Il mondo di  Rabelais

A uscir dalle generalizzazioni e ad affrontare il secolo in una delle sue espressioni più alte e significative — il Gargantua e il Pantagruel — si può subito scorgere concretamente, come ingrossato da una lente gigantesca, uno degli aspetti del Rinascimento letterario francese.
Chi pensa al Rinascimento italiano, ai suoi grandi pittori e poeti, al suo senso dell'ordine e all'armonia e alla serena conquista dello spazio entro una superiore umana misura, si disilluda. E lo stesso avvertimento si rivolga a chi è abituato, attraverso i manuali, a considerate, tra le opinioni « chic » o « reçues », che la letteratura francese è una letteratura dalle idee chiare e distinte, ordinata nel rispetto delle regole, nel valore del limite, nella nitidezza dell'espressione. Rispetto al passato (la tradizione classica) e rispetto all'avvenire (il classicismo del XVII secolo, quale si sostanzierà nell'opera di grandi scrittori e si codificherà in Boileau), Rabelais è un « monstrum ») uno smisurato « enfant terrible » difficilmente localizzabile e assimilabile, un'enorme « eccezione ». Nella nostra arte e letteratura, anche cinquecentesca, le « eccezioni » sono di solito figure minori, pur se di molto interesse. Qui l'  « eccezione » e affidata a uno dei più grandi scrittori francesi, che è anche, per tante ragioni un prodigioso isolato. « Familles d'esprit » disposte ad accettarlo, credo non se ne troveranno  mai: egli non può convivere né con i freddi umanisti, ne con gli scrittori autenticamente popolari. E questa posizione di « outsider » grava sulla sua straordinaria fortuna di scrittore.
Si può infatti tranquillamente affermare che la letteratura francese, nel suo svolgimento, mostra che di Rabelais poteva fare benissimo a meno. Rabelais fu agitato come una bandiera in momenti d'emergenza piegandolo ad affermare ciò che egli non aveva mai detto, Voltaire, che lo detestava, lo esaltò come uno dei suoi, uno dei più rumorosi campioni della battaglia sferrata al clericalismo, perché c'era della violenza sotto il riso, una protesta che quella grassa materia non riusciva a soffocare del tutto. Ma quanto a vederli insieme, il monaco di Chinon e il raffinato patriarca di Ferney, questo è un altro discorso. Hugo, attratto dal mistero delle cose, dai contrasti di luce e d'ombra e dal grottesco, vi vide un po' di quel suo « magismo »: in una letteratura dominata dalla « clarté », Rabelais era un punto oscuro, cui in epoca romantica conveniva rifarsi. Ma la posizione di Hugo fu una posizione del tutto personale, e l'arcano di Rabelais forse non si rivelò (e non sappiamo neanche sotto quale forma) che a lui solo.
Rabelais, secondo le contingenze, venne portato tra gli uni e tra gli altri (« lucianisti », libertini, protestanti) o allontanato dagli uni e dagli altri, protestanti, cattolici e dagli stessi amici monaci.
Altri preferivano fermarsi alla superficie, sul tessuto denso e sanguigno della sua prosa, e Rabelais offri il pretesto a più o meno pesanti divertimenti lessicali: giuochi di letterati, scommesse di uomini del mestiere, le cui produzioni, ricalcate su quelle del grande cinquecentista, hanno lo stesso valore che un « falso » — pur composto con mano sapiente — ha nella formazione stilistica di un artista, un « tour de force » che non lascia tracce e conseguenze. Esempio eccellente: i Contes drolatiques di Balzac. Insomma alla « dubbia » fortuna di Rabelais in Italia (secondo l'espressione di Ferdinando Neri) non ne corrisponde affatto in Francia una limpida e sicura. Ha avuto molte edizioni e critici curiosi, lettori interessati e polemici. Ma soltanto in rari casi scrittori che assimilarono la sostanza di quei testi. La sua più inoppugnabile fortuna fu tutta erudita: e neanche tanto remota, perché non va più indietro dell'inizio del secolo. Per gli eruditi, Rabelais è davvero un pozzo senza fondo, miniera ricchissima e non del tutto sondabile, che promette viaggi sotterranei e trascorsi pressoché infiniti, con sempre nuove scoperte; boscaglia folta di piante inedite e rare, dove ci si e divertiti a far trapianti e a tentare innesti difficili che non si sa come abbiano attecchito. E all'erudito, allo scienziato Rabelais che si divertì a chiosare se stesso lì dove la sua prosa diveniva eccessivamente oscura (vedi la « Briefve declaration » al suo Quart livre) credo che questa compagnia non dovrebbe dispiacere.
Anche il tentativo di far uscire Rabelais dalla sua solitudine entro il suo stesso secolo, e di disporgli intorno una classe di scrittori che permettesse al grande letterato una situazione di maggior agio e dimestichezza, non ha buone ragioni per sussistere. Alcuni l'hanno « pastiché » allegramente. L'apparizione di alcuni piccoli Rabelais e spettacolo pietoso e anche un po' stucchevole. Non è possibile riportare sui toni medi dell’imitazione un genio vissuto sempre nei territori accidentati delle invenzioni e delle esplosioni verbali. E non fanno quadro con la sua arte e con i suoi personaggi le opere satiriche e comiche, in francese, o in latino, di cui è ricco il Cinquecento, dagli ultimi Mimes di Jean-Antoine de Baïf alle Neapolitaines (commedia tratta dal Piccolomini) di Francois d'Amboise , ai « pamphlets » antipapisti di Marnix de Sainte-Aldegonde, alle Satires di Vauquelin de la Fresnaye  e di Mathurin Regnier.

Questo che abbiamo percorso velocemente è come il cammino indiretto, a ritroso, per raggiungere oltre lo stesso Rabelais le fonti che lo hanno preparato. Ed anche qui grande divertimento degli eruditi, caccia ricchissima in zone larghe e varie; dalla letteratura greca alla romana, dalla letteratura italiana alla francese. Rabelais era autore che non dissimulava la sua cultura: onde la relativa fatica di rintracciare quei testi per riportarli all'opera cui vennero tolti: ed è Plutarco, Plinio, Platone, Luciano, Cornelio Agrippa, Ravisius Textor (dalla cui Officina egli ricavò l'elenco dei nomi dei giganti greco-romani nei Pantagruel), Celio Rodigino, e Budé ed Erasmo: rottami che ricoprono fittamente la superficie di un mare quasi sterminato. Più difficile e interessante ritrovare quel che provocò 1'intimo formarsi di una immaginazione tanto singolare: e si pensi al Morgante del Pulci e al Baldus del Folengo, ai giganti delle epopee burlesche italiane (e, pur se studi recenti hanno cercato al solito di cancellare un dato ch'era divenuto ormai tradizionale, è indubbio che qualcosa del Margutte di Pulci e del Cingar di Folengo sia passato nei Panurge di Ra¬belais). Sotto forme di spropositate dimensioni il nostro Rinascimento attraversò la fantasia del francese. Ma non per questo Rabelais, creando il suo Pantagruel ed il suo Gargantua, ruppe ogni continuità con la letteratura del suo paese, antica e recente.
Crediamo che ristabilire questa continuità sia gia avvicinarsi con mezzi più discreti al mondo di Rabelais; e limitiamo convenientemente il campo d'indagine, è noto che, quando Rabelais cominciò a scrivere il suo Pantagruel (che fu la prima opera da lui composta, mentre nella successione dei vari libri essa figurò come la seconda) esisteva gia una leggenda gurgantuesca, una leggenda popolare affidata a vari racconti. La leggenda è anteriore alle Grandes et inestimable Cronicques du grant et enorme geant Gargantua contenant sa genealogie, la grandeur et force de son  corps, aussi les  merveilleux faictz d'armes qu'il fist pour le Roy Artus.  Queste cronache uscirono nei 1532, nello stesso anno in cui Rabelais, alcuni mesi dopo,  pubblico  il Pantagruel.  II  grande  spirito  medievale che aveva dato le « chansons de geste » e i romanzi bretoni si era ridotto a rappresentare personaggi di dimensioni mostruose, eroi da marionette, che divertivano il popolo alle fiere; quasi che, perduto l'intimo e fantastico valore di quel mondo eroico, non se ne potesse vedere ormai che le immagini buffamente ingrandite. Merlino, consigliere di re Artù di Bretagna, dalle ossa di una balena crea Grandgousier e Gargamelle , padre e madre di Gargantua; la loro giumenta col suo muovere della coda abbatte gli alberi della foresta della Champagne; Gargantua si porta via le campane della chiesa di Notre-Dame: episodi questi due ultimi ripresi da Rabelais e che hanno date credito in più riprese all'idea che fosse proprio lui l'autore di quelle Grandes cronicques) ipotesi che per varie ragioni è da scartare,
Che l'erudito, l'universitario, l'umanista, lo scienziato Rabelais, l'uomo dall'eccezionale dottrina, infarcito di classicismo, e che corrispondeva con Erasmo e con Guillaume Budé, e che aveva come amici a Lione, centro di raffinata cultura, i più illustri poeti, abbia pensato di mettere le mani su quell’insieme di avventure ridanciane, sembra per noi oggi una inspiegabile stranezza. Ma di queste grandi stranezze è ricca la storia letteraria. I poeti del Cinquecento amavano per loro fortuna le « corbellerie» di cui parlava il cardinale Ippolito all’Ariosto. Ed anche l'esser stato egli spinto solo per denaro, e aver voluto col Pantagruel, figlio di Gargantua (nome di un diavoletto che gettava sale nella bocca degli ebri nei misteri del teatro medievale), perpetuare il successo di un libro di cui s'erano venduti più esemplari - com'egli dice - « en deux moys qu'il ne sera acheté de Bibles en neuf ans » è una dichiarazione che non spiega nulla. L'esempio italiano di un Pulci, di un Folengo, dove forse deciderlo a battere una strada che si rivelò poi tutta diversa.
Egli entrò in quel mondo di smisurati personaggi di legno con tutto il pesante bagaglio delle sue cognizioni: il suo greco, il suo latino, la sua scienza di medico, di naturalista, il suo sviscerato amore per i vocaboli. L'avventura pantagruelesca non fu un diversivo, una vacanza di uno spirito altrimenti impegnato. Fu un matrimonio che durò poi tutta la vita, una simbiosi grottesca, una combinazione assurda di elementi distanti, lo scontro di due entità opposte, che non potevano non provocare scintille di elettrico buonumore, e un riso tipico, grasso, ma non di rado forsennato. Ancor prima di una comicità di situazioni, si deve parlare di una comicità costruttiva, sostanziale, che serpeggia, come qualcosa di immanente, nel tessuto stesso di cui è formata 1'opera di Rabelais: aver fatto combaciare due tradizioni per ricavarne effetti di un paradossale stridore. La tradizione della comicità medievale, dei « fabliaux », delle farse (si pensi a tutte le volte che Rabelais cita Maistre Pathelin) ingrossata e deformata oltre i confini del verosimile, e la tradizione solenne dell'antichità classica, quell’eterna scuola di sapienza e di serena saggezza, ma anch'essa resa più grave dall’amore libresco di tutto conoscere, dalle ansie dell'enciclopedismo, dall'adorazione della parola, dal gusto fanatico della lingua; ed in tutti e due gli elementi qualcosa di irruente e di rivoluzionario.
Fu la grande forza di Rabelais aver dato vita e linfa a questo « pastiche ». Folengo aveva usato il latino, degradandolo nel lessico e nella sintassi per gonfiare di modi, e di gesti aulici una materia popolaresca. Rabelais usa il francese, e segue la strada opposta; non si azzarda neanche a tentare il verso, come avevano fatto in Italia il Bojardo, il Pulci, il Folengo. Usa la prosa, e gia questa è garanzia sufficiente perché egli non si metta nella detestata scia dei poemi eroicomici e burleschi che hanno infestato la letteratura di ogni paese. Usa la prosa che gli permette di « scatenarsi » a suo piacere, e gli consente manipolazioni, aggiunte, code infinite di aggettivi, e cento parole per dire una cosa sola. La « concinnitas » dei classici, la misura, la litote e la sintesi vengono ad ogni momento capovolte per il processo inverso:   l’analisi, la frantumazione, la dispersione. È la gioia di avere in mano uno strumento di ricchissimo impiego; è la gioia di aver superato secoli di indigenza verbale; è provare che il vocabolario è assai più ricco della realtà che si ha dinanzi, e non vi sono freni ad arginare una cosi ingenua e dottissima gioia.
Davvero le parole vivono come per proprio conto in Rabe¬lais, hanno una vita autonoma, vagano fitte nel suo cielo. Ed anche se Plutarco non ne avesse parlato, e Castiglione non avesse ripreso 1'episodio, diremmo che Rabelais 1'avrebbe inventato lo stesso, il mito delle parole gelate, che occupano due splendidi capitoli del Quart livre. Nella forma in cui ci è stato consegnato esso è suo ormai, e Plutarco e Castiglione non hanno nulla a che fare. Mito delle parole uscite dalla bocca dei combattenti nel furore di una battaglia e che il freddo ha sospeso e gelato nell'aria, e che poi lentamente si sciolgono al tepore della primavera.

En pleine mer nous banquetanss gringnotans, divisans et fai-sans beaulx et cours discours, Pantagruel se leva et tint en pieds pour discouvrir à l’environ. Puys nous dist: « Compaignons, oyex vous rien? Me semble que je oy quelques gens parlans en 1'air, je n'y voy toutesfoys personne. Escoutez ». A son commandement nous feusmes attentifz, et à pleines aureilles humions l’air, comme belles huytres en escalle, pour entendre si voix ou son aulcun y seroit espart: et, pour rien n'en perdre, a Texemple de Antonin l’Empereur, aulcuns oppousions nos mains en paulme darriere les aureilles. Ce neanmoins protestions voix quelconques n'entendre, Pantagruel continuoit affermant ouyr voix diverses en 1'air, tant de homes comme de femmes, quand nous feut advis, ou que nous les oyons pareillement, ou que les aureilles nous cornoient. Plus perseverions escoutans, plus discernions les voix, jusques à enten¬dre motz entiers. Ce que nous effraya grandement, et non sans cause, personne ne voyans et entendens voix et sons tant divers, d'homes, de femmes, d'enfans, de chevaulx:   si bien che Panurge s'escria:  « Ventre bleu, est ce mocque? nous sommes perdus! Fuyons! II y a embusche autour. Frere Jan, es tu là, mon amy? Tiens toy près de moy, je te supply. As tu ton bragmart? Advise qu'il ne tienne au fourreau. Tu ne le desrouille poinct a demy. Nous sommes  perduz!  Escoutez:   ce sont, par Dieu!   coups  de canon. Fuyons, je ne diz de piedz et de mains, comme disoit Brutus en la bataille Pharsalicque; je diz a voiles et a rames, Fuyons! Je n'ay poinct de couraige sus mer. En cave et ailleurs j’en ay tant et plus. Fuyons! Saulvons nousl Je ne le diz pour paour que je aye, car je ne crains rien fots les dangiers.

Le pillot feist responce: « Seigneur, de rien ne vous effrayez. Icy est le confin de la mer glaciale, sus laquelle feut, au commencement de l’hyver dernier passé, grosse et felonne bataille, entre les Arismapiens et les Nephelibates. Lors gelerent en l’air les parolles et les crys des hommes et femmes, les chaplis des masses, les hurtys des harnoys, des bardes, les hannissemens des chevaulx, et tout aultre effroy de combat, A ceste heure la rigueur de l'hyver passée, advenente la serenité et temperie du bon temps, elles fondent et sont ouyes.

Lors nous jecta sus le tillac plenes mains de parolles gelées et sembloient dragée, perlée de diverses couleurs, Nous y veismes des motz de gueule, des motz de sinople, des motz de azur, des motz de sable, des motz dorez. Les quelz, estre quelque peu eschauffez entre nos mains, fondoient comme neiges, et les oyons realement, mais ne le entendions, car c'estoit languaige barbare. Exceptez un assez grosset, lequel ayant frere Jan eschauffé entre ses mains, feist un son tel que font les chastaignes jectées en la braze sans estre entonmées, lors que s'esclattent, et nous feist tous de paour tressaillir. « C'estoit » dist frere Jan « un coup de faulcon en son temps ».
Panurge requist Pantagruel luy en donner encores. Pantagruel luy respondit que donner parolles estoit acte des amoureux. « Vendez m'en doncques » disoit Panurge. « C'est acte de advocatz» respondit Pantagruel « vendre parolles. Je vous vendroys plustost silence et plus cherement, ainsi que quelques foys la vendit Demosthenes, moyennant son argentangine ».
Ce nonobstant il en jecta sus le tillac troys ou quatre poignees. Et y veids des parolles bien picquantes, des parolles sanglantes, les quelles le pillot nous disoit quelques foys retourner on lieu duquel estoient proferées, mais c'estoit la guorge couppée; des parolles horrificques, et aultres assez mal plaisantes a veoir. Lesquelles ensemblement fondues, ouysmes: « Hin, hint bin, hin, his, ticquc, torche, lorgne, brededin, brededac, frr, frrr, frrrr, bou, bou, bou, bou, bou, bou, bou, bou, traccc, trac, trr, trr, trrr, trrrrrr! On, on, on, on, ououououon! goth, magoth », et ne scay quelz aultres motz barbares; et disoyt que c'estoient vocables du hourt et hannissement des chevaulx à l'heure qu'on chocque. Puys en ouysmez d'aultres grosses, et rendoient son en degelant, les unes comme de tabours et fifres, les aultres comme de clerons ct trompcttes. Croyez que nous y eusmez du passetemps beaucoup. Je vouloys quelques rnotz de gueule mettre en reserve dedans de l’huille, comme l’on guarde la neige et la glace, et entre du feurre bien nect...

Non ci è possibile in questa sede dare una pur pallida idea della lingua di Rabelais. Altri hanno tentato una simile indagine in volumi di moltissime pagine e neanche tutto fu sviscerato. Disse Sainte-Beuve parlando dei capitoli sull'educazione di Gargantua:  « Dans la description des divers exercices, manège, chasse, lutte, natation, Rabelais s'amuse:   ces tours de force de maître Gymnaste deviennent sous sa plume, des tours de force de la langue. La prose française fait là aussi sa gymnastique, et le style se montre prodigieux pour l'abondance, la liberte, la souplesse, la propriété à la fois et la verve. Jamais la langue,  jusque-là,  ne s'était  trouvée  à  pareille  fête ».   E ad organizzare questa festa, ci si servì   un po' di tutto: della medicina, che era la professione di Rabelais, con termini volgari e scientifici, greci in maggioranza; della storia naturale (botanica, ornitologia, ittiologia), dell'arte militare, dell'architettura, ecc. A pagine di pedagogia dove pare tratteggiarsi la figura di un nuovo formidabile cortigiano (che son quelle cui accennava Sainte-Beuve, e si può aggiungere la lettera famosa di Gargantua a Pantagruel) si alternano scene da teatro popolare, e a situazioni che richiamano il repertorio delle vecchie farse (episodio  dell'incontro con Panurge)  si avvicendano navigazioni avventurose, come nei poemi classici e nei poemi cavallereschi italiani. Ed ecco il vocabolario tecnico corrispondente: sfoggio di  terminologia nautica,  e di lingua cortigiana, proverbi, modi di dire, termini ricavati da una diretta esperienza, o dal grande raggio di una letteratura vastamente popolare:  dai racconti, dalle favole,  dalle canzoni, dai riti, dalle credenze, dalle superstizioni, dai libri di magia. Rabelais è ugualmente abile nel comporre una concione in perfetto ossequio alla retorica ciceroniana (come il discorso di Gargantua ai vinti) e nel riprodurre con straordinaria vivacità un pezzo di vita contemporanea, L'umanista eccelso un po' fuori del tempo (come nell'arringa di Ulrich Gallet) cede il posto all'uomo del suo secolo con termini di cucina, di giuochi, di abbigliamento, di musica, di professioni, di mestieri, ecc. È il mondo degli avvocati, dei medici, del teologi, dei guerrieri e dei signori, degli umanisti e dei cuochi: e Rabelais usa quei termini come vuole, lasciando sempre largo spazio ad una sua personale invenzione. Mosso da un'immaginazione verbale instancabile egli crea « jeux d'esprit », allusioni oscure, rebus, anagrammi, etimologie burlesche, e linguaggi artificiali con il ricco repertorio di immagini e di metafore.

Se fosse soltanto questo, Rabelais sarebbe null'altro che un prodigioso fenomeno, e di quelli che appaiono di solito nella decadenza delle civiltà, quando la lingua, divenuta un mastodontico oggetto, comincia a girare su se stessa, sacrificando quasi la « cosa » ch'essa dovrebbe rappresentare. Ma gli eccessi verbali di Rabelais sono in pieno accordo con il mondo ch'egli intende creare. Con le sue fastidiose intemperanze, e le emorragie di parole quella lingua è sempre in uno stato di piena funzionalità: è in armonia, diremmo (se questa parola, conveniente così bene all'Ariosto, si può adoperare senza scandalo per Rabelais) con i personaggi cui vuol dar energia. Il risultato che ne deriva non ha nulla a che fare con il « realismo ».
È il suo un mondo che esprime anzitutto una fiducia nella vita. Rabelais godeva nel sentirsi un uomo immerso nella natura, sanguigno, dominato dagli istinti. Quasi per accentuare la « prepotenza » di quella sua realtà ed armonizzarla grottescamente con la sua illimitata educazione culturale, egli ingrandì le proporzioni anche fisiche del suoi eroi e nel gigante Gargantua creò una paradossale figura di letterato e di atleta. La sua veemenza e la sua iperbolica ingordigia mai furono rese con mezzi altrettanto calzanti e corrispondenti. La gioia di vivere nel proprio tempo, la felicità di vivere nel presente, che i silenziosi umanisti avevano espresso tranquillamente, in Rabelais assumono forme ed accenti di un'esasperata violenza: l’amore della Physis diventava gastrolatria, 1'abbandono alla natura precipitava nell'oscenità. E non è possibile non pensare in questo caso ad una polemica contro i miti, contro il vuoto spiritualismo, contro il mortificante ascetismo, contro l'incubo  e 1'ossessione della morte che aveva oppresso le coscienze del secolo precedente. La letteratura come forza, come energia.
Maistre François Villon, ch'egli ama e cita, ricavava una  forma di estrema consolazione nella sconfinata miseria, meditando sulla fine di tutto, sulla bellezza che scompare, sulla morte che ci è dietro alle spalle. Rabelais, che ha penetrato secoli di cultura, sembra che viva nell'attimo, senza rimpianti, nostalgie, senza malinconia e pensieri;  tutto in primo piano. L'idea della morte non lo sfiora neanche. L'innamorato che si macera di segreto dolore per una bellezza che non raggiungerà mai, lo fa sorridere, e così l’aspirazione ad un mondo superiore di pure idee. Alle donne ha dedicate invettive, che ricordano quelle di Jean de Meung, autore che per molti punti gli è vicino; il platonismo di Marsilio Ficino gli ha suggerito una delle sue trovate più esilaranti1. La grande anima dell'universo di cui Platone parlava nel Timeo e il debito, e pensate — dice Panurge — cosa sarebbe un mondo in cui non ci fossero debitori e creditori. Tra gli astri non vi sarebbe corso regolare, con Giove che, non stimandosi debitore di Saturno, lo spodesterà dalla sua sfera, e la luna resterà « sanglante et tenebreuse: a quel propous luy departiroit le soleil sa lumière? ». (Invece,  ritornati  creditori e  debitori,  «o  quelle harmonie sera parmy les reguliers mouvemens des cieulx! II m'est advis que je l'entends aussi bien que feist oncques Platon »). Ma anche quando la polemica è più viva e diretta, non c'è mai livore in Rabelais non c'e provocazione e nessuna « saeva indignatio ». Se mai un rovesciamento completo di valori nell'esaltazione del suo contrario; come le pagine dedicate a Messere Gaster, « premier maistre es ars de ce monde », il gran signore senza orecchie, imperioso, rigoroso, rotondo, duro, difficile, inflessibile. Tutti lavorano per lui, e il mondo si agita nella sua bellezza (uccelli, bestie feroci, pesci...):   « Et tout pour la trippe! ».
Qual e dunque il sogno di Rabelais sulla terra? Da una parte la scienza, dall'altra la gioia del sensi che ci pongono in comunione diretta con la natura. Quando  Gargantua, col suo formidabile appetito — è stato detto — si siede a tavola, quel che vuole non è solo l'antichità ma tutta la natura, aperta davanti a lui, offerta ai suoi desideri:

Qu'il n'y ayt mer, rivière ny fontaine, dont tu ne congnoisse les poissons, tous les oyseaulx de 1'air, tous les arbres, arbustes et fructices de forestz, routes les herbes de la terre, tous les metaulx cachez au ventre des abismes, les pierreries de tout Orient et Midy, rien ne te soit incongneu…

Di questa piena conoscenza e felice ricchezza, e tranquillo impiego delle proprie facoltà in una libertà senza tempo era fatta l'utopia di Rabelais. Il sogno che è divenuto realtà per i suoi Thélémites, gli abitanti dell’Abbaye de Thélème, la cui vita era regolata non da leggi, statuti o regole, ma secondo la loro volontà ed il loro libero arbitrio. Si alzavano da letto quando credevano, bevevano, mangiavano, lavoravano, dormivano quando ne avevano desiderio: nessuno li svegliava, nessuno li costringeva né a bere né a mangiare, né a fare altra cosa. Così aveva stabilito Gargantua, Nella loro regola non c'era che questa clausola: « Fay ce que vouldras! ».

È un sogno da Roman de la Rose? Sebbene vi siano tra il Roman de la Rose e i libri di Rabelais, come s'è detto, molti rapporti, sarà meglio pensare ad una felicità pienamente rinascimentale (quasi il rovescio del sogno di Calvino). Del resto nei suoi tratti più fermi la stessa figura di Pantagruel non sfuggiva dall'essere 1'espressione concreta di un sicuro ideale. La gaiezza di Pantagruel era « conficte en mespris des choses fortuites ». Era l’uomo che prendeva  tutto a buon partito, ed ogni atto interpretava benevolmente. Non si tormentava mai, mai si scandalizzava, fosse egli, stato bandito dal castello della ragione, non si sarebbe mai rattristato e mutato. Perché di tutti i beni che il cielo copre e la terra contiene in tutte le sue dimensioni, altezza, profondità, longitudine e latitudine, nessuno è degno di commuovere i nostri affetti e turbare i nostri sensi e il nostro spirito.
È la via che conduce a Montaigne; ma in Montaigne la tranquilla meditazione si coprirà come di un'ombra. Qui, a guardare da lontano, sembra che mai più il mondo esprimerà un ideale cosi utile e così ragionevole, e mai fu altrettanto difeso dalle tenebre, dalle malinconie e dalla disperazione.
Giovanni Macchia

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Primo volume
Cari amici, se leggermi vorrete / liberatevi prima d'ogni affanno / e leggendo non vi scandalizzate: qui non c'è né miasma né malanno. / Vero è che ben poco crescerete / in perfezione salvo che nel ridere. (François Rabelais)
Secondo volume
Alcuni libri… ci accompagnano per anni, per la vita, ed il perché ne è chiaro, accessibile, facile ad esprimersi in parole: fra questi, con reverenza ed amore, oso citare Gargantua e Pantagruele, opera colossale ma unica di Rabelais, "mon maître". In tutta la sua opera sarebbe difficile trovare una sola pagina melanconica, eppure Rabelais conosce la miseria umana; la tace perché, buon medico anche quando scrive, non l'accetta, la vuole guarire: "è meglio scrivere del riso che delle lacrime, perché il riso è proprio dell'uomo". (Primo Levi)
Terzo volume
"Rabelais è davvero un pozzo senza fondo, miniera ric–chissima e non del tutto sondabile, che promette viaggi sotterranei e trascorsi pressoché infiniti, con sempre nuove scoperte. è il suo un mondo che esprime innanzitutto una fiducia nella vita. Rabelais godeva nel sentirsi un uomo immerso nella natura, sanguigno, dominato dagli istinti. Quasi per accentuare la "prepotenza" di quella sua realtà e armonizzarla grottescamente con la sua illimitata educazione culturale, egli ingrandì le proporzioni anche fisiche dei suoi eroi e nel gigante Gargantua creò una paradossale figura di letterato e di atleta.La gioia di vivere nel proprio tempo, la felicità di vivere nel presente, che i silenziosi umanisti avevano espresso tranquillamente, in Rabelais assumono forme e accenti di un'esasperata violenza. E non è possibile non pensare in questo caso a una polemica contro i miti, contro il vuoto spiritualismo, contro il mortificante ascetismo, contro l'incubo e l'ossessione della morte che aveva oppresso le coscienze del secolo precedente. La letteratura come forza, come energia." (Giovanni Macchia)

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11 luglio 2010
François Rabelais nacque alla Devinière, vicino Chinon, intorno al 1494. Scarse sono le notizie sulla sua giovinezza. Nel 1520 è frate minore nel convento del Puy-Sainr-Martin, già completamente dedito agli studi letterari e cultore appassionato del greco. Nel 1525 circa chiede e ottiene di passare dai francescani ai benedettini. Segretario di Geof¬frey d'Estissac, viaggia nel Poitou, nel Perigod. Due anni dopo lascia 1'abito monacale e si fa prete secolare. Nel 1530 si iscrive alla Facoltà di medicina di Montpellier. Dall'anno successive e a Lione, nell'esercizio della sua professione di medico, Nel 1534 si reca a Roma al seguito di Jean Du Bellay per un breve soggiorno. Nel 1535 è nuovamente a Roma, sempre con Du Bellay, ora cardinale, e rientra a Lione per riprendere subito la sua vita errabonda. A Montpellier prende il dottorato e tiene corsi all'università. Nel 1540 e a Torino, e nel 1548 nuovamente a Roma, al seguito del cardinale Du Bellay. Passa gli ultimi anni della sua vita prima a Saint-Maur, poi a Parigi., ove muore nel 1553
In questo piccolo libro, Étienne Gilson (1884-1978), filosofo cattolico neotomista si occupa di due autori apparentemente lontanissimi dal suo campo di indagine: François Villon, il poeta francese del Quattrocento autore della celeberrima Ballata degli impiccati, ladro, malfattore, bandito, per lo più ritenuto ateo; e François Rabelais, l'autore del Gargantua e Pantagruele, letto generalmente come pre-libertino, carnale, pagano e mondano, fastidito dalla teologia proprio a causa del suo passato di frate francescano. «Bisognerebbe mettersi nelle condizioni di comprendere i testi, prima di commentarli». Sulla base di questo principio, Gilson smonta queste immagini semplificate dimostrando la familiarità di Villon e Rabelais con la Bibbia, la patristica e il lessico filosofico medievale, il che dà ancora più forza alla posizione di eccentricità scelta dai due scrittori. Basta leggere il Gargantua, dice Gilson, grattare appena la superficie delle parole e delle locuzioni, per trovarvi la ripresa di luoghi biblici e teologici, così familiari all'orecchio dell'uomo medievale, da non poter sfuggire nemmeno al più distratto dei commentatori. È una lettura che fa giustizia di tanti facili alibi storiografici, come la "frammentazione postmoderna". Non ci sono frammenti se non dove non si ha voglia di raccoglierli: questa è la sostanza del monito di Gilson, a suo modo progressivo e, nel nostro tempo, anche costruttivamente eretico.  
"Giuliano Della Casa ha già curato per Einaudi le illustrazioni che adornano, tra l'altro, "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene" dell'Artusi. In questo volume ha dialogato col "Gargantua e Pantagrele" con la fantasia e il gusto del colore che lo contraddistinguono. Egli "fa rivivere il paradosso della scrittura rablesiana del dettaglio volatile e indefinito, e il contrasto dei lunghi elenchi di qualità molteplici che nella pagina formano un fiume in piena pur restando distinte." (E. Volpato).
In questo studio pionieristico e profondamente innovativo l'interpretazione dell'opera di Rabelais consente a Bachtin di far luce sulle fonti e sull'evoluzione della cultura popolare: Gargantua et Pantagruel diventa «la chiave per esplorare gli splendidi santuari dell'arte comica popolare» del Medioevo e del Rinascimento. Obiettivo primario di quest'indagine è di comprendere la lingua delle forme e dei simboli carnevaleschi, quella appunto di cui si serve Rabelais. Definendo «realismo grottesco» il sistema di immagini della cultura comica popolare, Bachtin nota come in esso l' elemento « basso», materiale e corporeo, costituisca un principio profondamente positivo. Egli mette cosí a confronto il canone grottesco e quello classico di rappresentazione del corpo, soffermandosi sul primo non per sostenerne la priorità, ma perché essa ha determinato la concezione figurativa della cultura comica e popolare.

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