare ad esercizi di stile: abbozzi, confessioni fittizie, poesie  (« Ritratti di pittori e di musicisti »), poemi  in prosa alla maniera  di Baudelaire, fino a un seguito di  Bouvard et Pécuchet. Quanto alle novelle, esse abbordano  già  i grandi temi proustiani: meditazione  sulla    memoria   e reminiscenze, vanità   del mondo, pene dell’arte, satira sociale, potenza dell’amore  (« Melanconica villeggiatura di Madame de Breyves », «Confessione d’una  fanciulla ») o  affinamento dell’amore -sofferenza (« Violante o   la mondanità », « Una cena in città »), perdita dell'innocenza infantile, inaridimento  del cuore umano, clima  crepuscolare, suicidio (« la Morte di Baldassare Silvando, visconte di Sylvanie », « La fine della gelosia»). L'autobiografia  affiora, ma   in   maniera trasposta.

Malgrado il loro aspetto frammentario, incompiuto rispetto all’opera a venire,  e  malgrado l’accademismo, l’imperfezione della forma e le loro grazie fuori uso, queste novelle sono altrettante chiavi  che aprono le porte dell'universo  Proust.



© lafrusta. Tutti i diritti riservati.Traduzione adattata di materiale rinvenuto in Rete. Riproduzione vietata.
Vietato il deep link. Copia registrata in "corso particolare". Autorizzato l'uso solo per scopi didattici o di studio personali.
pagina a cura di Alfio Squillaci



"A confronto con l'opera di Proust, quasi tutti i romanzi che si conoscono sembrano dei semplici racconti. Alla ricerca del tempo perduto è una cronaca ricavata dal ricordo: nella quale la successione empirica del tempo è sostituita dal misterioso e spesso trascurato collegarsi degli avvenimenti, che il biografo dell'anima, guardando all'indietro e dentro di sé, sente come l'unica cosa vera. Gli avvenimenti passati non hanno più potere su di lui, ed egli non finge mai che quanto da tempo è accaduto non sia ancora accaduto, e che non sia ancora deciso quanto da tempo è deciso. Perciò non c'è tensione, non c'è acme drammatico, non c'è assalto e scontro, ne susseguente soluzione e pacificazione. La cronaca della vita inferiore scorre con armonia epica, poiché è soltanto ricordo e introspezione. E la vera epica dell'anima, la verità stessa, che qui irretisce il lettore in un dolce, lungo sogno in cui egli soffre molto, ma soffrendo gode anche la libertà e la pace; è il vero pathos del decorso delle cose terrene, quel pathos che sempre scorre, che mai si esaurisce, che costantemente ci opprime e costantemente ci sostiene." (Erich Auerbach)

Marcel Proust    (Parigi, 1871 - id., 1922).  Romanziere francese




<<<Ritorno all'Indice Profili
Cerca in questo Sito o nel web Servizio fornito da FreeFind

La Frusta! Cerca nel Web
L'incontro Joyce - Proust

Tomàs Eloy Martinez da InternazionaleNov. 2006


La prima persona che mi ha raccontato dell'unico e mitologico incontro tra Marcel Proust e James Joyce è stata Nélida Gardell, la mia professoressa di francese alla Escuela de letras dell'università di Tucumàn. Nélida ci descrisse il dialogo tra i due più grandi scrittori del Novecento come un susseguirsi di gesti goffi e sprezzanti, il volo di due uccelli maestosi condannati a non capirsi.

Secondo la sua versione, erano stati entrambi invitati a una cena all'hotel Ritz di place Vendôme, a Parigi, dal barone Edmond de Rothschild, disposto a pagare una fortuna pur di sentire i due geni esibirsi nelle loro acrobazie verbali.
"E cosa si dissero?", chiedemmo tutti allora. La professoressa Gardell rispose in tono enigmatico: "Proust chiese a Joyce se gli piacevano i tartufi che gli erano stati serviti. Joyce rispose seccamente di no".

  Questa scena patetica della letteratura universale mi ha perseguitato per anni come un fantasma tenace e, per quanto l'abbia cercata nelle eccellenti e numerose biografie dei due scrittori, le versioni di quell'episodio mi sono sembrate sempre insoddisfacenti.

Jean-Yves Tadié, che nel 1996 ha pubblicato una monumentale biografia di Proust, forse la migliore in circolazione, liquida l'incontro in meno di una pagina, sottolineando il fatto che i due geni non simpatizzarono. Quando Proust offrì a Joyce di accompagnarlo con un taxi fu ringraziato con un paio di gesti molto scortesi: Joyce si mise a fumare senza alcun ritegno e aprì completamente il finestrino, pur sapendo che il suo collega asmatico non tollerava né il fumo né le correnti d'aria.

Richard Ellman, il grande biografo di Joyce, dà maggiori dettagli. Registra almeno quattro versioni del dialogo tra i due scrittori, compresa quella dei tartufi, e racconta che in seguito Joyce si pentì di aver sprecato quell'opportunità: "Mi sarebbe piaciuto incontrare Proust altrove, da soli, per poter parlare con calma. Anche se non saprei dire di cosa".

Mi ero rassegnato a non scoprire più nulla sull'argomento fino a quando, poche settimane fa, ho letto un bellissimo libro di 360 pagine che racconta la storia nei minimi particolari. S'intitola Proust at the Majestic (Proust all'hotel Majestic) ed è stato scritto dall'inglese Richard Davenport-Hines, autore tra le altre cose di una storia molto documentata dei narcotici e di una biografia del poeta W.H. Auden.

All'inizio del secolo scorso l'hotel Majestic di Parigi non era come adesso. Quando Proust e Joyce si conobbero, poco dopo la mezzanotte del 18 maggio del 1922, era un posto alla moda. Le sue sale sontuose erano frequentate da tutte le persone importanti che vivevano in città o erano di passaggio. Ognuna delle 450 camere dava sull'avenue Kléber, vicino all'Arco di trionfo. Tutte avevano il loro bagno, un lusso davvero eccentrico per quei tempi, soprattutto a Parigi.

Contrariamente a quanto credeva la professoressa Gardell, quindi, l'incontro non avvenne al Ritz e non fu merito del barone de Rothschild, ma di Violet e Sydney Schiff. Lei era poco più di una ruffiana, lui uno scrittore giustamente dimenticato dalla storia, con un'irrefrenabile passione per il pettegolezzo. Due perfetti personaggi proustiani. Diedero una cena per festeggiare la prima di Renard, il balletto comico di Igor Stravinskij che quella stessa sera i Ballets Russes di Sergej Djagilev avevano messo in scena all'Opéra di Parigi.

Ma a quella famosa serata al Majestic non presero parte solo Stravinskij e Djagilev; c'erano anche il direttore d'orchestra Ernest Ansermet e Pablo Picasso, che si presentò con una fascia rossa intorno alla testa. Mancava solo Victoria Ocampo per completare il quadro. Ma lo scopo principale degli Schiff, come ammisero in seguito, era far incontrare Proust e Joyce nella stessa gabbia dorata per vedere cosa sarebbe successo e poi raccontarlo ai quattro venti.

Ma la serata fu così insignificante che non servì neanche da argomento di conversazione nei salotti di quella settimana. Ecco perché la storia è circolata come un mito fino a quando Davenport-Hines l'ha restituita alla realtà. Non si sa cosa mangiarono, probabilmente le portate tipiche di una cena al Majestic: antipasto di caviale, fagiano e asparagi, e gelato ai frutti tropicali. Si sa per certo che Djagilev, Stravinskij e Ansermet, affaticati dallo stress di quella lunga giornata, se ne andarono poco dopo la mezzanotte.

Picasso rimase a bere fino a crollare sul tavolo. Joyce beveva in silenzio il suo champagne e ruttava rumorosamente. Al suo arrivo si era scusato di non essere vestito secondo l'etichetta. "Non ho soldi per queste sciocchezze", aveva spiegato. L'unico argomento di conversazione che gli interessava era il suo romanzo Ulisse, pubblicato tre mesi prima e ormai sulla bocca di tutti, soprattutto di quelli che lo leggevano senza capirlo.

I camerieri cominciarono a sparecchiare all'una di notte. Joyce - racconta il critico Clive Bell, che sentì la storia da Sydney Schiff - restò seduto, senza dire niente, con una mano sul mento e l'altra occupata da una coppa di champagne. Alle due di mattina era completamente ubriaco e di tanto in tanto sbuffava rumorosamente.

Quindici o venti minuti più tardi, gli Schiff videro entrare un ometto furtivo avvolto da una pelliccia, che si muoveva, secondo Clive Bell, come un topo. Da lontano sembrava viscido e appiccicoso. Era l'autore di Alla ricerca del tempo perduto. Aveva già finito di scrivere il suo grande romanzo, ma stava ancora correggendo e aggiungendo frasi. Allora era molto più famoso di Joyce, e le sue lunghe frasi incatenate da una musica inimitabile erano ripetute nei salotti con devozione religiosa.

Anche se Joyce non ebbe l'impressione che il suo collega fosse un uomo malato (anzi, disse: "Si lamenta, ma è più sano di me"), le droghe che Proust si iniettava o beveva con una frequenza assassina lo stavano uccidendo. Esattamente sei mesi dopo l'incontro al Majestic, una setticemia fulminante lo avrebbe stroncato. Nonostante lo scetticismo di Joyce, Proust stava già lottando contro la morte.

Davenport-Hines racconta che i due erano seduti uno accanto all'altro. Ci sono sei versioni della loro conversazione, tra cui quella dei tartufi, tutte accomunate dall'incomprensione. Anni dopo, Joyce raccontò che l'unica parola memorabile di quell'incontro fu un monosillabo: no. "Proust mi chiese se conoscevo un certo duca. Gli risposi: `No'. Madame Schiff volle sapere se Proust aveva letto un capitolo dell'Ulisse. Lui rispose: `No'. La situazione era insopportabile".

In seguito, nei suoi anni di gloria, Joyce avrebbe ripagato l'indifferenza di Proust verso la sua opera con un velenoso sarcasmo. Sul suo diario c'è un appunto significativo: "Quando i lettori arrivano alla fine delle sue frasi, Proust sta ancora scrivendo".

Poi in una lettera alla sua editrice Sylvia Beach, proprietaria della famosa libreria Shakespeare & Co, racconta con un gioco di parole difficile da tradurre: "Ho appena letto A la recherche des ombrelles perdues da alcune Jeunes filles en feurs du coté de chez Swann con Gomorhée et Cie, scritto da Marcella Proyst e James Joust". I due grandi uomini non si videro più. Erano uccelli dal piumaggio così diverso che potevano solo ferirsi a vicenda.

Tomàs Eloy Martinez da “Internazionale” Nov. 2006

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
 

















Divagando fra i vari tipi di rifrazione dell'io narrante nei personaggi, Alberto Arbasino  scrive in Certi romanzi:

La differenza di strategia tra Flaubert e Joyce qui sembra dunque il 'dato' che Bouvard e Pécuchet sono collocati vis-à-vis ed esercitano il dialogo sotto forma di ping-pong enciclopedico, mentre Bloom e Dedalus non frequentandosi molto coltivano soprattutto il monologo interiore. Il caso  di Proust pare più sfumato: perché non si 'decompone' sistematicamente in due o più personaggi, lo fa di volta in volta. Ma essendo voyeur pare che tenda a 'sdoppiarsi' in un  'altro da sé' specialmente ogni volta che il suo sguardo gli fa da tramite con un 'altro da sé' che possa rappresentare (alla Ernest Jones) un aspetto parziale di se stesso. Questa 'proiezione' operata per mezzo dell'organo della vista mi pare molto più intensa delle auto-identificazioni solo apparentemente onanistiche che il protagonista della Recherche possa concedersi fantasticando nel corso di una réverie.
« La sola arma che io possa temere è lo sguardo dei vicini che hanno tutt'altro da fare che non guardare nel cortile» (Sodome et Gomorrhe). Ma il suo voyeurismo non ha nulla in comune con le operazioni 'obiettive' della École du Regard. Ricorda semmai qualche film onirico di Cocteau dove un personaggio applicando l'occhio a un buco di serratura, vede se stesso dall'altra parte impegnato in attività probabilmente erotiche. Oppure il Vampiro di Dreyer dove il protagonista assiste al proprio funerale, e fissa sbalordito il proprio cadavere dentro la bara.
Come esempio non saprei citare caso più illustre di quel primo incontro fra Charlus e Jupien nel cortile di Mme de Villeparisis, dove la parola-chiave dell'intero episodio non per nulla è regard: «... regardait avec une attention extraordinaire... s'il avait pu se savoir regardé... regard attentif... regards habituellement dirigés... la beauté des regards ... » Tutti sguardi, beninteso, isolati e caricati di significato formale e strutturalmente esaltati a 'sistema di relazioni', in quanto scrutati a loro volta da un terzo paio d'occhi, ben nascosto, invisibile: «je ne serais vu de personne». Sguardo puro, cioè, come quello di Flaubert che scruta Emma Bovary nell'atto di guardare il marito e il piatto in cui le pareva di scorgere « toute l'amertume de l'existence». Soltanto, l'elemento di auto-identificazione è incomparabilmente più forte in Proust che nell'autore di «Madame Bovary c'est moi». Basta confrontare la funzione delle rispettive finestre: Emma s'affaccia dall'interno per trovare «un essor vers tour les horizons », o veder cadere la pioggia, passare il commesso del notalo, sentir suonare l'Angelus, provare la tentazione del suicidio. Tutto sul distacco, cioè, sulla lontananza; mentre la 'costante' di Proust rimane la spinta appassionata di un outsider che tende a proiettarsi sulla scena che si sta svolgendo davanti ai suoi occhi, con la stessa ansia di ricongiungimento del bambino che spia dalla finestra o dal pianerottolo la madre che accompagna Swann al cancello o sale le scale per coricarsi. Questo spiare dall'esterno (per identificarsi o ricongiungersi) da parte di un personaggio ridotto a un occhio e a una coscienza è molto tipico « auprès de Montjouvain» dietro la finestra di Mlle Vinteuil, e ancora più evidente dietro l'« œil-de-becuf latéral» della camera 14bis nell'albergo-casino di Jupien: episodio che mi ha sempre dato l'impressione fortissima che il protagonista veda dall'altra parte non Charlus ma se stesso (vampiro, e morto), come in Dreyer.

Secondo una supposizione di Jean Rousset, ancora, non si arriva a nulla se si perquisisce la Recherche per trovare a ogni costo un double del personaggio che dice je. Si capisce, si sarà molto tentati di ravvisarlo in Swann, padre spirituale e fratello maggiore e sostituto di Ruskin presso l'autore come father-figure (lo inizia all'arte, lo presenta a Bergotte, lo erudisce sulla pittura italiana cara a Ruskin... )
Però la vera «decomposizione» nel senso di Jones può balzare clamorosa agli occhi se soltanto la si considera non nello spazio ma nel tempo – come è fin troppo giusto, nella Recherche! – tra le figure di Swann e di Charlus. Ecco i due veri doubles! Si somigliano, però sono diversi, nell'economia del romanzo svolgono la stessa funzione; l'uno appare quando l'altro si allontana... Amano e soffrono in maniera analoga: artisti mancati che si esprimono al di fuori dell'arte, «plasmando creature umane»... Uomini di mondo, dilettanti: « Che peccato che M. de Charlus non sia romanziere né poeta! » esclama Proust. E Rousset aggiunge: « Non ha mai scritto i suoi libri, proprio come Swann non ha mai finito il suo studio su Vermeer». Ma i doubles si raddoppiano, a loro volta, considerando che Swann e Charlus sono i pendants – ma in negativo – dei grandi creatori, Elstir e Vinteuil. Inoltre «Morel è una Odette che ha cambiato sesso: la loro nullità, la loro volgarità, la loro bassezza coesistono talora con un'arte che ciascuno di loro esercita da virtuoso, la toilette e il violino; tutt'e due trovano la loro origine in uno stesso luogo, l'appartamento dell'oncle Adolphe; e l'atteggiamento dei loro amanti nei loro riguardi è stranamente simile. Si possono seguire fin nei particolari i parallelismi delle relazioni fra Swann e Odette e fra Charlus e Morel. Inoltre, Swann e Charlus si declassano nella stessa maniera: venendo dall'ambiente dei Guermantes, si introducono nel clan Verdurin per trovarvi l'oggetto amato, e ne saranno cacciati in maniere analoghe; basta ricordare le due drammatiche serate quando gli stessi Verdurin separano brutalmente gli amanti che essi stessi hanno riunito all'inizio, e respingono ogni volta l'innamorato solo e disperato...» (De Swann à Charlus).
... Eppure, fino a che punto – potrebbe domandarsi qui un formalista psicocritico – questo parallelismo o iterazione di schemi 'si deve' a un sapiente calcolo grafico nella disposizione del 'plot', oppure invece a un disegno costante e profondo un pochino 'al di sotto' delle soglie dell'Inconscio proustiano, a una sua occulta coazione a ripetere? Si potrebbe qui «tirar dentro per i capelli» – «per una importanza documentaria dei testi giovanili agli effetti non solo di un recupero dell'attività inconscia, ma di un discorso sui segnali di predestinazione alla comunicazione pratica», direbbe Maria Corti – qualche 'precedente' tratto ovviamente dal Jean Santeuil. Per esempio: « Il est bien rare que les gens de lettres soient aussi naïvement snobs, aussi délibérément struggleforlifers que le monde les croit ou que le roman les peint, et que se montre par exemple, dans un ouvrage immortel, le poète Lucien de Rubempré», spiega Proust dalla zona che Gadda chiamerebbe «logica, platonica, alta». Ma poi, per offrire un esempio pratico delle scaltrezze strategiche del giovane Rastignac che muore dalla voglia di andare chez Mme de Nucingen, eccolo che dice a Mme de Beauséant non già « Gráce à vous je vais aller chez Mme de Nucingen », bensì « Croyez-vous vraiment qu’il faut que j'aille chez Mme de Nucingen? quel ennui! » – e questo rivela un'inopinata sconcertante ingenuità sia nel giovane letterato sia nell'autore medesimo del Santeuil, giacché non occorre una iena mondana per riconoscere in «quel ennui! » una tipica sindrome della Volpe e l'Uva. Basta che Mme de Beauséant non sia nata proprio ieri, perché punisca prontamente lo snob naïf, e per di più maleducato, con la classica repartie: « mai fare una cosa noiosa se non si è obbligati! si rimarrà qui a casa a chiacchierare fra noi! »...
Le considerazioni di Rousset a proposito della funzione del personaggio à double face Swann-Charlus come uno degli «assi continui dell'opera» potrebbero anche rammentare quelle sviluppate da molti critici di Joyce sui rispettivi 'ruoli' più o meno speculari o simmetrici di Leopold Bloom e Stephen Dedalus. Ma all'inizio del Temps retrouvé il doppio personaggio scompare, Charlus scivola nell'ombra, e per Rousset questo è il momento in cui l'eroe trova la propria verità, può passare dal piano della vita a quello della creazione. « Questo è dunque il momento in cui elimina definitivamente lo Swann-Charlus che viveva in lui e minacciava di sterilizzarlo. Ormai il romanzo non ha più bisogno di questa incarnazione di una tentazione estetica che si trova superata». E qui si arriva al dilemma fondamentale che ostinatamente si pone la Recherche e si ripercuote nelle nostre care esistenze: «È possibile uscire dal piano dell'esistenza per accedere a quello della creazione? » Se poi alla domanda di Proust – «chi ha ragione, finalmente, fra Vinteuil-Elstir e Swann-Charlus? » – noi sostituiamo adesso i nostri correlativi obbiettivi- soggettivi («ha ragione Gadda, o ha ragione Visconti? »), si riscontra un diverso modo di formulare i dubbi personali di Lévi-Strauss e insieme un'applicabilità generale delle conclusioni di Rousset: «È fra questi due gruppi che passa la linea che divide i personaggi in eletti e respinti, in creatori e non-creatori. E fra di loro erra il protagonista, attirato dagli uni e poi dagli altri, costretto a fare una scelta e incapace di risolversi da sé, fino al giorno in cui le reminiscenze infine comprese operano in lui la salvezza e lo obbligano alla scelta».

Alberto Arbasino,  Certi romanzi, Einaudi, Torino 1976, pp. 106-110

°°°°°°°°°°°


Alla ricerca del tempo perduto: Piano dell'opera  (così come è stato composto dagli editori)

















Esempio 1
Esempio 1
dal 12 feb 2011
Marcel Proust  in Rete

<<<Passeggiate letterarie a Parigi sulle tracce di Proust. Dal sito "terresdecrivains.com"




Loading
Alla ricerca del tempo perduto appare come una delle espressioni   più  compiute del romanzo occidentale, e il suo autore come una sorta d'archetipo dello scrittore: inizialmente giovane mondano dilettante, Proust si ritira nell'ombra e nel silenzio della sua camera   per
La contessa di Greffulhe
Boldini, Robert de Montesquiou
La Frusta Letteraria - Rivista di critica culturale on line
Marcel Proust